Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
5. Quando s'è capito il giuoco
Tutte le fortune a Memmo Viola!
E se le meritava davvero quel buon Memmone, che
cacciava le mosche allo stesso modo con cui guardava la
moglie, cioè con l'aria di dire:
- Ma perché v'ostinate, santo Dio, a molestarmi
così? Non sapete già, che non riuscirete mai a farmi
stizzire? E dunque sciò, care; sciò...
Le mosche, la moglie, tutte le noje piccole e
grandi della vita, le ingiustizie della sorte, le malignità
degli uomini, le stesse sofferenze corporali, non avrebbero
potuto mai alterare la sua stanca placidità, né scuoterlo da
quella specie di perpetuo letargo filosofico, che gli stava
nei grossi occhi verdastri e gli ansimava nel nasone tra i
peli dei baffi arruffati e quelli che gli uscivano a
cespugli dalle narici.
Perché Memmo Viola diceva di aver capito il
giuoco. E quando uno ha capito il giuoco...
Invulnerabile al dolore, però, impenetrabile
anche alla gioja. E questo era un vero peccato, perché Memmo
Viola era quel che suol dirsi un beniamino della fortuna.
Forse però il giuoco, ch'egli diceva d'aver
capito, era questo, che la fortuna lo favoriva tanto,
appunto perché egli era così, appunto perché sapeva che egli
non le sarebbe corso mai dietro, neppure se essa gli avesse
profferto, dopo due gambate, tutti i tesori del mondo, e che
non si sarebbe rallegrato né punto né poco, neanche se fosse
venuta da sé a portarglieli in casa.
Tutti i tesori del mondo, no; ma ecco che un
giorno gli aveva proprio portato in casa la grossa eredità
di chi sa qual vecchia zia, una vecchia zia sconosciuta,
morta in Germania; per cui aveva potuto rinunziare
all'impiego, che gli pesava tanto, sebbene, povero Memmo,
come tutto il resto, da dieci anni lo sopportasse in santa
pace. Poco tempo dopo, la moglie, stanca di vedersi guardata
a quel modo e di non esser buona a farlo arrabbiare, per
quante gliene facesse sotto gli occhi, di tutti i colori,
gli aveva aperto, anzi spalancato la porta, e lo aveva
spinto fuori, a vivere libero per conto suo, in un
quartierino da scapolo; a patto, però, che egli lasciasse
libera anche lei, allo stesso modo, e con un congruo assegno
debitamente assicurato.
Sì? E quando mai Memmo Viola s'era sognato di
porre un limite o un freno alla libertà della moglie? Ma
ella voleva così? AMEN. E con tutti i libri di scienze
fisiche e matematiche e di filosofia, e tutte le stoviglie
di cucina, che rappresentavano le due più forti passioni
della sua vita, era andato ad allogarsi in tre stanzette
modeste. Dopo aver dato allo spirito il nutrimento più
gradito, attendeva a preparar da sé, con le sue mani, anche
il più gradito nutrimento al suo corpo: cuoco dilettante e
dilettante filosofo.
Una vecchia serva veniva ogni mattina a fargli
la spesa, gli apparecchiava la tavola, gli rigovernava la
cucina, gli rifaceva il letto e la pulizia delle tre
stanzette, e se ne andava.
Se non che, dopo appena due mesi di questa
seconda fortuna, una mattina per tempissimo, ch'egli se ne
stava ancora a letto a fare il sonnellino dell'oro, sua
moglie venne a svegliarlo di soprassalto nel suo quartierino
con una furiosa scampanellata e, investendolo come una
bufera, lo trascinò afferrato per il petto, povero Memmo,
così in camicia come si trovava e con le brache ancora in
mano, verso un angolo della camera, dietro un paraventino
coperto di mussola rasata color di rosa, ove s'immaginò
dovesse star nascosto il lavabo e, versandogli lei stessa,
per non perder tempo, l'acqua nel catino, lo costrinse a
lavarsi e poi subito a vestirsi, subito subito, perché
doveva uscire, doveva correre, precipitarsi in cerca di due
amici.
- Ma perché?
- Làvati, ti dico!
- Ecco, mi lavo... Ma perché?
- Perché tu sei sfidato!
- Sfidato? io? Chi m'ha sfidato?
- Sfidato... non so bene: o sei sfidato o devi
sfidare. Non so di queste cose... so che ho qua il biglietto
di quel mascalzone. Làvati, vèstiti, spìcciati, ma non mi
star davanti con codest'aria di mammalucco intronato!
Memmo Viola, venuto fuori dal paraventino con le
mani bollicose di saponata, guardava veramente la moglie, se
non come un mammalucco, certo come intronato. Non lo
costernava tanto l'annunzio di quella sfida, quanto la grave
agitazione della moglie, fuori di casa a quell'ora e in quel
disordine d'abbigliamento.
- Abbi pazienza, Cristina mia... Dimmi almeno,
mentre mi lavo, che cosa è accaduto...
- Che? - gli gridò la moglie, avventandoglisi di
nuovo addosso, quasi con le mani in faccia. - Sono stata
vigliaccamente, sanguinosamente insultata in casa mia, per
causa tua... perché sono rimasta sola, senza difesa,
capisci?... Insultata... oltraggiata... Mi hanno messo le
mani addosso, capisci? a frugarmi, qua, in petto, capisci?
Perché hanno sospettato ch'io fossi...
Non poté seguitare; si coprì furiosamente il
volto con le mani e ruppe in un pianto stridulo, convulso,
d'onta, di ribrezzo, di rabbia.
- Oh Dio, - fece Memmo. - Ma quando è stato? Chi
ha potuto osare?
E allora la moglie, prima tra i singhiozzi e
storcendosi le mani, poi di punto in punto rieccitandosi
vieppiù, gli narrò che la sera avanti, mentr'era a cena,
aveva sentito un gran fracasso alla porta, grida, risate,
scampanellate, pugni, pedate. La serva, accorsa, era venuta
a dirle che quattro signori mezzo ubriachi, cercavano d'una
Spagnuola, di una certa PEPITA, e che non se ne volevano
andare e s'erano buttati a sedere sconciamente nella saletta
d'ingresso. Appena avevano veduto comparire lei, le erano
saltati tutti e quattro addosso e chi pigliandola per il
ganascino, chi cingendole con un braccio la vita, chi
frugandole in petto, l'avevano pregata, scongiurata di
conceder loro una visitina alla piccola PEPITA. Al suo
divincolarsi, alle sue grida, ai suoi morsi, avevano
risposto con risa e gesti sguajati, finché, a quel
pandemonio, non erano accorsi dai piani di sopra e di sotto
tanti vicini di casa. Scuse... chiarimenti... c'era un
equivoco... mortificazione... Uno s'era finanche
inginocchiato... Ma ella non aveva voluto sentir nulla;
aveva preteso che le dessero conto e soddisfazione
dell'oltraggio, e tanto aveva insistito, che alla fine uno
dei quattro, che forse era stato il meno insolente, s'era
veduto costretto a lasciare il suo biglietto da visita.
- Eccolo qua! A te, prendi! Sei ancora in
maniche di camicia? Che aspetti? Non ti muovi?
Memmo Viola aveva già bell'e capito che quello
non era né il caso né il momento di ragionare e, senza
neppur dare uno sguardo di sfuggita al nome stampato in quel
biglietto da visita, ritornò al lavabo dietro il paraventino.
- Che fai?
- Finisco di lavarmi.
- A chi pensi di rivolgerti? Non andare dal
Venanzi, sai! Gigi Venanzi non accetta; puoi star sicuro che
non accetta. Perderai il tempo inutilmente!
Inizio pagina
- Permetti? - disse Memmo, che aveva già
riacquistato tutta la sua placidità. - Il tempo, cara,
me lo fai perdere tu, adesso. Lasciami lavare, senza
tirarmi a discutere. Non hai voluto saper d'equivoci.
Scuse, non hai voluto accettarne. Hai voluto il duello:
cioè, farmi dare una sciabolata. Bene, ti servo subito.
Ma lascia ora che provveda io a garantire, come meglio
posso, la mia pelle. Dici che Gigi Venanzi non
accetterà? E come lo sai?
La moglie, un po' sconcertata alla domanda,
abbassò gli occhi.
- Lo... lo suppongo...
- Ah, - fece Memmo, asciugandosi la faccia -
lo supponiii... Vedrai che accetterà! Vuoi che si tiri
indietro per me, giusto per me, quando presta a tutti i
suoi uffici cavallereschi? Non passa un mese, perdio,
che non si trovi in mezzo a due o tre duelli, padrino di
professione! Ma sarebbe da ridere! Che direbbe la gente,
che lo sa tanto amico mio, e tanto pratico di queste
cose, se mi rivolgessi ad altri?
La moglie, brancicando la borsetta con le
dita irrequiete, dopo essersi un tratto morsicchiato il
labbro, scattò, levandosi in piedi.
- E io ti dico che non accetterà.
Memmo scoprì di tra lo sparato della
camicia, nell'infilarsela, il faccione ridente e disse,
fissando acutamente la moglie:
- Me ne deve dire la ragione... E non può!
Dico, non può averne, via! Lasciami, lasciami vestire...
Vestito, domandò con un certo risolino
timido:
- Scusa, hai visto per caso, entrando, se
fuori della porta c'era il fiaschetto del latte?
S'aspettava un nuovo prorompimento d'ira a
quella domanda, e insaccò il capo nelle spalle e levò le
mani in atto di parare:
- Zitta, zitta... vado, corro...
E uscì insieme con la moglie, per recarsi in
casa di Gigi Venanzi.
Lo trovò fortunatamente per istrada, a pochi
passi dalla sua abitazione. Scorgendogli in viso
un'improvvisa alterazione di rabbioso dispetto, Memmo
Viola comprese che l'amico era uscito così presto di
casa, perché si aspettava la sua visita. Gli si parò
davanti, sorridendo e gli disse:
- Cristina mi manda da te. Andiamo sù. La
cosa è grave.
Gigi Venanzi gli piantò in faccia gli occhi
torbidi e gli domandò:
- Che c'è?
- Oh, non facciamo storie - esclamò Memmo. -
Ti leggo in faccia che lo sai. Dunque non mi far
parlare. Sono sfinito; casco a pezzi. E' venuta a
svegliarmi come una furia nel meglio del sonno, e non
m'ha dato neanche il tempo di prendere un po' di latte e
caffè.
Appena risalito in casa, Gigi Venanzi si
voltò come un cane idrofobo a Memmo e gli gridò:
- Ma lo sai chi è Miglioriti?
Memmo lo guardò balordamente:
- Miglioriti? No... Che c'entra Miglioriti?
Ah... è forse... aspetta! Non l'ho neanche guardato.
Ficcò due dita nel taschino del panciotto e
ne trasse, tutto gualcito, il biglietto da visita che
gli aveva dato la moglie:
- Ah, già... Miglioriti - disse, leggendo. -
ALDO MIGLIORITI DEI MARCHESI DI SAN FILIPPO. Il nome non
m'arriva nuovo... Chi è?
- Chi è? - ripeté col sangue agli occhi Gigi
Venanzi. - La prima lama tra i dilettanti di Roma!
- Ah, sì? - fece Memmo Viola. - Tira bene?
Di spada?
- Di spada e di sciabola!
- Mi fa piacere. Ma è pure un gran
mascalzone, va' là! Quello che ha fatto...
Gigi Venanzi gli saltò addosso quasi con la
stessa furia, con cui poc'anzi gli era saltata addosso
la moglie.
- Ma se ha domandato scusa! Ma se è stato un
equivoco!
Memmo Viola, allora lo guardò, ammiccando
con la coda dell'occhio, timido e furbo a un tempo, e
domandò, quasi fuor fuori:
- C'eri?
Il volto di Gigi Venanzi si scompose, come
in uno smarrimento di vertigine: - Come? dove? -
balbettò.
Memmo Viola, come se nulla fosse, ritrasse
sorridendo il suo amico dal precipizio, a cui con quella
lieve, breve domanda s'era divertito a spingerlo, e
riprese:
- Ah... già... sì... tu hai saputo. Era
anche ubriaco, mezzo ubriaco, sì... Ma che vuoi farci?
Caro mio, Cristina non vuole scuse! tanto ha detto,
tanto ha fatto, che lo ha costretto a lasciare il suo
biglietto da visita, in presenza di tanti testimoni. Ora
bisogna che qualcuno lo raccolga, questo biglietto. Il
marito sono io, e tocca a me. Ma da che ci siamo, ohè,
Gigi, bisogna far le cose sul serio. L'oltraggio è stato
grave, e gravi debbono essere le condizioni.
Gigi Venanzi lo guardò stordito; poi, in un
nuovo impeto di rabbia gli gridò:
- Ma se tu non sai neanche tenere la spada
in mano!
- Alla pistola, - disse Memmo placidamente.
- Ma che pistola d'Egitto! - si scrollò Gigi
Venanzi. - Quello imbrocca un soldo incastrato in un
albero a venti passi di distanza!
- Ah sì? - ripeté Memmo. - E allora, prima
alla pistola, e poi alla spada. Me, vedrai che non
m'imbrocca di certo.
Gigi Venanzi si mise ad andare sù e giù, sù
e giù per la stanza; poi facendo animo risoluto:
- Senti, Memmo: io non posso accettare.
- Che? - fece subito Memmo, afferrandogli un
braccio. - Non facciamo scherzi, Gigi, e non perdiamo
tempo! Tu non puoi tirarti indietro, come non posso
tirarmi indietro io. Tu farai la tua parte, com'io
faccio la mia. Pensa al secondo testimonio, e sbrìgati.
- Ma vuoi che ti porti al macello? - gli
gridò Gigi Venanzi al colmo dell'esasperazione.
- Uh, - sorrise Memmo. - Non esageriamo...
Del resto, caro mio, tutte sciocchezze. Inutile
parlarne! Cristina vuole lavato l'oltraggio, e non se
n'esce. Perderei la libertà; e invece, con questa
occasione, io me la voglio guadagnare intera. Vedrai che
ci riuscirò. Va', va'; pensa a tutto, tu che te
n'intendi. Io ti aspetto a casa. Sto leggendo un bel
libro sai? su i Massimi Problemi. Tu non ci hai mai
pensato; ma il problema dell'oltretomba è formidabile,
Gigi! No, scusa, scusa... perché... senti questo:
l'Essere, caro mio, per uscire dalla sua astrazione e
determinarsi ha bisogno dell'Accadere. E che vuol dire
questo? dammi una sigaretta. Vuol dire che... - grazie -
vuol dire che l'Accadere, poiché l'Essere è eterno, sarà
eterno anch'esso. Ora un accadere eterno, cioè senza
fine, vuol dire anche senza UN fine, capisci? un
accadere che non conclude, dunque, che non può
concludere, che non concluderà mai nulla. E' una bella
consolazione. Dammi un fiammifero. Tutti i dolori, tutte
le fatiche, tutte le lotte, le imprese, le scoperte, le
invenzioni...
- Sai? - disse Gigi Venanzi, che non aveva
udito nulla di tutta quella tiritera. - Forse Nino
Spiga...
- Ma sì, Nino Spiga o un altro, prendi chi
ti pare, - gli rispose Memmo. - E per il medico,
sceglilo tu, caro, di tua fiducia. Oh, se hai bisogno...
E accennò di prendere il portafogli. Gigi Venanzi gli
arrestò la mano.
- Poi... poi...
- Perché ho sentito dire, - concluse Memmo -
che per farsi bucare con tutte le regole cavalleresche
ci vogliono dei bei quattrini. Basta, poi mi farai il
conto. Addio, eh? Mi trovi in casa.
Lo trovò in casa, difatti, Gigi Venanzi,
quella sera, ma sotto un aspetto che non si sarebbe mai
immaginato.
Memmo Viola litigava con la vecchia serva a
cui mancavano tre soldi nel conto della spesa. E le
diceva:
- Cara mia, se tu mi metti nel conto:
RUBATI, SOLDI 8, O SOLDI 10, io tiro pacificamente la
somma, e non ne parlo più. Ma questi tre soldi, così,
non te l'abbono. Vorrei sapere che gusto ci provi,
tentare di pigliare in giro uno come me, che ha capito
così bene il giuoco... Parlo bene, Gigi?
Costernatissimo, esasperato, stanco morto,
Gigi Venanzi stava a mirarlo con tanto d'occhi. La calma
di quell'uomo, alla vigilia di battersi alla spada,
nientemeno che con Aldo Miglioriti, era stupefacente. E
il suo stupore crebbe, quando, enunciategli le
condizioni gravissime del duello, volute e imposte anche
dal Miglioriti, vide che quella calma non s'alterava per
niente.
- Hai capito? - gli domandò.
- Eh, - fece Memmo. - Come no? Domattina
alle sette. Ho capito. Va benissimo.
- Io sarò qui, bada, alle sei e un quarto.
Basterà, - avvertì il Venanzi. - Con l'automobile si
farà presto. Ho preso per medico Nofri. Non andar tardi
a letto, e procura di dormire, eh?
- Sta' tranquillo, - disse Memmo. - Dormirò.
E tenne la parola. Alle sei e un quarto,
quando venne Gigi Venanzi a bussare alla porta, dormiva
ancora profondissimamente. Venanzi bussò, due, tre,
quattro volte; alla fine Memmo Viola, nelle stesse
condizioni in cui la mattina avanti era andato ad aprire
alla moglie, cioè in camicia e con le brache in mano,
venne ad aprire all'amico.
Venanzi, a quell'apparizione, restò di
sasso.
- Ancora così?
Memmo finse una grande meraviglia.
- E perché? - gli domandò.
- Ma come? - inveì Gigi Venanzi. - Tu ti
devi battere! Ci sono giù Spiga e Nofri... Che scherzo è
questo?
- Scherzo? Mi devo battere? - rispose
placidissimamente Memmo Viola. - Ma scherzerai tu, caro!
Io ti ho detto che a me tocca di far la parte mia, e a
te la tua. Sono il marito e ho sfidato; ma quanto a
battermi, abbi pazienza, non tocca più a me, caro Gigi,
da un pezzo: tocca a te... Siamo giusti!
Gigi Venanzi si sentì sprofondare la terra
sotto i piedi, seccare il sangue nelle vene; vide
giallo, vide rosso; afferrò Memmo per il petto, gli
scagliò, gli sputò in faccia le ingiurie più sanguinose;
Memmo lo lasciò fare, ridendo. Solo, a un certo punto,
gli disse:
- Bada, Gigi, che non fai più a tempo, se
devi trovarti sul terreno alle sette. Ti conviene esser
puntuale.
Dall'alto della scala, poi, reggendosi
ancora le brache con la mano, gli augurò:
- In bocca al lupo, caro, in bocca al lupo!