Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
4. Vittoria delle formiche

Una cosa per sè forse ridicola ma, agli effetti,
terribile: una casa invasa tutta dalle formiche. E questo
pensiero folle: che il vento si fosse alleato con esse. Il
vento con le formiche. Alleato, con quella sconsideratezza
che gli è propria, da non potersi nell'impeto fermare
neppure un minuto per riflettere a quello che fa. Detto
fatto, a raffica, s'era levato giusto sul punto che lui
prendeva la decisione di dar fuoco al formicajo davanti la
porta. E detto fatto, la casa, tutta in fiamme. Come se per
liberarla dalle formiche lui non avesse trovato altro
espediente che il fuoco: incendiarla.
Ma prima di venire a questo punto decisivo sarà
bene ricordarsi di molte cose precedenti che possono
spiegare in qualche modo sia come le formiche avevano potuto
invadere fino a tanto la casa e sia come poté nascere a lui
il pensiero stravagante di quest'alleanza tra le formiche e
il vento.
Ridotto alla fame, da agiato come il padre
l'aveva lasciato morendo, abbandonato dalla moglie e dai
figli che s'erano acconciati a vivere per conto loro alla
meglio, liberati alla fine dalle sue soperchierie che si
potevano qualificare in tanti modi, ma sopra tutto
incongruenti; lui che al contrario si credeva loro vittima
per troppa remissione e non corrisposto mai da nessuno di
loro nei suoi gusti pacifici e nelle sue vedute giudiziose;
viveva solo, in un palmo di terra che gli era restato di
tutti i beni che prima possedeva, case e poderi; un palmo di
terra bonificata, sotto il paese, sul ciglio della vallata,
con una catapecchia di appena tre stanze, dove prima abitava
il contadino che aveva in affitto la terra. Ora ci abitava
lui, il signore ridotto peggio del più miserabile contadino;
vestito ancora d'un abito da signore che addosso a lui
appariva orribilmente più strappato e unto che addosso a un
mendicante che l'avesse avuto in elemosina. Pur tuttavia
quella sua signorile spaventosa miseria pareva a volte quasi
allegra, come certe toppe di colore che i poveri portano sui
loro abiti e quasi fanno loro da bandiera. Nella lunga
faccia smorta, negli occhi pesti ma vivi, aveva un che di
gajo che s'accordava coi ricci svolazzanti del capo, mezzi
grigi e mezzi rossi; e certi ilari guizzi negli occhi,
subito spenti al pensiero che, scorti per caso da qualcuno,
lo facessero creder pazzo. Capiva lui stesso ch'era molto
facile che gli altri si facessero di lui un tal concetto. Ma
era proprio contento di farsi ormai tutto da sé come piaceva
a lui; e assaporava con gusto infinito quel poco e quasi
niente che poteva offrirgli la povertà. Non aveva nemmeno
tanto da accendere il fuoco tutti i giorni per cucinarsi una
minestra di fave o di lenticchie. Gli sarebbe piaciuto,
perché nessuno sapeva cucinarla meglio di lui, dosandovi con
tanta arte il sale e il pepe e mescolandovi certe verdure
appropriate che, durante la cottura, solo a odorarla la
minestra inebriava; e poi, a mangiarla, un miele. Ma sapeva
anche farne a meno. Gli bastava, la sera, uscir fuori a due
passi dalla porta, cogliere nell'orto un pomodoro, una
cipolla per companatico alla solida pagnotta che con
meticolosa cura affettava con un coltellino e con due dita,
pezzetto per pezzetto, si portava alla bocca come un boccone
prelibato.
Aveva scoperto questa nuova ricchezza,
nell'esperienza che può bastar così poco per vivere; e sani
e senza pensieri; con tutto il mondo per sé, da che non si
ha più casa né famiglia né cure né affari; sporchi,
stracciati, sia pure, ma in pace; seduti, di notte, al lume
delle stelle, sulla soglia d'una catapecchia; e se s'accosta
un cane, anch'esso sperduto, farselo accucciare accanto e
carezzarlo sulla testa: un uomo e un cane, soli sulla terra,
sotto le stelle.
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Ma senza pensieri, non era vero. Buttato
poco dopo su un pagliericcio per terra come una bestia,
invece di dormire si metteva a mangiare le unghie e,
senza badarci, a strapparsi coi denti fino al sangue le
pipite delle dita, che poi gli bruciavano gonfie e
suppurate per parecchi giorni. Ruminava tutto ciò che
avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per salvare i
suoi beni; e si torceva dalla rabbia o mugolava per il
rimorso, come se la sua rovina fosse accaduta jeri, come
se jeri avesse finto di non accorgersi che sarebbe
accaduta tra poco e che ormai non era più rimediabile.
Non ci poteva credere! Uno dopo l'altro s'era lasciati
portar via dagli usuraj i poderi, e una dopo l'altra le
case, per poter disporre d'un po' di danaro di nascosto
dalla moglie, per pagarsi qualche piccola passeggera
distrazione (veramente, non piccola né passeggera; era
inutile che cercasse adesso attenuazioni; doveva
rotondamente confessarsi che aveva vissuto di nascosto
per anni come un vero porco, ecco, così doveva dire:
come un vero porco; donne, vino, giuoco) e gli era
bastato che la moglie non si fosse ancora accorta di
nulla, per seguitare a vivere come se neppur lui sapesse
nulla della rovina imminente; e sfogava intanto le bili
e le smanie segrete sul figlio innocente che studiava il
latino. Sissignori. Incredibile: s'era messo a
ristudiare il latino anche lui, per sorvegliare e
ajutare il figlio; come se non avesse altro da fare e
fosse davvero un'attenzione e una cura, questa sua, che
potesse compensare il disastro che intanto preparava a
tutta la famiglia. Questo disastro, per la sua segreta
esasperazione, era lo stesso di quello a cui andava
incontro il figlio se non riusciva a comprendere il
valore dell'ablativo assoluto o della forma avversativa;
e s'accaniva a spiegarglielo, e tutta la casa tremava
dalle sue grida e dalle sue furie per l'imbalordimento
di quel povero ragazzo, che piano piano forse lo avrebbe
alla fine compreso da sé. Con che occhi lo aveva
guardato una volta, dopo uno schiaffo! Nell'impeto del
rimorso, ripensando a quello sguardo del suo ragazzo, si
sgraffiava ora la faccia con le dita artigliate e
s'ingiuriava: porco, porco, bruto: prendersela così con
un innocente!
Lasciava il pagliericcio; rinunziava a
dormire; tornava a sedere sulla soglia della
catapecchia; e lì il silenzio smemorato della campagna
immersa nella notte, a poco a poco, lo placava. Il
silenzio, non che turbato, pareva accresciuto dal remoto
scampanellìo dei grilli che veniva dal fondo della
grande vallata. Era già nella campagna la malinconia
della stagione declinante; e lui amava le prime giornate
umide velate, quando cominciano a cadere quelle
pioggerelle leggere, che gli davano, chi sa perché, una
vaga nostalgia dell'infanzia lontana, quelle prime
sensazioni meste e pur dolci che fanno affezionare alla
terra, al suo odore. La commozione gli gonfiava il
petto; l'angoscia gli serrava la gola, e si metteva a
piangere. Era destino che lui dovesse finire in
campagna. Ma non s'aspettava così veramente.
Non avendo né la forza né i mezzi di
coltivare da sé quel po' di terra, che fruttava appena
tanto da pagar la tassa fondiaria di cui era gravata,
l'aveva ceduta al contadino che aveva in affitto il
podere accanto, a condizione che pagasse lui quella
tassa e che gli desse soltanto da mangiare: poco, quasi
per elemosina, di quel che produceva la terra stessa:
pane e verdura, e da farsi, se gli andava, una minestra
ogni tanto.
Stabilito quest'accordo, aveva preso a
considerare tutto quello che si vedeva attorno,
mandorli, olivi, grano, ortaglie, come cose che non
appartenessero più a lui. Sua era soltanto la
catapecchia; ma se si metteva a guardarla come la sua
unica proprietà, non poteva fare a meno di sorriderne
col più amaro dileggio. Già l'avevano invasa le
formiche. Finora s'era divertito a vederle scorrere in
processioni infinite su per le pareti delle stanze.
Erano tante e tante, che a volte pareva che le pareti
tremolassero tutte. Ma più gli piaceva vederle andare in
tutti i sensi da padrone sui buffi mobili signorili di
quella ch'era stata un tempo la sua casa in città,
relitti del naufragio della sua famiglia, ammassati lì
alla rinfusa e tutti con un dito di polvere sopra.
Nell'ozio, per distrarsi, s'era messo anche a studiarle,
quelle formiche, per ore e ore.
Erano formiche piccolissime e della più
lieve esilità, fievoli e rosee, che un soffio ne poteva
portar via più di cento; ma subito cento altre ne
sopravvenivano da tutte le parti; e il da fare che si
davano; l'ordine nella fretta; queste squadre qua,
quest'altre là; viavai senza requie; s'intoppavano,
deviavano per un tratto, ma poi ritrovavano la strada, e
certo s'intendevano e consultavano tra loro.
Non gli era parso ancora, però, forse per
quella loro esilità e piccolezza, che potessero essere
temibili, che volessero proprio impadronirsi della casa
e di lui stesso e non lasciarlo più vivere. Pur le aveva
trovate da per tutto, in tutti i cassetti; le aveva
vedute venir fuori donde meno se le sarebbe aspettate;
se l'era trovate anche in bocca talvolta, mangiando
qualche pezzo di pane lasciato per un momento sulla
tavola o altrove. L'idea che se ne dovesse seriamente
difendere, che le dovesse seriamente combattere, non gli
era ancora venuta. Gli venne tutt'a un tratto una
mattina, forse per l'animo in cui era, dopo una
nottataccia più nera delle altre.
S'era levata la giacca per portar dentro la
catapecchia alcuni covoni, una ventina, che dopo la
mietitura il contadino non aveva ancora trasportato nel
suo podere di là e aveva lasciato qua all'aperto. Il
cielo, durante la notte, s'era incavernato, e la pioggia
pareva imminente. Abituato a non far mai nulla, per
quella fatica insolita e per quella sciocca previdenza,
che poi del resto non spettava neanche a lui perché quei
covoni di grano appartenevano come tutto il resto al
contadino, s'era tanto stancato, che quando fu per
trovar posto dentro la catapecchia, già tutta stipata,
all'ultimo covone, non ne poté più, lasciò quel covone
davanti la porta, e sedette per riposarsi un po'.
A capo chino, con le braccia appoggiate alle
gambe discoste, lasciò penzolare tra esse le mani. E ad
un certo punto ecco che si vide uscire dalle maniche
della camicia su quelle mani penzoloni le formiche, le
formiche che dunque sotto la camicia gli passeggiavano
sul corpo come a casa loro. Ah, perciò forse la notte
lui non poteva più dormire e tutti i pensieri e i
rimorsi lo riassalivano. S'infuriò e decise lì per lì di
sterminarle. Il formicajo era a due passi dalla porta.
Dargli fuoco.
Come non pensò al vento? Oh bella. Non ci
pensò perché il vento non c'era, non c'era. L'aria era
immota; in attesa della pioggia che pendeva sulla
campagna, in quel silenzio sospeso che precede la caduta
delle prime grosse gocce. Non crollava foglia. La
raffica si levò d'improvviso a tradimento, appena lui
accese il fascetto di paglia raccolta per terra; lo
teneva in mano come una torcia; nell'abbassarlo per dar
fuoco al formicajo, la raffica, investendolo, portò le
faville a quel covone rimasto davanti la porta, e subito
il covone avvampando appiccò il fuoco agli altri covoni
riparati dentro la casa, dove l'incendio d'un tratto
divampò crepitando e riempiendo tutto di fumo. Come un
pazzo, urlando con le braccia levate, lui si cacciò
dentro alla fornace, forse sperando di spegnerla.
Quando dalla gente accorsa fu tratto fuori,
fu uno spavento vederlo tutto orribilmente arso e non
ancor morto, anzi furiosamente esaltato, annaspante con
le braccia, le fiamme addosso, sugli abiti e nei ricci
svolazzanti sul capo. Morì poche ore dopo all'ospedale,
dove fu trasportato. Nel delirio, sparlava del vento,
del vento e delle formiche.
- Alleanza... alleanza...
Ma già lo sapevano pazzo. E quella sua fine,
sì, fu commiserata, ma pur con un certo sorriso sulle
labbra.