Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
3. Visita
Cento volte gli avrò detto di non introdurmi
gente in casa senza preavviso. Una signora, bella scusa:
- T'ha detto Wheil?
- Vàil, sissignore, così.
- La signora Wheil è morta jeri a Firenze.
- Dice che ha da ricordarle una cosa.
(Ora non so più se io abbia sognato o se sia
davvero avvenuto questo scambio di parole tra me e il mio
cameriere. Gente in casa senza preavviso me n'ha introdotta
tanta; ma che ora m'abbia fatto entrare anche una morta non
mi par credibile. Tanto più che in sogno io poi l'ho vista,
la signora Wheil, ancora così giovane e bella. Dopo aver
letto nel giornale, appena svegliato, la notizia della sua
morte a Firenze, ricordo infatti d'aver ripreso a dormire, e
l'ho vista in sogno tutta confusa e sorridente per la
disperazione di non saper più come fare a ripararsi, avvolta
com'era in una nuvola bianca di primavera che s'andava a
mano a mano diradando fino a lasciar trasparire la rosea
nudità di tutto il corpo di lei, e proprio là dove più il
pudore voleva ch'esso rimanesse nascosto; tirava con la
mano; ma come si fa a tirare un vano lembo di nuvola?)
Il mio studio è tra i giardini. Cinque grandi
finestre, tre da una parte e due dall'altra; quelle, più
larghe, ad arco; queste, a usciale, sul lago di sole d'un
magnifico terrazzo a mezzogiorno; e a tutt'e cinque, un
palpito continuo di tende azzurre di seta. Ma l'aria dentro
è verde per il riflesso degli alberi che vi sorgono davanti.
Con la spalliera volta contro la finestra che
sta nel mezzo è un gran divano di stoffa anch'essa verde ma
chiara, marina; e tra tanto verde e tanto azzurro e tanta
aria e tanta luce, abbandonarvisi, stavo per dire
immergervisi, è veramente una delizia.
Ho ancora in mano, entrando, il giornale che
reca la notizia della morte della signora Wheil, jeri, a
Firenze. Non posso avere il minimo dubbio d'averla letta: è
qua stampata; ma è anche qua seduta sul divano ad aspettarmi
la bella signora Anna Wheil, proprio lei. Può darsi che non
sia vera, questo sì. Non me ne stupirei affatto, avvezzo
come sono da tempo a simili apparizioni. O se no, c'è poco
da scegliere, sta tra due, non sarà vera la notizia della
sua morte stampata in questo giornale.
E' qua vestita come tre anni fa d'un bianco
abito estivo d'organdis, semplice e quasi infantile, sebbene
ampiamente aperto sul petto. (Ecco la nuvola del sogno, ho
capito). In capo, un gran cappello di paglia annodato da
larghi nastri di seta nera. E tiene gli occhi un po'
socchiusi a difesa dalla luce abbagliante dei due finestroni
dirimpetto; ma poi, è strano, espone invece a questa luce,
reclinando il capo indietro con intenzione, la meravigliosa
dolcezza della gola, come le sorge dal caldo trasognato
candore del petto e sù dall'attaccatura del collo fino al
purissimo arco del mento.
Quest'atteggiamento senza dubbio voluto m'apre
tutt'a un tratto la mente: ciò che la bella signora Anna
Wheil ha da ricordarmi è tutto lì, nella dolcezza di quella
gola, nel candore di quel petto; e tutto in un attimo solo,
ma quando un attimo si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche
la morte, come la vita, in una sospensione d'ebbrezza
divina, in cui dal mistero balzano d'improvviso illuminate e
precise le cose essenziali, una volta per sempre.
La conosco appena (morta, dovrei dire: "la
conoscevo appena", ma lei è qua ora come nell'assoluto d'un
eterno presente, e posso dir dunque: la conosco appena),
l'ho veduta una volta sola in una riunione festiva nel
giardino d'una villa di comuni amici, a cui lei è venuta con
quest'abito bianco d'organdis.
Inizio pagina
In quel giardino, quella mattina, le donne
più giovani e più belle avevano quell'ardore sfavillante
che nasce in ogni donna dalla gioja di sentirsi
desiderata. S'eran lasciate prendere nel ballo e,
sorridendo, ad accendere di più quel desiderio, avevan
guardato sulle labbra così d'accosto l'uomo da sfidarlo
irresistibilmente al bacio. Ma di primavera, momenti di
rapimento, col tepore del primo sole che inebria, quando
nell'aria molle è pure un vago fermento di sottili
profumi e lo splendore del verde nuovo, che dilaga nei
prati, brilla con vivacità così eccitante in tutti gli
alberi intorno; strani fili di suono luminosi
avviluppano; improvvisi scoppi di luce stordiscono;
lampi di fughe, felici invasioni di vertigini; e la
dolcezza della vita non par più vera, tanto è fatta di
tutto e di niente; né vero più, né da tenerne più conto,
ricordando poi nell'ombra, quando quel sole è spento,
tutto ciò che s'è fatto e s'è detto. Sì, m'ha baciata.
Sì, gliel'ho promesso. Ma un bacio appena sui capelli,
ballando. Una promessa così per ridere. Dirò che non
l'ho avvertito. Gli domanderò se non è matto a
pretendere ch'io ora mantenga sul serio.
Si poteva esser certi che nulla di tutto
questo era accaduto alla bella signora Anna Wheil, la
cui piacenza sembrava a tutti così aliena e placida che
nessuna bramosia carnale avrebbe osato sorgere davanti a
lei. Io però avrei giurato che per quel rispetto che
tutti le portavano lei avesse negli occhi un brillìo di
riso ambiguo e pungente, non perché sentisse in segreto
di non meritarselo, ma anzi al contrario perché nessuno
mostrava di desiderarla come donna a causa di quel
rispetto che pur le si doveva portare. Era forse invidia
o gelosia, o forse sdegno o malinconica ironia; poteva
anche essere tutte queste cose messe insieme.
Me ne potei accorgere in un momento, dopo
averla seguita a lungo con gli occhi nei balli e nei
giuochi a cui anche lei aveva preso parte; in ultimo
anche nelle corse pazze che, forse per offrirsi uno
sfogo, aveva fatte sui prati coi bambini. La padrona di
casa, con cui mi trovavo, mi volle presentare a lei
mentre era ancor china a rassettare le testoline
scapigliate e le vesti in disordine a quei bambini. Nel
rizzarsi d'improvviso per rispondere alla presentazione,
la signora Anna Wheil non pensò di rassettarsi anche lei
sul petto l'ampia scollatura di quel suo abito
d'organdis; sicché io non potei fare a meno
d'intravedere del suo seno forse più di quanto
onestamente avrei dovuto. Fu solo un attimo. Subito
portò la mano per ripararselo. Ma dal modo con cui, in
quell'atto che volle parer furtivo, mi guardò, compresi
che della mia involontaria e quasi inevitabile
indiscrezione non s'era per nulla dispiaciuta. Quel brio
di luce che aveva negli occhi sfavillò anzi diversamente
da prima, sfavillò d'un estro quasi folle di
riconoscenza, perché nei miei occhi rideva senz'alcun
rispetto una gratitudine così pura di quel che avevo
intravisto che ogni senso di concupiscenza restava
escluso e solo si appalesava lampante il pregio supremo
che io attribuivo alla gioja che l'amore d'una donna
come lei, bella tutta come lei, coi tesori d'una divina
nudità con così pudica fretta ricoperta, poteva dare a
un uomo che avesse saputo meritarselo.
Questo le dissero chiaramente i miei occhi,
splendenti ancora di quel baleno d'ammirazione; e questo
fece subito che io diventassi per lei il solo Uomo,
veramente uomo, tra tutti quelli che erano in quel
giardino; nello stesso tempo che lei m'appariva tra
tutte le altre la sola Donna, veramente donna. E non ci
potemmo più separare per tutto il tempo che durò quella
riunione. Ma oltre questa tacita intesa, durata un
attimo, per sempre, non ci fu altro tra noi. Nessuno
scambio di parole, fuori delle comuni e usuali, sulla
bellezza di quel giardino, sulla giocondità di quella
festa e la graziosa ospitalità dei nostri comuni amici.
Ma, pur parlando così di cose aliene o casuali, le
rimase negli occhi, felice, quel brillìo di riso che
pareva rampollasse come un'acqua viva dal profondo
segreto di quella nostra intesa e se ne beasse senza
badare ai sassi e alle erbe tra cui ora scorreva. E un
sasso fu anche il marito in cui c'imbattemmo poco dopo
allo svoltare d'un viale.
Me lo presentò. Alzai un istante gli occhi a
guardarla negli occhi. Un battito appena di ciglia velò
quel brio di luce, e solo con esso la bella signora mi
confidò che lui, quel bravo uomo del marito, non s'era
mai neppur sognato di comprendere ciò che avevo compreso
io in un attimo solo; e che questo non era da ridere,
no; era anzi la sua mortale afflizione, perché una donna
come lei certo non sarebbe stata mai d'altro uomo. Ma
non importava. Bastava che uno almeno lo avesse
compreso.
No, no, io non dovevo più, neppur senza
volerlo, seguitando ora ad andare e a parlare noi due
soli, non dovevo più posarle gli occhi sul seno e
obbligar la sua mano ad accertarsi di furto ch'io non
potessi più essere indiscreto; sarebbe stato ormai
peccaminoso, per me insistere, e per lei tornare a
compiacersene. C'eravamo già intesi. Doveva bastare. Non
si trattava più di noi due; non era più da cercare né di
sapere e neppur d'intravedere com'era lei, ch'era tutta
bella, sì, come lei sola si conosceva; ci sarebbe stato
allora da considerare tant'altre cose che riguardavano
me: questa sopra tutto: che avrei dovuto avere per lei,
a dir poco, vent'anni di meno: una gran malinconia di
inutili rimpianti; no, no; una cosa bella, da riempirci
della più pura gioja tra tanto splendore di sole e tanto
riso di primavera, s'era rivelata a noi: questa cosa
essenziale che è sulla terra, con tutto il nudo candore
delle sue carni, in mezzo al verde d'un paradiso
terrestre, il corpo della donna, concesso da Dio
all'uomo come premio supremo di tutte le sue pene, di
tutte le sue ansie, di tutte le sue fatiche.
- Se dovessimo pensare a te e a me...
Mi voltai. Come! Mi dava del tu? Ma la bella
signora Anna Wheil era sparita.
Me la ritrovo ora qua accanto, in quest'aria
verde, in questa luce del mio studio, vestita come tre
anni fa del suo abito bianco d'organdis.
- Il mio seno, se sapessi! Ne sono morta. Me
lo hanno reciso. Un male atroce ne fece scempio due
volte. La prima, un anno appena dopo che tu, di qua,
ricordi? me lo intravedesti. Ora posso allargare con
tutt'e due le mani la scollatura e mostrartelo tutto,
com'era, guardalo! guardalo! ora che non sono più.
Guardo; ma sul divano è solo il bianco del
giornale aperto.