Novelle per un anno - 1937 - Una giornata
2. C'è qualcuno che ride

Serpeggia una voce in mezzo alla riunione:
- C'è qualcuno che ride.
Qua, là, dove la voce arriva, è come se si
drizzi una vipera, o un grillo springhi, o sprazzi uno
specchio a ferir gli occhi a tradimento.
Chi osa ridere?
Tutti si voltano di scatto a cercare in giro con
occhi fulminanti.
(Il salone enorme, illuminato sopra la folla
degli invitati dallo splendore di quattro grandi lampadarii
di cristallo, rimane in alto, nella tetraggine della sua
polverosa antichità, quasi spento e deserto; solo pare
allarmata, da un capo all'altro della volta, la crosta del
violento affresco secentesco che ha fatto tanto per
soffocare e confondere in un nerume di notte perpetua le
truculente frenesie della sua pittura; si direbbe non veda
l'ora che ogni agitazione cessi anche in basso e il salone
sia sgombrato.)
Qualche faccia lunga, forzata con pietoso
stiracchiamento a un afflitto sorriso di compiacenza, forse,
a guardar bene, si trova; ma nessuno che rida, propriamente.
Ora, sorridere di compiacenza sarà lecito, sarà credo anzi
doveroso, se è vero che la riunione - molto seria - vuole
anche aver l'aria d'uno dei soliti trattenimenti cittadini
in tempo di carnevale. C'è difatti sulla pedana coperta da
un tappeto nero un'orchestrina di calvi inteschiti che suona
senza fine ballabili, e coppie ballano per dare alla
riunione un'apparenza di festa da ballo, all'invito e quasi
al comando di fotografi chiamati apposta. Stridono però
talmente il rosso, il celeste di certi abiti femminili ed è
così ribrezzosa la gracilità di certe spalle e di certe
braccia nude, che quasi quasi vien fatto di pensare quei
ballerini non siano stati estratti di sotterra per
l'occasione, giocattoli vivi d'altro tempo, conservati e ora
ricaricati artificialmente per dar questo spettacolo. Si
sente proprio il bisogno, dopo averli guardati, di
attaccarsi a un che di solido e rude: ecco, per esempio, la
nuca di questo vicino aggrondato che suda paonazzo e si fa
vento con un fazzoletto bianchissimo; la fronte da idiota di
quella vecchia signora. Strano intanto: sulla squallida
tavola dei rinfreschi, i fiori non sono finti, e allora fa
tanta malinconia pensare ai giardini da cui sono stati colti
questa mattina sotto una pioggerella chiara che spruzzolava
lieve pungente; e che peccato questa pallida rosa già
disfatta che serba nelle foglie cadute un morente odore di
carne incipriata.
Sperduto qua e là tra la folla, c'è anche
qualche invitato in domino, che sembra un fratellone in
cerca del funerale.
La verità è che tutti questi invitati non sanno
la ragione dell'invito. E' sonato in città come l'appello a
un'adunata. Ora, perplessi se convenga meglio appartarsi o
mettersi in mostra (che non sarebbe neanche facile tra tanta
folla) l'uno osserva l'altro, e chi si vede osservato
nell'atto di tirarsi indietro o di cercare di farsi avanti,
appassisce e resta lì; perché sono anche in sospetto l'uno
dell'altro e la diffidenza nella ressa dà smanie che a
stento riescono a contenere; occhiate alle spalle
s'allungano oblique che, appena scoperte, si ritraggono come
serpi.
- Oh guarda, sei qua anche tu?
- Eh, ci siamo tutti, mi pare.
Nessuno intanto osa chiedere perché, temendo di
essere lui solo ad ignorarlo, il che sarebbe colpa nel caso
che la riunione sia stata indetta per prendere una grave
decisione. Senza farsene accorgere, alcuni cercano con gli
occhi quei due o tre che si presume debbano essere in grado
di saperlo; ma non li trovano; si saranno riuniti a consulto
in qualche sala segreta, dove di tanto in tanto qualcuno è
chiamato e accorre impallidendo e lasciando gli altri in un
ansioso sbigottimento. Si cerca di desumere dalle qualità di
chi è stato chiamato e dalla sua posizione e dalle sue
aderenze che cosa di là possa essere in deliberazione, e non
si riesce a comprenderlo perché, poco prima, è stato
chiamato un altro di qualità opposte e d'aderenze affatto
contrarie.
Nella costernazione generale per questo mistero,
l'orgasmo va crescendo di punto in punto. Si sa
un'inquietudine come fa presto a propagarsi e come una cosa,
passando di bocca in bocca, si alteri fino a diventare
un'altra. Arrivano così da un capo all'altro del salone tali
enormità da far restare tramortiti. E dagli animi così tutti
in fermento vapora e si diffonde come un incubo, nel quale,
al suono angoscioso e spasimante di quell'orchestrina, tra
il brusìo confuso che stordisce e i riverberi dei lumi negli
specchi, i più strani fantasmi guizzano davanti agli occhi
di ciascuno, e come un fumo che trabocchi in dense volute,
dalle coscienze che covano in segreto il fuoco
d'inconfessati rimorsi, apprensioni traboccano e paure e
sospetti d'ogni genere; in tanti la smania istintiva di
correr subito a un riparo ha i più impreveduti effetti: chi
sbatte gli occhi di continuo, chi guarda un vicino senza
vederlo e teneramente gli sorride, chi sbottona e
riabbottona senza fine un bottone del panciotto. Meglio far
vista di niente. Pensare a cose aliene. La Pasqua ch'è bassa
quest'anno. Uno che si chiama Buongiorno. Ma che
soffocazione intanto questa commedia con noi stessi.
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Il fatto (se vero) che qualcuno ride non
dovrebbe far tanta impressione, mi sembra, se tutti sono
in quest'animo. Ma altro che impressione! Suscita un
fierissimo sdegno, e proprio perché tutti sono in
quest'animo: sdegno come per un'offesa personale, che si
possa avere il coraggio di ridere apertamente. L'incubo
grava così insopportabile su tutti, appunto perché a
nessuno par lecito ridere. Se uno si mette a ridere e
gli altri seguono l'esempio, se tutto quest'incubo frana
d'improvviso in una risata generale, addio ogni cosa!
Bisogna che in tanta incertezza e sospensione d'animi si
creda e si senta che la riunione di questa sera è molto
seria.
Ma c'è poi veramente questo qualcuno che
seguita a ridere, nonostante la voce che serpeggia ormai
da un pezzo in mezzo alla riunione? Chi è? Dov'è?
Bisogna dargli la caccia, afferrarlo per il petto,
sbatterlo al muro, e, tutti coi pugni protesi,
domandargli perché ride e di chi ride. Pare che non sia
uno solo. Ah sì, più d'uno? Dicono che sono almeno tre.
Ma come, di concerto, o ciascuno per sé? Pare di
concerto tutt'e tre. Ah sì? venuti dunque col deliberato
proposito di ridere? Pare.
E' stata prima notata una ragazzona, vestita
di bianco, tutta rossa in viso, prosperosa, un po'
goffa, che si buttava via dalle risa in un angolo della
sala di là. Non ci s'è fatto caso in principio, sia
perché donna, sia per l'età. Ha solo urtato il suono
inatteso della risata e alcuni si sono voltati come per
una sconvenienza, diciamo pure impertinenza, tracotanza
là, se si vuole, ma perdonabile, via: un riso da
bambina, del resto subito troncato, vedendosi osservata.
Scappata via da quell'angolo, curva, comprimendosi, con
tutte e due le mani sulla bocca, ha fatto senso - questo
sì - udirla ancora ridere di là, in un prorompimento
convulso, forse a causa della compressione che fuggendo
s'era imposta. Bambina? Ora si viene a sapere che ha, a
dir poco, sedici anni, e due occhi che schizzano fiamme.
Pare che vada fuggendo da una sala all'altra, come
inseguita. Sì, sì, è inseguita difatti, è inseguita da
un giovinotto molto bello, biondo come lei, che ride
anche lui come un pazzo inseguendola; e di tratto in
tratto si ferma sbalordito dall'improntitudine di lei
che si ficca da per tutto; vorrebbe darsi un contegno ma
non ci riesce; si volta di qua e di là come sentendosi
chiamare, e certo si morde così le labbra per tenere a
freno un impeto d'ilarità che gli gorgoglia dentro e gli
fa sussultare lo stomaco. Ed ecco che ora hanno scoperto
anche il terzo, un certo ometto elastico che va
ballonzollando e battendo i due corti braccini sulla
pancetta tonda e soda come due bacchette sul tamburo, la
calvizie specchiante tra una rossa corona di capelli
ricciuti e una faccia beata in cui il naso gli ride più
della bocca, e gli occhi più della bocca e del naso, e
gli ride il mento e gli ride la fronte, gli ridono
perfino le orecchie. In marsina come tutti gli altri.
Chi l'ha invitato? Come si sono introdotti nella
riunione? Nessuno li conosce. Nemmeno io. Ma so che è
lui il padre di quei due ragazzi, signore agiato che
vive in campagna con la figlia, mentre il figlio è agli
studii qua in città. Saranno capitati a questa finta
festa da ballo per combinazione. Chi sa che cosa,
venendo, si saran detta tra loro, che intese e scherzi
segreti si saran tra loro da tempo stabiliti, burle note
soltanto a loro, polveri in serbo, colorate, da fuochi
d'artificio, pronte a esplodere a un minimo incentivo,
sia pure d'uno sguardo di sfuggita: fatto si è che non
possono stare insieme: si cercano però con gli occhi da
lontano e, appena si sbirciano, voltano la faccia e
sotto le mani sbruffano certe risate che sono veramente
scandalose in mezzo a tanta serietà.
L'ossessione di questa serietà è così su
tutti incombente e soffocante, che nessuno riesce a
supporre che quei tre ne possano esser fuori, lontani, e
possano avere in sé invece una innocente e magari
sciocca ragione di ridere così di nulla; la ragazza, per
esempio, solo perché ha sedici anni e perché è abituata
a vivere come una puledra in mezzo a un prato fiorito,
una puledra che imbizzarrisca a ogni alito d'aria e
salti e corra felice, non sa lei stessa di che: si può
giurare che non s'accorge di nulla, che non ha il minimo
sospetto dello scandalo che sta sollevando insieme col
padre e col fratello così anch'essi festanti, alieni e
lontani d'ogni sospetto.
Sicché quando, riuniti alla fine tutt'e tre
su di un divano della sala di là, il padre in mezzo tra
il figlio e la figlia, contenti e spossati, con un gran
desiderio di abbracciarsi per il divertimento che si son
presi, sgorgato dalla loro stessa gioja in tutte quelle
belle risate come in un fragorìo d'effimere spume, si
vedono venire incontro dalle tre grandi porte vetrate,
come una nera marea sotto un cielo d'improvviso
incavernato, tutta la folla degli invitati, lentamente,
lentamente, con melodrammatico passo di tenebrosa
congiura, dapprima non capiscono nulla, non credono che
quella buffa manovra possa esser fatta per loro e si
scambiano un'occhiata, ancora un po' sorridenti; il
sorriso però va man mano smorendo in un crescente
sbalordimento, finché, non potendo né fuggire e nemmeno
indietreggiare, addossati come sono alla spalliera del
divano, non più sbalorditi ma atterriti ora, levano
istintivamente le mani come a parar la folla che,
seguitando a procedere, s'è fatta loro sopra, terribile.
I tre maggiorenti, quelli che, proprio per loro e non
per altro, s'erano riuniti a consulto in una sala
segreta, proprio per la voce che serpeggiava del loro
riso inammissibile a cui han deliberato di dare una
punizione solenne e memorabile, ecco, sono entrati dalla
porta di mezzo e sono avanti a tutti, coi cappucci del
domino abbassati fin sul mento e burlescamente
ammanettati con tre tovaglioli, come rei da punire che
vengano a implorare da loro pietà. Appena sono davanti
al divano, una enorme sardonica risata di tutta la folla
degli invitanti scoppia fracassante e rimbomba orribile
più volte nella sala. Quel povero padre, sconvolto,
annaspa tutto tremante, riesce a prendersi sotto braccio
i due figli e, tutto ristretto in sé, coi brividi che
gli spaccano le reni, senza poter nulla capire, se ne
scappa, inseguito dal terrore che tutti gli abitanti
della città siano improvvisamente impazziti.