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NOVELLE PER UN ANNO - 1937 - "UNA GIORNATA"
Pubblicata postuma nel 1937, "Una giornata" costituisce il quindicesimo
volume delle «Novelle per un anno».
Include novelle già pubblicate a
partire dal 1898. |
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15. Una giornata (1935)
«Corriere della Sera», 24
settembre 1935.
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Strappato dal sonno, forse per
sbaglio, e buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio. Di notte; senza
nulla con me.
Non riesco a riavermi dallo sbalordimento. Ma ciò che più mi impressiona è che
non mi trovo addosso alcun segno della violenza patita; non solo, ma che non ne
ho neppure un’immagine, neppur l’ombra confusa d’un ricordo.
Mi trovo a terra, solo, nella tenebra d’una stazione deserta; e non so a chi
rivolgermi per sapere che m’è accaduto, dove sono.
Ho solo intravisto un lanternino cieco, accorso per richiudere lo sportello del
treno da cui sono stato espulso. Il treno è subito ripartito. È subito scomparso
nell’interno della stazione quel lanternino, col riverbero vagellante del suo
lume vano. Nello stordimento, non m’è nemmeno passato per il capo di corrergli
dietro per domandare spiegazioni e far reclamo.
Ma reclamo di che?
Con infinito sgomento m’accorgo di non aver più idea d’essermi messo in viaggio
su un treno. Non ricordo più affatto di dove sia partito, dove diretto; e se
veramente, partendo, avessi con me qualche cosa. Mi pare nulla.
Nel vuoto di questa orribile incertezza, subitamente mi prende il terrore di
quello spettrale lanternino cieco che s’è subito ritirato, senza fare alcun caso
della mia espulsione dal treno. È dunque forse la cosa più normale che a questa
stazione si scenda così?
Nel bujo, non riesco a discernerne il
nome. La città mi è però certamente ignota. Sotto i primi squallidi barlumi
dell’alba, sembra deserta.
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Nella vasta
piazza livida davanti alla stazione c’è un fanale ancora acceso. Mi ci appresso;
mi fermo e, non osando alzar gli occhi, atterrito come sono dall’eco che hanno
fatto i miei passi nel silenzio, mi guardo le mani, me le osservo per un verso e
per l’altro, le chiudo, le riapro, mi tasto con esse, mi cerco addosso, anche
per sentire come son fatto, perché non posso più esser certo nemmeno di questo:
ch’io realmente esista e che tutto questo sia vero.
Poco dopo, inoltrandomi fin nel centro della città, vedo che a ogni passo mi
farebbero restare dallo stupore, se uno stupore più forte non mi vincesse nel
vedere che tutti gli altri, pur simili a me, ci si muovono in mezzo senza punto
badarci, come se per loro siano le cose più naturali e più solite. Mi sento come
trascinare, ma anche qui senz’avvertire che mi si faccia violenza. Solo che io,
dentro di me, ignaro di tutto, sono quasi da ogni parte ritenuto. Ma considero
che, se non so neppur come, né di dove, né perché ci sia venuto, debbo aver
torto io certamente e ragione tutti gli altri che, non solo pare lo sappiano, ma
sappiano anche tutto quello che fanno sicuri di non sbagliare, senza la minima
incertezza, così naturalmente persuasi a fare come fanno, che m’attirerei certo
la maraviglia, la riprensione, fors’anche l’indignazione se, o per il loro
aspetto o per qualche loro atto o espressione, mi mettessi a ridere o mi
mostrassi stupito. Nel desiderio acutissimo di scoprire qualche cosa, senza
farmene accorgere, debbo di continuo cancellarmi dagli occhi quella certa
permalosità che di sfuggita tante volte nei loro occhi hanno i cani. Il torto è
mio, il torto è mio, se non capisco nulla, se non riesco ancora a raccapezzarmi.
Bisogna che mi sforzi a far le viste d’esserne anch’io persuaso e che m’ingegni
di far come gli altri, per quanto mi manchi ogni criterio e ogni pratica
nozione, anche di quelle cose che pajono più comuni e più facili.
Non so da che parte rifarmi, che via prendere, che cosa mettermi a fare.
Possibile però ch’io sia già tanto cresciuto, rimanendo sempre come un bambino e
senz’aver fatto mai nulla? Avrò forse lavorato in sogno, non so come. Ma
lavorato ho certo; lavorato sempre, e molto, molto. Pare che tutti lo sappiano,
del resto, perché tanti si voltano a guardarmi e più d’uno anche mi saluta,
senza ch’io lo conosca. Resto dapprima perplesso, se veramente il saluto sia
rivolto a me; mi guardo accanto; mi guardo dietro. Mi avranno salutato per
sbaglio? Ma no, salutano proprio me. Combatto, imbarazzato, con una certa vanità
che vorrebbe e pur non riesce a illudersi, e vado innanzi come sospeso, senza
potermi liberare da uno strano impaccio per una cosa – lo riconosco – veramente
meschina: non sono sicuro dell’abito che ho addosso; mi sembra strano che sia
mio; e ora mi nasce il dubbio che salutino quest’abito e non me. E io intanto
con me, oltre a questo, non ho più altro!
Torno a cercarmi addosso. Una sorpresa. Nascosta nella tasca in petto della
giacca tasto come una bustina di cuojo. La cavo fuori, quasi certo che non
appartenga a me ma a quest’abito non mio. È davvero una vecchia bustina di cuojo,
gialla scolorita slavata, quasi caduta nell’acqua di un ruscello o d’un pozzo e
ripescata. La apro, o, piuttosto, ne stacco la parte appiccicata, e vi guardo
dentro. Tra poche carte ripiegate, illeggibili per le macchie che l’acqua v’ha
fatte diluendo l’inchiostro, trovo una piccola immagine sacra, ingiallita, di
quelle che nelle chiese si regalano ai bambini e, attaccata ad essa quasi dello
stesso formato e anch’essa sbiadita, una fotografia. La spiccico, la osservo.
Oh! È la fotografia di una bellissima giovine, in costume da bagno, quasi nuda,
con tanto vento nei capelli e le braccia levate vivacemente nell’atto di
salutare. Ammirandola, pur con una certa pena, non so, quasi lontana, sento che
mi viene da essa l’impressione, se non proprio la certezza, che il saluto di
queste braccia, così vivacemente levate nel vento, sia rivolto a me. Ma per
quanto mi sforzi, non arrivo a riconoscerla. È mai possibile che una donna così
bella mi sia potuta sparire dalla memoria, portata via da tutto quel vento che
le scompiglia la testa? Certo, in questa bustina di cuojo caduta un tempo
nell’acqua, quest’immagine, accanto all’immagine sacra, ha il posto che si dà a
una fidanzata.
Torno a cercare nella bustina e, più sconcertato che con piacere, nel dubbio che
non m’appartenga, trovo in un ripostiglio segreto un grosso biglietto di banca,
chi sa da quanto tempo lì riposto e dimenticato, ripiegato in quattro, tutto
logoro e qua e là bucherellato sul dorso delle ripiegature già lise.
Sprovvisto come sono di tutto, potrò darmi ajuto con esso? Non so con qual forza
di convinzione, l’immagine ritratta in quella piccola fotografia m’assicura che
il biglietto è mio. Ma c’è da fidarsi d’una testolina così scompigliata dal
vento? Mezzogiorno è già passato; casco dal languore: bisogna che prenda
qualcosa, ed entro in una trattoria.
Con maraviglia, anche qui mi vedo accolto come un ospite di riguardo, molto
gradito. Mi si indica una tavola apparecchiata e si scosta una seggiola per
invitarmi a prender posto. Ma io son trattenuto da uno scrupolo. Fo cenno al
padrone e, tirandolo con me in disparte, gli mostro il grosso biglietto
logorato. Stupito, lui lo mira; pietosamente per lo stato in cui è ridotto, lo
esamina; poi mi dice che senza dubbio è di gran valore ma ormai da molto tempo
fuori di corso. Però non tema: presentato alla banca da uno come me, sarà certo
accettato e cambiato in altra più spicciola moneta corrente.
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Così dicendo il padrone della trattoria esce con me fuori dell’uscio di strada e
m’indica l’edificio della banca lì presso.
Ci vado, e tutti anche in quella banca si mostrano lieti di farmi questo favore.
Quel mio biglietto – mi dicono – è uno dei pochissimi non rientrati ancora alla
banca, la quale da qualche tempo a questa parte non dà più corso se non a
biglietti di piccolissimo taglio. Me ne danno tanti e poi tanti, che ne resto
imbarazzato e quasi oppresso. Ho con me solo quella naufraga bustina di cuojo.
Ma mi esortano a non confondermi. C’è rimedio a tutto. Posso lasciare quel mio
danaro in deposito alla banca, in conto corrente. Fingo d’aver compreso; mi
metto in tasca qualcuno di quei biglietti e un libretto che mi dànno in
sostituzione di tutti gli altri che lascio, e ritorno alla trattoria. Non vi
trovo cibi per il mio gusto; temo di non poterli digerire. Ma già si dev’esser
sparsa la voce ch’io, se non proprio ricco, non sono certo più povero; e
infatti, uscendo dalla trattoria, trovo una automobile che m’aspetta e un
autista che si leva con una mano il berretto e apre con l’altra lo sportello per
farmi entrare. Io non so dove mi porti. Ma com’ho un’automobile, si vede che,
senza saperlo, avrò anche una casa. Ma sì, una bellissima casa, antica, dove
certo tanti prima di me hanno abitato e tanti dopo di me abiteranno. Sono
proprio miei tutti questi mobili? Mi ci sento estraneo, come un intruso. Come
questa mattina all’alba la città, ora anche questa casa mi sembra deserta; ho di
nuovo paura dell’eco che i miei passi faranno, movendomi in tanto silenzio.
D’inverno, fa sera prestissimo; ho freddo e mi sento stanco. Mi faccio coraggio;
mi muovo; apro a caso uno degli usci; resto stupito di trovar la camera
illuminata, la camera da letto, e, sul letto, lei, quella giovine del ritratto,
viva, ancora con le due braccia nude vivacemente levate, ma questa volta per
invitarmi ad accorrere a lei e per accogliermi tra esse, festante.
È un sogno?
Certo, come in un sogno, lei su quel letto, dopo la notte, la mattina all’alba,
non c’è più. Nessuna traccia di lei. E il letto, che fu così caldo nella notte,
è ora, a toccarlo, gelato, come una tomba. E c’è in tutta la casa quell’odore
che cova nei luoghi che hanno preso la polvere, dove la vita è appassita da
tempo, e quel senso d’uggiosa stanchezza che per sostenersi ha bisogno di ben
regolate e utili abitudini. Io ne ho avuto sempre orrore. Voglio fuggire. Non è
possibile che questa sia la mia casa. Questo è un incubo. Certo ho sognato uno
dei sogni più assurdi. Quasi per averne la prova, vado a guardarmi a uno
specchio appeso alla parete dirimpetto, e subito ho l’impressione d’annegare,
atterrito, in uno smarrimento senza fine. Da quale remota lontananza i miei
occhi, quelli che mi par d’avere avuti da bambino, guardano ora, sbarrati dal
terrore, senza potersene persuadere, questo viso di vecchio? Io, già vecchio?
Così subito? E com’è possibile?
Sento picchiare all’uscio. Ho un sussulto. M’annunziano che sono arrivati i miei
figli.
I miei figli?
Mi pare spaventoso che da me siano potuti nascere figli. Ma quando? Li avrò
avuti jeri. Jeri ero ancora giovane. È giusto che ora, da vecchio, li conosca.
Entrano, reggendo per mano bambini, nati da loro. Subito accorrono a
sorreggermi; amorosamente mi rimproverano d’essermi levato di letto;
premurosamente mi mettono a sedere, perché l’affanno mi cessi. Io, l’affanno? Ma
sì, loro lo sanno bene che non posso più stare in piedi e che sto molto molto
male.
Seduto, li guardo, li ascolto; e mi sembra che mi stiano facendo in sogno uno
scherzo.
Già finita la mia vita?
E mentre sto a osservarli, così tutti curvi attorno a me, maliziosamente, quasi
non dovessi accorgermene, vedo spuntare nelle loro teste, proprio sotto i miei
occhi, e crescere, crescere non pochi, non pochi capelli bianchi.
– Vedete, se non è uno scherzo? Già anche voi, i capelli bianchi.
E guardate, guardate quelli che or ora sono entrati da quell’uscio bambini:
ecco, è bastato che si siano appressati alla mia poltrona: si son fatti grandi;
e una, quella, è già una giovinetta che si vuol far largo per essere ammirata.
Se il padre non la trattiene, mi si butta a sedere sulle ginocchia e mi cinge il
collo con un braccio, posandomi sul petto la testina.
Mi vien l’impeto di balzare in piedi. Ma debbo riconoscere che veramente non
posso più farlo. E con gli stessi occhi che avevano poc’anzi quei bambini, ora
già così cresciuti, rimango a guardare finché posso, con tanta tanta
compassione, ormai dietro a questi nuovi, i miei vecchi figliuoli.
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