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NOVELLE PER UN ANNO - 1937 - "UNA GIORNATA"
Pubblicata postuma nel 1937, "Una giornata" costituisce il quindicesimo
volume delle «Novelle per un anno».
Include novelle già pubblicate a
partire dal 1898. |
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11. Fortuna di esser cavallo (1935)
«Corriere della Sera», 23
novembre 1935.
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La stalla è lì, dietro la porta
chiusa, subito dopo l’entrata nel cortile rustico in pendìo, dall’acciottolato
logoro e la cisterna in mezzo.
La porta è imporrita; verde un tempo, ora ha quasi perduto il colore; come la
casa, quello gialligno dell’intonaco, per cui appare la più vecchia e misera del
sobborgo.
Questa mattina all’alba la porta è stata chiusa da fuori col grosso catenaccio
arrugginito; e il cavallo che era nella stalla è stato messo fuori e lasciato lì
davanti, chi sa perché, senza né briglia né sella né bisaccia; senza nemmeno la
capezza.
Vi sta paziente, quasi immobile, da parecchie ore. Sente attraverso la porta
chiusa l’odore della sua stalla lì prossima, l’odore del cortile; e pare che di
tanto in tanto, aspirandolo con le froge dilatate, sospiri.
Risponde curiosamente a ogni sospiro un fremito nervoso del cuojo sulla schiena,
dov’è il segno d’un vecchio guidalesco.
Così libero d’ogni guarnimento, la testa e tutto il corpo, si può vedere come
gli anni l’han ridotto: la testa, quando la rialza, ha ancora un che di nobile
ma triste; il corpo è una pietà: il dosso, tutto nodi: sporgenti le costole; i
fianchi, aguzzi; spessa però ancora la criniera e lunga la coda, appena un po’
spelata.
Un cavallo che non può servire più a nulla, per dir la verità.
Che cosa aspetta lì davanti alla porta?
Chi, passando, lo vede, e sa che il padrone è già partito dopo essersi portata
via tutta la roba di casa per andare ad abitare in un altro paese, pensa che
qualcuno forse verrà per incarico di lui a ritirarlo; benché, lasciato così
sguarnito di tutto, abbia piuttosto l’aria d’un cavallo abbandonato. |
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Altri passanti si fermano a guardarlo, e c’è chi dice di sapere che il padrone,
prima di partire, ha cercato in tutti i modi di disfarsene, tentando in
principio di venderlo anche a poco prezzo, poi offrendolo a tanti in dono; anche
a lui; ma nessuno l’ha voluto, nemmeno regalato; neppur lui.
Non mangiasse, un cavallo, ma mangia. E per il servizio che quello può ancora
rendere così vecchio e malandato, siamo giusti, vi par che valga la spesa del
fieno o anche di un po’ di paglia da dargli a mangiare?
Avere un cavallo e non saper che farsene, dev’esser pure un bell’impiccio.
Tanti, per levarselo, ricorrono al mezzo sbrigativo d’ucciderlo. Una palla di
fucile costa poco. Ma non tutti hanno il cuore di farlo.
Resta però da vedere se non è più crudele abbandonarlo così. Certo, a vederlo
ora davanti la porta chiusa d’una casa vuota e deserta, povera bestia, fa una
gran pena. Quasi quasi verrebbe voglia di andargli a dire in un orecchio che non
stia più lì ad aspettare inutilmente.
Gli avesse almeno lasciato una corda al collo per portarlo via in qualche modo;
ma niente. Si vede che i guarnimenti, quelli sì, ha trovato da venderli:
servono. Forse però se li sarebbe venduti lo stesso, chiunque se lo fosse preso,
per poi lasciarlo nudo ugualmente in mezzo a un’altra strada.
Intanto, oh! guardate le mosche. Eh, quelle non si dirà mai che in tanta
disdetta lo vogliano abbandonare. E il povero cavallo, se fa qualche movimento,
è soltanto con la coda, per cacciarsele quando si sente pinzato più forte: cosa
che gli avviene di frequente, ora che non ha più tanto sangue da dar loro a
succhiare facilmente.
Ma già s’è stancato di star ritto su le zampe e si piega con pena sui ginocchi
per riposarsi a terra, sempre con la testa verso la porta.
Non può proprio pensare d’esser libero.
Ma già, un cavallo, anche quando l’abbia davvero, la libertà, gli è forse dato
di farsene un’idea? L’ha, e ne gode senza pensarci. Quando gliela levano,
dapprima per istinto si ribella; poi, addomesticato, si rassegna e adatta.
Forse quello, nato in qualche stalla, libero non è stato mai. Sì, da giovane in
campagna probabilmente, lasciato a pascolare sui prati. Ma libertà per modo di
dire: prati chiusi da staccionate. Se pure c’è stato, che ricordo può più
averne?
Sta lì a terra finché la fame non lo spinge a rimettersi con maggiore stento in
piedi; e poiché da quella porta, dopo una così lunga attesa, non spera più ajuto,
volta la testa a guardar di lato, lungo la strada del sobborgo. Nitrisce. Raspa
con uno zoccolo. Più di questo non sa fare. Ma dev’esser convinto che è inutile,
perché poco dopo sbruffa e scuote il capo; poi, incerto, muove qualche passo.
C’è ormai più d’un curioso che sta a osservarlo.
Pure in campagna, dove sia coltivata, non s’ammette che un cavallo vada libero;
figurarsi poi in mezzo a un abitato dove ci son donne e bambini.
Un cavallo non è come un cane che può restar senza padrone e, se va per via,
nessun ci fa caso. Un cavallo è un cavallo: e se non lo sa, lo sanno gli altri
che lo vedono, il corpo che ha, molto molto più grande di quello d’un cane,
ingombrante; un corpo che non riesce mai a ispirare un’intera confidenza e da
cui tutti ci si guarda perché tutt’a un tratto, non si sa mai, uno sfaglio
imprevedibile; e poi con quegli occhi, con quel bianco che a volte si scopre
feroce e insanguato; occhi così tutti specchianti, con un brio di guizzi e certi
baleni, che nessuno comprende, d’una vita sempre in ansia, che può adombrarsi di
nulla.
Non è per ingiustizia. Ma non sono gli occhi d’un cane, umani, che chiedono
scusa o pietà, che sanno anche fingere, con certi sguardi a cui la nostra
ipocrisia non ha più nulla da insegnare.
Gli occhi d’un cavallo, ci vedi tutto, ma non ci puoi legger nulla.
È vero che questo, così mal ridotto com’è, non pare a nessuno che possa esser
pericoloso. Ma, comunque, perché impicciarsene?
Vada pure; se qualcuno sarà molestato, ci penserà lui a scostarlo, a cacciarlo;
o ci penseranno le guardie.
Ragazzi, non tirate sassi. Vedete che non ha più nulla addosso? Così libero e
sciolto, se piglia la fuga, chi lo para?
Stiamo piuttosto a vedere tranquillamente dove va.
Ecco, prima da uno là che fabbrica pasta al tornio e la tiene stesa ad asciugare
all’aperto su certi telaj di rete posati su cavalletti traballanti.
Oh Dio, se s’accosta, li fa cadere.
Ma il pastajo accorre in tempo a pararlo e lo spinge via. Sacr... di chi è
questo cavallo?
I monelli non reggono più, gli corrono dietro, gridando, ridendo.
– Un cavallo scappato?
– No: abbandonato.
– Come, abbandonato?
– Ma così. Lasciato dal padrone. Libero.
– Ah sì? Allora un cavallo che se ne va a spasso per conto suo per le vie del
paese?
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Eh via, d’un uomo si vorrebbe sapere se non è pazzo. Ma d’un cavallo che volete
sapere? Un cavallo sa soltanto che ha fame. Ora, più là, allunga il muso verso
un bel cesto d’insalata esposto fra tanti altri davanti alla bottega d’un
erbivendolo.
È respinto malamente anche da lì.
Alle botte è avvezzo, e se le prenderebbe in pace, se poi con questo lo
lasciassero mangiare. Ma proprio non vogliono che mangi. Più resiste per
dimostrare che non gl’importa delle botte, e più gli storcono il collo per
tenergli il muso lontano da quel bel cesto di insalata. E la sua ostinazione fa
ridere. Ma ci vuol tanto a comprendere che quell’insalata è lì esposta per esser
venduta a chi voglia mangiarsela? È una cosa così semplice. E, perché il cavallo
dimostra di non comprenderla, tutte quelle risa sguajate.
Bestia! non ha neppure un filo di paglia da mangiare, e vorrebbe l’insalata.
Nessuno s’immagina che una bestia, dal canto suo, può vedere in tutt’altro modo,
veramente più semplice, la cosa. Ma nulla da fare.
E il cavallo se ne va, col seguito di tutti quei monelli, i quali, dopo la bella
dimostrazione data, di sapersi pigliar le botte così in pace, chi li tiene più?
Gli fanno attorno una gazzarra d’inferno. Tanto che il cavallo a un certo punto
si ferma stordito, come per cercare il modo di farla finita. Accorre un vecchio
ad ammonire i monelli che coi cavalli non si scherza.
– Ecco, vedete?
La prova giova per un momento. I monelli riprendono a seguire il cavallo
tenendosi a distanza. Dove va?
Avanti. Senza più osare accostarsi ad altre botteghe, attraversa tutta la strada
del sobborgo in cima al colle, e dove questa comincia a discendere, disabitata
per un lungo tratto, si riferma indeciso.
È chiaro che non sa più dove andare.
Spira, in quel tratto di strada, un po’ di vento. E il cavallo alza la testa,
come a berlo, e socchiude gli occhi, forse perché vi sente l’odore dell’erba
lontana, dei campi.
Resta lì fermo a lungo, a lungo, così con gli occhi socchiusi e il ciuffo che,
ai soffi di quel vento, gli si muove lieve sulla fronte dura.
Ma non commoviamoci. Non dimentichiamo la fortuna che ha quel cavallo, come ogni
altro: la fortuna d’esser cavallo.
Se i primi monelli si sono alla fine stancati di starlo a guardare e se ne sono
andati, altri e altri in più gran numero gli fanno allegro codazzo quando sul
tardi, venendo chi sa di dove come nuovo, stranamente esaltato da una ebbra
impazienza per la fame, ecco, a testa alta, si presenta in mezzo al corso
principale del paese e si pianta lì grattando con uno zoccolo il duro
lastricato, come per dire: comando che mi si porti subito da mangiare qua, qua,
qua.
Fischi, applausi, risa, gridi d’ogni genere si levano a quel gesto imperioso; la
gente accorre, lasciando i tavolini del Caffè, le botteghe; tutti vogliono
sapere di quel cavallo – scappato – non scappato – abbandonato – finché due
guardie si fanno largo tra la ressa; l’una afferra per la criniera il cavallo e
lo trascina via, mentre l’altra impedisce ai monelli di seguirlo, ributtandoli
indietro.
Condotto fuori dell’abitato, dopo le ultime case e le fabbriche, passato il
ponte, il cavallo, che non s’è reso conto di nulla, una sola cosa avverte:
l’odore dell’erba, questa volta vicina, là sulle prode della strada oltre il
ponte, che conduce alla campagna.
Perché tra le tante disgrazie che gli possono occorrere, capitando sotto gli
uomini, un cavallo ha almeno sempre questa fortuna: che non pensa a nulla.
Nemmeno d’esser libero. Né dove o come andrà a finire. Nulla. Lo cacceranno da
per tutto? Lo butteranno a sfragellarsi in un burrone?
Ora, per il momento, mangia l’erba della proda. La sera è mite. Il cielo è
stellato. Domani sarà quel che sarà.
Non ci pensa.
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