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NOVELLE PER UN ANNO - 1937 - "UNA GIORNATA"
Pubblicata postuma nel 1937, "Una giornata" costituisce il quindicesimo
volume delle «Novelle per un anno».
Include novelle già pubblicate a
partire dal 1898. |
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10. La tartaruga (1936)
«La lettura», agosto 1936.
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Parrà strano, ma anche in America c’è
chi crede che le tartarughe portino fortuna. Da che sia nata una tale credenza,
non si sa. È certo però che loro, le tartarughe, non mostrano d’averne il minimo
sospetto.
Mister Myshkow ha un amico che ne è convintissimo. Giuoca in borsa e ogni
mattina, prima d’andare a giocare, mette la sua tartaruga davanti a uno scalino:
se la tartaruga accenna di voler salire, è sicuro che i titoli che lui vuol
giocare, saliranno; se ritira la testa e le zampe, resteranno fermi; se si volta
e fa per andarsene, lui giuoca senz’altro al ribasso. E non ha mai sbagliato.
Detto questo, entra in un negozio dove si vendono tartarughe; ne compra una e la
mette in mano a Mister Myshkow:
– Approfittàtene.
Mister Myshkow è molto sensibile: portandosi in casa la tartaruga (ih! ah!)
freme in tutta l’elastica personcina pienotta e sanguigna per brividi, che son
forse di piacere, ma anche di ribrezzo un po’. Non si cura se gli altri per via
si voltino a guardarlo con quella tartaruga in mano; lui freme al pensiero che
quella che pare una pietra inerte e fredda, non è una pietra no, è abitata
dentro da una misteriosa bestiola che da un momento all’altro può cacciar fuori,
sulla sua mano, quattro zampini biechi rasposi e una testina di vecchia monaca
rugosa. Speriamo che non lo faccia. Forse Mister Myshkow la getterebbe a terra,
raccapricciando da capo a piedi.
In casa, non si può dire che i suoi due figli, Helen e John, facciano una gran
festa alla tartaruga, appena lui la posa come un ciottolo sul tappeto del
salotto. |
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Non è credibile quanto vecchi appajano gli occhi dei due figli di Mister Myshkow
a confronto con quelli bambinissimi del padre.
I due ragazzi, su quella tartaruga posata come un ciottolo sul tappeto, fanno
cadere il peso insopportabile dei loro quattro occhi di piombo. Poi guardano il
padre con una così ferma convinzione che non potrà dar loro una spiegazione
plausibile della cosa inaudita che ha osato fare, posare una tartaruga sul
tappeto del salotto, che il povero Mister Myshkow si sente subito appassire;
apre le mani; apre le labbra a un sorriso vano e dice che, dopo tutto, quella
non è altro che un’innocua tartaruga con cui, volendo, si può anche giocare.
Da quel brav’uomo ch’è sempre stato, un po’ ragazzone, vuol darne la prova: si
butta carponi sul tappeto e cautamente, con garbo, si prova a spinger di dietro
la tartaruga per persuaderla così a cacciar fuori gli zampini e la testa e farla
muovere. Ma sì, Dio mio, non foss’altro, per rendersi conto della bella gaja
casa tutta vetri e specchi, dove lui l’ha portata. Non s’aspetta che suo figlio
John trovi d’improvviso e senza tante cerimonie un più spiccio espediente per
fare uscir la tartaruga da quello stato di pietra in cui s’ostina a restare. Con
la punta del piede John la rovescia sulla scaglia, e subito allora si vede la
bestiolina armeggiar con gli zampini e spinger col capo penosamente per tentar
di rimettersi nella sua posizione naturale.
Helen, a quella vista, senza punto alterare i suoi occhi da vecchia, sghignazza
come una carrucola di pozzo arrugginita per la caduta precipitosa d’un secchio
impazzito.
Non c’è, come si vede, da parte dei ragazzi alcun rispetto della fortuna che le
tartarughe sogliono portare. C’è al contrario la più lampante dimostrazione che
tutti e due la sopporteranno solo a patto ch’essa si presti a esser considerata
da loro come uno stupidissimo giocattolo da trattare così, con la punta del
piede. Il che a Mister Myshkow dispiace moltissimo. Guarda la tartaruga, rimessa
subito a posto da lui e ritornata al suo stato di pietra; guarda gli occhi dei
suoi ragazzi, e avverte di colpo una misteriosa relazione che lo turba
profondamente tra la vecchiaja di quegli occhi e la secolare inerzia di pietra
di quella bestia sul tappeto. È preso di sgomento per la sua inguaribile
giovanilità, in un mondo che accusa con relazioni così lontane e inopinate la
propria decrepitezza: lo sgomenta che lui, senza saperlo, sia forse rimasto ad
aspettare qualcosa che non arriverà mai più, dato che ormai sulla terra i
bambini nascono centenari come le tartarughe.
Torna ad aprire le labbra al suo vano sorriso, più smorto che mai, e non ha il
coraggio di confessare per qual ragione il suo amico gli ha regalato quella
tartaruga.
Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow. La vita per lui non è mai nulla di
preciso, né ha alcun peso di cose sapute. Gli può accadere benissimo qualche
mattina, vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare nella vasca da bagno,
di restare stranamente impressionato del suo stesso corpo, come se, in
quarantadue anni che lo ha, non l’abbia mai veduto e se lo scopra adesso per la
prima volta. Un corpo, Dio mio, non presentabile, così nudo, senza una grande
vergogna, neppure ai suoi propri occhi. Preferisce ignorarselo. Ma fa un gran
caso tuttavia del fatto che non ha mai pensato che con questo corpo, così com’è
in tante parti che nessuno di solito vede, nascoste sotto gli abiti e la
calzatura, per quarantadue anni lui s’è aggirato nella vita. Non gli par
credibile che tutta la sua vita lui l’abbia vissuta in quel suo corpo. No, no.
Chi sa dove, chi sa dove, senz’accorgersene. Forse ha sempre sorvolato, di cosa
in cosa, tra le tante che gli sono occorse fin dall’infanzia, quando certamente
il suo corpo non era questo, e chi sa come era. È davvero una pena e uno
sgomento non riuscire a spiegarsi perché il proprio corpo debba essere
necessariamente quello che è, e non un altro diverso. Meglio non pensarci. E nel
bagno, torna a sorridere del suo vano sorriso, ignorando di trovarsi già da un
pezzo nella vasca. Ah, quelle luminose tendine di mussola insaldate ai vetri
della grande finestra, e di su quelle bacchette d’ottone quel lieve grazioso
dondolìo nell’aria primaverile delle cime degli alti alberi del parco. Ora lui
si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve, pur non di meno,
convenire che la vita è bella, e tutta da godere anche in quel suo corpaccio che
intanto, chi sa come, è potuto entrare nella più segreta intimità con una donna
talmente impenetrabile qual è Mistress Myshkow, sua moglie.
Da nove anni ch’è ammogliato, lui è come avvolto e sospeso nel mistero di quella
sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.
Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto, dopo ogni passo, se
potesse darne un altro; e così alla fine ha provato sempre come un formicolìo
d’apprensione in tutto il corpo e di sbigottimento nell’anima nel trovarsi
arrivato già parecchio lontano per tutti quei passi sospesi che gli han lasciato
fare. Doveva sì o no inferire che dunque doveva farli? Così, un bel giorno,
quasi senz’esserne certo, s’era trovato marito di Mistress Myshkow.
Lei è ancora, dopo nove anni, così distaccata e isolata da tutto, dalla propria
bellezza di statuetta di porcellana e così chiusa e smaltata in un modo d’essere
così impenetrabilmente suo, che proprio pare impossibile che abbia trovato il
modo d’unirsi in matrimonio con un uomo così di carne e sanguigno come lui. Si
capisce invece benissimo come dalla loro unione siano potuti nascere quei due
figli imbozzacchiti. Forse, se Mister Myshkow avesse potuto portarli in grembo
lui, invece della moglie, non sarebbero nati così; ma dovette portarli in grembo
lei, per nove mesi ciascuno, e allora, concepiti probabilmente interi fin dal
principio e costretti a rimanere chiusi per tanto tempo in un ventre di majolica,
come confetti in una scatola, ecco, s’erano così tremendamente invecchiati prima
ancora che nascessero.
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Per tutti i nove anni di matrimonio lui naturalmente è vissuto in apprensione
continua che Mistress Myshkow trovasse in qualche sua parola impensata o gesto
inopinato il pretesto di domandare il divorzio. Il primo giorno di matrimonio
era stato per lui il più terribile perché, come si può facilmente immaginare,
c’era arrivato non ben sicuro che Mistress Myshkow sapesse che cosa lui dovesse
fare per potersi dire effettivamente suo marito. Ma poi non gli aveva lasciato
intendere in alcun modo che si ricordasse della confidenza che lui s’era presa.
Proprio come se nulla ci avesse mai messo di suo, perché lui se la potesse
prendere, e lei poi ricordare. Eppure una prima figliuola, Helen, era nata; e
poi era nato un secondo figliuolo, John. Mai niente. Senza dar segno di nulla,
se n’era andata tutt’e due le volte alla clinica e, dopo un mese e mezzo, era
rientrata in casa, la prima volta con una bambina e la seconda con un bambino,
l’uno più vecchio dell’altra. Cosa da far cadere le braccia. Divieto assoluto,
tutt’e due le volte, d’andarle a far visita alla clinica. Cosicché lui, non
essendosi potuto accorgere né la prima né la seconda volta che lei fosse incinta
e non sapendo poi nulla né delle doglie del parto né della nascita, s’era
trovati in casa quei due figli come due cagnolini comperati in viaggio, senza
nessuna vera certezza che fossero nati da lei e che fossero suoi.
Ma non ne ha il minimo dubbio Mister Myshkow, tanto che crede d’avere ormai in
quei due figli una prova antichissima e per ben due volte collaudata che
Mistress Myshkow trova nella convivenza con lui un compenso adeguato ai dolori
che il mettere al mondo due figliuoli deve costare.
Non riesce perciò a rinvenire dallo stupore allorché sua moglie, rientrando in
casa quel giorno da una visita alla madre scesa in albergo e prossima a
ripartire per l’Inghilterra, e trovandolo ancora in ginocchio sul tappeto del
salotto davanti a quella tartaruga, tra la derisione sguajatamente fredda di
quei due figli, non gli dice nulla, o meglio gli dice tutto voltando senz’altro
le spalle e ritornando immediatamente da sua madre all’albergo, da cui dopo
circa un’ora gli manda un biglietto, nel quale perentoriamente è scritto che, o
via da casa quella tartaruga, o via lei: se ne partirà, fra tre giorni con la
madre per l’Inghilterra.
Appena può rimettersi a pensare, Mister Myshkow comprende subito che quella
tartaruga non può esser altro che un pretesto. Così poco serio, via. Così facile
a levar di mezzo! Eppure, proprio per questo, forse più inovviabile che se la
moglie gli abbia posto per condizione di cangiar di corpo, e almeno di levarsi
dalla faccia il naso per sostituirlo con un altro di suo maggiore gradimento.
Ma non vuole che manchi per lui. Risponde alla moglie che ritorni pure a casa:
lui andrà a metter fuori in qualche posto la tartaruga. Non ci tiene affatto ad
averla in casa. L’ha presa perché gli hanno detto che porta fortuna; ma, agiato
com’è, e con una moglie come lei, e con due figli come i loro, che bisogno ne ha
lui? che altra fortuna avrebbe da desiderare?
Va fuori, di nuovo con la tartaruga in mano, per lasciarla in qualche posto che
alla povera bestiola scontrosa possa convenire più che la sua casa. S’è fatto
sera e lui se ne avvede soltanto ora e se ne meraviglia. Pur abituato com’è alla
vista fantasmagorica di quella sua enorme città, ha sempre occhi nuovi per
lasciarsene stupire e anche immalinconire un po’, se pensa che a tutte quelle
prodigiose costruzioni è negato di imporsi come durevoli monumenti e stan lì
come colossali e provvisorie apparenze di un’immensa fiera, con quegl’immobili
sprazzi di variopinte luminarie che danno a lungo andare una tristezza infinita,
e tant’altre cose ugualmente precarie e mutevoli.
Camminando, si dimentica d’avere in mano la tartaruga, ma poi se ne sovviene e
riflette che avrebbe fatto meglio a lasciarla nel parco vicino alla sua casa;
invece s’è diretto verso il negozio dov’essa è stata comperata, alla 49ma
Strada.
Seguita ad andare, pur essendo certo che a quell’ora troverà chiuso il negozio.
Ma si direbbe che tanto la sua tristezza quanto la sua stanchezza hanno proprio
bisogno di andare a sbatter la faccia contro una porta chiusa.
Arrivato, sta un po’ a guardare la porta del negozio chiusa effettivamente, e
poi si guarda in mano la tartaruga. Che farne? Lasciarla lì davanti? Sente
passare un tassì e lo prende. Ne scenderà a un certo punto, lasciandovi dentro
la tartaruga.
Peccato che la bestiola, così ancora rintanata nel suo guscio, non dia a vedere
d’avere molta fantasia. Sarebbe piacevole immaginare una tartaruga in viaggio di
notte per le strade di New York.
No no. Mister Myshkow se ne pente, come d’una crudeltà. Scende dal tassì. È
ormai vicina la Park Avenue, con l’interminabile fila delle ajuole nel mezzo,
dalle ringhierine a canestro. Pensa di lasciare la tartaruga in una di quelle
ajuole; ma appena ve la posa, ecco che gli salta addosso un poliziotto che è di
guardia al traffico nel crocicchio della 50ma Strada, sotto una delle
gigantesche torri del Wardolf Astoria. Quel poliziotto vuol sapere che cosa ha
posato in quell’ajuola. Una bomba? Non proprio una bomba, no. E Mister Myshkow
gli sorride per dargli a vedere che non ne sarebbe capace. Semplicemente una
tartaruga. Quello allora gl’impone di ritirarla subito. Proibito introdurre
bestie nelle ajuole. Ma quella? Quella è piuttosto una pietra che una bestia,
vuol fargli osservare Mister Myshkow; non crede che possa disturbare; e poi lui,
per gravi motivi di famiglia, ha bisogno assolutamente di disfarsene. Il
poliziotto crede che voglia prenderlo in giro e si fa brutto. Subito allora
Mister Myshkow ritira dall’ajuola la tartaruga che non s’è mossa.
– M’hanno detto che porta fortuna, – soggiunge sorridente. – Non vorreste
prenderla voi? Ve la offro.
Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di levarglisi dai piedi.
Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano, in grande
imbarazzo. Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada,
appena fuori della vista di quel poliziotto che l’ha guardato così male,
evidentemente perché non ha creduto ai gravi motivi di famiglia. Tutt’a un
tratto, si ferma al baleno di un’idea. Sì, è senza dubbio un pretesto, per la
moglie, quella tartaruga, e levato di mezzo questo, lei ne troverà subito un
altro; ma difficilmente potrà trovarne uno più ridicolo di questo e che più di
questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti. Sarebbe sciocco,
dunque, non valersene. Lì per lì decide di rientrare in casa con la tartaruga.
Trova la moglie nel salotto. Senza dirle nulla si china e le posa davanti sul
tappeto la tartaruga, là, come un ciottolo.
La moglie balza in piedi, corre in camera, gli si ripresenta col cappellino in
capo.
– Dirò al giudice che alla compagnia di vostra moglie preferite quella della
vostra tartaruga.
E se ne va.
Come se la bestiola dal tappeto l’abbia intesa, sfodera di scatto i quattro
zampini, la coda e la testa e dondolando, quasi ballando, si muove per il
salotto.
Mister Myshkow non può fare a meno di rallegrarsene, ma timidamente; batte le
mani piano piano, e gli pare, guardandola, di dover riconoscere, ma senza
esserne proprio convinto:
– La fortuna! La fortuna!
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