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NOVELLE PER UN ANNO - 1937 - "UNA GIORNATA"
Pubblicata postuma nel 1937, "Una giornata" costituisce il quindicesimo
volume delle «Novelle per un anno».
Include novelle già pubblicate a
partire dal 1898. |
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9. Il buon cuore (1937)
Pubblicata postuma in «Nuova
Antologia», 16 febbraio 1937.
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Uh poi, vendere i figliuoli: come le
piglia lei le cose! Non s’è voluto far danno a nessuno; anzi, il bene di tutti;
e se la cosa poi è andata a finir così male, creda che la colpa è soltanto del
buon cuore.
Del resto, i figliuoli, c’è anche il modo di comperarli legalmente. Quando non
si possono avere, s’adòttano. Ma questo non era un modo per il marito e la
moglie di cui vi parlo. L’adottare un figliuolo, a loro, non sarebbe servito a
niente. Il figliuolo lo dovevano fare, fare carnalmente, per via d’una grossa
eredità lasciata a questa condizione da una zia bisbetica: che se l’erede non
fosse venuto entro i dieci anni, l’eredità sarebbe andata ai trovatelli d’un
istituto detto degli Oblati. C’è di queste zie bisbetiche, agre zitellone, che
si sentono venir male al pensiero di beneficare i parenti che conoscono; e
assaporano in segreto il dispetto che faranno, mettendo nei loro testamenti le
vendette distillate o le minacce e i batticuori di certe arzigogolate
disposizioni.
Il nipote s’era accortamente premunito, scegliendosi una bella moglie
prosperosa, che gli desse garanzia di molti figliuoli. Come, la garanzia? Eh,
come! Ho capito che lei mi vorrebbe tirare a parlar sboccato. A occhio,
s’intende; stimando quanto la sposa prometteva dal seno, dai fianchi, dai bei
colori della salute e della gioventù.
Ma neanche a farlo apposta, quando si dice la disgrazia!
Il primo anno, ancora risero; il secondo meno; poi al terzo cominciarono a
impensierirsi; e più al quarto, con sorde bili e segreti rancori; finché non
proruppero, al quinto, nella sguajataggine di certi raffacci: ti vorrei far
vedere per chi manca; ringrazia Dio che sono una donna onesta e certe prove non
me le sogno nemmeno di fartele.
La donna, si sa, è sempre quella che parla di più. Cimentosa: tocca a te e non a
me. |
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Tocca? che tocca?
Per quel che toccava a lui, sfidava a trovare una donna che avesse il coraggio
di lamentarsi.
Lei non si lamentava.
E allora? Che altro voleva da lui? Per quel che lui ci doveva mettere, in cinque
anni, non uno, ma un reggimento di figli avrebbe potuto fargli.
Figurarsi dunque la gioja, che dico la gioja, il tripudio quando la moglie,
ammansita, una mattina, gli fece intendere che le pareva di aver motivo di
credersi incinta. Chi sa perché, questa confidenza le donne la fanno sempre
tenendo gli occhi bassi. Lui parve impazzito; corse a gridarlo in casa di tutti
i parenti e amici e conoscenti; per miracolo non lo gridò per le strade e non
mise le bandiere a tutte le finestre: il figlio! il figlio!
Se non che, tutt’a un tratto, quando la gravidanza già pareva perfino esagerata,
non giunta ancora neanche al quinto mese, avvenne una cosa che potrei lasciare
intendere, ma dire precisamente, no. Una di quelle disgrazie, o, a dir dei
medici, fenomeni che, rari, ma pare sogliano avvenire. Avete insomma veduto quei
bei palloni colorati che si comprano per i bambini nelle fiere, che a soffiar
nel cannellino si gonfiano e poi, a levare il dito, si sgonfiano sonando? Così,
ma senza suono. Insomma, il figlio, fatto d’aria, sfumò.
Immaginatevi quel poveretto dopo tanta allegrezza, la mortificazione di doverlo
annunziare, la prima volta. La seconda almeno se la risparmiò, perché ebbe la
prudenza di non far sapere a nessuno che la moglie credeva d’essere di nuovo
incinta. La terza... Ecco, fu per pura combinazione, per uno di quei casi non
cercati che vengono a proposito e si dicono mandati da Dio, benché a una che
faccia professione di portare al mondo dei figliuoli accadano di frequente.
– Io? Osi venir da me, ragazza mia, per queste cose? E non sai che c’è la
galera? Nascondi quanto vuoi, poi si viene a sapere, e chi ci andrebbe di mezzo,
sarei io. No, no. E poi, peccato mortale. Non te lo credevi, eh, lo so; dite
tutte così; ma è pure da aspettarselo, quando si fanno certe cose.
E ora vieni da me, perché io abbia pietà?
Era però, veramente, una di cui non si sarebbe detto che l’avesse fatto per
vizio, e nemmeno sapendo il male che si faceva; una ragazzona di diciassett’anni,
pastosa e vermiglia come una pesca, con certi occhi abbambolati, che ci s’era
trovata senza sapere come, presa alla sprovvista mentre, sì, un po’ per ridere,
faceva all’amore, alla guerriera, e non capiva bene dove alla fine, nel calore
dello scherzo, abbandonandosi, si può arrivare.
Ora, ecco, senza far male a nessuno, anzi, com’ho detto, facendo il bene di
tutti, si combinò così: che lei, la ragazza, non doveva far saper niente a
nessuno, nemmeno alla sua mamma; si sarebbe messa a servizio di una certa
signora, la quale al contrario avrebbe fatto sapere a tutti che aspettava per la
terza volta un bambino, e che questa volta sperava di portarlo a compimento,
andando per consiglio del medico a maturarlo in campagna, all’aria sana; là
nessuno le avrebbe vedute, ma con discrezione e senz’esagerare; anzi la signora,
che pareva veramente incinta, si sarebbe, occorrendo, mostrata: in modo che la
cosa venisse naturale. Sì, sono incinta, ma che c’entra? se c’è bisogno, eccomi
qua; e anche lei, la servetta, fino a tanto che la grossezza non avesse dato
nell’occhio, per quanto in campagna a queste cose non ci si bada; alla fine, al
momento del parto, i gridi dell’una sarebbero parsi quelli dell’altra, e il
bambino da un letto, appena nato, sarebbe passato all’altro, senza che lei
nemmeno lo vedesse. Tanto, non lo voleva. L’avrebbe avuto l’altra che lo
desiderava invece così ardentemente; e sarebbe stato ricco e felice, mentre con
lei, se pure fosse arrivato a nascere, chissà che disgraziato sarebbe stato,
senza padre, senza nome, senza stato, in un ospizio di trovatelli. E poter dare
per giunta, una volta tanto, a questa professione di portare al mondo i
figliuoli in certe tane di miseria, dove patiranno tutti gli stenti e anche la
fame, la soddisfazione di far cangiare almeno a uno lo stato: invece di portarlo
in un covo di spine, portarlo in un letto di rose.
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Ma era andata anche meglio di così, perché il signore, non contento d’aver
salvato dal disonore e fors’anche dal delitto la ragazza, le volle assegnare
anche una dote di venticinque mila lire, che poi i maligni, quando si riseppe
ogni cosa, dissero il prezzo del bambino, brutto spilorcio, usurajo
profittatore; venticinque mila lire per un bambino che avrebbe invece salvato a
lui una così grossa eredità; senza voler pensare che per quella ragazza, che non
voleva esser madre, quel bambino non aveva altro prezzo che quello del peccato e
del disonore; e che quella dote era pur bastata a richiamare il giovine che
aveva rovinata la ragazza e a fargliela sposare. Giovani, e con la prova già
fatta, se avessero voluti altri figliuoli, avrebbero potuto farne a piacer loro,
senza tener più conto di quel primo, che davvero non era poi da compiangere,
ricco e beato in una casa di signori.
Tutto, così, era andato liscio in porto: il matrimonio dei giovani, col
pagamento della dote già fissato in un assegno da riscuotere subito dopo il
parto; la gravidanza della signora che sembrò vera a tutti, e quella della
ragazza di cui non riuscì ad accorgersi né a sospettar nessuno; ma che paura
nera, specie negli ultimi mesi, a sentirsi, sotto certi occhi che le guardavano,
come inghiottite dalla finzione che facevano, l’una d’essere incinta, e l’altra
di non esserlo; lui, il signore, si faceva rivedere in città di tanto in tanto;
riportava ai parenti e agli amici i progressi del nascituro, attecchito per
davvero questa volta. Ma sì! figurarsi che già si moveva; gliel’aveva fatto
tastar con la mano la moglie (ed era lei, invece, la moglie, che l’aveva tastato
con la mano sul ventre della ragazza, esclamando con un tremore di gioja e di
ribrezzo insieme: – Uh, sì, davvero, già tira i calcetti! tira i calcetti!), e
poi la felice nascita del bambino, denunciata e iscritta sotto il nome dei finti
genitori: e assicurata così in tempo la grossa eredità.
Fu il buon cuore. La colpa fu proprio soltanto del buon cuore, all’ultimo
momento, allorché la signora, con tutto quel suo bel seno di cera, da tenere
esposto tra i merletti in vetrina, si trovò senza una goccia di latte da dare al
bambino affamato, mentre di là la ragazza spasimava col petto gonfio, da cui il
latte sprizzava come da due fontanelle. Si perdettero proprio per questo: per
quel latte che sprizzava e per quella boccuccia di bimbo che voleva succhiare.
Tant’è vero che avviene sempre così, che più d’ogni ingegno vale la forza della
natura. Dovevano aver pronta una bàlia in città, e subito partire col bambino,
senza nemmeno lasciarlo vedere alla ragazza; invece la signora si impietosì,
pensò che nessun’altra, meglio della madre vera, avrebbe potuto allattare il
bambino, e corse lei stessa ad attaccarglielo al petto. Tutto il male venne di
qui. Combinarono che, ritornati in città, la ragazza avrebbe figurato da bàlia;
tanto il marito già l’aveva con sé. Ma appunto, già col marito accanto, ch’era
il padre vero del bambino, la madre, che per nove mesi l’aveva portato in sé e
poi con tanto dolore partorito, ora che se lo serrava tra le braccia, attaccato
al petto suo, carne sua, sangue suo, poteva più darlo a un’altra?
Sì, c’erano i patti, c’erano tutte le ragioni in contrario, tutti falsi che ora
si sarebbero scoperti, l’eredità perduta, e la prigione, la prigione per tutti.
Ebbene, la prigione, ma il figlio no; il figlio quella madre non lo poteva più
dare a nessuno ora che se l’era attaccato al seno: era suo e non lo poteva più
dare a nessuno.
Così furono tutti imprigionati, il signore, la signora, la levatrice, il
giovine, la ragazza e per forza anche il bambino con lei. Tutti, sotto una
diversa imputazione; e sotto più imputazioni, una più grave dell’altra,
ciascuno; e alla fine, imprigionati per nulla, perché per le furie con cui la
ragazza aveva difeso il bambino contro tutti e contro il suo stesso marito, il
latte le si guastò e in carcere il bambino morì, e tutti rimasero come statue di
sale in attesa della condanna, a mani vuote.
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