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NOVELLE PER UN ANNO - 1937 - "UNA GIORNATA"
Pubblicata postuma nel 1937, "Una giornata" costituisce il quindicesimo
volume delle «Novelle per un anno».
Include novelle già pubblicate a
partire dal 1898. |
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8. La casa dell'agonia (1935)
«Corriere della Sera», 6
novembre 1935.
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Il visitatore, entrando, aveva detto
certamente il suo nome; ma la vecchia negra sbilenca venuta ad aprire la porta
come una scimmia col grembiule, o non aveva inteso o l’aveva dimenticato; sicché
da tre quarti d’ora per tutta quella casa silenziosa lui era, senza più nome,
"un signore che aspetta di là".
Di là, voleva dire nel salotto.
In casa, oltre quella negra che doveva essersi rintanata in cucina, non c’era
nessuno; e il silenzio era tanto, che un tic–tac lento di antica pendola, forse
nella sala da pranzo, s’udiva spiccato in tutte le altre stanze, come il battito
del cuore della casa; e pareva che i mobili di ciascuna stanza, anche delle più
remote, consunti ma ben curati, tutti un po’ ridicoli perché d’una foggia ormai
passata di moda, stessero ad ascoltarlo, rassicurati che nulla in quella casa
sarebbe mai avvenuto e che essi perciò sarebbero rimasti sempre così, inutili,
ad ammirarsi o a commiserarsi tra loro, o meglio anche a sonnecchiare.
Hanno una loro anima anche i mobili, specialmente i vecchi, che vien loro dai
ricordi della casa dove sono stati per tanto tempo. Basta, per accorgersene, che
un mobile nuovo sia introdotto tra essi.
Un mobile nuovo è ancora senz’anima, ma già, per il solo fatto ch’è stato scelto
e comperato, con un desiderio ansioso d’averla.
Ebbene, osservare come subito i mobili vecchi lo guardano male: lo considerano
quale un intruso pretenzioso che ancora non sa nulla e non può dir nulla; e chi
sa che illusioni intanto si fa. Loro, i mobili vecchi, non se ne fanno più
nessuna e sono perciò così tristi: sanno che col tempo i ricordi cominciano a
svanire e che con essi anche la loro anima a poco a poco si affievolirà; per cui
restano lì, scoloriti se di stoffa e, se di legno, incupiti, senza dir più nulla
nemmeno loro. |
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Se mai per disgrazia qualche ricordo persiste e non è piacevole, corrono il
rischio d’esser buttati via.
Quella vecchia poltrona, per esempio, prova un vero struggimento a vedere la
polvere che le tarme fanno venir fuori in tanti mucchietti sul piano del
tavolinetto che le sta davanti e a cui è molto affezionata. Lei sa d’esser
troppo pesante; conosce la debolezza delle sue corte cianche, specialmente delle
due di dietro; teme d’esser presa, non sia mai, per la spalliera e trascinata
fuor di posto; con quel tavolinetto davanti si sente più sicura, riparata; e non
vorrebbe che le tarme, facendogli fare una così cattiva figura con tutti quei
buffi mucchietti di polvere sul piano, lo facessero anche prendere e buttare in
soffitta.
Tutte queste osservazioni e considerazioni erano fatte dall’anonimo visitatore
dimenticato nel salotto.
Quasi assorbito dal silenzio della casa, costui, come vi aveva già perduto il
nome, così pareva vi avesse anche perduto la persona e fosse diventato anche lui
uno di quei mobili in cui s’era tanto immedesimato, intento ad ascoltare il
tic–tac lento della pendola che arrivava spiccato fin lì nel salotto attraverso
l’uscio rimasto semichiuso.
Esiguo di corpo, spariva nella grande poltrona cupa di velluto viola sulla quale
s’era messo a sedere. Spariva anche nell’abito che indossava. I braccini, le
gambine si doveva quasi cercarglieli nelle maniche e nei calzoni. Era soltanto
una testa calva, con due occhi aguzzi e due baffetti da topo.
Certo il padrone di casa non aveva più pensato all’invito che gli aveva fatto di
venirlo a trovare; e già più volte l’ometto si era domandato se aveva ancora il
diritto di star lì ad aspettarlo, trascorsa oltre ogni termine di comporto l’ora
fissata nell’invito.
Ma lui non aspettava più adesso il padrone di casa. Se anzi questo fosse
finalmente sopravvenuto, lui ne avrebbe provato dispiacere.
Lì confuso con la poltrona su cui sedeva, con una fissità spasimosa negli
occhietti aguzzi e un’angoscia di punto in punto crescente che gli toglieva il
respiro, lui aspettava un’altra cosa, terribile: un grido dalla strada: un grido
che gli annunziasse la morte di qualcuno; la morte d’un viandante qualunque che
al momento giusto, tra i tanti che andavano giù per la strada, uomini, donne,
giovani, vecchi, ragazzi, di cui gli arrivava fin lassù confuso il brusìo, si
trovasse a passare sotto la finestra di quel salotto al quinto piano.
E tutto questo, perché un grosso gatto bigio era entrato, senza nemmeno
accorgersi di lui, nel salotto per l’uscio semichiuso, e d’un balzo era montato
sul davanzale della finestra aperta.
Tra tutti gli animali il gatto è quello che fa meno rumore. Non poteva mancare
in una casa piena di tanto silenzio.
Sul rettangolo d’azzurro della finestra spiccava un vaso di gerani rossi.
L’azzurro, dapprima vivo e ardente, s’era a poco a poco soffuso di viola, come
d’un fiato d’ombra appena che vi avesse soffiato da lontano la sera che ancora
tardava a venire.
Le rondini, che vi volteggiavano a stormi, come impazzite da quell’ultima luce
del giorno, lanciavano di tratto in tratto acutissimi gridi e s’assaettavano
contro la finestra come volessero irrompere nel salotto, ma subito, arrivate al
davanzale, sguizzavano via. Non tutte. Ora una, poi un’altra, ogni volta, si
cacciavano sotto il davanzale, non si sapeva come, né perché.
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Incuriosito, prima che quel gatto fosse entrato, lui s’era appressato alla
finestra, aveva scostato un po’ il vaso di gerani e s’era sporto a guardare per
darsi una spiegazione: aveva scoperto così che una coppia di rondini aveva fatto
il nido proprio sotto il davanzale di quella finestra.
Ora la cosa terribile era questa: che nessuno dei tanti che continuamente
passavano per via, assorti nelle loro cure e nelle loro faccende, poteva andare
a pensare a un nido appeso sotto il davanzale d’una finestra al quinto piano
d’una delle tante case della via, e a un vaso di gerani esposto su quel
davanzale, e a un gatto che dava la caccia alle due rondini di quel nido. E
tanto meno poteva pensare alla gente che passava per via sotto la finestra il
gatto che ora, tutto aggruppato dietro quel vaso di cui s’era fatto riparo,
moveva appena la testa per seguire con gli occhi vani nel cielo il volo di
quegli stormi di rondini che strillavano ebbre d’aria e di luce passando davanti
la finestra, e ogni volta, al passaggio d’ogni stormo, agitava appena la punta
della coda penzoloni, pronto a ghermire con le zampe unghiute la prima delle due
rondini che avrebbe fatto per cacciarsi nel nido.
Lo sapeva lui, lui solo, che quel vaso di gerani, a un urto del gatto, sarebbe
precipitato giù dalla finestra sulla testa di qualcuno; già il vaso s’era
spostato due volte per le mosse impazienti del gatto; era ormai quasi all’orlo
del davanzale; e lui non fiatava già più dall’angoscia e aveva tutto il cranio
imperlato di grosse gocce di sudore. Gli era talmente insopportabile lo spasimo
di quell’attesa, che gli era perfino passato per la mente il pensiero diabolico
d’andar cheto e chinato, con un dito teso, alla finestra, a dar lui l’ultima
spinta a quel vaso, senza più stare ad aspettare che lo facesse il gatto. Tanto,
a un altro minimo urto, la cosa sarebbe certamente accaduta.
Non ci poteva far nulla.
Com’era stato ridotto da quel silenzio in quella casa, lui non era più nessuno.
Lui era quel silenzio stesso, misurato dal tic–tac lento della pendola. Lui era
quei mobili, testimoni muti e impassibili quassù della sciagura che sarebbe
accaduta giù nella strada e che loro non avrebbero saputa. La sapeva lui,
soltanto per combinazione. Non avrebbe più dovuto esser lì già da un pezzo.
Poteva far conto che nel salotto non ci fosse più nessuno, e che fosse già vuota
la poltrona su cui era come legato dal fascino di quella fatalità che pendeva
sul capo d’un ignoto, lì sospesa sul davanzale di quella finestra.
Era inutile che a lui toccasse quella fatalità, la naturale combinazione di quel
gatto, di quel vaso di gerani e di quel nido di rondini.
Quel vaso era lì proprio per stare esposto a quella finestra. Se lui l’avesse
levato per impedir la disgrazia, l’avrebbe impedita oggi; domani la vecchia
serva negra avrebbe rimesso il vaso al suo posto, sul davanzale: appunto perché
il davanzale, per quel vaso, era il suo posto. E il gatto, cacciato via oggi,
sarebbe ritornato domani a dar la caccia alle due rondini.
Era inevitabile.
Ecco, il vaso era stato spinto ancora più là; era già quasi un dito fuori
dell’orlo del davanzale.
Lui non poté più reggere; se ne fuggì. Precipitandosi giù per le scale, ebbe in
un baleno l’idea che sarebbe arrivato giusto in tempo a ricevere sul capo il
vaso di gerani che proprio in quell’attimo cadeva dalla finestra.
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