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7. La prova (1935)
«Corriere della Sera», 22 ottobre
1935.
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Vi parrà strano che io ora stia per
fare entrare un orso in chiesa. Vi prego di lasciarmi fare perché non sono
propriamente io. Per quanto stravagante e spregiudicato mi possa riconoscere, so
il rispetto che si deve portare a una chiesa e una simile idea non mi sarebbe
mai venuta in mente. Ma è venuta a due giovani chierici del convento di Tovel,
uno nativo di Tuenno e l’altro di Flavòn, andati in montagna a salutare i loro
parenti prima di partire missionari in Cina.
Un orso, capirete, non entra in chiesa così, per entrarci; voglio dire, come se
niente fosse. Vi entra per un vero e proprio miracolo, come l’immaginarono
questi due giovani chierici. Certo, per crederci, bisognerebbe avere né più né
meno della loro facile fede. Ma convengo che niente è più difficile ad avere che
simili cose facili. Per cui, se voi non l’avete, potete anche non crederci; e
potete anche ridere, volendo, di quest’orso che entra in chiesa perché Dio gli
ha dato incarico di mettere alla prova il coraggio dei due novelli missionari
prima della loro partenza per la Cina.
Ecco intanto l’orso davanti alla chiesa che solleva con la zampa il pesante
coltrone di cuojo alla porta. E ora, un po’ sperduto, ecco che s’introduce
nell’ombra e tra le panche in doppia fila della navata di mezzo si china a
spiare, e poi domanda con grazia alla prima beghina:
– Scusi, la sagrestia?
È un orso che Dio ha voluto far degno di un Suo incarico, e non vuole sbagliare.
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Ma anche la beghina non vuole interrompere la sua preghiera, e, stizzita, più
col cenno della mano che con la voce indica di là, senza alzare la testa né
levar gli occhi. Così non sa d’aver risposto a un orso. Altrimenti, chi sa che
strilli.
L’orso non se n’ha a male; va di là e domanda al sagrestano:
– Scusi, Dio?
Il sagrestano trasecola:
– Come, Dio?
E l’orso, stupito, apre le braccia:
– Non sta qui di casa?
Quello non sa ancor credere ai suoi occhi, tanto che esclama quasi in tono di
domanda:
– Ma tu sei orso!
– Orso, già, come mi vedi; non mi sto mica dando per altro.
– Appunto, orso vuoi parlar con Dio?
Allora l’orso non può fare a meno di guardarlo con compassione:
– Dovresti invece meravigliarti che sto parlando con te. Dio, per tua norma,
parla con le bestie meglio che con gli uomini. Ma ora dimmi se conosci due
giovani chierici che partono domani missionari in Cina.
– Li conosco. Uno è di Tuenno e l’altro di Flavòn.
– Appunto. Sai che sono andati in montagna a salutare i loro parenti e che
debbono rientrare in convento prima di sera?
– Lo so.
– E chi vuoi che m’abbia dato tutte queste informazioni se non Dio? Ora sappi
che Dio vuol sottometterli a una prova e ne ha dato incarico a me e a un
orsacchiotto amico mio (potrei dir figlio, ma non lo dico perché noi bestie non
riconosciamo più per nostri figli i nostri nati pervenuti a una certa età). Non
vorrei sbagliare. Desidererei una descrizione più precisa dei due chierici per
non fare ad altri chierici innocenti una immeritata paura.
La scena è qui rappresentata con una certa malizia che certo i due chierici,
nell’immaginarla, non ci misero; ma che Dio parli con le bestie meglio che con
gli uomini non mi pare che si possa mettere in dubbio, se si consideri che le
bestie (quando però non siano in qualche rapporto con gli uomini) sono sempre
sicure di quello che fanno, meglio che se lo sapessero; non perché sia bene, non
perché sia male (ché queste son malinconie soltanto degli uomini) ma perché
seguono obbedienti la loro natura, cioè il mezzo di cui Dio si serve per parlare
con loro. Gli uomini all’incontro petulanti e presuntuosi, per voler troppo
intendere pensando con la loro testa, alla fine non intendono più nulla; di
nulla sono mai certi; e a questi diretti e precisi rapporti di Dio con le bestie
restano del tutto estranei; dico di più, non li sospettano nemmeno.
Il fatto è che sul tramonto, tornandosene al convento, quando lasciarono il
sentiero della montagna per prendere la via che conduce alla vallata, i due
giovani chierici si videro questa via impedita da un orso e un orsacchiotto.
Era primavera avanzata; non più dunque il tempo che orsi e lupi scendono
affamati dai monti. I due giovani chierici avevano camminato finora lieti in
mezzo ai lavorati già alti che promettevano un abbondante raccolto e con la
vista rallegrata dalla freschezza di tutto quel verde nuovo che, indorato dal
sole declinante, dilagava con delizia nell’aperta vallata.
Impauriti, si fermarono. Erano, come devono essere i chierici, disarmati. Solo
quello di Tuenno aveva un rozzo bastone raccattato per strada, discendendo dalla
montagna. Inutile affrontare con esso le due bestie.
D’istinto, per prima cosa, si voltarono a guardare indietro in cerca d’aiuto o
di scampo. Ma avevano lasciato poco più sù soltanto una ragazzina che con un
frusto badava a tre porcellini.
La videro che s’era anch’essa voltata a guardare verso la vallata, ma senza il
minimo segno di spavento cantava lassù, agitando mollemente quel suo frusto. Era
chiaro che non vedeva i due orsi. I due orsi che pure erano lì bene in vista.
Come non li vedeva?
Stupiti dell’indifferenza di quella ragazzina ebbero per un attimo il dubbio
che, o quei due orsi fossero una loro allucinazione, o che lei già li conoscesse
come orsi del luogo addomesticati e innocui; perché non era in alcun modo
ammissibile che non li vedesse: quello più grosso, ritto là e fermo a guardia
della strada, enorme controluce e tutto nero, e l’altro più piccolo che si
veniva pian piano accostando dondolante su le corte zampe e che ora ecco si
metteva a girare intorno al chierico di Flavòn e a mano a mano girando
l’annusava da tutte le parti.
Il povero giovane aveva alzato le braccia come in segno di resa o per salvarsi
le mani e, non sapendo che altro fare, se lo guardava girare attorno, con tutta
l’anima sospesa. Poi, a un certo punto, lanciando uno sguardo di sfuggita al
compagno, e vedendosi pallido in lui come in uno specchio, chi sa perché, si
fece tutto rosso e gli sorrise. Fu il miracolo. Anche il compagno, senza saper
perché, gli sorrise. E subito i due orsi, alla vista di quello scambio di
sorrisi, come se a loro volta anch’essi si fossero scambiati un cenno,
senz’altro tranquillamente se n’andarono verso il fondo della vallata.
La prova per essi era fatta e il loro còmpito assolto.
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