|
Non poté seguitare; si coprì furiosamente il volto con le mani e ruppe in un
pianto stridulo, convulso, d’onta, di ribrezzo, di rabbia.
– Oh Dio, – fece Memmo. – Ma quando è stato? Chi ha potuto osare?
E allora la moglie, prima tra i singhiozzi e storcendosi le mani, poi di punto
in punto rieccitandosi vieppiù, gli narrò che la sera avanti, mentr’era a cena,
aveva sentito un gran fracasso alla porta, grida, risate, scampanellate, pugni,
pedate. La serva, accorsa, era venuta a dirle che quattro signori mezzo
ubriachi, cercavano d’una Spagnuola, di una certa pepita, e che non se ne
volevano andare e s’erano buttati a sedere sconciamente nella saletta
d’ingresso. Appena avevano veduto comparire lei, le erano saltati tutti e
quattro addosso e chi pigliandola per il ganascino, chi cingendole con un
braccio la vita, chi frugandole in petto, l’avevano pregata, scongiurata di
conceder loro una visitina alla piccola pepita. Al suo divincolarsi, alle sue
grida, ai suoi morsi, avevano risposto con risa e gesti sguajati, finché, a quel
pandemonio, non erano accorsi dai piani di sopra e di sotto tanti vicini di
casa. Scuse... chiarimenti... c’era un equivoco... mortificazione... Uno s’era
finanche inginocchiato... Ma ella non aveva voluto sentir nulla; aveva preteso
che le dessero conto e soddisfazione dell’oltraggio, e tanto aveva insistito,
che alla fine uno dei quattro, che forse era stato il meno insolente, s’era
veduto costretto a lasciare il suo biglietto da visita.
– Eccolo qua! A te, prendi! Sei ancora in maniche di camicia? Che aspetti? Non
ti muovi?
Memmo Viola aveva già bell’e capito che quello non era né il caso né il momento
di ragionare e, senza neppur dare uno sguardo di sfuggita al nome stampato in
quel biglietto da visita, ritornò al lavabo dietro il paraventino.
– Che fai?
– Finisco di lavarmi.
– A chi pensi di rivolgerti? Non andare dal Venanzi, sai! Gigi Venanzi non
accetta; puoi star sicuro che non accetta. Perderai il tempo inutilmente!
– Permetti? – disse Memmo, che aveva già riacquistato tutta la sua placidità. –
Il tempo, cara, me lo fai perdere tu, adesso. Lasciami lavare, senza tirarmi a
discutere. Non hai voluto saper d’equivoci. Scuse, non hai voluto accettarne.
Hai voluto il duello: cioè, farmi dare una sciabolata. Bene, ti servo subito. Ma
lascia ora che provveda io a garantire, come meglio posso, la mia pelle. Dici
che Gigi Venanzi non accetterà? E come lo sai?
La moglie, un po’ sconcertata alla domanda, abbassò gli occhi.
– Lo... lo suppongo...
– Ah, – fece Memmo, asciugandosi la faccia – lo supponiii... Vedrai che
accetterà! Vuoi che si tiri indietro per me, giusto per me, quando presta a
tutti i suoi uffici cavallereschi? Non passa un mese, perdio, che non si trovi
in mezzo a due o tre duelli, padrino di professione! Ma sarebbe da ridere! Che
direbbe la gente, che lo sa tanto amico mio, e tanto pratico di queste cose, se
mi rivolgessi ad altri?
La moglie, brancicando la borsetta con le dita irrequiete, dopo essersi un
tratto morsicchiato il labbro, scattò, levandosi in piedi.
– E io ti dico che non accetterà.
Memmo scoprì di tra lo sparato della camicia, nell’infilarsela, il faccione
ridente e disse, fissando acutamente la moglie:
– Me ne deve dire la ragione... E non può! Dico, non può averne, via! Lasciami,
lasciami vestire...
Vestito, domandò con un certo risolino timido:
– Scusa, hai visto per caso, entrando, se fuori della porta c’era il fiaschetto
del latte?
S’aspettava un nuovo prorompimento d’ira a quella domanda, e insaccò il capo
nelle spalle e levò le mani in atto di parare:
– Zitta, zitta... vado, corro...
E uscì insieme con la moglie, per recarsi in casa di Gigi Venanzi.
Lo trovò fortunatamente per istrada, a pochi passi dalla sua abitazione.
Scorgendogli in viso un’improvvisa alterazione di rabbioso dispetto, Memmo Viola
comprese che l’amico era uscito così presto di casa, perché si aspettava la sua
visita. Gli si parò davanti, sorridendo e gli disse:
– Cristina mi manda da te. Andiamo sù. La cosa è grave.
Gigi Venanzi gli piantò in faccia gli occhi torbidi e gli domandò:
– Che c’è?
– Oh, non facciamo storie – esclamò Memmo. – Ti leggo in faccia che lo sai.
Dunque non mi far parlare. Sono sfinito; casco a pezzi. È venuta a svegliarmi
come una furia nel meglio del sonno, e non m’ha dato neanche il tempo di
prendere un po’ di latte e caffè.
Appena risalito in casa, Gigi Venanzi si voltò come un cane idrofobo a Memmo e
gli gridò:
– Ma lo sai chi è Miglioriti?
Memmo lo guardò balordamente:
– Miglioriti? No... Che c’entra Miglioriti? Ah... è forse... aspetta! Non l’ho
neanche guardato.
Ficcò due dita nel taschino del panciotto e ne trasse, tutto gualcito, il
biglietto da visita che gli aveva dato la moglie:
– Ah, già... Miglioriti – disse, leggendo. – ALDO MIGLIORITI DEI MARCHESI DI SAN
FILIPPO. Il nome non m’arriva nuovo... Chi è?
– Chi è? – ripeté col sangue agli occhi Gigi Venanzi. – La prima lama tra i
dilettanti di Roma!
– Ah, sì? – fece Memmo Viola. – Tira bene? Di spada?
– Di spada e di sciabola!
– Mi fa piacere. Ma è pure un gran mascalzone, va’ là! Quello che ha fatto...
Gigi Venanzi gli saltò addosso quasi con la stessa furia, con cui poc’anzi gli
era saltata addosso la moglie.
– Ma se ha domandato scusa! Ma se è stato un equivoco!
Memmo Viola, allora lo guardò, ammiccando con la coda dell’occhio, timido e
furbo a un tempo, e domandò, quasi fuor fuori:
– C’eri?
Il volto di Gigi Venanzi si scompose, come in uno smarrimento di vertigine: –
Come? dove? – balbettò.
Memmo Viola, come se nulla fosse, ritrasse sorridendo il suo amico dal
precipizio, a cui con quella lieve, breve domanda s’era divertito a spingerlo, e
riprese:
– Ah... già... sì... tu hai saputo. Era anche ubriaco, mezzo ubriaco, sì... Ma
che vuoi farci? Caro mio, Cristina non vuole scuse! tanto ha detto, tanto ha
fatto, che lo ha costretto a lasciare il suo biglietto da visita, in presenza di
tanti testimoni. Ora bisogna che qualcuno lo raccolga, questo biglietto. Il
marito sono io, e tocca a me. Ma da che ci siamo, ohè, Gigi, bisogna far le cose
sul serio. L’oltraggio è stato grave, e gravi debbono essere le condizioni.
Gigi Venanzi lo guardò stordito; poi, in un nuovo impeto di rabbia gli gridò:
– Ma se tu non sai neanche tenere la spada in mano!
– Alla pistola, – disse Memmo placidamente.
– Ma che pistola d’Egitto! – si scrollò Gigi Venanzi. – Quello imbrocca un soldo
incastrato in un albero a venti passi di distanza!
– Ah sì? – ripeté Memmo. – E allora, prima alla pistola, e poi alla spada. Me,
vedrai che non m’imbrocca di certo.
Gigi Venanzi si mise ad andare sù e giù, sù e giù per la stanza; poi facendo
animo risoluto:
– Senti, Memmo: io non posso accettare.
– Che? – fece subito Memmo, afferrandogli un braccio. – Non facciamo scherzi,
Gigi, e non perdiamo tempo! Tu non puoi tirarti indietro, come non posso tirarmi
indietro io. Tu farai la tua parte, com’io faccio la mia. Pensa al secondo
testimonio, e sbrìgati.
– Ma vuoi che ti porti al macello? – gli gridò Gigi Venanzi al colmo
dell’esasperazione.
– Uh, – sorrise Memmo. – Non esageriamo... Del resto, caro mio, tutte
sciocchezze. Inutile parlarne! Cristina vuole lavato l’oltraggio, e non se
n’esce. Perderei la libertà; e invece, con questa occasione, io me la voglio
guadagnare intera. Vedrai che ci riuscirò. Va’, va’; pensa a tutto, tu che te
n’intendi. Io ti aspetto a casa. Sto leggendo un bel libro sai? su i Massimi
Problemi. Tu non ci hai mai pensato; ma il problema dell’oltretomba è
formidabile, Gigi! No, scusa, scusa... perché... senti questo: l’Essere, caro
mio, per uscire dalla sua astrazione e determinarsi ha bisogno dell’Accadere. E
che vuol dire questo? dammi una sigaretta. Vuol dire che... – grazie – vuol dire
che l’Accadere, poiché l’Essere è eterno, sarà eterno anch’esso. Ora un accadere
eterno, cioè senza fine, vuol dire anche senza UN fine, capisci? un accadere che
non conclude, dunque, che non può concludere, che non concluderà mai nulla. È
una bella consolazione. Dammi un fiammifero. Tutti i dolori, tutte le fatiche,
tutte le lotte, le imprese, le scoperte, le invenzioni...
– Sai? – disse Gigi Venanzi, che non aveva udito nulla di tutta quella tiritera.
– Forse Nino Spiga...
– Ma sì, Nino Spiga o un altro, prendi chi ti pare, – gli rispose Memmo. – E per
il medico, sceglilo tu, caro, di tua fiducia. Oh, se hai bisogno... E accennò di
prendere il portafogli. Gigi Venanzi gli arrestò la mano.
– Poi... poi...
– Perché ho sentito dire, – concluse Memmo – che per farsi bucare con tutte le
regole cavalleresche ci vogliono dei bei quattrini. Basta, poi mi farai il
conto. Addio, eh? Mi trovi in casa.
Lo trovò in casa, difatti, Gigi Venanzi, quella sera, ma sotto un aspetto che
non si sarebbe mai immaginato.
Memmo Viola litigava con la vecchia serva a cui mancavano tre soldi nel conto
della spesa. E le diceva:
– Cara mia, se tu mi metti nel conto: RUBATI, SOLDI 8, O SOLDI 10, io tiro
pacificamente la somma, e non ne parlo più. Ma questi tre soldi, così, non te
l’abbono. Vorrei sapere che gusto ci provi, tentare di pigliare in giro uno come
me, che ha capito così bene il giuoco... Parlo bene, Gigi?
Costernatissimo, esasperato, stanco morto, Gigi Venanzi stava a mirarlo con
tanto d’occhi. La calma di quell’uomo, alla vigilia di battersi alla spada,
nientemeno che con Aldo Miglioriti, era stupefacente. E il suo stupore crebbe,
quando, enunciategli le condizioni gravissime del duello, volute e imposte anche
dal Miglioriti, vide che quella calma non s’alterava per niente.
– Hai capito? – gli domandò.
– Eh, – fece Memmo. – Come no? Domattina alle sette. Ho capito. Va benissimo.
– Io sarò qui, bada, alle sei e un quarto. Basterà, – avvertì il Venanzi. – Con
l’automobile si farà presto. Ho preso per medico Nofri. Non andar tardi a letto,
e procura di dormire, eh?
– Sta’ tranquillo, – disse Memmo. – Dormirò.
E tenne la parola. Alle sei e un quarto, quando venne Gigi Venanzi a bussare
alla porta, dormiva ancora profondissimamente. Venanzi bussò, due, tre, quattro
volte; alla fine Memmo Viola, nelle stesse condizioni in cui la mattina avanti
era andato ad aprire alla moglie, cioè in camicia e con le brache in mano, venne
ad aprire all’amico.
Venanzi, a quell’apparizione, restò di sasso.
– Ancora così?
Memmo finse una grande meraviglia.
– E perché? – gli domandò.
– Ma come? – inveì Gigi Venanzi. – Tu ti devi battere! Ci sono giù Spiga e Nofri...
Che scherzo è questo?
– Scherzo? Mi devo battere? – rispose placidissimamente Memmo Viola. – Ma
scherzerai tu, caro! Io ti ho detto che a me tocca di far la parte mia, e a te
la tua. Sono il marito e ho sfidato; ma quanto a battermi, abbi pazienza, non
tocca più a me, caro Gigi, da un pezzo: tocca a te... Siamo giusti!
Gigi Venanzi si sentì sprofondare la terra sotto i piedi, seccare il sangue
nelle vene; vide giallo, vide rosso; afferrò Memmo per il petto, gli scagliò,
gli sputò in faccia le ingiurie più sanguinose; Memmo lo lasciò fare, ridendo.
Solo, a un certo punto, gli disse:
– Bada, Gigi, che non fai più a tempo, se devi trovarti sul terreno alle sette.
Ti conviene esser puntuale.
Dall’alto della scala, poi, reggendosi ancora le brache con la mano, gli augurò:
– In bocca al lupo, caro, in bocca al lupo!
Inizio
pagina
 |