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NOVELLE PER UN ANNO - 1937 - "UNA GIORNATA"
Pubblicata postuma nel 1937, "Una giornata" costituisce il quindicesimo
volume delle «Novelle per un anno».
Include novelle già pubblicate a
partire dal 1898. |
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4.
Vittoria delle formiche (1936)
«La lettura», febbraio 1936.
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Una cosa per sè forse ridicola ma,
agli effetti, terribile: una casa invasa tutta dalle formiche. E questo pensiero
folle: che il vento si fosse alleato con esse. Il vento con le formiche.
Alleato, con quella sconsideratezza che gli è propria, da non potersi
nell’impeto fermare neppure un minuto per riflettere a quello che fa. Detto
fatto, a raffica, s’era levato giusto sul punto che lui prendeva la decisione di
dar fuoco al formicajo davanti la porta. E detto fatto, la casa, tutta in
fiamme. Come se per liberarla dalle formiche lui non avesse trovato altro
espediente che il fuoco: incendiarla.
Ma prima di venire a questo punto decisivo sarà bene ricordarsi di molte cose
precedenti che possono spiegare in qualche modo sia come le formiche avevano
potuto invadere fino a tanto la casa e sia come poté nascere a lui il pensiero
stravagante di quest’alleanza tra le formiche e il vento.
Ridotto alla fame, da agiato come il padre l’aveva lasciato morendo, abbandonato
dalla moglie e dai figli che s’erano acconciati a vivere per conto loro alla
meglio, liberati alla fine dalle sue soperchierie che si potevano qualificare in
tanti modi, ma sopra tutto incongruenti; lui che al contrario si credeva loro
vittima per troppa remissione e non corrisposto mai da nessuno di loro nei suoi
gusti pacifici e nelle sue vedute giudiziose; viveva solo, in un palmo di terra
che gli era restato di tutti i beni che prima possedeva, case e poderi; un palmo
di terra bonificata, sotto il paese, sul ciglio della vallata, con una
catapecchia di appena tre stanze, dove prima abitava il contadino che aveva in
affitto la terra.
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Ora ci abitava lui, il signore ridotto peggio del più
miserabile contadino; vestito ancora d’un abito da signore che addosso a lui
appariva orribilmente più strappato e unto che addosso a un mendicante che
l’avesse avuto in elemosina. Pur tuttavia quella sua signorile spaventosa
miseria pareva a volte quasi allegra, come certe toppe di colore che i poveri
portano sui loro abiti e quasi fanno loro da bandiera. Nella lunga faccia
smorta, negli occhi pesti ma vivi, aveva un che di gajo che s’accordava coi
ricci svolazzanti del capo, mezzi grigi e mezzi rossi; e certi ilari guizzi
negli occhi, subito spenti al pensiero che, scorti per caso da qualcuno, lo
facessero creder pazzo. Capiva lui stesso ch’era molto facile che gli altri si
facessero di lui un tal concetto. Ma era proprio contento di farsi ormai tutto
da sé come piaceva a lui; e assaporava con gusto infinito quel poco e quasi
niente che poteva offrirgli la povertà. Non aveva nemmeno tanto da accendere il
fuoco tutti i giorni per cucinarsi una minestra di fave o di lenticchie. Gli
sarebbe piaciuto, perché nessuno sapeva cucinarla meglio di lui, dosandovi con
tanta arte il sale e il pepe e mescolandovi certe verdure appropriate che,
durante la cottura, solo a odorarla la minestra inebriava; e poi, a mangiarla,
un miele. Ma sapeva anche farne a meno. Gli bastava, la sera, uscir fuori a due
passi dalla porta, cogliere nell’orto un pomodoro, una cipolla per companatico
alla solida pagnotta che con meticolosa cura affettava con un coltellino e con
due dita, pezzetto per pezzetto, si portava alla bocca come un boccone
prelibato.
Aveva scoperto questa nuova ricchezza, nell’esperienza che può bastar così poco
per vivere; e sani e senza pensieri; con tutto il mondo per sé, da che non si ha
più casa né famiglia né cure né affari; sporchi, stracciati, sia pure, ma in
pace; seduti, di notte, al lume delle stelle, sulla soglia d’una catapecchia; e
se s’accosta un cane, anch’esso sperduto, farselo accucciare accanto e
carezzarlo sulla testa: un uomo e un cane, soli sulla terra, sotto le stelle.
Ma senza pensieri, non era vero. Buttato poco dopo su un pagliericcio per terra
come una bestia, invece di dormire si metteva a mangiare le unghie e, senza
badarci, a strapparsi coi denti fino al sangue le pipite delle dita, che poi gli
bruciavano gonfie e suppurate per parecchi giorni. Ruminava tutto ciò che
avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per salvare i suoi beni; e si torceva
dalla rabbia o mugolava per il rimorso, come se la sua rovina fosse accaduta
jeri, come se jeri avesse finto di non accorgersi che sarebbe accaduta tra poco
e che ormai non era più rimediabile. Non ci poteva credere! Uno dopo l’altro
s’era lasciati portar via dagli usuraj i poderi, e una dopo l’altra le case, per
poter disporre d’un po’ di danaro di nascosto dalla moglie, per pagarsi qualche
piccola passeggera distrazione (veramente, non piccola né passeggera; era
inutile che cercasse adesso attenuazioni; doveva rotondamente confessarsi che
aveva vissuto di nascosto per anni come un vero porco, ecco, così doveva dire:
come un vero porco; donne, vino, giuoco) e gli era bastato che la moglie non si
fosse ancora accorta di nulla, per seguitare a vivere come se neppur lui sapesse
nulla della rovina imminente; e sfogava intanto le bili e le smanie segrete sul
figlio innocente che studiava il latino. Sissignori. Incredibile: s’era messo a
ristudiare il latino anche lui, per sorvegliare e ajutare il figlio; come se non
avesse altro da fare e fosse davvero un’attenzione e una cura, questa sua, che
potesse compensare il disastro che intanto preparava a tutta la famiglia. Questo
disastro, per la sua segreta esasperazione, era lo stesso di quello a cui andava
incontro il figlio se non riusciva a comprendere il valore dell’ablativo
assoluto o della forma avversativa; e s’accaniva a spiegarglielo, e tutta la
casa tremava dalle sue grida e dalle sue furie per l’imbalordimento di quel
povero ragazzo, che piano piano forse lo avrebbe alla fine compreso da sé. Con
che occhi lo aveva guardato una volta, dopo uno schiaffo! Nell’impeto del
rimorso, ripensando a quello sguardo del suo ragazzo, si sgraffiava ora la
faccia con le dita artigliate e s’ingiuriava: porco, porco, bruto: prendersela
così con un innocente!
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Lasciava il pagliericcio; rinunziava a dormire; tornava a sedere sulla soglia
della catapecchia; e lì il silenzio smemorato della campagna immersa nella
notte, a poco a poco, lo placava. Il silenzio, non che turbato, pareva
accresciuto dal remoto scampanellìo dei grilli che veniva dal fondo della grande
vallata. Era già nella campagna la malinconia della stagione declinante; e lui
amava le prime giornate umide velate, quando cominciano a cadere quelle
pioggerelle leggere, che gli davano, chi sa perché, una vaga nostalgia
dell’infanzia lontana, quelle prime sensazioni meste e pur dolci che fanno
affezionare alla terra, al suo odore. La commozione gli gonfiava il petto;
l’angoscia gli serrava la gola, e si metteva a piangere. Era destino che lui
dovesse finire in campagna. Ma non s’aspettava così veramente.
Non avendo né la forza né i mezzi di coltivare da sé quel po’ di terra, che
fruttava appena tanto da pagar la tassa fondiaria di cui era gravata, l’aveva
ceduta al contadino che aveva in affitto il podere accanto, a condizione che
pagasse lui quella tassa e che gli desse soltanto da mangiare: poco, quasi per
elemosina, di quel che produceva la terra stessa: pane e verdura, e da farsi, se
gli andava, una minestra ogni tanto.
Stabilito quest’accordo, aveva preso a considerare tutto quello che si vedeva
attorno, mandorli, olivi, grano, ortaglie, come cose che non appartenessero più
a lui. Sua era soltanto la catapecchia; ma se si metteva a guardarla come la sua
unica proprietà, non poteva fare a meno di sorriderne col più amaro dileggio.
Già l’avevano invasa le formiche. Finora s’era divertito a vederle scorrere in
processioni infinite su per le pareti delle stanze. Erano tante e tante, che a
volte pareva che le pareti tremolassero tutte. Ma più gli piaceva vederle andare
in tutti i sensi da padrone sui buffi mobili signorili di quella ch’era stata un
tempo la sua casa in città, relitti del naufragio della sua famiglia, ammassati
lì alla rinfusa e tutti con un dito di polvere sopra. Nell’ozio, per distrarsi,
s’era messo anche a studiarle, quelle formiche, per ore e ore.
Erano formiche piccolissime e della più lieve esilità, fievoli e rosee, che un
soffio ne poteva portar via più di cento; ma subito cento altre ne
sopravvenivano da tutte le parti; e il da fare che si davano; l’ordine nella
fretta; queste squadre qua, quest’altre là; viavai senza requie; s’intoppavano,
deviavano per un tratto, ma poi ritrovavano la strada, e certo s’intendevano e
consultavano tra loro.
Non gli era parso ancora, però, forse per quella loro esilità e piccolezza, che
potessero essere temibili, che volessero proprio impadronirsi della casa e di
lui stesso e non lasciarlo più vivere. Pur le aveva trovate da per tutto, in
tutti i cassetti; le aveva vedute venir fuori donde meno se le sarebbe
aspettate; se l’era trovate anche in bocca talvolta, mangiando qualche pezzo di
pane lasciato per un momento sulla tavola o altrove. L’idea che se ne dovesse
seriamente difendere, che le dovesse seriamente combattere, non gli era ancora
venuta. Gli venne tutt’a un tratto una mattina, forse per l’animo in cui era,
dopo una nottataccia più nera delle altre.
S’era levata la giacca per portar dentro la catapecchia alcuni covoni, una
ventina, che dopo la mietitura il contadino non aveva ancora trasportato nel suo
podere di là e aveva lasciato qua all’aperto. Il cielo, durante la notte, s’era
incavernato, e la pioggia pareva imminente. Abituato a non far mai nulla, per
quella fatica insolita e per quella sciocca previdenza, che poi del resto non
spettava neanche a lui perché quei covoni di grano appartenevano come tutto il
resto al contadino, s’era tanto stancato, che quando fu per trovar posto dentro
la catapecchia, già tutta stipata, all’ultimo covone, non ne poté più, lasciò
quel covone davanti la porta, e sedette per riposarsi un po’.
A capo chino, con le braccia appoggiate alle gambe discoste, lasciò penzolare
tra esse le mani. E ad un certo punto ecco che si vide uscire dalle maniche
della camicia su quelle mani penzoloni le formiche, le formiche che dunque sotto
la camicia gli passeggiavano sul corpo come a casa loro. Ah, perciò forse la
notte lui non poteva più dormire e tutti i pensieri e i rimorsi lo riassalivano.
S’infuriò e decise lì per lì di sterminarle. Il formicajo era a due passi dalla
porta. Dargli fuoco.
Come non pensò al vento? Oh bella. Non ci pensò perché il vento non c’era, non
c’era. L’aria era immota; in attesa della pioggia che pendeva sulla campagna, in
quel silenzio sospeso che precede la caduta delle prime grosse gocce. Non
crollava foglia. La raffica si levò d’improvviso a tradimento, appena lui accese
il fascetto di paglia raccolta per terra; lo teneva in mano come una torcia;
nell’abbassarlo per dar fuoco al formicajo, la raffica, investendolo, portò le
faville a quel covone rimasto davanti la porta, e subito il covone avvampando
appiccò il fuoco agli altri covoni riparati dentro la casa, dove l’incendio d’un
tratto divampò crepitando e riempiendo tutto di fumo. Come un pazzo, urlando con
le braccia levate, lui si cacciò dentro alla fornace, forse sperando di
spegnerla.
Quando dalla gente accorsa fu tratto fuori, fu uno spavento vederlo tutto
orribilmente arso e non ancor morto, anzi furiosamente esaltato, annaspante con
le braccia, le fiamme addosso, sugli abiti e nei ricci svolazzanti sul capo.
Morì poche ore dopo all’ospedale, dove fu trasportato. Nel delirio, sparlava del
vento, del vento e delle formiche.
– Alleanza... alleanza...
Ma già lo sapevano pazzo. E quella sua fine, sì, fu commiserata, ma pur con un
certo sorriso sulle labbra.
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