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NOVELLE PER UN ANNO - 1937 - "UNA GIORNATA"
Pubblicata postuma nel 1937, "Una giornata" costituisce il quindicesimo
volume delle «Novelle per un anno».
Include novelle già pubblicate a
partire dal 1898. |
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3. Visita (1936)
«Corriere della Sera», 16
giugno 1936.
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Cento volte gli avrò detto di non
introdurmi gente in casa senza preavviso. Una signora, bella scusa:
– T’ha detto Wheil?
– Vàil, sissignore, così.
– La signora Wheil è morta jeri a Firenze.
– Dice che ha da ricordarle una cosa.
(Ora non so più se io abbia sognato o se sia davvero avvenuto questo scambio di
parole tra me e il mio cameriere. Gente in casa senza preavviso me n’ha
introdotta tanta; ma che ora m’abbia fatto entrare anche una morta non mi par
credibile. Tanto più che in sogno io poi l’ho vista, la signora Wheil, ancora
così giovane e bella. Dopo aver letto nel giornale, appena svegliato, la notizia
della sua morte a Firenze, ricordo infatti d’aver ripreso a dormire, e l’ho
vista in sogno tutta confusa e sorridente per la disperazione di non saper più
come fare a ripararsi, avvolta com’era in una nuvola bianca di primavera che
s’andava a mano a mano diradando fino a lasciar trasparire la rosea nudità di
tutto il corpo di lei, e proprio là dove più il pudore voleva ch’esso rimanesse
nascosto; tirava con la mano; ma come si fa a tirare un vano lembo di nuvola?) |
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Il mio studio è tra i giardini. Cinque grandi finestre, tre da una parte e due
dall’altra; quelle, più larghe, ad arco; queste, a usciale, sul lago di sole
d’un magnifico terrazzo a mezzogiorno; e a tutt’e cinque, un palpito continuo di
tende azzurre di seta. Ma l’aria dentro è verde per il riflesso degli alberi che
vi sorgono davanti.
Con la spalliera volta contro la finestra che sta nel mezzo è un gran divano di
stoffa anch’essa verde ma chiara, marina; e tra tanto verde e tanto azzurro e
tanta aria e tanta luce, abbandonarvisi, stavo per dire immergervisi, è
veramente una delizia.
Ho ancora in mano, entrando, il giornale che reca la notizia della morte della
signora Wheil, jeri, a Firenze. Non posso avere il minimo dubbio d’averla letta:
è qua stampata; ma è anche qua seduta sul divano ad aspettarmi la bella signora
Anna Wheil, proprio lei. Può darsi che non sia vera, questo sì. Non me ne
stupirei affatto, avvezzo come sono da tempo a simili apparizioni. O se no, c’è
poco da scegliere, sta tra due, non sarà vera la notizia della sua morte
stampata in questo giornale.
È qua vestita come tre anni fa d’un bianco abito estivo d’organdis, semplice e
quasi infantile, sebbene ampiamente aperto sul petto. (Ecco la nuvola del sogno,
ho capito). In capo, un gran cappello di paglia annodato da larghi nastri di
seta nera. E tiene gli occhi un po’ socchiusi a difesa dalla luce abbagliante
dei due finestroni dirimpetto; ma poi, è strano, espone invece a questa luce,
reclinando il capo indietro con intenzione, la meravigliosa dolcezza della gola,
come le sorge dal caldo trasognato candore del petto e sù dall’attaccatura del
collo fino al purissimo arco del mento.
Quest’atteggiamento senza dubbio voluto m’apre tutt’a un tratto la mente: ciò
che la bella signora Anna Wheil ha da ricordarmi è tutto lì, nella dolcezza di
quella gola, nel candore di quel petto; e tutto in un attimo solo, ma quando un
attimo si fa eterno e abolisce ogni cosa, anche la morte, come la vita, in una
sospensione d’ebbrezza divina, in cui dal mistero balzano d’improvviso
illuminate e precise le cose essenziali, una volta per sempre.
La conosco appena (morta, dovrei dire: "la conoscevo appena", ma lei è qua ora
come nell’assoluto d’un eterno presente, e posso dir dunque: la conosco appena),
l’ho veduta una volta sola in una riunione festiva nel giardino d’una villa di
comuni amici, a cui lei è venuta con quest’abito bianco d’organdis.
In quel giardino, quella mattina, le donne più giovani e più belle avevano
quell’ardore sfavillante che nasce in ogni donna dalla gioja di sentirsi
desiderata. S’eran lasciate prendere nel ballo e, sorridendo, ad accendere di
più quel desiderio, avevan guardato sulle labbra così d’accosto l’uomo da
sfidarlo irresistibilmente al bacio. Ma di primavera, momenti di rapimento, col
tepore del primo sole che inebria, quando nell’aria molle è pure un vago
fermento di sottili profumi e lo splendore del verde nuovo, che dilaga nei
prati, brilla con vivacità così eccitante in tutti gli alberi intorno; strani
fili di suono luminosi avviluppano; improvvisi scoppi di luce stordiscono; lampi
di fughe, felici invasioni di vertigini; e la dolcezza della vita non par più
vera, tanto è fatta di tutto e di niente; né vero più, né da tenerne più conto,
ricordando poi nell’ombra, quando quel sole è spento, tutto ciò che s’è fatto e
s’è detto. Sì, m’ha baciata. Sì, gliel’ho promesso. Ma un bacio appena sui
capelli, ballando. Una promessa così per ridere. Dirò che non l’ho avvertito.
Gli domanderò se non è matto a pretendere ch’io ora mantenga sul serio.
Si poteva esser certi che nulla di tutto questo era accaduto alla bella signora
Anna Wheil, la cui piacenza sembrava a tutti così aliena e placida che nessuna
bramosia carnale avrebbe osato sorgere davanti a lei. Io però avrei giurato che
per quel rispetto che tutti le portavano lei avesse negli occhi un brillìo di
riso ambiguo e pungente, non perché sentisse in segreto di non meritarselo, ma
anzi al contrario perché nessuno mostrava di desiderarla come donna a causa di
quel rispetto che pur le si doveva portare. Era forse invidia o gelosia, o forse
sdegno o malinconica ironia; poteva anche essere tutte queste cose messe
insieme.
Me ne potei accorgere in un momento, dopo averla seguita a lungo con gli occhi
nei balli e nei giuochi a cui anche lei aveva preso parte; in ultimo anche nelle
corse pazze che, forse per offrirsi uno sfogo, aveva fatte sui prati coi
bambini. La padrona di casa, con cui mi trovavo, mi volle presentare a lei
mentre era ancor china a rassettare le testoline scapigliate e le vesti in
disordine a quei bambini. Nel rizzarsi d’improvviso per rispondere alla
presentazione, la signora Anna Wheil non pensò di rassettarsi anche lei sul
petto l’ampia scollatura di quel suo abito d’organdis; sicché io non potei fare
a meno d’intravedere del suo seno forse più di quanto onestamente avrei dovuto.
Fu solo un attimo. Subito portò la mano per ripararselo. Ma dal modo con cui, in
quell’atto che volle parer furtivo, mi guardò, compresi che della mia
involontaria e quasi inevitabile indiscrezione non s’era per nulla dispiaciuta.
Quel brio di luce che aveva negli occhi sfavillò anzi diversamente da prima,
sfavillò d’un estro quasi folle di riconoscenza, perché nei miei occhi rideva
senz’alcun rispetto una gratitudine così pura di quel che avevo intravisto che
ogni senso di concupiscenza restava escluso e solo si appalesava lampante il
pregio supremo che io attribuivo alla gioja che l’amore d’una donna come lei,
bella tutta come lei, coi tesori d’una divina nudità con così pudica fretta
ricoperta, poteva dare a un uomo che avesse saputo meritarselo.
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Questo le dissero chiaramente i miei occhi, splendenti ancora di quel baleno
d’ammirazione; e questo fece subito che io diventassi per lei il solo Uomo,
veramente uomo, tra tutti quelli che erano in quel giardino; nello stesso tempo
che lei m’appariva tra tutte le altre la sola Donna, veramente donna. E non ci
potemmo più separare per tutto il tempo che durò quella riunione. Ma oltre
questa tacita intesa, durata un attimo, per sempre, non ci fu altro tra noi.
Nessuno scambio di parole, fuori delle comuni e usuali, sulla bellezza di quel
giardino, sulla giocondità di quella festa e la graziosa ospitalità dei nostri
comuni amici. Ma, pur parlando così di cose aliene o casuali, le rimase negli
occhi, felice, quel brillìo di riso che pareva rampollasse come un’acqua viva
dal profondo segreto di quella nostra intesa e se ne beasse senza badare ai
sassi e alle erbe tra cui ora scorreva. E un sasso fu anche il marito in cui
c’imbattemmo poco dopo allo svoltare d’un viale.
Me lo presentò. Alzai un istante gli occhi a guardarla negli occhi. Un battito
appena di ciglia velò quel brio di luce, e solo con esso la bella signora mi
confidò che lui, quel bravo uomo del marito, non s’era mai neppur sognato di
comprendere ciò che avevo compreso io in un attimo solo; e che questo non era da
ridere, no; era anzi la sua mortale afflizione, perché una donna come lei certo
non sarebbe stata mai d’altro uomo. Ma non importava. Bastava che uno almeno lo
avesse compreso.
No, no, io non dovevo più, neppur senza volerlo, seguitando ora ad andare e a
parlare noi due soli, non dovevo più posarle gli occhi sul seno e obbligar la
sua mano ad accertarsi di furto ch’io non potessi più essere indiscreto; sarebbe
stato ormai peccaminoso, per me insistere, e per lei tornare a compiacersene.
C’eravamo già intesi. Doveva bastare. Non si trattava più di noi due; non era
più da cercare né di sapere e neppur d’intravedere com’era lei, ch’era tutta
bella, sì, come lei sola si conosceva; ci sarebbe stato allora da considerare
tant’altre cose che riguardavano me: questa sopra tutto: che avrei dovuto avere
per lei, a dir poco, vent’anni di meno: una gran malinconia di inutili
rimpianti; no, no; una cosa bella, da riempirci della più pura gioja tra tanto
splendore di sole e tanto riso di primavera, s’era rivelata a noi: questa cosa
essenziale che è sulla terra, con tutto il nudo candore delle sue carni, in
mezzo al verde d’un paradiso terrestre, il corpo della donna, concesso da Dio
all’uomo come premio supremo di tutte le sue pene, di tutte le sue ansie, di
tutte le sue fatiche.
– Se dovessimo pensare a te e a me...
Mi voltai. Come! Mi dava del tu? Ma la bella signora Anna Wheil era sparita.
Me la ritrovo ora qua accanto, in quest’aria verde, in questa luce del mio
studio, vestita come tre anni fa del suo abito bianco d’organdis.
– Il mio seno, se sapessi! Ne sono morta. Me lo hanno reciso. Un male atroce ne
fece scempio due volte. La prima, un anno appena dopo che tu, di qua, ricordi?
me lo intravedesti. Ora posso allargare con tutt’e due le mani la scollatura e
mostrartelo tutto, com’era, guardalo! guardalo! ora che non sono più.
Guardo; ma sul divano è solo il bianco del giornale aperto.
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