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Il fatto (se vero) che qualcuno ride non dovrebbe far tanta impressione, mi
sembra, se tutti sono in quest’animo. Ma altro che impressione! Suscita un
fierissimo sdegno, e proprio perché tutti sono in quest’animo: sdegno come per
un’offesa personale, che si possa avere il coraggio di ridere apertamente.
L’incubo grava così insopportabile su tutti, appunto perché a nessuno par lecito
ridere. Se uno si mette a ridere e gli altri seguono l’esempio, se tutto
quest’incubo frana d’improvviso in una risata generale, addio ogni cosa! Bisogna
che in tanta incertezza e sospensione d’animi si creda e si senta che la
riunione di questa sera è molto seria.
Ma c’è poi veramente questo qualcuno che seguita a ridere, nonostante la voce
che serpeggia ormai da un pezzo in mezzo alla riunione? Chi è? Dov’è? Bisogna
dargli la caccia, afferrarlo per il petto, sbatterlo al muro, e, tutti coi pugni
protesi, domandargli perché ride e di chi ride. Pare che non sia uno solo. Ah
sì, più d’uno? Dicono che sono almeno tre. Ma come, di concerto, o ciascuno per
sé? Pare di concerto tutt’e tre. Ah sì? venuti dunque col deliberato proposito
di ridere? Pare.
È stata prima notata una ragazzona, vestita di bianco, tutta rossa in viso,
prosperosa, un po’ goffa, che si buttava via dalle risa in un angolo della sala
di là. Non ci s’è fatto caso in principio, sia perché donna, sia per l’età. Ha
solo urtato il suono inatteso della risata e alcuni si sono voltati come per una
sconvenienza, diciamo pure impertinenza, tracotanza là, se si vuole, ma
perdonabile, via: un riso da bambina, del resto subito troncato, vedendosi
osservata. Scappata via da quell’angolo, curva, comprimendosi, con tutte e due
le mani sulla bocca, ha fatto senso – questo sì – udirla ancora ridere di là, in
un prorompimento convulso, forse a causa della compressione che fuggendo s’era
imposta. Bambina? Ora si viene a sapere che ha, a dir poco, sedici anni, e due
occhi che schizzano fiamme. Pare che vada fuggendo da una sala all’altra, come
inseguita. Sì, sì, è inseguita difatti, è inseguita da un giovinotto molto
bello, biondo come lei, che ride anche lui come un pazzo inseguendola; e di
tratto in tratto si ferma sbalordito dall’improntitudine di lei che si ficca da
per tutto; vorrebbe darsi un contegno ma non ci riesce; si volta di qua e di là
come sentendosi chiamare, e certo si morde così le labbra per tenere a freno un
impeto d’ilarità che gli gorgoglia dentro e gli fa sussultare lo stomaco. Ed
ecco che ora hanno scoperto anche il terzo, un certo ometto elastico che va
ballonzollando e battendo i due corti braccini sulla pancetta tonda e soda come
due bacchette sul tamburo, la calvizie specchiante tra una rossa corona di
capelli ricciuti e una faccia beata in cui il naso gli ride più della bocca, e
gli occhi più della bocca e del naso, e gli ride il mento e gli ride la fronte,
gli ridono perfino le orecchie. In marsina come tutti gli altri. Chi l’ha
invitato? Come si sono introdotti nella riunione? Nessuno li conosce. Nemmeno
io. Ma so che è lui il padre di quei due ragazzi, signore agiato che vive in
campagna con la figlia, mentre il figlio è agli studii qua in città. Saranno
capitati a questa finta festa da ballo per combinazione. Chi sa che cosa,
venendo, si saran detta tra loro, che intese e scherzi segreti si saran tra loro
da tempo stabiliti, burle note soltanto a loro, polveri in serbo, colorate, da
fuochi d’artificio, pronte a esplodere a un minimo incentivo, sia pure d’uno
sguardo di sfuggita: fatto si è che non possono stare insieme: si cercano però
con gli occhi da lontano e, appena si sbirciano, voltano la faccia e sotto le
mani sbruffano certe risate che sono veramente scandalose in mezzo a tanta
serietà.
L’ossessione di questa serietà è così su tutti incombente e soffocante, che
nessuno riesce a supporre che quei tre ne possano esser fuori, lontani, e
possano avere in sé invece una innocente e magari sciocca ragione di ridere così
di nulla; la ragazza, per esempio, solo perché ha sedici anni e perché è
abituata a vivere come una puledra in mezzo a un prato fiorito, una puledra che
imbizzarrisca a ogni alito d’aria e salti e corra felice, non sa lei stessa di
che: si può giurare che non s’accorge di nulla, che non ha il minimo sospetto
dello scandalo che sta sollevando insieme col padre e col fratello così
anch’essi festanti, alieni e lontani d’ogni sospetto.
Sicché quando, riuniti alla fine tutt’e tre su di un divano della sala di là, il
padre in mezzo tra il figlio e la figlia, contenti e spossati, con un gran
desiderio di abbracciarsi per il divertimento che si son presi, sgorgato dalla
loro stessa gioja in tutte quelle belle risate come in un fragorìo d’effimere
spume, si vedono venire incontro dalle tre grandi porte vetrate, come una nera
marea sotto un cielo d’improvviso incavernato, tutta la folla degli invitati,
lentamente, lentamente, con melodrammatico passo di tenebrosa congiura, dapprima
non capiscono nulla, non credono che quella buffa manovra possa esser fatta per
loro e si scambiano un’occhiata, ancora un po’ sorridenti; il sorriso però va
man mano smorendo in un crescente sbalordimento, finché, non potendo né fuggire
e nemmeno indietreggiare, addossati come sono alla spalliera del divano, non più
sbalorditi ma atterriti ora, levano istintivamente le mani come a parar la folla
che, seguitando a procedere, s’è fatta loro sopra, terribile. I tre maggiorenti,
quelli che, proprio per loro e non per altro, s’erano riuniti a consulto in una
sala segreta, proprio per la voce che serpeggiava del loro riso inammissibile a
cui han deliberato di dare una punizione solenne e memorabile, ecco, sono
entrati dalla porta di mezzo e sono avanti a tutti, coi cappucci del domino
abbassati fin sul mento e burlescamente ammanettati con tre tovaglioli, come rei
da punire che vengano a implorare da loro pietà. Appena sono davanti al divano,
una enorme sardonica risata di tutta la folla degli invitanti scoppia
fracassante e rimbomba orribile più volte nella sala. Quel povero padre,
sconvolto, annaspa tutto tremante, riesce a prendersi sotto braccio i due figli
e, tutto ristretto in sé, coi brividi che gli spaccano le reni, senza poter
nulla capire, se ne scappa, inseguito dal terrore che tutti gli abitanti della
città siano improvvisamente impazziti.
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