Novelle per un anno - 1934 - Berecche e la guerra
8. Di sera, un geranio
S'è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando
s'affonda nell'acqua, che si ha la sensazione che poi il
corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la
sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giú.
Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia
svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come
sospeso a galla nell'aria della sua camera chiusa.
Alienato dai sensi, ne serba piú che gli avvertimenti il
ricordo, com'erano; non ancora lontani ma già staccati: là
l'udito, dov'è un rumore anche minimo nella notte; qua la
vista, dov'è appena un barlume; e le pareti, il soffitto
(come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto,
e quell'uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col
piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali
s'indovina un corpo che giace inerte; la testa calva,
affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la
bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba,
grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo
delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto,
gli scende sull'occhio.
Lui, quello! Uno che non è piú. Uno a cui quel corpo pesava
già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita,
ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar
tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o
quello, con la paura d'addormentarsi. Difatti poi, nel
sonno...
Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole
della vita:
- Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto,
sia da tentare un'operazione così rischiosa?
- Al punto in cui siamo, il rischio veramente...
- Non è il rischio. Dico se c'è qualche speranza.
- Ah, poca.
- E allora... -
La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta
accesa invano.
Ma dopo tutto, ora s'è liberato, e prova per quel suo corpo
là, piú che antipatia, rancore. Veramente non vide mai la
ragione che gli altri dovessero riconoscere quell'immagine
come la cosa piú sua.
Non era vero. Non è vero.
Lui non era quel suo corpo; c'era anzi così poco; era nella
vita lui, nelle cose che pensava, che gli s'agitavano
dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza piú vedere se
stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.
Già, ma ora, senza piú il corpo, è questa pena ora, è questo
sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a
cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura
di nuovo, non d'addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa
che resta là per sé, senza piú lui: oggetto: orologio sul
comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in
mezzo alla camera.
Lui è ora quelle cose; non piú com'erano, quando avevano
ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non
hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú niente per
lui.
E questo è morire.
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Il muro della villa. Ma come, n'è già fuori? La luna vi
batte sopra; e giú è il giardino.
La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro
è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.
L'acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo
di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile,
immobile.
Come chiara quest'acqua nel cadere! Nella vasca diventa
subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così
rade a volte le stille che a guardar nella vasca il
denso volume d'acqua già caduta è come un'eternità di
oceano.
A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena
ingiallite. E a fior d'acqua, la bocca del tubo di ferro
dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio
dell'acqua, se non fosse per queste foglioline che,
attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca
che s'ingorga è come un rimbrotto rauco a queste
sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di
sparire ingojate, come se non fosse bello nuotar lievi e
così bianche sul cupo verde vitreo dell'acqua. Ma se
sono cadute! se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca
di morte, che fai la misura!
Sparire.
Sorpresa che si fa di mano in mano piú grande, infinita:
l'illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si
svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non
c'erano; suoni, colori, non c'erano; tutto freddo, tutto
muto; era niente; e la morte, questo niente della vita
com'era. Quel verde... Ah come, all'alba, lungo una
proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i
cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde
così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive
abbarbicate a succhiar l'umore della terra nera. Ah come
la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare
respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di
un'erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore
ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza
finire, senz'aver piú nulla vicino; sì, forse un dolore;
ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano,
senza piú tempo, nella tristezza infinita d'una così
vana eternità.
Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur
quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri
poco: ecco, questo geranio...
- Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso. Come
s'accende! Perché?
Di sera, qualche volta, nei giardini s'accende così,
improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene
la ragione.
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