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Novelle per un anno - 1934 - Berecche e la guerra
7. cinci

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Un cane, davanti una porta chiusa, s'accula paziente
aspettando che gli s'apra; al piú, alza ogni tanto una zampa
e la gratta, emettendo qualche sommesso guaito.
Cane, sa che non può fare di piú.
Di ritorno dalle lezioni del pomeriggio, Cinci, col fagotto
dei libri e dei quaderni legati con la cinghia sotto il
braccio, trova il cane lì davanti alla porta e, irritato da
quell'attesa paziente - un calcio; calci anche alla porta,
pur sapendo che è chiusa a chiave e che in casa non c'è
nessuno; alla fine, ciò che gli pesa di piú, quel fagotto di
libri, rabbiosamente per sbarazzarsene lo scaraventa contro
la porta, come se attraverso il legno possa passare e andare
a finir dentro casa. La porta, invece, con la stessa forza
glielo rimanda subito sul petto. Cinci ne resta sorpreso,
come d'un bel gioco che la porta gli abbia proposto, e
rilancia il fagotto. Allora, poiché già sono in tre a
giocare, Cinci il fagotto e la porta, ci si mette anche il
cane e springa a ogni lancio, a ogni rimbalzo, abbajando.
Qualche passante si ferma a guardare: chi sorride, quasi
avvilito della sciocchezza di quel gioco e del cane che ci
si diverte; chi s'indigna per quei poveri libri; costano
danari; non dovrebbe esser lecito trattarli con tanto
disprezzo. Cinci leva lo spettacolo; a terra il fagotto e,
strisciando con la schiena sul muro, ci si cala a sedere; ma
il fagotto gli sguscia di sotto e lui sbatte a sedere in
terra; fa un sorriso balordo e si guarda attorno, mentre il
cane salta indietro e lo mira.
Tutte le diavolerie che gli passano per il capo Cinci le dà
quasi a vedere in quei ciuffi scompigliati dei suoi capelli
di stoppa e negli occhi verdi aguzzi che sembrano vermicarne.
È nell'età sgraziata della crescenza, ispido e giallo.
Tornando a scuola, quel pomeriggio, ha dimenticato a casa il
fazzoletto, per cui ora, di tanto in tanto, lì seduto a
terra, sorsa col naso. Si fa venire quasi sulla faccia le
ginocchia enormi delle grosse gambe scoperte, perché porta
ancora, e non dovrebbe piú, i calzoni corti. Butta sbiechi i
piedi, camminando; e non ci sono scarpe che gli durino;
queste che ha ai piedi sono già rotte. Ora, stufo,
s'abbraccia le gambe, sbuffa e si tira su con la schiena
contro il muro. Si leva anche il cane e pare gli domandi
dove si vada adesso. Dove? In campagna, a far merenda,
rubando qualche fico o qualche mela. È un'idea; non ne è
ancora ben sicuro.
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Il lastricato della strada finisce lì, dopo la casa; poi
comincia la via sterrata del sobborgo che conduce in fondo
in fondo alla campagna. Chi sa che bella sensazione deve
provarsi, andando in carrozza, quando i ferri dei cavalli e
le ruote passano dal duro del lastricato strepitoso al molle
silenzioso dello sterrato. Sarà forse come quando il
professore, dopo aver tanto sgridato perché lui l'ha fatto
arrabbiare, tutt'a un tratto si mette a parlargli con una
molle bontà soffusa di rassegnata malinconia, che tanto piú
gli piace quanto piú l'allontana dal temuto castigo. Sì,
andare in campagna; uscire dallo stretto delle ultime case
di quel puzzolente sobborgo, fin dove la via allarga laggiú
nella piazzetta all'uscita del paese. C'è ora l'ospedale
nuovo laggiú, i cui muri intonacati di calce sono ancora
così bianchi che al sole bisogna chiudere gli occhi, da come
accecano. Vi hanno trasportato ultimamente tutti gli
ammalati che erano nel vecchio, con le ambulanze e le
lettighe; è parsa quasi una festa, vederne tante in fila; le
ambulanze avanti, con tutte le tele svolazzanti ai
finestrini; e, per gli ammalati piú gravi, quelle belle
lettighe traballanti sulle molle, come ragni. Ma ora è
tardi; il sole sta per tramontare, e qua e là ai finestroni
non staranno piú affacciati i convalescenti, in camice
grigio e zucchetto bianco, a guardare con tristezza la
chiesina vecchia dirimpetto, che sorge là tra poche altre
case, vecchie anch'esse, e qualche albero. Dopo quella
piazzetta la strada si fa di campagna e monta alla costa del
poggio.
Cinci si ferma; torna a sbuffare. Ci deve andare davvero? Si
riavvia svogliato, perché comincia a sentirsi ribollire
nelle viscere tutto il cattivo che gli viene da tante cose
che non sa spiegarsi: sua madre, come viva, di che viva,
sempre fuori di casa, e ostinata a mandarlo ancora a scuola;
maledetta, così lontana: ogni giorno, a volare, almeno tre
quarti d'ora, di quaggiú dove sta, per arrivarci; e poi per
tornare a mezzogiorno; e poi di nuovo per ritornarci, finito
che ha di buttar giú due bocconi; come fare a tempo? e sua
madre dice che il tempo gli passa a giocare col cane, e che
è un bighellone, e insomma a sbattergli in faccia sempre le
stesse cose: che non studia, che è sudicio, che se lo manda
a comprare qualcosa, la peggio roba l'appiccicano a lui...
Dov'è Fox?
Eccolo: gli trotta dietro, povera bestia. Eh, lui almeno lo
sa che cosa deve fare: seguire il suo padrone. Fare qualche
cosa: la smania è proprio questa: non sapere che cosa.
Potrebbe pur lasciargliela, sua madre, la chiave, quando va
a cucire a giornata, come gli dà a intendere, nelle case dei
signori. Ma no, dice che non si fida, e che al suo ritorno
dalla scuola, se lei non è rincasata, poco potrà tardare, e
che dunque la aspetti. Dove? Li fermo davanti alla porta?
Certe volte ha aspettato perfino due ore, al freddo, e anche
sotto la pioggia; e apposta allora, in luogo di ripararsi, è
andato al cantone a pigliarsi lo sgrondo, per farsi trovare
da lei tutto intinto da strizzare. Vederla alla fine
arrivare, affannata, con un ombrello prestato, il volto in
fiamme, gli occhi lustri sfuggenti, e così nervosa che non
trova neanche piú la chiave nella borsetta.
- Ti sei bagnato? Abbi pazienza, ho dovuto far tardi. -
Cinci aggrotta le ciglia. A certe cose non vuol pensare.
Ma suo padre, lui, non l'ha conosciuto; gli è stato
detto che è morto, prima ancora che lui nascesse; ma chi
era non gli è stato detto; e ora lui non vuole piú né
domandarlo né saperlo. Può essere anche
quell'accidentato che si trascina perso da una parte -
sì, bravo - ancora alla taverna. Fox gli si para
davanti e gli abbaja. Gli farà impressione la stampella.
Ed ecco qua tutte queste donne a crocchio, con tanto di
pancia senz'esser gravide; forse una sì; quella con la
sottana rizzata davanti un palmo dal suolo e che dietro
spazza la strada; e quest'altra col bambino in braccio
che ora cava dal busto... ah, peuh, che pellàncica! La
sua mamma è bella, ancora tanto giovane, e a lui bambino
il latte, così dal seno, lo diede anche lei, forse in
una casa di campagna, in un'aja, al sole. Ha il ricordo
vago d'una casa di campagna, Cinci; dove forse, se non
l'ha sognata, abitò nell'infanzia, o che forse vide
allora in qualche parte, chi sa dove. Certo ora, a
guardarle da lontano, le case di campagna, sente la
malinconia che deve invaderle quando comincia a farsi
sera, col lume che vi s'accende a petrolio, di quelli
che si portano a mano da questa stanza a quella, che si
vedono scomparire da una finestra e ricomparire
dall'altra. E arrivato alla piazzetta. Ora si vede tutta
la cala del cielo dove il tramonto s'è già ammorzato, e
sopra 1 poggio, che pare nero, il celeste tenero tenero.
Sulla terra è già l'ombra della sera, e il grande muro
bianco dell'ospedale è illividito. Qualche vecchia in
ritardo s'affretta alla chiesina per il Vespro. Cinci
d'improvviso s'invoglia d'entrarci anche lui, e Fox
si ferma a guardarlo, perché sa bene che a lui non è
permesso. Davanti all'entrata la vecchina in ritardo
s'affanna e pigola alle prese col coltrone di cuojo
troppo pesante Cinci l'ajuta a sollevarlo, ma quella,
invece di ringraziarlo, lo guarda male, perché capisce
che non entra in chiesa per divozione. La chiesina ha il
rigido d'una grotta; sull'altare maggiore i guizzi
baluginanti di due ceri e qua e là qualche lampadino
smarrito. Ha preso tanta polvere, povera chiesina, per
la vecchiaja; e la polvere sa d'appassito in quella
cruda umidità; il silenzio tenebroso pare che stia con
tutti gli echi in agguato d'ogni minimo rumore. Cinci ha
la tentazione di gettare un bercio per farli tutti
sobbalzare. Le beghine si sono infilate nelle panche,
ciascuna al suo posto. Il bercio no, ma gettare a terra
quel fagotto di libri che gli pesa, come se gli cadesse
per caso di mano, perché no? Lo getta, e subito gli echi
saltano addosso al colpo che rintrona e lo schiacciano,
quasi con dispetto. Questa dell'eco che salta addosso a
un rumore come un cane infastidito nel sonno e lo
schiaccia, è un'esperienza che Cinci ha fatta con gusto
altre volte Non bisogna abusare della pazienza delle
povere beghine scandalizzate. Esce dalla Chiesina;
ritrova Fox pronto a seguirlo e riprende la
strada che sale al poggio. Qualche frutto da addentare
bisogna che lo trovi, scavalcando piú là una muriccia e
buttandosi tra gli alberi. Ha lo struggimento; ma non sa
propriamente se per bisogno di mangiare o per quella
smania che gli s'è messa allo stomaco, di fare qualche
cosa.
Strada di campagna, in salita, solitaria; ciottoli che
gli asinelli alle volte si prendono tra gli zoccoli e
fanno ruzzolare per un tratto e poi, dove si fermano,
stanno; eccone uno lì: un colpo con la punta della
scarpa: godi, vola! erba che spunta sulle prode o a piè
delle muricce, lunghi fili d'avena impennacchiati che fa
piacere brucare: tutti i pennacchietti restano a mazzo
nelle dita; si gettano addosso a qualcuno, e quanti se
n'attaccano, tanti mariti (se è una donna) prenderà, e
tante mogli se un uomo. Cinci vuol far la prova su
Fox. Sette mogli, nientemeno. Ma non è prova, perché
sul pelo nero di Fox son rimasti impigliati tutti
quanti. E Fox, vecchio stupido, ha chiuso gli
occhi ed è rimasto, senza capir lo scherzo, con quelle
sette mogli addosso.
Non ha piú voglia d'andare avanti, Cinci. È stanco e
seccato. Si tira a sedere sulla muriccia a manca della
strada e di là si mette a guardare nel cielo la larva
della luna che comincia appena appena a ravvivarsi d'un
pallido oro nel verde che s'estenua nel crepuscolo
morente. La vede e non la vede; come le cose che gli
vagano nella mente e l'una si cangia nell'altra e tutte
l'allontanano sempre piú dal suo corpo lì seduto inerte,
tanto che non se lo sente piú; la sua stessa mano, se
gli s'avvistasse, posata sul ginocchio, gli sembrerebbe
quella d'un estraneo, o quel suo piede penzoloni nella
scarpa rotta, sporca: non è piú nel suo corpo: è nelle
cose che vede e non vede, il cielo morente, la luna che
s'accende, e là quelle masse cupe d'alberi che si
stagliano nell'aria fatta vana, e qua la terra solla,
nera, zappata da poco, da cui esala ancora quel senso
d'umido corrotto nell'afa delle ultime giornate
d'ottobre, ancora di sole caldo.
A un tratto, tutt'assorto com'è, chi sa che gli passa
per le carni, stolta, e istintivamente alza la mano a un
orecchio. Una risatina stride da sotto la muriccia. Un
ragazzo della sua età, contadinotto, s'è nascosto laggiú,
dalla parte della campagna. Ha strappato e brucato anche
lui un lungo filo d'avena, gli ha fatto un cappio in
cima e, zitto zitto, con esso, alzando il braccio, ha
tentato d'accappiare a Cinci l'orecchio. Appena Cinci,
risentito, si volta, subito quello gli fa cenno di
tacere e tende il filo d'avena lungo la muriccia, dove
tra una pietra e l'altra spunta il musetto d'una
lucertola, a cui con quel cappio egli dà la caccia da
un'ora. Cinci si sporge a guardare, ansioso. La
bestiola, senz'accorgersene, ha infilato da sé il capo
nel cappio lì appostato; ma ancora è poco; bisogna
aspettare che lo sporga un tantino di piú, e può darsi
che invece lo ritragga, se la mano che regge il filo
d'avena tremola e le fa avvertire l'insidia. Forse ora è
sul punto d'assaettarsi per evadere da quel rifugio
divenuto una prigione. Sì, sì; ma attenti allora a dare
a tempo la stratta per accappiarla. È un attimo. Eccola!
E la lucertola guizza come un pesciolino in cima a quel
filo d'avena. Irresistibilmente Cinci salta giú dalla
muriccia; ma l'altro, forse temendo che voglia
impadronirsi della bestiola, rotea piú volte in aria il
braccio e poi la sbatte con ferocia su un lastrone che
si trova lì tra gli sterpi. - No! - grida Cinci; ma è
troppo tardi: la lucertola giace immobile su quel
lastrone col bianco della pancia al lume della luna.
Cinci se ne adira. Ha voluto sì, anche lui, che quella
povera bestiola fosse presa, preso lui stesso per un
momento da quell'istinto della caccia che è in tutti
agguattato; ma ucciderla così, senza prima vederla da
vicino, negli occhietti acuti fino allo spasimo, nel
palpito dei fianchi, nel fremito di tutto il verde
corpicciuolo; no, è stato stupido e vile. E Cinci
avventa con tutta la forza un pugno in petto a quel
ragazzo e lo manda a ruzzolare in terra tanto piú
lontano quanto piú quegli, così tutto squilibrato
indietro, tenta di riprendersi per non cadere. Ma
caduto, subito si rizza inferocito, ghermisce un toffo
di terra e lo scaglia in faccia a Cinci, che ne resta
accecato e con quel senso d'umido in bocca che piú gli
sa di sfregio e l'imbestialisce. Prende anche lui di
quella terra e la scaglia. Il duello si fa subito
accanito. Ma l'altro è piú svelto e piú bravo; non
fallisce colpo, e gli viene sempre piú addosso,
avanzando, con quei toffi di terra che, se non
feriscono, percuotono sordi e duri e, sgretolandosi,
sono come una grandinata da per tutto, in petto e sulla
faccia tra i capelli agli orecchi e fin dentro le
scarpe. Soffocato, non sapendo piú come ripararsi e
difendersi, Cinci, furibondo, si volta, spicca un salto
e col braccio alzato strappa una pietra dalla muriccia.
Qualcuno di là si ritrae: sarà Fox. Scagliata la pietra,
d'un tratto - com'è? - da che tutto prima gli si
sconvolgeva, balzandogli davanti agli occhi, quelle
masse d'alberi, in cielo la luna come uno striscio di
luce, ora ecco nulla si muove piú, quasi che il tempo
stesso e tutte le cose si siano fermati in uno stupore
attonito intorno a quel ragazzo traboccato a terra.
Cinci, ancora ansante e col cuore in gola, mira
esterrefatto, addossato alla muriccia, quell'incredibile
immobilità silenziosa della campagna sotto la luna, quel
ragazzo che vi giace con la faccia mezzo nascosta nella
terra, e sente crescere in sé formidabilmente il senso
d'una solitudine eterna, da cui deve subito fuggire. Non
è stato lui; lui non l'ha voluto; non ne sa nulla. E
allora, proprio come se non sia stato lui, proprio come
se s'appressi per curiosità, muove un passo e poi un
altro, e si china a guardare. Il ragazzo ha la testa
sfragellata, la bocca nel sangue colato a terra nero,
una gamba un po' scoperta, tra il calzone che s'è
ritirato e la calza di cotone. Morto, come da sempre.
Tutto resta lì, come un sogno. Bisogna che lui se ne
svegli per andar via in tempo. Lì, come in un sogno,
quella lucertola arrovesciata sul lastrone, con la
pancia alla luna e il filo di avena che pende ancora dal
collo. Lui se ne va, col suo fagotto di libri di nuovo
sotto il braccio, e Fox dietro, che anche lui non sa
nulla.
A mano a mano che s'allontana, discendendo dal poggio,
diviene sempre piú così stranamente sicuro, che non
s'affretta nemmeno. Arriva alla piazzetta deserta; c'è
anche qui la luna; ma è un'altra, se ora qui rischiara,
senza saper nulla, la bianca facciata dell'ospedale.
Ecco ora la via del sobborgo, come prima. Arriva a casa:
sua madre non è ancora rientrata. Non dovrà dunque dirle
neppure dove è stato. È stato lì ad aspettarla. E
questo, che ora diventa vero per sua madre, diventa
subito vero anche per lui; difatti, eccolo con le spalle
appoggiate al muro accanto alla porta.
Basterà che si faccia trovare così.
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