Novelle per un anno - 1934 - Berecche e la guerra
6. I piedi sull'erba
Sono andati a svegliarlo sulla poltrona nella stanza di là,
se voleva vederla un'ultima volta prima che il coperchio
fosse saldato sulla cassa.
- Ma è bujo? Com'è? -
No: le nove e mezzo del mattino. Ma oggi è spuntato così: ci
si vede appena. Il trasporto è fissato per le dieci.
Guarda come un ebete. Gli pare impossibile che abbia
dormito, e tanto, tutta la notte, così bene. Ancora
insordito dal sonno; insordita dentro di lui la disperazione
di quegli ultimi giorni; quelle facce insolite di vicini
attorno alla poltrona in quel barlume di giorno; vorrebbe
alzar le mani per difendersene; ma il sonno gli è colato e
gli s'è fuso nel corpo come piombo; benché già alle dita dei
piedi gli sia arrivata, chi sa come, una velleità di levarsi
che subito cede. Deve inoltrarsi ancora disperato? Gli viene
di dire: «Per sempre...», ma lo dice come uno che si
ricomponga sotto le coperte per rimettersi a dormire. Tanto
che gli altri si guardano negli occhi senza comprendere.
Che, per sempre?
Che il giorno sia spuntato così. Vorrebbe dir questo; ma non
ha senso. Il giorno dopo la morte, il giorno del funerale,
così per sempre nella memoria, con quel barlume che appena
ci si vede; e questo suo sonno; mentre di là, nella stanza
della morta, forse le finestre...
- Le finestre? -
Sì, chiuse. Forse sono rimaste chiuse. C'è ancora il lume
caldo, immobile, dei grossi ceri sgocciolanti; il letto
portato via; la morta a terra nella cassa, dura e illividita
tra quell'imbottitura di raso crema.
No, basta: l'ha veduta.
E richiude le palpebre sugli occhi che gli bruciano dal
tanto piangere dei giorni scorsi. Basta. Ora ha dormito, e
con questo sonno è finito tutto, smaltito, sepolto tutto.
Ora, restare in questo rilascio di nervi, in questo senso di
vuoto dolente e beato. Chiudere, chiudere la cassa, e via
con essa tutta la sua vita passata.
Ma se è ancora di là...
Scatta in piedi; vacilla; lo sorreggono; e, con gli occhi
chiusi, si lascia trasportare fino alla cassa; là li apre e
subito, alla vista, grida il nome della morta, il nome vivo,
com'egli solo in quel nome la può vedere e sentire viva,
tutta, in tutti gli aspetti e gli atti della vita, come fu
per lui. Guarda con feroce rancore gli astanti che non
possono saperne nulla e stanno a vederla lì morta, com'è, e
potrebbero almeno immaginare che cosa significhi per lui
restarne privo. Vorrebbe gridarlo; ma ecco che il figlio
accorre a strapparlo dalla cassa, con una furia di cui egli
subito sottintende il senso. Un senso che lo fa gelare, come
se si vedesse scoperto. Vergogna, ancora codeste velleità
fino all'ultimo, e dopo che se n'è stato a dormire tutta la
notte. Ora si deve far presto, per non far piú oltre
aspettare gli amici invitati ad accompagnare in chiesa la
salma.
- Va', va' di là; sii ragionevole, papà! -
Con gli occhi cattivi e pur pietosi, da povero, se ne torna
di là alla sua poltrona.
Ragionevole, eh già; inutile gridare ciò che sorge dalle
viscere e non trova senso nelle parole che si gridano; tante
volte neppure negli atti che si fanno. Per un marito che
resta vedovo a una certa età, quando ancora s'ha pur bisogno
della moglie, la perdita è forse uguale a quella d'un figlio
per cui è anzi una provvidenza restare orfano? Provvidenza,
sì, provvidenza, in procinto com'è di sposare, appena
trascorsi i tre mesi di lutto stretto, con la scusa che ora
per tutti e due c'è bisogno d'una donna che subentri al
governo della casa.
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- Pardi! Pardi! - chiamano forte nella saletta
d'ingresso.
E si sente gelare vieppiú, avvertendo ben distintamente
per la prima volta che non chiamano piú lui, con quel
cognome che è il suo, ma il figlio; e che quel cognome
resta vivo, ora, per il figlio e non piú per lui. E lui,
invece, sciocco, è andato a gridar vivo di là il nome
della mamma, come una profanazione, vergogna! Sì sì,
velleità inutile, lo riconosce lui stesso, dopo quel
gran sonno che l'ha liberato di tutto. Ora, veramente,
la cosa piú viva in lui è la curiosità di vedere come
sarà la sua casa; come gliela trasformeranno; dove lo
faranno dormire. Il letto grande, a due, intanto,
portato via. Forse in un lettino? Già. In quello del
figlio. Il lettino, ora, per lui. E il figlio, domani
nel letto grande, da trovarsi accanto la moglie,
sporgendo il braccio. Lui, dal lettino, il braccio lo
sporgerà nel vuoto.
È tutto indolenzito e con una gran confusione nel capo e
la sensazione già di quel vuoto, dentro e fuori di lui.
L'indolenzimento del corpo proviene dallo star seduto da
così lungo tempo; se fa tanto d'alzarsi, è sicuro che in
tutto quel vuoto ormai si solleverebbe leggero come una
piuma; non ha piú nulla dentro di sé, ridotta a niente
la sua vita. Poca differenza tra lui e quella seggiola
là. Anzi quella seggiola può anche parer sodisfatta
sulle sue quattro gambe; mentre lui, i suoi piedi, non
sa piú dove posarli, né che farsi delle sue mani. A chi
importa piú la sua vita? Ah, ma nemmeno a lui quella
degli altri. Eppure, la sua vita, dato che gli è
rimasta, deve seguitare. Ricominciare. Una vita a cui
non può ancora pensare; a cui certo non avrebbe mai piú
pensato, se gli fossero rimaste le condizioni in cui già
s'era chiusa. Ora, buttato fuori così, tutt'a un tratto;
non ancora vecchio e non piú giovane...
Sorride e scrolla le spalle. Per suo figlio, tutt'a un
tratto, e diventato come un bambino. Ma dopo tutto si sa
che avviene quasi sempre così, i padri che diventano
figli dei proprii figli cresciuti, che han preso mondo e
si son fatti piú avanti del padre, una posizione piú
importante che permette loro di tenere il padre in
riposo, per ricompensarlo di quanto ne ebbero da
piccoli, ora ch'egli a sua volta è divenuto di nuovo
come piccolo.
Il lettino...
Non gli hanno assegnato nemmeno la cameretta in cui
prima dormiva il figlio; ma un'altra, quasi nascosta,
sul cortile, con la scusa che là sarebbe piú appartato e
libero di fare il comodo suo, col meglio dei suoi
mobili, disposti in modo che a nessuno potrebbe venire
in mente ché quella sia la cameretta dov'egli prima
teneva la serva. Nelle stanze poste sul davanti sono
entrati mobili nuovi, pretenziosi, e nuovi arredamenti,
perfino lusso di tappeti. Non c'è ormai piú traccia
delle sue vecchie abitudini nella casa così tutta
rinnovata; e anche i mobili vecchi, i suoi, nelle
stanzette oscure dove sono stati relegati, così come ora
li hanno disposti, pare che non sappiano come intendersi
tra loro. Eppure - strano! - del disprezzo in cui con
essi si vede caduto, non riesce ad aversi a male; non
solo perché, ammirando le stanze rimesse a nuovo, prova
pure una bella sodisfazione per il figlio; ma anche in
fondo per un altro sentimento che non gli è ancora ben
chiaro, di un'altra vita che, con la prepotenza degli
aspetti nuovi, così tutta lustra e colorita, ha
cancellato perfino il ricordo della vecchia. Un che di
nuovo che può anche rinascere in lui, di nascosto. Senza
farsene accorgere, lo intravede come dallo spiraglio
luminoso e sconfinato d'una porta che gli si sia aperta
alle spalle, donde potrebbe sparire, cogliendo
un'occasione ormai facile, visto che nessuno piú si cura
di lui, lasciato come in vacanza nell'ombra delle
stanzette di là «per fare il comodo suo». Si sente piú
che mai leggero. E gli è venuta negli occhi una luce
che, ricolorandogli tutto, lo fa passare di maraviglia
in maraviglia, veramente come se fosse ridivenuto
bambino. Gli occhi, come li aveva da piccolo. Vispi.
Aperti su un mondo che gli par tutto nuovo.
Ha preso a uscir di mattina, proprio per iniziar le
vacanze che dureranno ormai tutto il tempo che gli
durerà ancora la vita. Spogliato di tutte le cure, s'è
accordato col figlio su quanto lascerà ogni mese della
pensione per il suo mantenimento; poco; vorrebbe lasciar
tutto per essere piú leggero e non aver tentazioni: non
ha bisogno di nulla; ma il figlio dice, non si sa mai,
qualche desiderio; no, e di che? gli basta ormai
soltanto vedere così da fuori la vita.
Scrollato d'addosso il peso di tutte le esperienze, coi
vecchi non sa piú farsela; li sfugge; coi giovani, non
può, perché lo considerano vecchio; se ne va alla villa,
dove ci sono 1 bambini.
Ricominciare la vita così, coi bambini, sull'erba dei
prati. Dov'è piú alta, e così folta e fresca che
stordisce con l'ebbrezza del suo odore, i bambini vanno
a nascondersi; vi spariscono. Lo scroscio perenne di
un'acqua che scorre coperta non fa avvertire il fruscio
delle foglie smosse. Ma presto i bambini si dimenticano
del loro gioco; si denudano i piedini; eccone là uno,
roseo, in mezzo a tutto quel verde. Chi sa che delizia
immergere i piedi nel fresco di quell'erba nuova! Si
prova a liberare un piede anche lui, di nascosto; sta
per slacciare la scarpa dell'altro, allorché gli sorge
davanti tutt'accesa in volto e con gli occhi fulminanti
una giovinetta che gli grida: «Vecchio porco!»
riparandosi subito con le mani le gambe, poiché egli la
guarda da sotto in su e i cespugli le hanno un po'
sollevato il vestitino davanti.
Resta come basito. No! Che ha creduto? È scomparsa. Lui
voleva prendersi un piacere innocente. Si copre con
tutt'e due le mani il piede nudo, indurito. Che ci ha
visto di male? Perché vecchio, non può piú provare il
gusto che provano i bambini a denudarsi i piedi
sull'erba? Si pensa subito al male, perché è vecchio? Eh
lo sa che, da bambino, lui d'un balzo può diventare
anche uomini; è ancora uomo, uomo; ma non ci vuol piú
pensare; non ci pensava; era proprio come un bambino
nell'atto di togliersi le scarpe. Ah che infamia,
ingiuriarlo così! Vigliacca! E si butta con la faccia a
terra sull'erba. Tutto il suo lutto, e la sua perdita, e
che non ha piú nessuno, e che perciò ha potuto ridursi a
far quel gesto interpretato come di sudicia malizia;
tutto gli rivien su come un rigurgito amaro. Stupida! Se
lo volesse fare, gliel'ammette anche il figlio a qualche
desiderio»: ha in tasca il denaro per questo.
Stravolto dallo sdegno, si tira su. Con le mani che gli
ballano, si rimette vergognoso la calza, la scarpa; il
sangue gli è tutto montato alla testa e gli occhi gli
sbattono truci. Lo sa dove andare per questo, lo sa.
Ma poi, per via, si placa e se ne torna a casa. Tra
quella confusione di mobili, che par fatta apposta
perché gli dia di volta il cervello, va a buttarsi sul
letto, con la faccia al muro.
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