Novelle per un anno - 1934 - Berecche e la guerra
5. Lucilla (Ora che s'è guastata con
le monache)

Prato al sole, erba nuova, fili di suono, nel silenzio che
pare uno stupore. Stupore di come s'accendono qua questi
fiorellini d'oro e là bruciano quei rossi.
Ma già comincia a cadere, di sbieco e pericolante sul verde,
l'ombra azzurra del conventino con la tozza crocetta in cima
alla cuspide, così allungata che va a sbattere, e si rizza
spezzata, su quel bianco muretto a riparo degli orti.
Lucilla, da un pezzo addossata al muro del conventino,
smette di piangere, d'un tratto facendo caso all'ombra di
quella crocetta.
Possibile, così lunga?
Ha sempre pensato, mandando gli occhi fin lassú, che
veramente avrebbero potuto anche farla meno tozza, quella
crocetta; ma in fondo, non dicendoselo, ha pure approvato
ch'essa se ne stia lì quasi accovacciata su quella cuspide
puntuta, senza mai desiderio di stirarsi un po' per
diventare nel cielo una crocetta snella, alta.
Ed ecco che ora il sole, per conto suo, si piglia questo
piacere, e anche così inverosimilmente esagerato: bum! fin
addosso al muretto... E allora, se lei Lucilla si mette al
sole, dove arriverà?
Esce dall'ombra e s'espone al sole sul prato.
O com'è?
Uno sgorbio, di traverso.
Il dispetto che ne prova, con la sorpresa e l'incomprensione
del fenomeno, si fa rabbia feroce, una rabbia che le torce
le viscere dentro come una fune, non appena là sul prato
l'ombra di qualcuno che sopravviene si stende accanto alla
sua e subito la supera la supera, fino a far parere in un
niente, la sua, men che l'ombra d'una bambina.
Si volta di scatto (perché ha riconosciuto dall'ombra la
conversa che viene a cercarla) e, col faccino contratto
dalla rabbia e certi occhi da gatta fustigata, le grida
mostrando i pugni:
- No! No! No! Hanno voglia d'aspettarmi, non ci torno! non
ci torno piú! -
E corre all'ombra, a risedere sull'erba, con le spalle
appoggiate al muro del conventino.
La conversa, a quello scatto furioso, resta lì; la segue con
gli occhi; poi fa per accostarsi, ma la vede scattar di
nuovo in piedi pronta a fuggire, e si riferma:
- Ma via, non far la sciocca - le dice. - Non sei piú una
bambina! -
Proprio ciò che fa al caso, in quel momento, per Lucilla.
Tutta un fremito, col volto avvampato dal sangue che, a
quelle parole, s'è sentito montare alla testa, torna a
stringere i pugni e - le viene innanzi gridando:
- Ah sì? lo sai dire? Ma appunto perché non sono piú una
bambina! -
Le parole stesse, man mano che le dice, danno questo
spettacolo atroce negli occhi e nella bocca di Lucilla: che
gli occhi, insanguati dal pianto e fosforescenti dalla
rabbia, schizzano lagrime, e subito, con quelle lagrime, nel
faccino piccolo da bambina, diventano occhi da grande;
mentre, nella bocca digrignata, la voce, la voce diventa
quella di una donna che già sa tutto.
La conversa, a questo spettacolo, si chiude in sé
rattristata; par che diventi piú gialla e piú magra; non
trova piú nulla da dire; cava dallo scialle nero che le
pende dalle spalle le mani, due mani secche che pajono di
pietra logora, e le congiunge per scuoterle pietosamente.
- Ma che vuoi fare? - le domanda alla fine. - Dove vuoi
andare? -
E Lucilla, scrollandosi:
- Lo so io! Non ve n'incaricate! -
Quella si muove per ritornare al convento. Fatti due passi,
si volta appena, per nascondere il pianto, e, indicando con
una di quelle mani, sospira:
- Il tuo conventino... -
E se ne va.
Resta della voce, nel vano dell'aria, come l'ombra di quello
che c'era: il rimpianto e il rimprovero. E Lucilla guarda il
conventino.
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C'è nata. Davvero, dentro di sé, pur senza volerlo piú
riconoscere, sente che le è caro. Caro, perché, da
convento grande grande, come potevano farlo, l'hanno
fatto invece così piccolo piccolo, quasi apposta per
lei. Come apposta per lei, suo padre che vi fu tant'anni
sagrestano, prima che morisse, costruì i mobiletti del
suo stanzino là dentro: mobiletti quasi da bambola, per
non farla avvilire: il lettino, le sedioline, il
tavolinetto, tutto in proporzione della sua statura.
Perché lei per quel padre, e per quella madre che certo
non poteva far figliuoli (tant'è vero che, appena fece
lei così piccola piccola, morì), lei è rimasta come una
figliuola guardata da lontano lontano, là dal punto
della sua nascita, vent'anni fa. E così guardata da
quegli occhi di madre che si sono allontanati d'anno in
anno sempre piú, tutto quello che ha potuto crescere,
eccolo qua, è poco, è niente, si sa; di anni solo è
cresciuta; ma a vederla, è rimasta come una bambina:
tanta così. Non nana, non nana! della nana non ha
niente; tutti anzi si voltano a guardarla stupiti, da
come è bella con la sua testina ricciuta sul collo
svelto, che può girarla di qua e di là, come vuole, e
tutti i riccioli intorno, come tanti serpentelli; il
corpo perfetto, una miniatura. E lei lo sa, lo sa meglio
di tutti, com'è il suo corpo, dacché ha imparato a
conoscerselo, da come certi maschiacci la guardano,
imbecilli!
Il dispetto è questo, la rabbia, la tortura: che lei,
dentro di sé, quando senza vedersi sta a pensare, pensa
da grande, ormai, da donna, da donna fatta come tutte le
altre. Vedersi allora trattata come una bambina da
quelle stupide teste fasciate delle suore, che loro sì,
anche vecchie con quelle facce siero di latte, guardano
parlano ridono e fanno attucci da bambine sceme; vedersi
trattata come una bambola, come un giocattolo, presa in
collo e passata dalle braccia dell'una a quelle
dell'altra, che tutte per carezzarla la mungono e
nessuna si vuole accorgere che lei è già tutta formata
come una donna; no, no, no, questo non le è piú
tollerabile, deve finire, deve finire; è già finito. Ne
ha Graffiate oggi tre o quattro in un momento che s'è
sentita artigliare le dita, e non sa piú che ingiurie e
vituperii ha scagliato loro in faccia, con la schiuma
alla bocca.
Le hanno fatto la carità di tenerla con loro, in quello
stanzino, anche dopo morto il padre? Sì, grazie, per
aver quello spasso della bambolina viva, da giocarci
nelle ore di ricreazione! Le hanno cucito con le loro
stesse mani, alla bambola, il corredino, abiti,
biancheria? Lascerà loro tutto, tutto; non si porterà
via nulla così com'è, questa sera stessa, se n'andrà da
Nino
Da Nino, da Nino, sì. Tra poco. Alle sette. Nino
gliel'ha detto.
Si metterà con lui. Lei sa far tutto: badare alla casa,
preparargli da mangiare, curargli gli abiti, rammendare,
stirare. Col suo piccolo ferro da stiro, lei, barche di
panni così, ha stirato in convento!
E Nino lo sa bene, che lei è già donna. Fin dalla prima
volta che anche lui per chiasso se la prese in collo,
passando come fa spesso la sera qua dal prato di ritorno
dalla staccionata dov'ha l'allevamento dei cavalli, col
suo cappellaccio da buttero, ma signore, e i bei gambali
lucenti con gli sproni, nel sollevarla per le ascelle,
subito, toccandole coi due pollici il petto fece un atto
furbesco col capo, lui, e sorrise d'una certa maniera,
strascicando un ahh... di sorpresa e d'ammirazione e
guardandola con gli occhi imbambolati. E lei si punse le
mani, puntandogliele sulle guance per tenergli discosta
la bocca che voleva baciarla, là proprio sul petto,
Nino. Che occhi! Neri e ridenti: forano, quegli occhi! E
che denti, quando ride!
Già la sette?
Da quanto è stata a rimuginare tra sé là sul prato,
presa la risoluzione di romperla con le monache, Lucilla
è ormai come ubriaca; non vede piú nulla; va, vola come
una farfallina abbarbagliata; e alla fine, quando si
ritrova nell'androne della casa dove sta Nino, le par
d'esservi giunta come una trottola, tra le vertigini, in
un capogiro. Non tira piú fiato; e ora, ah Dio, c'è da
fare tutte quelle scale, e che scale! per salire fino
all'ultimo piano di quel vecchio casone decaduto.
Finalmente, un po' reggendosi al muro, un po' alla
ringhiera, ci arriva; ma una volta lassú, davanti alla
porta, per quanto si rizzi sulla punta dei piedini, non
arriva a premere col braccino levato il campanello
troppo alto; e allora si mette a tempestare di pugni la
porta:
- Apri, apri, Nino! Sono io! Sono venuta! -
Nel bujo della saletta non discerne bene chi sia venuto
ad aprirle. Sente accosto come un tanfo di stalla,
mentre una mano ruvida cerca goffamente la sua per
prenderla, come si fa coi bambini quando si vogliono
portare davanti a qualcuno. La confusione, anzi peggio,
lo sgomento da cui subito è presa, non è però per quel
tanfo né per quell'atto goffo a cui lei istintivamente
si sottrae; è per un gran baccano di voci e di risa che
viene dalla stanza di là, attraverso l'uscio socchiuso,
che dallo spiraglio dà a Lucilla l'impressione che
crepiti e fiammeggi come un forno.
Lucilla comincia a tremare; vuol fuggire; ma l'uscio si
spalanca: ominacci di campagna ubriachi, vestiti di
velluto, con gambali e speroni ai piedi; facce bestiali
pavonazze, urlando, barcollando, allungando le manacce,
la tirano dentro, in mezzo a una nuvola di fumo; tutti
sghignazzano come in un ribollimento di grassa
sodisfazione; chi posa la pipa, chi la bottiglia e il
bicchiere, e si buttano su lei; vogliono giocare con lei
anche loro, ma in che altro modo! la spremono, la
strizzano, la vogliono scoprire; e lei grida, strilla,
si dibatte, finché Nino, sghignazzando anche lui e
torcendosi tutto, con le lagrime agli occhi dal troppo
ridere, con uno strattone non la libera e, tornando a
sedere, non la ripara tra le sue gambe gridando:
- Basta! basta! Le sento battere il cuore, oh Dio ma sì,
ma sì, le sento battere il cuore qua sul ginocchio!
Non s'accorge che Lucilla gli s'è abbattuta su quel
ginocchio e che, se egli apre le gambe, gli casca giú a
terra, come un cencio, svenuta.
Afferra con una mano un sudicio ragazzaccio di campagna,
sui quattordici anni, scemo, che gli sta accanto tutto
arruffato e intenerito (quello stesso che è venuto ad
aprir la porta) e scuote Lucilla per presentarglielo:
- Eccoti qua lo sposino! Abbiamo tutto preparato
Lucilla non sa piú quanto tempo sia passato; che cosa le
sia veramente accaduto là; s'è dibattuta, s'è
svincolata, liberata, mordendo, graffiando, e ora va
nella notte, non sa dove, piccola piccola, per strade
grandi, deserte, ignote; è come impazzita, inebetita; e
guarda, così piccola, i tronchi giganteschi degli
alberi, di cui a stento riesce a scorgere le cime, e piú
su, piú su, finestre vane illuminate come nel cielo,
dove vorrebbe sparire, sparire, se Dio, come spera,
vorrà alla fine darle le ali.
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