Novelle per un anno - 1934 - Berecche e la guerra
4. Un'idea
Lasciata la solita compagnia nel caffè (tra i lumi e gli
specchi pieni di fumo) si trova davanti la notte: vitrea,
quasi fragile nella purezza degli astri sfavillanti sulla
vastissima piazza deserta.
Attraversarla, gli pare impossibile; la vita, in cui deve
rientrare, irraggiungibilmente remota da essa; e tutta la
città, come da secoli disabitata, coi fanali che ancora la
vegliano nel chiarore misterioso di quella gelida azzurrità
notturna. Impossibile il rumore dei suoi passi in quel
silenzio che pare eterno.
Ah se davvero per prodigio si fosse spenta la vita della
città! Seduto come un mendico sul paracarro all'imboccatura
della via, davanti la piazza, rimarrebbe come quei fanali
vani a mirare e sostenere la stupefazione immota di tutte le
cose ormai vuote per sempre d'ogni senso.
Si scuote alla fine da quel fascino, per attraversare la
piazza.
Leggero come un'ombra, il suo corpo; e, andando, nessun
rumore. Dov'è piú il peso di cui s'è sentito gravare
poc'anzi? Tutt'intorno, ora, la città ha come una vaporosa
evanescenza di sogno; e il suo corpo vi si muove quasi
fluido, ombra tra ombre.
È dunque un'idea. Ancora, sempre quella idea che egli non
riesce in alcun modo a precisare. Appena ne avverte
confusamente la presenza, si sente opprimere da quel peso.
Appena gli svanisce, ecco: vuoto come un'ombra.
Ma non dov'essere dell'idea, quel peso. Il peso è del tempo
che perde a guardar vivere gli altri. Non riesce più a
capirne la ragione, o meglio, aspetta di capire che altro vi
stiano a cercare, se è questa la vita, così tutta fatta di
cose che si sanno, usuali e necessarie, le stesse ogni
giorno, magari con l'illusione che ogni tanto ce ne possano
esser di nuove solo perché hanno preso un giro più largo,
con qualche imprevisto in principio, una sensazione
insospettata, tanto da parere che s'apra un altro mondo, e
poi o ci s'abitua poco dopo o si ricasca subito, delusi, nel
solito d'una indifferenza continua. Prova per la mollezza di
certe sue bontà, tutte un po' artificiose, un tale schifo
che, tante volte, a ripensarci, vorrebbe essere piuttosto
una bestia feroce. E queste donne che si guastan la faccia
per farsene una maschera! Se domandi a qualcuna: «A che
pensi?» non pensano a nulla; ma basta che tu gliel'abbia
domandato perché subito s'affacci loro alla mente qualcosa
che non ti possono dire. Come svegliare le gatte. E la
vanità di tutti questi segreti ragionamenti, sempre con un
sorriso da scemo pronto sulle labbra a un minimo richiamo
dei cari amici che ti burlano perché non sai dir loro che
cos'hai né che cosa vuoi. Il peso è questo. Mentre forse,
per sé, quell'idea è la cosa piú lieve, la piú semplice e,
chi sa? la piú comune, forse.
Ha attraversato la piazza. Prima d'entrare nello stretto
delle case torna a fermarsi. Andare a chiudersi, nell'atomo
in cui è, piú che nausea gli fa paura. Prende a destra per
il lungo viale che conduce al ponte e, di là ai sobborghi
solitarii oltre il fiume. È certo che tornerà indietro
appena giunto al ponte. Sul ponte non salirà. Senza volerlo
avvertire, un brivido, solo a pensarci. Il freddo è
pungente; perfino il selciato ne sembra illividito. Nota,
camminando, che ogni qual volta passa sotto una delle
lampade elettriche sospese alte in fila in mezzo al viale,
l'ombra del suo corpo s'allunga, crescendogli curiosamente
da un piede e dall'altro, e piú s'allunga e piú si rarefà,
finché non svanisce. Anche l'ombra del suo corpo, come
quell'idea.
Non può piú illudersi che, la mattina dopo, ristorato dal
sonno della notte, si scrollerà d'addosso il ricordo di quei
momenti d'ossessione, esclamando per non dar loro
importanza:
- Stanchezza! -
Troppe volte ha esclamato così. Gli pare ormai la
esclamazione d'un altro, per certi conforti che, inutile
darli, eppure si danno. Se è veramente stanchezza, del
resto, non essendo piú di momenti e non bastando piú il
sonno né altro a fargliela passare, che sollievo e che
conforto può piú essere per lui chiamarla così quella idea?
E non è neppure disgusto di quella sua vita. No, è che
proprio non lo sa che cosa sia precisamente né donde gli
venga, ormai così spesso, quella idea, come un arresto
improvviso che lo tiene sospeso e assorto in una opaca
attesa.
Inizio
pagina
Ma come? È già entrato?
Da sé, i suoi piedi, in un portone ben noto di quel
viale; e hanno anche salito la prima rampa d'una scala
per cui altre volte, di tempo in tempo, egli è salito
con una vaga speranza nel cuore, e da cui ogni volta è
disceso col proposito di non tornare a salirla mai piú.
Una saletta, e poi lo scrittojo, tutto in ombra,
rischiarato soltanto sui grandi fogli bianchi d'un
registro aperto sul piano della scrivania. Traspare
appena in quell'ombra un paralume verde di vetro. E su
quei fogli illuminati due mani rosee, piccole, con tante
fossette quante sono le dita. Dall'ombra viene una voce.
Senza sorpresa, senza rimprovero, quasi sbocciata da un
lieve, lieto sorriso:
- Ah tu ancora qui, - Bisogna far gli occhi a discernere
in quell'ombra; ma lui ci vede e va dritto alla voce e
ha, come al solito, le mani troppo pronte; come al
solito lei gliele prende e, piú che respingerle, fa il
gesto di restituirgliele. Così non le vuole; neppure se
egli fosse ancora il suo fidanzato. Ah, lo è ancora? Bel
coraggio! Non si fa piú vedere da quattro mesi. Lei non
l'ha richiamato; ma non lo richiamerà mai lei. Se vuoi
venire, è sempre il benvenuto, e la troverà tutte le
sere al lavoro, in casa, dopo il servizio giornaliero
alla banca, là coi suoi registri e tra le sue cifre, e
due penne, già, e due inchiostri, cifre rosse e cifre
nere, regoli, matite e la macchinetta per le operazioni
automatiche.
- Zia! -
Inutile svegliarla, povera zia. Dorme al solito sul
divano, fingendo di lavorare a maglia. S'ostina ad
aspettare, così con gli occhiali sul naso, che lei abbia
finito, per andare a letto insieme. La testa le ciondola
ora su una spalla ora sull'altra; le mani le sono
scivolate in grembo: anche gli occhiali a momenti le
scivoleranno dal naso.
Quelle cifre? Ma no, che vuole che rappresentino per
lei? Il suo lavoro, da eseguire con la massima
attenzione. Poi restano lì, per la banca. Non la
interessano affatto. E così dicendo, si passa le mani
sui biondi capelli lisci e lucidi e gli sorride coi
chiari occhi azzurri. La bocca è così fresca e la fronte
così serena! Non ha mai desiderii?
- No. Perché averne? -
Oh Dio, qualcuno, momentaneo, solo se possibile. E
contenta così.
Se lui la sposasse?
Eh sì, perché no, tanto contenta.
Ma lui non la sposerà mai. Ora glielo domanda soltanto
per sapere che cosa lei gli risponderà.
Bene, lei gli risponde così. È dolce supporlo anche
senza crederci.
Per una donna come lei, del resto, meglio non sposare.
Non saprebbe immaginarsi in una vita diversa. Questa
casetta signorile, benché su al quinto piano, tutta
messa con gusto di colori appropriati, tende, tappeti,
la sodisfazione che tutto è dovuto al suo lavoro, la
tranquillità della zia, qualche piacere che di tanto in
tanto si possono prendere, il mese ai bagni o in
collina, qualche passeggiata, le feste, con questa o
quella amica. Ne ha, sì, qualcuna. E sorride. Perché non
dovrebbe averne? E anche qualche giovanotto, perché no!
Poche donne sanno sorridere con una così aliena
dolcezza. Pare lontana da tutto, lontana anche da sé,
come se neppure il suo corpo le appartenga e non abbia
il minimo sospetto né dei desiderii che può accendere né
del piacere che può dare. È difatti di una piacenza così
nobilmente placida e pura, che nessuna bramosia carnale
può sorgere in chi la miri. Ma possibile che non pensi a
nulla? Almeno al suo avvenire! Vivrà sempre così, in
codesto ritegno, sempre con l'aria di ritrarsi da tutto?
Ci sono gli altri; c'è la vita, solo a farsi un po'
avanti. Non vuole. I pensieri della giornata, delle cose
da fare. Legge, a volte, qualche libro; ma ha così poco
tempo per la lettura! Libri di viaggio. Al polo? No.
Perché dice al polo? Un'altra bella risata, liquida,
schietta, luminosa. La crede proprio così fredda?
Eppure, dicono che le donne esquimesi sono invece così
calde!
- Io? Non so. D'inverno soffro molto il freddo. Giú le
mani. Le ho fredde, sì. -
E questo silenzio. Sempre questo silenzio.
- Dormo quieta. Sogno di rado. -
Sul ponte, quella sera, che purezza d'astri!
Guarda il cielo per non guardare, giú, l'acqua del
fiume. L'idea che non riesce a precisare è forse proprio
questa. Ma non ne ha il coraggio. Poggia le mani sul
parapetto del ponte; se le sente quasi restituire anche
qui, dal freddo della pietra, come prima dal tepore di
quelle altre mani. E resta lì, di nuovo assorto,
opacamente, in quella sua singolare attesa. Il tempo s'è
fermato e fra le cose rimaste tutt'intorno in uno
stupore attonito pare che un segreto formidabile sia nel
fatto che in tanta immobilità solo l'acqua del fiume si
muova.
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