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Novelle per un anno - 1934 - Berecche e la guerra
2. uno di più
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A vederlo passare, con quella faccia e quella furia, la
gente si volta, si ferma e gli tien dietro a lungo con gli
occhi. Il cappello che ha in capo non pare il suo, o che
gliel'abbia messo in capo così di traverso un altro. I
capelli, come impolverati, gli scappano da tutte le parti.
Non è un pazzo, no. Quando vi va tutto a traverso, andate a
badare come vi siete messo in capo il cappello! Si chiama
Abele Nono; lo conosco bene e so perché va per via così.
Fino a pochi giorni andava così anche con una piccina per
mano, sua figlia; e non pensava neppure che non poteva, la
piccina, con quelle sue gambette, camminargli a paro e che
rischiava perciò da un momento all'altro d'incespicare e
cadere o restargli appesa per il braccino alla mano. Sottile
come un virgulto, troppo cresciuta per i suoi cinque anni,
con gli occhi troppo grandi e serii nel pallido visino
irregolare incorniciato da una semplice cuffietta di lana
celeste che, annodata sotto il mento, le disegnava tonda
tonda la testina, quella figlietta quasi gli volava accanto,
movendo così in fretta le gambette da parer tante e non due;
e alzava di tratto in tratto gli occhioni angustiati a
sogguardare il padre per scorgergli in viso se gli fosse già
passata la rabbia da cui era preso ogni qual volta ritornava
con lei, così verso sera, dalla visita alla nonna. Quella
rabbia certe volte era tanta ch'egli serrava i denti e li
faceva scricchiare; e allora quasi le stritolava la manina
serrata nel pugno; ma lei non diceva nulla perché capiva che
il suo papà non le aveva voluto far male e che aveva stretto
il pugno così per lo spasimo che gli dava ciò che portava in
cuore. Tanto vero che poi, arrivando a casa, prima di
mettersi a salir la scala, gli vedeva cavar di tasca il
fazzoletto per passarselo sugli occhi e sulle guance.
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La ragione di quel soffrire del padre, fino a quegli accessi
di rabbia che facevano voltar la gente per via, certo la
piccina non riusciva a comprenderla chiaramente; ma intuiva
bene che il pianto era per la nonna e che la rabbia era
contro la mamma.
La mamma lei la studiava, per cercar di scoprire che avesse
in sé da far tanto arrabbiare il babbo. Era tanto bella la
sua mamma. Rossa, come la fiamma; mentre papà era verdolino;
sì, come un gambo di garofano. Rideva, e mostrava il ditino.
Per non farsi accorgere di studiarla la mamma, doveva sempre
aspettare ch'ella non le badasse; perché altrimenti, come se
lo sapesse e sospettasse di qualche segreto accordo tra lei
e il babbo, subito vedendosi osservata, scoppiava a ridere,
oh! d'una risata così crudele, quasi da folle, che piú che a
lei era certo rivolta al babbo che se ne stava di là.
Stordita e mortificata, nello sbigottimento che quella
risata improvvisa le cagionava, la piccina appassiva; la
camera, la casa, tutto s'allontanava confusamente come
tirato con violenza; e anche la luce pareva s'incupisse. Con
la boccuccia aperta, che le scopriva i denti davanti un po'
troppo grandi, restava così appassita ad ascoltare i rumori
della strada che prima non aveva avvertiti, finché tutt'a un
tratto non le riveniva davanti sanguigna la bocca della
madre e gli occhi che, in quel momento, li aveva proprio di
cattiva, di cattiva.
Tutto il segreto, per cui il padre era pieno di tanta rabbia
e la madre di tanto dispetto, doveva essere in quella
risata.
La udiva anche di notte, talvolta, svegliandosi di
soprassalto, nello sconquasso che pareva n'avesse tutta la
casa. La prima volta che l'aveva udita, dormiva ancora nella
stessa camera coi genitori; e s'era messa a piangere
atterrita, perché nel barlume vacillante del lumino da notte
s'era vista prima come assaltata dalla parete da mostruose
ombre scomposte, e poi, voltandosi, aveva sorpreso il babbo
e la mamma che, levati in ginocchio sul letto e azzuffati,
cercavano di abbattersi l'un l'altra; e in quegli sforzi,
ecco, la madre rideva, e il padre pareva inferocito. La
notte appresso, dopo il gran pianto che aveva fatto,
ch'erano stati fin quasi all'alba a cercar di quietarla e a
dirle che non era vero niente che s'erano azzuffati,
l'avevano messa a dormire nello stanzino accanto. Ma poi la
mamma l'aveva voluta di nuovo con sé, nel letto grande, al
posto del babbo, passato a dormir lui di là, come in
castigo, sul lettino di lei; e che gioja per lei allora nel
sentirsi stretta nell'odore caldo del corpo materno!
Senonché, tante mattine, svegliandosi, si ritrovava
inaspettatamente di là, nel suo lettino, tutta avvolta sotto
le coperte in uno scialletto di lana; e la sorpresa che ne
provava era piena d'irritazione come per un tradimento che
per lei aveva sapor di beffa, perché sotto a ogni cosa che
non riusciva a spiegarsi della sua mamma ci sentiva sempre
la crudeltà di quella risata.
Ed erano tante veramente le cose, oltre quella risata e quei
passaggi a tradimento da un letto all'altro, che la piccina
non riusciva a spiegarsi.
Non era bello, per esempio, che venisse ogni mattina col
cestino delle uova tra le manine gonfie quel grosso
bamboccione di campagna che non sapeva ancora dir nulla, le
guance pavonazze dal freddo, gli occhi tra i peli e quei due
belli candelotti al naso? E non era da ridere anche la
visita giornaliera di quello spilungone in maniche di
camicia, con quel grembiulone di traliccio a righe bianche e
turchine tenuto da una cordellina alle spalle? Recava al
braccio un'altra cesta piú grande quest'altro, con tanti bei
tocchi di carne rossa, tagliata di fresco; e aveva una
testa, una testa da non credersi, di cipolla secca, di
quelle col velo dorato. Era proprio da ridere. Difficile,
per una testa di cipolla secca, reggersi ritta; e difatti
quell'uomo la teneva un po' su una spalla e un po'
sull'altra; e parlava sempre con le mani levate davanti la
faccia, come a nasconderla, due manone lunghe lunghe e
insanguinate; e la voce miagolante pareva gli uscisse da
quelle mani, perché in tutto quel tondo dorato della testa
chi sa poi se aveva una bocca per parlare quell'uomo. Si
ripigliava il tocco di carne, che aveva posato sulla tavola
di cucina, e diceva: «Se debbo lasciarla, pagare; se no, me
la riporto». Se la riportava, perché di là, invece di ridere
come a lei pareva si dovesse fare, tanto per la venuta di
quel ragazzetto di campagna col cestino delle uova quanto di
questo spilungone con la testa di cipolla secca, il babbo e
la mamma litigavano, gridando da far tremare i muri.
La mamma specialmente, che s'accaniva a ripetere: «Tua madre
è di piú! Tua madre è di piú! Non sono di piú le uova! Non è
di piú la carne! Dreina ha bisogno della carne e delle
uova!».
Dreina era lei. La mamma dunque gridava così per lei, e
contro la nonna «che era di piú». Perché di piú?
Perché il bilancio d'una famiglia è anch'esso una cosa tra
le tante che le piccine non possono comprendere. Se le
entrate son queste, e non possono essere di piú, giacché
tutte provengono da uno stipendio fisso per un impiego che
non consente altre occupazioni, bisogna che le uscite siano
anche queste, e non un soldo di piú; o altrimenti si farà un
vuoto che non si saprà poi come colmare. Ma se le piccine
magroline hanno bisogno della carne e delle uova prescritte
dal medico? Le entrate son queste; le uscite debbono esser
queste. Le piccine magroline debbono allora morire? E non
deve rubare un papà, nel vedersele deperire sempre piú, di
giorno in giorno? Far debiti? Eh, i debiti, non basta la
volontà di farli; ci vuole anche il credito da parte degli
altri; e se il credito manca, i debiti, anche volendo, non
si possono fare. Abele Nono non ne vuol fare. Lo dice,
perché sa bene di non poterli piú fare. Quelli che ha fatti,
forzato da qualche impellente necessità li ha fatti con la
coscienza di non poterli mai pagare, e ancora se ne sente
scottato come dal ricordo d'uno scrocco.
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Ora il guajo, almeno fino a pochi giorni fa, era questo:
che su quel bilancio d'Abele Nono, che non si poteva in
nessun modo né allargare né stringere; la madre, la
moglie, la figlia e lui stesso, uno era di piú. E
ogni qual volta Abele Nono sentiva gridare alla moglie
che quest'uno di piú era la madre, aveva la tentazione
di scagliarle in faccia ciò che gli veniva sotto mano.
Perché non era vero, no, non era vero che sua madre
sarebbe stata di piú, se avesse potuto vivere insieme
con loro.
Ciò che basta per tre, può anche bastar per quattro, se
raccolti sotto lo stesso tetto e attorno alla stessa
tavola. Ma nossignori! Un giorno, al suo ritorno
dall'ufficio, era stato investito dalla moglie,
furibonda, mentre la vecchia madre tremava tutta,
riparata in un canto: «O fuori lei, o fuori io!». Una
scenata. E senza nemmeno voler dire che cosa fosse
accaduto di tanto grave da dover prendere lì per lì una
così grave decisione, se n'era andata fuori lei, in casa
di una sorella maritata, e v'era rimasta per tutt'un
mese. Abele Nono poteva giurare che mai e poi mai si
sarebbe arreso ad andare in casa di quella sorella a
riprendersela mai e poi mai gliel'avrebbe data vinta, se
la bambina, si sa, senza la mamma... e se anche sua
madre stessa, a veder piangere così la nipotina... «Tu
sai com'è, per la piccina, la mamma... e poi anche la
casa, così senza di lei... per quanto io possa fare...»
Che cosa fosse propriamente accaduto quel giorno, non
aveva potuto ancora saperlo. La mamma gli assicurava che
non era accaduto nulla. «Solo che, dice, io l'ho
guardata... non so, guardata, dice, quand'è rientrata
con la spesa, pochi momenti prima che tu rincasassi. Ti
giuro che non posso nemmeno dire d'averla veramente
guardata; o se l'ho fatto, sarà stato così senza nessuna
intenzione. No, no, che sospetti, figlio? Sta' sicuro
che non hai nulla, nulla da sospettare, come non ho
potuto nemmeno io sospettar nulla, mai, sul suo conto,
perché non c'è nulla, proprio nulla da sospettare. È
così, di indole... Ha avuto sempre l'idea ch'io la
tenessi d'occhio. E non può piú sopportare, dice, di
vedersi addosso sempre i miei occhi; ne ha l'incubo,
dice... Tu capisci, sono tua madre... è naturale...
nuora...»
Per farla rientrare in casa, aveva dovuto metter la
madre a pensione presso una famiglia di povera gente che
abitava in una di quelle ultime casette trascurate là su
lo stradone dove la città smette e comincia la campagna,
senza piú beneficio né d'acqua corrente né di luce. Un
lumetto a petrolio, la sera, in quella stanzuccia nuda,
umida, col soffitto a travicelli, intonacato di calce.
Con l'umido, la crosta dell'intonaco su quel soffitto e
a una parete s era tutta raggrinzita e cascava a
pezzettini, come se nevicasse.
- Anche di notte, sulla faccia, mentre dormo. -
Glielo diceva come una cosa da ridere, povera mamma, per
dargli a divedere che quella sua relegazione là lei
l'aveva pigliata così. E tirava su le spallucce
aggobbite. Ma chi sa come dovevano passarle le giornate
là sola, in quella stanzuccia, con quel lettino di ferro
il comodino, un vecchio canterano, il tavolino sotto la
finestra e due sedie!
La finestra dava sull'aperto della vallata, ma così
triste che, a guardarci, prendeva la malinconia. Sotto
c'era la scarpata della ferrovia, e la sera, nel
silenzio si sentiva lo sferragliare dei treni in discesa
e l'ansare di quelli in salita. Il fumo nero di quei
treni stava un pezzo a vagar lento sospeso e poi a
sfilacciarsi sul grigio smortume della vallata.
E il silenzio, dentro, era tanto che s'avvertiva perfino
il ronzare del lumetto acceso sul tavolino.
Star lì, così, su quella sedia a piè del lettino, o
sull'altra davanti al tavolino sotto la finestra, con
quei poveri occhi incavati, immobili nella faccia di
cera il fazzoletto nero in capo, e il pollice e l'indice
della mano ischeletrita che si movevano di continuo
sulla cocca di quel fazzoletto che le pendeva dal mento,
come se n'assaggiassero la qualità; lì, che pareva una
mendica all'anticamera della morte, in attesa che un
uscio nell'ombra si aprisse e un dito di là si sporgesse
a farle cenno di passare. Ma quel cenno non veniva mai;
e a star lì aspettando, senza piú nulla da fare, le
pareva che il tempo, impedito da tutto quel silenzio
d'attesa, si fosse fermato e non potesse piú
trascorrere; e quelle povere cose, nella stanzuccia,
perduto ormai ogni senso, le stessero intorno a guardare
in uno stupore attonito. Lei che aveva dato sempre
tutto, senza mai pensare a sé, lei che era stata nella
vita solo a servizio e per utilità degli altri, essere
ora così di peso al figlio, peso inutile; sapersi di piú.
- Se potessi portarmi almeno un po' di lana, da
lavorare... qualche giubbetto per la piccina... un pajo
di gambalini... -
Non gliel'aveva mai potuta portare.
- Qualche cosa almeno da rammendare...
Nulla. Era da impazzire. E anche la festa che sarebbe
stata per lei, ogni volta, la visita della nipotina
diventava invece un'afflizione, perché la piccina
restava come trattenuta e sgomenta alla vista di quella
stanzuccia così squallida, quasi che il padre volesse
forzarla a entrare in una tana di scarafaggi. Sulla
soglia, si tirava indietro
- Non vuoi piú bene alla tua nonnina? -
Diceva di sì; ma era come se, in quella stanzuccia, la
sua nonnina non le sembrasse piú lei. E il bacio che
s'induceva a darle era quasi senza convinzione che fosse
dato propriamente alla stessa nonnina di prima. Dandolo,
guardava quel canterano con tutta la impiallacciatura
scoppiata e strappata, o quel tavolino nero sotto la
finestra, o quel misero lettino di ferro, e le sembrava
che tutte quelle deturpazioni e quello squallore e
quell'angustia fossero state fatte e si fossero
attaccate alla persona della nonna. Vedeva poi il padre
che se ne stava a sedere curvo, con le mani abbandonate,
come ritorte, tra le gambe discoste, e con la fronte
appoggiata allo spigolo del tavolino, a piangere con lo
stomaco, sussultando. Voleva capire; e stringendo con le
due manine alla nonna le cocche del fazzoletto sotto il
mento, le domandava:
- Perché la mamma dice che tu sei di piú? -
Il padre levava irosamente la fronte dallo spigolo del
tavolino.
- Perché? Perché tu non vuoi stare con la tua nonnina;
ecco perché! -
E, a uno sguardo smarrito della piccina:
- No, non dico qua! Non dico qua! A casa, con la tua
nonnina e il tuo papà. Ti metti a piangere, che vuoi
anche la mamma...
- La mamma, sì!
- E dunque, vedi? Ma la mamma senza te c'è stata pur
tutt'un mese; e dice che potrebbe anche sempre; perché
non ha bisogno di nulla, lei; né di nessuno basta a sé,
provvede a sé: ha le mani d'oro, lei! A casa sta perché
la vuoi tu; lei per sé non ci starebbe! -
La vecchia madre, benché avesse pietà di quello sfogo
che il figlio aveva bisogno di offrirsi, pregava:
- Non dire così alla piccina! -
Ma egli, nell'impeto, gliela levava dalle ginocchia, se
l'alzava al petto:
- Guarda, facciamo allora così, vuoi? Tu con la mamma,
sola; e io qua con la nonna!
- No! Tu con me, papà - gridava subito Dreina,
buttandogli le braccia al collo, per tenerselo stretto.
Egli si chinava per farle posare a terra i piedini e
levarsela dal collo; e, mentre la madre di nuovo gli
faceva cenno di non dir altro, soggiungeva:
- Dunque vedi, dunque vedi ch'è proprio per te che la
nonnina è di piú. E quella carogna se n'approfitta,
perché lo sa bene che se non fosse per te... -
Dreina non ascoltava piú il padre. Ora stava a
riflettere, sorpresa, che la colpa dunque non era della
mamma, ma sua; e sua - possibile? - perché voleva che
stessero con lei la mamma e il papà, tutt'e due.
Ah, quando le bambine si vogliono sforzare di capir
certe cose che non possono né debbono capire! Ecco che
cosa orrenda n'è venuta. Se n'è andata via lei, la
piccina. Lei che non poteva in nessun modo essere di piú.
Lei che non pesava ancora nulla, o certo meno di tutti.
Via, in pochi giorni, senza mettere a posto nulla con la
sua morte; perché non se n'è mica andata per conto suo
la mamma; né lui, il suo papà, con la nonnina. La
nonnina è là sola, dove lei l'ha lasciata, in quella
stanzuccia, ancora «di piú». E il suo papà è rimasto qua
con la mamma, disperato, e si morde le mani, dandosi del
vigliacco, del vigliacco per aver dato a credere alla
sua piccina quella cosa mostruosa che fosse per colpa di
lei; mentre era lui, era lui che la metteva avanti così,
la sua piccina, per riparare dietro a lei la sua
vergogna, la vergogna della sua inconfessabile
soggezione alla moglie. Voleva nasconderla a se stesso e
alla madre, quella sua vergogna, e metteva avanti la
piccina, dicendo che non lasciava la moglie per lei. Ed
eccolo ora scoperto. E la moglie, che lo sa, gli grida,
selvaggia, dall'altra stanza:
- Perché non te ne vai ora da tua madre? Vattene! io non
ho bisogno di te! -
E lui non se ne va, non se ne può andare. Pensa che, se
trovasse un momento la forza d'andarsene, per aver
faccia da ricomparire davanti alla madre, poi certo
ritornerebbe qua, e sarebbe peggio. Pensa come un pazzo
che, quando si potrà riaccostare a questa selvaggia,
senza piú negli occhi il pensiero della bambina morta,
ella certo lo riaccoglierà con una di quelle sue
orribili risate. E torna a mordersi le mani, vigliacco,
mettendo ancora avanti la piccina, come se ora stesse a
mordersele per lo strazio della morte di lei, mentre non
è vero, non è vero: è ancora e sempre quella sua stessa
rabbia, per cui lo vedete andare per via come un pazzo.
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