|
Resta della voce, nel vano dell’aria, come l’ombra di quello che c’era: il
rimpianto e il rimprovero. E Lucilla guarda il conventino.
C’è nata. Davvero, dentro di sé, pur senza volerlo piú riconoscere, sente che le
è caro. Caro, perché, da convento grande grande, come potevano farlo, l’hanno
fatto invece così piccolo piccolo, quasi apposta per lei. Come apposta per lei,
suo padre che vi fu tant’anni sagrestano, prima che morisse, costruì i mobiletti
del suo stanzino là dentro: mobiletti quasi da bambola, per non farla avvilire:
il lettino, le sedioline, il tavolinetto, tutto in proporzione della sua
statura. Perché lei per quel padre, e per quella madre che certo non poteva far
figliuoli (tant’è vero che, appena fece lei così piccola piccola, morì), lei è
rimasta come una figliuola guardata da lontano lontano, là dal punto della sua
nascita, vent’anni fa. E così guardata da quegli occhi di madre che si sono
allontanati d’anno in anno sempre piú, tutto quello che ha potuto crescere,
eccolo qua, è poco, è niente, si sa; di anni solo è cresciuta; ma a vederla, è
rimasta come una bambina: tanta così. Non nana, non nana! della nana non ha
niente; tutti anzi si voltano a guardarla stupiti, da come è bella con la sua
testina ricciuta sul collo svelto, che può girarla di qua e di là, come vuole, e
tutti i riccioli intorno, come tanti serpentelli; il corpo perfetto, una
miniatura. E lei lo sa, lo sa meglio di tutti, com’è il suo corpo, dacché ha
imparato a conoscerselo, da come certi maschiacci la guardano, imbecilli!
Il dispetto è questo, la rabbia, la tortura: che lei, dentro di sé, quando senza
vedersi sta a pensare, pensa da grande, ormai, da donna, da donna fatta come
tutte le altre. Vedersi allora trattata come una bambina da quelle stupide teste
fasciate delle suore, che loro sì, anche vecchie con quelle facce siero di
latte, guardano parlano ridono e fanno attucci da bambine sceme; vedersi
trattata come una bambola, come un giocattolo, presa in collo e passata dalle
braccia dell’una a quelle dell’altra, che tutte per carezzarla la mungono e
nessuna si vuole accorgere che lei è già tutta formata come una donna; no, no,
no, questo non le è piú tollerabile, deve finire, deve finire; è già finito. Ne
ha Graffiate oggi tre o quattro in un momento che s’è sentita artigliare le
dita, e non sa piú che ingiurie e vituperii ha scagliato loro in faccia, con la
schiuma alla bocca.
Le hanno fatto la carità di tenerla con loro, in quello stanzino, anche dopo
morto il padre? Sì, grazie, per aver quello spasso della bambolina viva, da
giocarci nelle ore di ricreazione! Le hanno cucito con le loro stesse mani, alla
bambola, il corredino, abiti, biancheria? Lascerà loro tutto, tutto; non si
porterà via nulla così com’è, questa sera stessa, se n’andrà da Nino
Da Nino, da Nino, sì. Tra poco. Alle sette. Nino gliel’ha detto.
Si metterà con lui. Lei sa far tutto: badare alla casa, preparargli da mangiare,
curargli gli abiti, rammendare, stirare. Col suo piccolo ferro da stiro, lei,
barche di panni così, ha stirato in convento!
E Nino lo sa bene, che lei è già donna. Fin dalla prima volta che anche lui per
chiasso se la prese in collo, passando come fa spesso la sera qua dal prato di
ritorno dalla staccionata dov’ha l’allevamento dei cavalli, col suo cappellaccio
da buttero, ma signore, e i bei gambali lucenti con gli sproni, nel sollevarla
per le ascelle, subito, toccandole coi due pollici il petto fece un atto
furbesco col capo, lui, e sorrise d’una certa maniera, strascicando un ahh... di
sorpresa e d’ammirazione e guardandola con gli occhi imbambolati. E lei si punse
le mani, puntandogliele sulle guance per tenergli discosta la bocca che voleva
baciarla, là proprio sul petto, Nino. Che occhi! Neri e ridenti: forano, quegli
occhi! E che denti, quando ride!
Già la sette?
Da quanto è stata a rimuginare tra sé là sul prato, presa la risoluzione di
romperla con le monache, Lucilla è ormai come ubriaca; non vede piú nulla; va,
vola come una farfallina abbarbagliata; e alla fine, quando si ritrova
nell’androne della casa dove sta Nino, le par d’esservi giunta come una
trottola, tra le vertigini, in un capogiro. Non tira piú fiato; e ora, ah Dio,
c’è da fare tutte quelle scale, e che scale! per salire fino all’ultimo piano di
quel vecchio casone decaduto.
Finalmente, un po’ reggendosi al muro, un po’ alla ringhiera, ci arriva; ma una
volta lassú, davanti alla porta, per quanto si rizzi sulla punta dei piedini,
non arriva a premere col braccino levato il campanello troppo alto; e allora si
mette a tempestare di pugni la porta:
– Apri, apri, Nino! Sono io! Sono venuta! –
Nel bujo della saletta non discerne bene chi sia venuto ad aprirle. Sente
accosto come un tanfo di stalla, mentre una mano ruvida cerca goffamente la sua
per prenderla, come si fa coi bambini quando si vogliono portare davanti a
qualcuno. La confusione, anzi peggio, lo sgomento da cui subito è presa, non è
però per quel tanfo né per quell’atto goffo a cui lei istintivamente si sottrae;
è per un gran baccano di voci e di risa che viene dalla stanza di là, attraverso
l’uscio socchiuso, che dallo spiraglio dà a Lucilla l’impressione che crepiti e
fiammeggi come un forno.
Lucilla comincia a tremare; vuol fuggire; ma l’uscio si spalanca: ominacci di
campagna ubriachi, vestiti di velluto, con gambali e speroni ai piedi; facce
bestiali pavonazze, urlando, barcollando, allungando le manacce, la tirano
dentro, in mezzo a una nuvola di fumo; tutti sghignazzano come in un
ribollimento di grassa sodisfazione; chi posa la pipa, chi la bottiglia e il
bicchiere, e si buttano su lei; vogliono giocare con lei anche loro, ma in che
altro modo! la spremono, la strizzano, la vogliono scoprire; e lei grida,
strilla, si dibatte, finché Nino, sghignazzando anche lui e torcendosi tutto,
con le lagrime agli occhi dal troppo ridere, con uno strattone non la libera e,
tornando a sedere, non la ripara tra le sue gambe gridando:
– Basta! basta! Le sento battere il cuore, oh Dio ma sì, ma sì, le sento battere
il cuore qua sul ginocchio!
Non s’accorge che Lucilla gli s’è abbattuta su quel ginocchio e che, se egli
apre le gambe, gli casca giú a terra, come un cencio, svenuta.
Afferra con una mano un sudicio ragazzaccio di campagna, sui quattordici anni,
scemo, che gli sta accanto tutto arruffato e intenerito (quello stesso che è
venuto ad aprir la porta) e scuote Lucilla per presentarglielo:
– Eccoti qua lo sposino! Abbiamo tutto preparato
Lucilla non sa piú quanto tempo sia passato; che cosa le sia veramente accaduto
là; s’è dibattuta, s’è svincolata, liberata, mordendo, graffiando, e ora va
nella notte, non sa dove, piccola piccola, per strade grandi, deserte, ignote; è
come impazzita, inebetita; e guarda, così piccola, i tronchi giganteschi degli
alberi, di cui a stento riesce a scorgere le cime, e piú su, piú su, finestre
vane illuminate come nel cielo, dove vorrebbe sparire, sparire, se Dio, come
spera, vorrà alla fine darle le ali.
Inizio
pagina
 |