|
Era quel medico uno di quei giovani calvi che portano quasi con dispettosa
fierezza la loro precoce calvizie tra la violenza d’una selva di riccioli neri
che, non si sa perché scomparsi dal sommo del capo, gremiscono poi tutt’intorno
la testa. Con gli occhi di smalto armati da forti lenti da miope, alto,
piuttosto grasso ma vigoroso, due cespuglietti di peli mozzati sotto il naso
piccolo, le labbra tumide, accese e così ben segnate da parer dipinte, guardava
con tal derisoria commiserazione l’ignoranza di quella povera sorella e parlava
della morte con così disinvolta familiarità, quasi che avendo da fare di
continuo con essa nessuno dei suoi casi gli potesse esser dubbio od oscuro, che
alla fine un ghigno di scherno mi proruppe dalla gola irresistibilmente. Già
mentre parlava, m’ero scorto per caso allo specchio dell’armadio e m’ero
sorpreso con uno sguardo storto e freddo che subito m’era rientrato negli occhi
strisciando come una serpe. E il pollice e l’indice della mia destra si
premevano, si premevano così fortemente l’un contro l’altro, ch’eran come
insorditi dallo spasimo della reciproca pressione. Appena egli a quel mio ghigno
si voltò, gli mossi incontro, a petto, e, con la bocca atteggiata ancora di
scherno nel pallore che mi aveva inteschiato il volto, gli sibilai: «Guardi», e
gli mostrai le dita, «così! Lei che la sa così lunga sulla vita e la morte: ci
soffi su, e veda se le riesce di farmi morire!». Si tirò indietro per
squadrarmi, se non aveva da far con un pazzo. Ma io gli andai a petto di nuovo:
«Basta un soffio, creda! basta un soffio!». Lasciai lui e afferrai per un polso
la sorella. «Lo faccia lei! Ecco, così!», e le portai la mano alla bocca,
«congiunga due dita e ci soffi su!». La poverina, con gli occhi sbarrati,
atterrita tremava tutta: mentre il medico, senza piú pensare che lì sul letto
c’era un morto, sghignazzava, divertito. «Non lo faccio piú io, su voi, perché
già lì ce n’è uno, e due con Calvetti per oggi! Ma bisogna che me ne scappi, me
ne scappi subito, me ne scappi!»
E me ne scappai, davvero come un pazzo. Appena sulla via, la pazzia si scatenò.
S’era già fatto sera, e la via era affollatissima. Sobbalzavano dall’ombra tutte
le case ai lumi che s’accendevano, la gente correva per ripararsi la faccia dai
guizzi di luce di tanti colori che l’assaltavano da ogni parte, fanali,
riverberi di vetrine, insegne luminose, in un subbuglio assillato da oscuri
sospetti. Benché no: ecco là, al contrario, una faccia di donna che s’allargava
di contentezza al riflesso d’una luce rossa; e là quella d’un bimbo che rideva,
tenuto alto sulle braccia da un vecchio, davanti allo specchio d’uno sporto di
bottega che ruscellava d’un getto continuo di gocce smeraldine. Fendevo la calca
e con le due dita davanti alla bocca soffiavo, soffiavo su tutte quelle facce
sfuggenti, senza scelta e senza voltarmi indietro ad accertarmi se davvero quei
miei soffi producevano l’effetto già due volte sperimentato. Se lo producevano,
chi avrebbe potuto attribuirlo a me? Non ero padrone di tenere quelle due dita
davanti alla bocca e di soffiarci su per un mio innocente piacere? Chi poteva
credere sul serio che un potere così inaudito e terribile mi fosse venuto in
quelle due dita e nel soffio che emettevo appena su esse? Era ridicolo
ammetterlo e poteva passare soltanto come uno scherzo puerile. Io scherzavo,
ecco. E mi s’era già insugherita in bocca la lingua a furia di soffiare, e non
avevo quasi piú fiato tra le labbra appuntite, arrivato in fondo alla via. Se
ciò che avevo sperimentato due volte era vero, eh perdio, dovevo avere ucciso,
così scherzando scherzando, piú d’un migliajo di persone. Non era possibile che
il giorno dopo non si venisse a sapere, con terrore di tutta la città, di quella
mortalità improvvisa e misteriosa.
Si venne difatti a sapere. Tutti i giornali, la mattina dopo, ne furono pieni.
La città si svegliò sotto l’incubo tremendo d’una epidemia senza scampo
scoppiata fulmineamente. Novecento sedici morti in una sola notte. Nel cimitero
non si sapeva come riparare a seppellirli; non si sapeva come riparare a
portarli via tutti dalle case. Sintomi comuni accertati dai medici in tutti i
colpiti, dapprima l’avvertimento d’un malessere indefinito, poi la soffocazione.
Dall’autopsia dei cadaveri, nessun indizio del male che aveva cagionato la morte
quasi istantanea.
Restai, leggendo quei giornali, in preda a uno sgomento ch’era come lo sconcerto
d’una orribile ubriachezza, confusione d’aspetti indistinti che s’avventavano,
si sbattevano aggirati nel volume d’una nuvola che m’avvolgeva vorticosa; e
un’ansia inesplicabile, un fremito pungente che urtava, urgeva contro qualcosa
dentro che mi restava nero e immobile e a cui la mia coscienza, attratta ma
tutta irta e in procinto di sbandarsi da ogni parte, si rifiutava d’accostarsi,
toccava e subito se ne distaccava. Non so propriamente che cosa volessi
esprimere, strizzandomi con una mano convulsa la fronte e ripetendo: «È
un’impressione! è un’impressione!». Fatto si è che la parola, pur così vuota, m’ajutò
a squarciare d’un lampo quella nuvola, e mi sentii per un momento sollevato,
liberato. «Dev’esser tutta pazzia», pensai, «che m’è entrata nel capo per
essermi trovato jeri a far quel gesto ridicolo e puerile prima che la calamità
si dichiarasse di quest’epidemia piombata così di colpo sulla città. Sogliono
spesso nascere da siffatte coincidenze le piú sciocche superstizioni e le
fissazioni piú incredibili. Del resto, per liberarmene non ho che da aspettar
qualche giorno senza piú ripetere lo scherzo di questo gesto. Se è epidemia,
come certo dov’essere questa spaventosa mortalità deve seguitare e non cessar
così di colpo come è cominciata.»
Bene; aspettai tre giorni, cinque giorni, una settimana, due settimane: nessun
nuovo caso fu segnalato dai giornali: l’epidemia era di colpo cessata.
Eh, ma pazzo no, domando scusa, nella ossessione di un simile dubbio, ch’io
potessi esser pazzo, non potevo restare; pazzo, d’una pazzia che, a dichiararla,
avrebbe fatto scoppiare chiunque dalle risa, no, via. Da una tale ossessione
bisognava pur che mi levassi al piú presto. E come? Rimettendomi a soffiar sulle
dita? Si trattava di vite umane. Bisognava che fossi anche convinto che il mio
atto era per se stesso innocente, da bambino, e che se gli altri ne morivano,
non era colpa mia. Avrei sempre potuto credere a una ripresa della epidemia,
dopo quella pausa di quindici giorni, poiché fino all’ultimo dovevo ritenere
incredibile che la morte potesse dipendere da me. Ma intanto la tentazione
diabolica d’acquistare una simile certezza, ben piú terribile del dubbio che
potessi esser pazzo, la certezza di sapermi dotato d’un così inaudito potere:
come resistere a una tale tentazione?
Dovevo concedermi di fare ancora una prova, ma timida e cautelosa; una prova
quanto piú fosse possibile «giusta». La morte, si sa, non è giusta. Quella che
dipendeva da me (se dipendeva da me) doveva esser giusta.
Conoscevo una cara bambina che, mentre giocava con le sue bambole, uscendo da un
sogno per entrare in un altro, tutti diversi l’uno dall’altro, questo che la
portava a un villaggio sul monte e quello che la portava a una spiaggia di mare,
e poi dal mare a un paese lontano lontano, dov’era altra gente che parlava una
lingua tutt’altra dalla sua, alla fine da tutti quei sogni s’era svegliata
ancora bambina a vent’anni, ma proprio bambina bambina, con uno accanto che,
appena uscito dall’ultimo di quei sogni, si era subito trasformato nella realtà
di un omaccio straniero, in uno stangone alto due metri, stupido, infingardo e
vizioso; e tra le braccia, invece della bambola, s’era trovato un povero
esserino, che non si poteva dire un mostriciattolo perché aveva pure un visino
d’angelo malato, quando la continua convulsione, a cui tutto il corpicciuolo era
in preda, non gli deformava anche quello, orribilmente. «Morbo di...», non so,
il nome di un medico straniero, inglese o americano, Pot mi pare seppur si
scrive così (cara gloria, dare a un morbo il proprio nome!), «morbo di Pot» in
una delle sue forme piú gravi e senza rimedio. Quel bimbo non avrebbe mai
parlato, mai camminato, né mai si sarebbe servito di quelle sue manine scarnite
e scontorte dalla violenza degli spasimi atroci. Avrebbe potuto tirare così
ancora per anni. Ne aveva tre? Forse fino a dieci. Eppure, non pareva vero, tra
le braccia di qualcuno che avesse imparato a reggerlo bene come quello stangone
del padre, appena poteva, in qualche momento di tregua, il povero bimbo
sorrideva d’un sorriso così beato in quel suo visino d’angelo, che subito,
cessato l’orrore per quei contorcimenti, la più tenera compassione faceva
sgorgare le lagrime dagli occhi di quanti stavano a guardarlo. Pareva
impossibile che solo i medici non capissero che cosa chiedeva il bimbo con quel
sorriso. Ma forse lo capivano, perché avevano già dichiarato che certamente era
uno del casi davanti a cui non ci sarebbe stato da esitare, se la legge lo
avesse permesso e ci fosse stato il consenso dei parenti. La legge è legge,
perché crudele può essere, come spesso è, ma pietosa no, se non a costo di
finire d’esser legge.
Io dunque mi presentai a quella madre.
La stanza dov’ella m’accolse era invasa dall’ombra e si vedevano come lontane le
due finestre velate sul livido barlume dell’ultimo crepuscolo. Seduta sulla
poltrona a piè del lettino, la madre reggeva tra le braccia il bimbo convulso.
Io mi chinai su lui, senza dir nulla, con le dita davanti alla bocca. Il bimbo,
al mio soffio, sorrise e spirò. Come la madre, abituata alla continua tensione
spasmodica e guizzante di quel corpicciuolo, se lo sentì quasi sciolto
d’improvviso tra le braccia e molle, rattenne un grido, alzò il capo a
guardarmi, guardò il bimbo:
– Oh Dio, che gli hai fatto?
– Niente, hai visto, appena un soffio
– Ma è morto!
– Ora è beato. –
Glielo levai dalle braccia e lo deposi così tutto sciolto e molle sul lettino,
col suo sorriso d’angelo ancora sulla boccuccia pallida.
– Tuo marito dov’è? Di là? Ti libero anche di lui. Non ha piú ragione
d’opprimerti. Ma poi tu resta sempre a sognare, bambina. Vedi che si guadagna a
uscire dai sogni? –
Non ci fu bisogno che andassi in cerca del marito. Si presentò, come un gigante
sbalordito, sulla soglia. Ma nell’esaltazione che mi dava la terribile certezza
ormai acquisita, io mi sentivo già smisuratamente cresciuto, molto piú alto di
lui. «La vita che cos’è! Guarda, basta un soffio, così, a portarsela via!». E,
soffiatogli sul viso, uscii da quella casa, ingigantito nella sera.
Ero io, ero io; la morte ero io; la avevo lì, nelle due dita e nel fiato; potevo
far morire tutti. Per esser giusto verso quelli che avevo fatto morire prima,
non dovevo ora far morire tutti? Non ci voleva nulla, purché mi fosse bastato il
fiato. Non l’avrei fatto per odio di nessuno; non conoscevo nessuno. Come la
morte. Un soffio, e via. Quanta umanità, prima di questa che ora mi passava
ombra davanti, era stata soffiata via? Ma potevo mai tutta l’umanità? disabitare
tutte le case? tutte le strade di tutte le Città? e le campagne e i monti e i
mari? disabitare tutta la terra? Non era possibile. E allora no, non dovevo piú
nessuno, piú nessuno. Dovevo forse mozzarmi quelle due dita. Ma chi sa se non
sarebbe bastato il solo fiato. Dovevo provare? No, no: basta! Mi sentivo
raccapricciare, al solo pensiero, da capo a piedi. Forse bastava il soffio
soltanto. Come impedirmelo? Come vincere la tentazione? Una mano sulla bocca?
Potevo condannarmi a star sempre con una mano sulla bocca?
Così farneticando, m’avvenne di passare davanti al portone dell’ospedale,
spalancato. Nell’androne, erano alcuni infermieri, lì di guardia per il pronto
soccorso, che conversavano con due questurini e col vecchio portinajo; e sulla
soglia, intento a guardar nella strada, sta va col lungo càmice di servizio e le
mani sui fianchi quel giovane medico accorso al letto di morte del povero
Bernabò. Come mi vide passare, forse per i gesti che facevo in quel mio
farneticare, mi riconobbe e si mise a ridere. Non l’avesse mai fatto! Mi fermai;
gli gridai: «Non mi cimenti in questo momento col suo sciocco sorriso! Sono io,
sono io; l’ho qua», e gli mostrai di nuovo le dita congiunte, «forse nel soffio
soltanto! Ne vuoi fare la prova davanti a questi signori?». Sorpresi e
incuriositi, gl’infermieri, i due questurini e il vecchio portinajo s’erano
appressati. Col sorriso rassegnato sulle labbra che parevano dipinte e senza
levarsi le mani dai fianchi, quello sciagurato non si contentò di pensarlo,
questa volta, osò dirmi, scrollando le spalle: «Ma lei è pazzo!». «Sono pazzo?»
incalzai. «L’epidemia è cessata da quindici giorni. Vuoi vedere che la riattizzo
e la faccio divampare in un momento, spaventosamente?». «Soffiandosi sulle
dita?». Le risa fragorose che seguirono a questa domanda del dottore mi fecero
vacillare. Avvertii che non avrei dovuto lasciarmi prendere dalla irritazione
per l’avvilimento del ridicolo che quel mio gesto, appena fatto palese,
inevitabilmente m’attirava. Nessuno, fuor che io, poteva credere sul serio ai
suoi terribili effetti. Ma l’irritazione tuttavia mi vinse, come il bruciore
d’un bottone di fuoco sulla carne viva, sentendo quel ridicolo quasi un marchio
di scherno che la morte avesse voluto imprimermi concedendomi quell’incredibile
potere. S’aggiunse a questo, come una sferzata, la domanda del giovane medico:
«Chi le ha detto che l’epidemia è cessata?». Restai. Non era cessata? Mi sentii
avvampare di vergogna le guance. «I giornali» dissi «non han piú segnalato alcun
caso». «I giornali», ribatté quello, «ma non noi, qua all’ospedale.. «Ancora
casi». «Tre o quattro al giorno». «E lei è sicuro che siano dello stesso male?».
«Ma sì, caro signore, sicurissimo. Così si riuscisse a veder chiaro nel male!
Risparmi, risparmi il suo fiato». Gli altri tornarono a ridere. «Sta bene»,
dissi allora. «Se è così, io sono un pazzo e lei non avrà paura a offrirmene una
prova. S’assume la responsabilità anche per questi altri cinque signori?». Il
giovane medico, di fronte alla mia sfida, restò un momento perplesso; ma poi il
sorriso gli ritornò sulle labbra: si volse a quei cinque: «Avete inteso? il
signore presume che gli basta soffiarsi appena sulle dita per farci morire tutti
quanti. Ci state? Io ci sto». Quelli esclamarono a coro, sghignazzando: «Ma sì,
soffi, soffi, ci stiamo anche noi, eccoci qua!». E mi si misero tutt’e sei in
fila davanti, coi volti protesi. Pareva una scena di teatro in quell’androne
d’ospedale, sotto la lanterna rossa dei pronto soccorso. Erano certi d’aver da
fare con un pazzo. Ormai non potevo piú tirarmi indietro. «È l’epidemia, caso
mai, non sono io, eh?». E per esser piú sicuro, congiunsi come al solito le due
dita davanti alla bocca. Al soffio, tutt’e sei, uno dopo l’altro, s’alterarono
in viso; tutt’e sei si piegarono sul busto; tutt’e sei si portarono una mano al
petto, guardandosi l’un l’altro negli occhi infoscati. Poi uno dei questurini mi
saltò addosso, attanagliandomi il polso; ma subito si sentì soffocare, mancar le
gambe, mi cadde ai piedi come a implorarmi ajuto. Gli altri, chi vagellava, chi
annaspava con le braccia, chi era restato con gli occhi sbarrati e la bocca
aperta. Istintivamente, col braccio libero feci per parare il giovane medico che
s’abbatteva su me; ma anche lui, come già Bernabò, mi respinse furiosamente, e
traboccò a terra con un gran tonfo. Una frotta di gente, che a mano a mano
diventava folla, s’era intanto raccolta davanti al portone. I curiosi, di fuori,
spingevano, mentre gli sgomenti rinculavano dalla soglia e pigiavano in mezzo
agli ansiosi che volevano vedere che cosa stesse accadendo in quell’androne. Lo
domandavano a me, come a uno che lo dovesse sapere, forse perché il mio volto
non esprimeva né la curiosità, né l’ansia, né lo sgomento che erano in loro. Che
aspetto avessi, non potrei dirlo; mi sentivo in quel momento come uno sperduto,
d’improvviso assaltato da una muta di cani. Non vedevo altro scampo che nel mio
gesto puerile. Dovevo aver negli occhi una espressione di paura e insieme di
pietà per quei sei caduti e per tutti coloro che mi stavano intorno; fors’anche
sorridevo dicendo a questo e a quello nel farmi largo: «Basta un soffio...
così... così»; mentre da terra il giovane medico, testardo sino alla fine,
gridava contorcendosi: «L’epidemia! L’epidemia!». Fu una fuga generale; e io mi
vidi ancora per poco in mezzo a tutta quella gente che correva spaventata e
all’impazzata, andare, io solo, a passo, ma come un ubriaco che parlasse tra sé,
dolce e appenato; finché mi trovai, non so come, innanzi a uno specchio di
bottega, sempre con quelle due dita davanti alla bocca e nell’atto di soffiare
«...così... così...», forse per dare una prova dell’innocenza di quell’atto,
mostrando che, ecco, lo facevo anche su di me, nel solo modo che mi fosse
possibile. M’intravidi per un attimo appena in quello specchio, con occhi che io
stesso non sapevo piú come guardarmeli, così cavati dentro Com’erano nella
faccia da morto; poi, come se il vuoto mi avesse inghiottito, o colto una
vertigine, non mi vidi piú; toccai lo specchio, era lì, davanti a me, lo vedevo
e io non c’ero; mi toccai, la testa, il busto, le braccia; mi sentivo sotto le
mani il corpo, ma non me lo vedevo piú e neanche le mani con cui me lo toccavo;
eppure non ero cieco; vedevo tutto, la strada, la gente, le case, lo specchio;
ecco, lo ritoccavo, m’appressavo a cercarmi in esso; non c’ero, non c’era
nemmeno la mano che pur sentiva sotto le dita il freddo della lastra; un impeto
mi prese, frenetico, di cacciarmi in quello specchio in cerca della mia immagine
soffiata via, sparita; e mentre stavo così contro la lastra, uno, uscendo dalla
bottega, m’investì e subito lo vidi balzare indietro inorridito e con la bocca
aperta a un grido da pazzo che non gli usciva dalla gola: s’era imbattuto in
qualcuno che doveva esser lì, e non c’era, non c’era nessuno: insorse in me
allora prepotente il bisogno d’affermare che c’ero; parlai come nell’aria; gli
soffiai nel volto: «L’epidemia!» e con una manata in petto lo abbattei. Intanto
la via, messa in subbuglio da coloro che prima erano fuggiti e che ora, con visi
da spiritati, tornavano indietro, certo concitando tutti in cerca di me,
s’empiva di gente che da ogni parte rampollava, strabocchevole, come un fumo
denso di facce cangianti che mi soffocava, vaporandosi quasi nel delirio d’un
sogno spaventoso; ma pur pigiato tra quella calca, potevo andare, aprirmi un
solco col soffio sulle mie dita invisibili. «L’epidemia! l’epidemia». Non ero
piú io; ora finalmente lo capivo: ero l’epidemia, e tutte larve, ecco, tutte
larve le vite umane che un soffio portava via. Quanto durò quell’incubo? Tutta
la notte e parte del giorno appresso stentai a uscire da quella calca, e
liberato alla fine anche dallo stretto delle case della città orrenda, mi sentii
nell’aria della campagna aria anch’io. Tutto era dorato dal sole; non avevo
corpo, non avevo ombra; il verde era così fresco e nuovo che pareva spuntato or
ora dal mio estremo bisogno d’un refrigerio, ed era così mio, che mi sentivo
toccare in ogni filo d’erba mosso dall’urto d’un insetto che veniva a posarsi;
mi provavo a volare col volo quasi di carta, distaccato, di due farfalle bianche
in amore; e come se veramente ora fosse uno scherzo, ecco, un soffio e via, e le
ali distaccate di quelle farfalle cadevano lievi nell’aria come pezzi di carta;
piú là, su un sedile guardato da oleandri, sedeva una giovinetta vestita d’un
abito di velo celeste, con un gran cappello di paglia guarnito di roselline;
batteva le ciglia; pensava, sorridendo d’un sorriso che me la rendeva lontana
come un’immagine della mia giovinezza; forse non era altro veramente che una
immagine rimasta lì della vita, sola ormai sulla terra. Un soffio e via!
Intenerito fino all’angoscia da tanta dolcezza, rimanevo lì invisibile, con le
mani afferrate e trattenendo il respiro, a mirarla da lontano; e il mio sguardo
era l’aria stessa che la carezzava senza che lei se ne sentisse toccare.
Inizio
pagina
 |