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NOVELLE PER UN ANNO - 1934 - "BERECCHE E LA GUERRA"
Pubblicata nel 1934, la raccolta, che riprende il titolo e in parte la
materia di una precedente raccolta pubblicata nel 1919.
Costituisce il
quattordicesimo volume delle "Novelle per un anno" e include in tutto solo
otto novelle e non quindici come i volumi precedenti
Ma la novella che apre la
raccolta e le dà il titolo è divisa in otto parti, sicché in qualche modo viene
costituita una compagine anch'essa di quindici unità narrative. |
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2. Uno di più (1931)
«La lettura», febbraio 1931. |
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A vederlo passare, con quella faccia e
quella furia, la gente si volta, si ferma e gli tien dietro a lungo con gli
occhi. Il cappello che ha in capo non pare il suo, o che gliel’abbia messo in
capo così di traverso un altro. I capelli, come impolverati, gli scappano da
tutte le parti. Non è un pazzo, no. Quando vi va tutto a traverso, andate a
badare come vi siete messo in capo il cappello! Si chiama Abele Nono; lo conosco
bene e so perché va per via così.
Fino a pochi giorni andava così anche con una piccina per mano, sua figlia; e
non pensava neppure che non poteva, la piccina, con quelle sue gambette,
camminargli a paro e che rischiava perciò da un momento all’altro d’incespicare
e cadere o restargli appesa per il braccino alla mano. Sottile come un virgulto,
troppo cresciuta per i suoi cinque anni, con gli occhi troppo grandi e serii nel
pallido visino irregolare incorniciato da una semplice cuffietta di lana celeste
che, annodata sotto il mento, le disegnava tonda tonda la testina, quella
figlietta quasi gli volava accanto, movendo così in fretta le gambette da parer
tante e non due; e alzava di tratto in tratto gli occhioni angustiati a
sogguardare il padre per scorgergli in viso se gli fosse già passata la rabbia
da cui era preso ogni qual volta ritornava con lei, così verso sera, dalla
visita alla nonna. Quella rabbia certe volte era tanta ch’egli serrava i denti e
li faceva scricchiare; e allora quasi le stritolava la manina serrata nel pugno;
ma lei non diceva nulla perché capiva che il suo papà non le aveva voluto far
male e che aveva stretto il pugno così per lo spasimo che gli dava ciò che
portava in cuore. Tanto vero che poi, arrivando a casa, prima di mettersi a
salir la scala, gli vedeva cavar di tasca il fazzoletto per passarselo sugli
occhi e sulle guance.
La ragione di quel soffrire del padre, fino a quegli accessi di rabbia che
facevano voltar la gente per via, certo la piccina non riusciva a comprenderla
chiaramente; ma intuiva bene che il pianto era per la nonna e che la rabbia era
contro la mamma. |
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La mamma lei la studiava, per cercar di scoprire che avesse in sé da far tanto
arrabbiare il babbo. Era tanto bella la sua mamma. Rossa, come la fiamma; mentre
papà era verdolino; sì, come un gambo di garofano. Rideva, e mostrava il ditino.
Per non farsi accorgere di studiarla la mamma, doveva sempre aspettare ch’ella
non le badasse; perché altrimenti, come se lo sapesse e sospettasse di qualche
segreto accordo tra lei e il babbo, subito vedendosi osservata, scoppiava a
ridere, oh! d’una risata così crudele, quasi da folle, che piú che a lei era
certo rivolta al babbo che se ne stava di là. Stordita e mortificata, nello
sbigottimento che quella risata improvvisa le cagionava, la piccina appassiva;
la camera, la casa, tutto s’allontanava confusamente come tirato con violenza; e
anche la luce pareva s’incupisse. Con la boccuccia aperta, che le scopriva i
denti davanti un po’ troppo grandi, restava così appassita ad ascoltare i rumori
della strada che prima non aveva avvertiti, finché tutt’a un tratto non le
riveniva davanti sanguigna la bocca della madre e gli occhi che, in quel
momento, li aveva proprio di cattiva, di cattiva.
Tutto il segreto, per cui il padre era pieno di tanta rabbia e la madre di tanto
dispetto, doveva essere in quella risata.
La udiva anche di notte, talvolta, svegliandosi di soprassalto, nello sconquasso
che pareva n’avesse tutta la casa. La prima volta che l’aveva udita, dormiva
ancora nella stessa camera coi genitori; e s’era messa a piangere atterrita,
perché nel barlume vacillante del lumino da notte s’era vista prima come
assaltata dalla parete da mostruose ombre scomposte, e poi, voltandosi, aveva
sorpreso il babbo e la mamma che, levati in ginocchio sul letto e azzuffati,
cercavano di abbattersi l’un l’altra; e in quegli sforzi, ecco, la madre rideva,
e il padre pareva inferocito. La notte appresso, dopo il gran pianto che aveva
fatto, ch’erano stati fin quasi all’alba a cercar di quietarla e a dirle che non
era vero niente che s’erano azzuffati, l’avevano messa a dormire nello stanzino
accanto. Ma poi la mamma l’aveva voluta di nuovo con sé, nel letto grande, al
posto del babbo, passato a dormir lui di là, come in castigo, sul lettino di
lei; e che gioja per lei allora nel sentirsi stretta nell’odore caldo del corpo
materno! Senonché, tante mattine, svegliandosi, si ritrovava inaspettatamente di
là, nel suo lettino, tutta avvolta sotto le coperte in uno scialletto di lana; e
la sorpresa che ne provava era piena d’irritazione come per un tradimento che
per lei aveva sapor di beffa, perché sotto a ogni cosa che non riusciva a
spiegarsi della sua mamma ci sentiva sempre la crudeltà di quella risata.
Ed erano tante veramente le cose, oltre quella risata e quei passaggi a
tradimento da un letto all’altro, che la piccina non riusciva a spiegarsi.
Non era bello, per esempio, che venisse ogni mattina col cestino delle uova tra
le manine gonfie quel grosso bamboccione di campagna che non sapeva ancora dir
nulla, le guance pavonazze dal freddo, gli occhi tra i peli e quei due belli
candelotti al naso? E non era da ridere anche la visita giornaliera di quello
spilungone in maniche di camicia, con quel grembiulone di traliccio a righe
bianche e turchine tenuto da una cordellina alle spalle? Recava al braccio
un’altra cesta piú grande quest’altro, con tanti bei tocchi di carne rossa,
tagliata di fresco; e aveva una testa, una testa da non credersi, di cipolla
secca, di quelle col velo dorato. Era proprio da ridere. Difficile, per una
testa di cipolla secca, reggersi ritta; e difatti quell’uomo la teneva un po’ su
una spalla e un po’ sull’altra; e parlava sempre con le mani levate davanti la
faccia, come a nasconderla, due manone lunghe lunghe e insanguinate; e la voce
miagolante pareva gli uscisse da quelle mani, perché in tutto quel tondo dorato
della testa chi sa poi se aveva una bocca per parlare quell’uomo. Si ripigliava
il tocco di carne, che aveva posato sulla tavola di cucina, e diceva: «Se debbo
lasciarla, pagare; se no, me la riporto». Se la riportava, perché di là, invece
di ridere come a lei pareva si dovesse fare, tanto per la venuta di quel
ragazzetto di campagna col cestino delle uova quanto di questo spilungone con la
testa di cipolla secca, il babbo e la mamma litigavano, gridando da far tremare
i muri.
La mamma specialmente, che s’accaniva a ripetere: «Tua madre è di piú! Tua madre
è di piú! Non sono di piú le uova! Non è di piú la carne! Dreina ha bisogno
della carne e delle uova!».
Dreina era lei. La mamma dunque gridava così per lei, e contro la nonna «che era
di piú». Perché di piú?
Perché il bilancio d’una famiglia è anch’esso una cosa tra le tante che le
piccine non possono comprendere. Se le entrate son queste, e non possono essere
di piú, giacché tutte provengono da uno stipendio fisso per un impiego che non
consente altre occupazioni, bisogna che le uscite siano anche queste, e non un
soldo di piú; o altrimenti si farà un vuoto che non si saprà poi come colmare.
Ma se le piccine magroline hanno bisogno della carne e delle uova prescritte dal
medico? Le entrate son queste; le uscite debbono esser queste. Le piccine
magroline debbono allora morire? E non deve rubare un papà, nel vedersele
deperire sempre piú, di giorno in giorno? Far debiti? Eh, i debiti, non basta la
volontà di farli; ci vuole anche il credito da parte degli altri; e se il
credito manca, i debiti, anche volendo, non si possono fare. Abele Nono non ne
vuol fare. Lo dice, perché sa bene di non poterli piú fare. Quelli che ha fatti,
forzato da qualche impellente necessità li ha fatti con la coscienza di non
poterli mai pagare, e ancora se ne sente scottato come dal ricordo d’uno
scrocco.
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Ora il guajo, almeno fino a pochi giorni fa, era questo: che su quel bilancio
d’Abele Nono, che non si poteva in nessun modo né allargare né stringere; la
madre, la moglie, la figlia e lui stesso, uno era di piú. E ogni qual
volta Abele Nono sentiva gridare alla moglie che quest’uno di piú era la madre,
aveva la tentazione di scagliarle in faccia ciò che gli veniva sotto mano.
Perché non era vero, no, non era vero che sua madre sarebbe stata di piú, se
avesse potuto vivere insieme con loro.
Ciò che basta per tre, può anche bastar per quattro, se raccolti sotto lo stesso
tetto e attorno alla stessa tavola. Ma nossignori! Un giorno, al suo ritorno
dall’ufficio, era stato investito dalla moglie, furibonda, mentre la vecchia
madre tremava tutta, riparata in un canto: «O fuori lei, o fuori io!». Una
scenata. E senza nemmeno voler dire che cosa fosse accaduto di tanto grave da
dover prendere lì per lì una così grave decisione, se n’era andata fuori lei, in
casa di una sorella maritata, e v’era rimasta per tutt’un mese. Abele Nono
poteva giurare che mai e poi mai si sarebbe arreso ad andare in casa di quella
sorella a riprendersela mai e poi mai gliel’avrebbe data vinta, se la bambina,
si sa, senza la mamma... e se anche sua madre stessa, a veder piangere così la
nipotina... «Tu sai com’è, per la piccina, la mamma... e poi anche la casa, così
senza di lei... per quanto io possa fare...» Che cosa fosse propriamente
accaduto quel giorno, non aveva potuto ancora saperlo. La mamma gli assicurava
che non era accaduto nulla. «Solo che, dice, io l’ho guardata... non so,
guardata, dice, quand’è rientrata con la spesa, pochi momenti prima che tu
rincasassi. Ti giuro che non posso nemmeno dire d’averla veramente guardata; o
se l’ho fatto, sarà stato così senza nessuna intenzione. No, no, che sospetti,
figlio? Sta’ sicuro che non hai nulla, nulla da sospettare, come non ho potuto
nemmeno io sospettar nulla, mai, sul suo conto, perché non c’è nulla, proprio
nulla da sospettare. È così, di indole... Ha avuto sempre l’idea ch’io la
tenessi d’occhio. E non può piú sopportare, dice, di vedersi addosso sempre i
miei occhi; ne ha l’incubo, dice... Tu capisci, sono tua madre... è naturale...
nuora...»
Per farla rientrare in casa, aveva dovuto metter la madre a pensione presso una
famiglia di povera gente che abitava in una di quelle ultime casette trascurate
là su lo stradone dove la città smette e comincia la campagna, senza piú
beneficio né d’acqua corrente né di luce. Un lumetto a petrolio, la sera, in
quella stanzuccia nuda, umida, col soffitto a travicelli, intonacato di calce.
Con l’umido, la crosta dell’intonaco su quel soffitto e a una parete s era tutta
raggrinzita e cascava a pezzettini, come se nevicasse.
– Anche di notte, sulla faccia, mentre dormo. –
Glielo diceva come una cosa da ridere, povera mamma, per dargli a divedere che
quella sua relegazione là lei l’aveva pigliata così. E tirava su le spallucce
aggobbite. Ma chi sa come dovevano passarle le giornate là sola, in quella
stanzuccia, con quel lettino di ferro il comodino, un vecchio canterano, il
tavolino sotto la finestra e due sedie!
La finestra dava sull’aperto della vallata, ma così triste che, a guardarci,
prendeva la malinconia. Sotto c’era la scarpata della ferrovia, e la sera, nel
silenzio si sentiva lo sferragliare dei treni in discesa e l’ansare di quelli in
salita. Il fumo nero di quei treni stava un pezzo a vagar lento sospeso e poi a
sfilacciarsi sul grigio smortume della vallata.
E il silenzio, dentro, era tanto che s’avvertiva perfino il ronzare del lumetto
acceso sul tavolino.
Star lì, così, su quella sedia a piè del lettino, o sull’altra davanti al
tavolino sotto la finestra, con quei poveri occhi incavati, immobili nella
faccia di cera il fazzoletto nero in capo, e il pollice e l’indice della mano
ischeletrita che si movevano di continuo sulla cocca di quel fazzoletto che le
pendeva dal mento, come se n’assaggiassero la qualità; lì, che pareva una
mendica all’anticamera della morte, in attesa che un uscio nell’ombra si aprisse
e un dito di là si sporgesse a farle cenno di passare. Ma quel cenno non veniva
mai; e a star lì aspettando, senza piú nulla da fare, le pareva che il tempo,
impedito da tutto quel silenzio d’attesa, si fosse fermato e non potesse piú
trascorrere; e quelle povere cose, nella stanzuccia, perduto ormai ogni senso,
le stessero intorno a guardare in uno stupore attonito. Lei che aveva dato
sempre tutto, senza mai pensare a sé, lei che era stata nella vita solo a
servizio e per utilità degli altri, essere ora così di peso al figlio, peso
inutile; sapersi di piú.
– Se potessi portarmi almeno un po’ di lana, da lavorare... qualche giubbetto
per la piccina... un pajo di gambalini... –
Non gliel’aveva mai potuta portare.
– Qualche cosa almeno da rammendare...
Nulla. Era da impazzire. E anche la festa che sarebbe stata per lei, ogni volta,
la visita della nipotina diventava invece un’afflizione, perché la piccina
restava come trattenuta e sgomenta alla vista di quella stanzuccia così
squallida, quasi che il padre volesse forzarla a entrare in una tana di
scarafaggi. Sulla soglia, si tirava indietro
– Non vuoi piú bene alla tua nonnina? –
Diceva di sì; ma era come se, in quella stanzuccia, la sua nonnina non le
sembrasse piú lei. E il bacio che s’induceva a darle era quasi senza convinzione
che fosse dato propriamente alla stessa nonnina di prima. Dandolo, guardava quel
canterano con tutta la impiallacciatura scoppiata e strappata, o quel tavolino
nero sotto la finestra, o quel misero lettino di ferro, e le sembrava che tutte
quelle deturpazioni e quello squallore e quell’angustia fossero state fatte e si
fossero attaccate alla persona della nonna. Vedeva poi il padre che se ne stava
a sedere curvo, con le mani abbandonate, come ritorte, tra le gambe discoste, e
con la fronte appoggiata allo spigolo del tavolino, a piangere con lo stomaco,
sussultando. Voleva capire; e stringendo con le due manine alla nonna le cocche
del fazzoletto sotto il mento, le domandava:
– Perché la mamma dice che tu sei di piú? –
Il padre levava irosamente la fronte dallo spigolo del tavolino.
– Perché? Perché tu non vuoi stare con la tua nonnina; ecco perché! –
E, a uno sguardo smarrito della piccina:
– No, non dico qua! Non dico qua! A casa, con la tua nonnina e il tuo papà. Ti
metti a piangere, che vuoi anche la mamma...
– La mamma, sì!
– E dunque, vedi? Ma la mamma senza te c’è stata pur tutt’un mese; e dice che
potrebbe anche sempre; perché non ha bisogno di nulla, lei; né di nessuno basta
a sé, provvede a sé: ha le mani d’oro, lei! A casa sta perché la vuoi tu; lei
per sé non ci starebbe! –
La vecchia madre, benché avesse pietà di quello sfogo che il figlio aveva
bisogno di offrirsi, pregava:
– Non dire così alla piccina! –
Ma egli, nell’impeto, gliela levava dalle ginocchia, se l’alzava al petto:
– Guarda, facciamo allora così, vuoi? Tu con la mamma, sola; e io qua con la
nonna!
– No! Tu con me, papà – gridava subito Dreina, buttandogli le braccia al collo,
per tenerselo stretto.
Egli si chinava per farle posare a terra i piedini e levarsela dal collo; e,
mentre la madre di nuovo gli faceva cenno di non dir altro, soggiungeva:
– Dunque vedi, dunque vedi ch’è proprio per te che la nonnina è di piú. E quella
carogna se n’approfitta, perché lo sa bene che se non fosse per te... –
Dreina non ascoltava piú il padre. Ora stava a riflettere, sorpresa, che la
colpa dunque non era della mamma, ma sua; e sua – possibile? – perché voleva che
stessero con lei la mamma e il papà, tutt’e due.
Ah, quando le bambine si vogliono sforzare di capir certe cose che non possono
né debbono capire! Ecco che cosa orrenda n’è venuta. Se n’è andata via lei, la
piccina. Lei che non poteva in nessun modo essere di piú. Lei che non pesava
ancora nulla, o certo meno di tutti. Via, in pochi giorni, senza mettere a posto
nulla con la sua morte; perché non se n’è mica andata per conto suo la mamma; né
lui, il suo papà, con la nonnina. La nonnina è là sola, dove lei l’ha lasciata,
in quella stanzuccia, ancora «di piú». E il suo papà è rimasto qua con la mamma,
disperato, e si morde le mani, dandosi del vigliacco, del vigliacco per aver
dato a credere alla sua piccina quella cosa mostruosa che fosse per colpa di
lei; mentre era lui, era lui che la metteva avanti così, la sua piccina, per
riparare dietro a lei la sua vergogna, la vergogna della sua inconfessabile
soggezione alla moglie. Voleva nasconderla a se stesso e alla madre, quella sua
vergogna, e metteva avanti la piccina, dicendo che non lasciava la moglie per
lei. Ed eccolo ora scoperto. E la moglie, che lo sa, gli grida, selvaggia,
dall’altra stanza:
– Perché non te ne vai ora da tua madre? Vattene! io non ho bisogno di te! –
E lui non se ne va, non se ne può andare. Pensa che’ se trovasse un momento la
forza d’andarsene, per aver faccia da ricomparire davanti alla madre, poi certo
ritornerebbe qua, e sarebbe peggio. Pensa come un pazzo che, quando si potrà
riaccostare a questa selvaggia, senza piú negli occhi il pensiero della bambina
morta, ella certo lo riaccoglierà con una di quelle sue orribili risate. E torna
a mordersi le mani, vigliacco, mettendo ancora avanti la piccina, come se ora
stesse a mordersele per lo strazio della morte di lei, mentre non è vero, non è
vero: è ancora e sempre quella sua stessa rabbia, per cui lo vedete andare per
via come un pazzo.
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