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DI SERA, PER VIA
Berecche abita in una traversa remota in fondo a via Nomentana.
In quella traversa appena appena tracciata e ancor senza fanali sorgono soltanto
tre villini, a manca, costruiti di recente; a destra è una siepe campestre che
cinge terreni ancora da vendere e da cui spira, nell’umidor della sera, un
fresco odore di fieno falciato.
Meno male che uno dei tre villini è stato acquistato da un vecchio prelato molto
ricco che vi abita con tre nipoti, zitelle appassite, le quali a turno sul far
della sera montano su una scaletta a mano per accendere un lampadina innanzi
alla Madonnina di porcellana azzurra e bianca, collocata da circa un mese a uno
spigolo del villino.
Di notte, quel lampadina pietoso stenebra la traversa solitaria.
Ci si sta come in campagna; e come in campagna aperta si sente nel silenzio il
fragorìo lontano dei treni notturni. Dietro il cancello dei villini, a ogni
rumor di passi, i cani s’avventano con furibondi latrati. Ma almeno Berecche può
godersi un po’ d’aperto, davanti, e la quiete.
Dalle quattro finestre a pianterreno può vedere in un’ampia plaga di cielo le
stelle, con le quali conversa a lungo le notti nei suoi ozii di tranquillo
pensionato. Le stelle e la luna, quando c’è. E, sotto la luna, i pini e i
cipressi di Villa Torlonia. Ha un pezzo di giardinetto anche lui, di sua
esclusiva pertinenza, con una fontanella, il cui chioccolio nei notturni
silenzii gli è caro.
Ma la moglie, ahimè, le due figliuole che gli son rimaste in casa, l’unico
figlio maschio, già studente di lettere all’Università, la serva, e ora anche il
fidanzato della maggiore delle figliuole, non sentono affatto la poesia della
solitudine, del cielo stellato, della luna sopra i cipressi e i pini della villa
patrizia, e sbuffano o sbadigliano lamentosamente come cani affamati, al
monotono, perpetuo chioccolio di quella deliziosa fontanella. Sembra loro di
star lì come relegati, in esilio. Ma Berecche – metodo, metodo, metodo tien
duro, e ha rinnovato l’affitto per tre anni.
Ora l’incubo della distruzione generale, che spegnerà ogni lume di scienza e di
civiltà nella vecchia Europa, gli si fa su l’anima piú grave e opprimente quanto
piú egli s’affonda nel bujo della via remota e deserta, sotto la quadruplice
fila dei grandi alberi immoti.
Come sarà, quale sarà la nuova vita, quando lo spaventoso scompiglio sarà
freddato nelle rovine? Con quale anima nuova ne uscirà lui, a cinquantatrè anni?
Altri bisogni, altre speranze, altri pensieri, altri sentimenti. Tutto muterà
per forza. Ma non questi grandi alberi, intanto, che non hanno per loro fortuna
né pensieri né sentimenti! Mutata l’umanità attorno a loro, essi resteranno gli
stessi alberi, tali e quali.
Ahi ahi, ha una gran paura Federico Berecche che ormai non gli verrà fatto di
mutare, neanche a lui piú, nel fondo del cuore, qualunque cosa sia per accadere
nel tempo che ancora gli avanza. S’è abituato a conversar con le stelle, ogni
notte; e, al freddo lume di esse, i sentimenti terreni gli si sono come
rarefatti dentro. Non si direbbe, perché la volontà di vivere esteriormente, in
quel certo suo modo metodico, tedesco, s’appalesa ancora in lui tenace. Ma in
fondo è stanco e triste, di una tristezza che gli eventi del mondo difficilmente
potranno alterare.
Vincano i Francesi, i Russi e gl’inglesi, o vincano i Tedeschi e gli Austriaci;
sia o no l’Italia trascinata anch’essa alla guerra, venga la miseria e lo
squallore della sconfitta o tripudii frenetica la vittoria per tutte le città
della penisola; si trasformi la carta geografica dell’Europa; non cangerà mai –
questo è certo – il malanimo, il chiuso rancore di sua moglie contro di lui, il
rammarico della sua vita tramontata senz’alcun ricordo di vera gioja. E nessuna
potenza umana o divina potrà ridar la luce degli occhi alla sua piú piccola
figliuola, da sei anni cieca.
Ora, rientrando in casa, la ritroverà seduta in un angolo della saletta da
pranzo, con le mani ceree su le gambe, la testina bionda appoggiata al muro, e
poiché dal visino spento non si conoscerà se dorma o sia sveglia, le chiederà
come ogni sera:
– Dormi, Ghetina? –
E Margheritina senza rimuovere il capo dal muro, gli risponderà:
– No, papà, non dormo...
Non parla mai, non si lamenta mai, pare che dorma sempre; forse non dorme mai.
Berecche, proseguendo la via, sotto i grandi alberi, si raschia la gola, perché,
da uomo forte, educato alla tedesca, non vuol lasciarsela serrare dall’angoscia.
Ma tutti vivono nella luce; lui stesso vive nella luce e può darsi pace, mentre
c’è questa cosa orribile nella vita: che la sua figliuola vive nel bujo, sempre,
e sta lì, in silenzio, con la testina appoggiata al muro, in attesa di morire:
un attesa che durerà chi sa quanto.
Un’altra vita: altri pensieri, altri sentimenti. Già, sì! Carlotta, la figliuola
maggiore, ha lasciato da un anno i corsi universitarii perché s’è fidanzata con
un bravo ragazzo della Valle di Non nel Trentino, laureato appena da un anno in
lettere e filosofia all’Università di Roma; bravo ragazzo, di animo acceso, di
nobili sentimenti e pieno di buona volontà; ma ancora senza stato; e ora piú che
mai incerto dell’avvenire. Tre dei suoi fratelli, a San Zeno, sono stati
richiamati sotto le armi. Il padre è capocomune di San Zeno. Quei tre poveri
fratelli non han potuto perciò sottrarsi all’obbligo odioso di combattere per
l’Austria e chi sa, se le cose per noi si mettono male, fors’anche contro
l’Italia, domani. Che orrore! Lui, intanto, non s’è presentato all’appello, e
addio dunque Valle di Non, addio San Zeno, addio vecchi genitori: disertore di
guerra, domani, se preso, sarebbe impiccato o fucilato alla schiena. Ma spera
che l’Italia... chi sa! Correrebbe volontario, anche a costo di trovarsi a
combattere contro quei suoi disgraziati fratelli. Insieme con Faustino
correrebbe.
Berecche torna a raschiarsi piú forte la gola fino a stracciarsela, al pensiero
che Faustino, il suo unico maschio, il suo prediletto, che per fortuna
quest’anno non è ancora di leva, andrebbe ad arruolarsi volontario insieme col
futuro cognato. Egli non potrebbe piú dirgli di no; ma perdio – maledetta la
gola! maledetto l’umido della notte! – con tutti i suoi cinquantatrè anni
sonati, con tutta quella carnaccia che gli s’è appesantita addosso, andrebbe ad
arruolarsi anche lui, allora, per non lasciare andar solo Faustino, per non
morir di terrore una volta al giorno, a ogni annunzio di battaglia, sapendo
Faustino in mezzo al fuoco: sissignori, anche lui Berecche andrebbe, volontario
col pancione, anche... anche contro i Tedeschi, sissignori!
Eccola... eh, eccola subito già, l’altra vita! La guerra, col figliuolo
giovinetto da un lato e, dall’altro lato, l’altro figliuolo nuovo, alla
conquista delle terre irredente. Chi sa? Forse domani.
Berecche è arrivato; volta a destra; imbocca la traversa solitaria. Ecco nel
bujo fitto il lumino rosso innanzi alla Madonnina. Miracoli dell’altra vita. Si
ferma Berecche innanzi a quel lumino; si scopre, non visto da nessuno, per dire
qualcosa a quella Madonnina.
E abbaino, abbaino pure, furibondi, dietro i cancelli, i cani.
LA GUERRA SULLA CARTA
Berecche ricorda. Quarantaquattr’anni fa. Bandierine francesi e bandierine
prussiane – quelle sole, allora – infisse come ora con gli spilli su la carta
geografica distesa su un tavolino della saletta da pranzo. Teatro della
guerra. Che bel giuoco per lui, ragazzo allora di nove anni!
La rivede come in sogno quella saletta gialla da pranzo della casa paterna, coi
lumi a petrolio, d’ottone, e i paralumi di mantino verde; tante casse in giro
coperte da pancali di drappo a fiorami; un canterano panciuto di qua, una
mensola di là, e due cantoniere agli angoli, con cestelli di frutta di marmo
colorate e fiori di cera sui palchetti; su quella a sinistra, un orologetto di
porcellana che figurava un mulino a vento, suo amore, con una delle ali rotte.
Attorno a quel tavolino che ora, unico decrepito superstite, nascosto da un
tappetino nuovo, è in camera del suo figliuolo, rivede suo padre e alcuni amici
discutere sulla guerra franco – prussiana. Farsetti sgarbati, abbottonati fino
al collo e calzoni larghi, a tubo. Baffi insegati e moschetta alla Napoleone III
o barba a collana alla Cavour. Curvi su quella carta geografica, segnavano col
dito la via degli eserciti, secondo le indicazioni e le previsioni degli scarsi
e tardivi giornali d’allora, e parlavano accesi, e nessuno lasciava quieto su
questa o quella traccia il dito dell’altro. Un altro dito, e poi un altro, e un
altro: ciascuno voleva metterci il suo. E ognuno di quei diti – ricorda – ai
suoi occhi infantili assumeva subito una strana personalità: quello, tozzo e
duro, si piantava ostinato su un punto; l’altro, nervoso e spavaldo, gli fremeva
davanti per passare da quello stesso punto: ed ecco il terzo, un ditino mignolo
storto, sopravveniva di straforo, in ajuto di questo o di quello, e s’insinuava
tra quei due che si scostavano per dargli passo. E che grida, e che sbuffi, che
esclamazioni o stridule risate su tutte quelle dita, tra una nuvola di fumo! Di
tanto in tante, un nome che tonava come una cannonata:
– Mac Mahon! –
Berecche sorride al lontano ricordo, poi aggrotta le ciglia e resta assorto, con
le mani a pugno chiuso sui ginocchi discosti. Considera la carta geografica che
gli sta davanti, era, con tante bandierine di tanti colori. Con tutte queste
bandierine variopinte, se potesse venir fuori dal ricordo, lì nello scrittojo,
innanzi a lui vecchio, il ragazzetto di nove anni che giocava allora alla
guerra, chi sa come si divertirebbe al nuovo giuoco piú grande, piú vario e
complicato! Belgio, Francia, Inghilterra, di qua, contro la Germania; contro la
Russia di là, nella Prussia orientale, in Polonia di giú, contro l’Austria, la
Serbia e il Montenegro e contro l’Austria, ancora, la Russia, piú su, in
Galizia.
Che matta voglia avrebbe il ragazzetto di nove anni di far passare di corsa,
sorvolare sul Belgio quelle bandierine tedesche tra gli inchini ossequiosi delle
bandierine belghe; in quattro salti farle arrivare a Parigi; piantarne lì un
pajo, vittoriose, e in altri quattro salti farle tornare indietro e avventarle
contro la Russia insieme con quelle austriache!
Così, così – è incredibile – come nel giuoco avrebbe fatto lui ragazzetto di
nove anni, hanno pensato sul serio di poter fare i Tedeschi, ora, dopo
quarantaquattro anni di preparazione militare! Sul serio hanno pensato che il
Belgio neutrale potesse lasciarsi invadere quietamente e lasciarli passare senza
opporre la minima resistenza, a Liegi, a Namur, per dar tempo alla Francia
impreparata di raccogliere gli eserciti e all’Inghilterra di sbarcare le sue
prime milizie ausiliarie: così!
Gli amici della birreria strillano ogni sera come aquile contro l’iniqua
invasione e gli atti di selvaggia ferocia; lui Berecche non insorge, sta zitto,
pur sentendosi divorare dentro dalla rabbia, perché non può gridar loro in
faccia, come vorrebbe:
– Imbecilli! che strillate! È la guerra! –
Non insorge, e ingozza, perché è sbalordito. Sbalordito non di quella invasione,
non di quegli atti di ferocia, ma della colossale bestialità tedesca.
Sbalordito.
Dall’altezza del suo amore e della sua ammirazione per la Germania, cresciuti
smisuratamente con gli anni, questa colossale bestialità è precipitata come una
valanga a fracassargli tutto: l’anima, il mondo quale se lo era a mano a mano,
dai nove anni in su, tedescamente costruito, con metodo, con disciplina, in
tutto: negli studii, nella vita, nelle abitudini della mente e del corpo.
Ah, che rovina! Il ragazzetto di nove anni era cresciuto, cresciuto; era il suo
amore, era la sua ammirazione; diventato un gigante florido e prosperoso, che
sapeva tutto meglio degli altri, che faceva tutto meglio degli altri, ecco, dopo
quarantaquattro anni di preparazione, si rivelava un bestione: forzuto, sì,
dalle mani e dalle zampe bene addestrate e poderose; ma che pensava sul serio di
poter giocare alla guerra ancora come un ragazzaccio feroce di nove anni, o come
se al mondo ci fosse lui solo e gli altri non contassero per nulla: in quattro
salti passare a traverso il Belgio e andare a piantar le bandierine, un pajo, su
Parigi, e poi via, di corsa, in altri quattro salti, su Pietroburgo e su Mosca.
E l’Inghilterra?
– Incredibile! incredibile! –
Nello sbalordimento Berecche non finisce piú di esclamare così, non trova piú da
dir altro:
– Incredibile! –
E con le mani si gratta la testa e sbuffa, e le bandierine, qualcuna vola, altre
si piegano, altre s’abbattono su la carta geografica.
Lì tappato nel suo studio, che nessuno lo vede, Berecche si sente voltare il
cuore in petto al ricordo di ciò ch’egli intendeva per metodo tedesco, al tempo
dei suoi studii, al ricordo delle sodisfazioni ineffabili che esso gli dava
quando con gli occhi stanchi della faticosa paziente interpretazione dei testi e
dei documenti, ma con la coscienza tranquilla e sicura d’aver tenuto conto di
tutto, di non essersi lasciato sfuggire nulla, di non aver trascurato nessuna
ricerca utile e necessaria, palpeggiava, la sera, rincasando dalle biblioteche,
là sul tavolino da studio, il tesoro dei suoi schedarii voluminosi. E tanto piú
si sente sanguinare il cuore, in quanto ora avverte con sordo livore, che per le
sodisfazioni che gli dava quel metodo egli, sotto sotto, commetteva la
vigliaccheria di non dare ascolto a una certa voce segreta della sua ragione
insorgente contro alcune affermazioni tedesche, che offendevano in lui non
soltanto la logica ma anche, in fondo in fondo, il suo sentimento latino:
l’affermazione, per esempio, che ai Romani mancasse il dono della poesia; e,
accanto a questa affermazione, la dimostrazione che poi fosse leggendaria tutta
la prima storia di Roma. Ora, o l’una cosa o l’altra. Se leggendaria, cioè
finta, quella storia, come negare il dono della poesia? O poesia o storia.
Impossibile negare l’una e l’altra cosa. O storia vera, e grande; o poesia non
meno grande e vera. E con questo, gli tornano ora alla mente le parole del
vecchio Goethe dopo aver letto i due primi volumi della Storia romana del
Niebuhr, fino alla prima guerra punica:
– Finora credevamo alla grandezza d’una Lucrezia, d’un Muzio Scevola; perché
annientare con piccoli ragionamenti la grandezza di simili figure? Se i Romani
furono così grandi da credersi capaci di tali cose, non dovremmo noi essere
almeno così grandi da prestar loro fede? –
Goethe, Schiller, e prima Lessing, e poi Kant, Hegel... Ah, quand’era piccola,
quando ancora non era, la Germania, questi giganti! E ora, gigante, ecco qua,
s’è buttata, pancia a terra, con le mani afferrate sotto il petto e un gomito
qua, sul Belgio e in Francia, l’altro là su la Russia in Polonia:
– Smovetemi, se siete capaci! –
Quanto resisterà il bestione così piantato?
– Oh bestione, sono tanti! sono tanti! E tu contavi di sbrigarti in due zampate!
Hai sbagliato! Non hai visto niente; non hai vinto subito; ti sei buttato così a
terra puntando le gomita di qua e di là; potrai resistere a lungo? oggi o domani
ti smoveranno, ti slogheranno, ti faranno a pezzi! –
Berecche balza in piedi congestionato, ansante, come se avesse fatto lo sforzo
di smuovere da terra il bestione.
LA GUERRA IN FAMIGLIA
Che avviene di là?
Strilli, pianti, nella saletta da pranzo. Berecche accorre; vi trova il
fidanzato della figliuola maggiore, il dottor Gino Viesi della Valle di Non nel
Trentino, pallido, con gli occhi pieni di lagrime e una lettera in mano.
– Notizie?
– I fratelli! – grida Carlotta, fremente, guatandolo con occhi rossi di pianto,
ma feroci.
Gino Viesi gli mostra senza guardarlo la lettera che gli trema in mano.
Due dei tre fratelli, Filippo di 35 anni, padre di quattro bambini, Erminio di
26, sposo da pochi giorni, richiamati dall’Austria sotto le armi e mandati in
Galizia... Ebbene? – Nessuno risponde.
– Tutti e due? Morti? –
Il giovane, riassalito da un impeto di pianto, prima di nascondere il volto, fa
cenno – uno – con un dito.
– Uno è certo, – dice a Berecche piano, con astio, anzi con rancore, la moglie,
mentre Carlotta si alza per sorreggere il fidanzato e piangere con lui.
– Erminio? –
La moglie, dura, tozza, scapigliata, scuote il capo: no.
– L’altro? Il padre di quattro figliuoli? –
Gino Viesi scoppia in piú forti singhiozzi su la spalla di Carlotta.
– Ed Erminio? –
La moglie soggiunge, urtata:
– Non si sa: scomparso! –
Margherita, la cechina, occhi per vedere come piangano gli altri, con quali
aspetti (un aspetto, quello di Gino, fidanzato della sorella, che chiama anche
lei Gino, non sa neppur come sia), occhi per vedere, no, ma per piangere, sì, li
ha ancora; e piange in silenzio, lagrime che ella non vede, che nessuno vede, là
nel suo cantuccio, appartata.
– E nemmeno uno grida per noi! – prorompe alla fine Gino Viesi, levando il capo
dalla spalla di Carlotta e facendosi innanzi a Berecche. – Nemmeno uno grida per
noi! Nessuno fa niente! Li hanno mandati tutti al macello, i trentini e i
triestini! E qua tutti voialtri sapete che il sentimento nostro è il vostro
stesso e che là vi si aspetta, lo sapete! Ma nessuno ora prova in sé lo strazio
di vedere strappati a questo stesso vostro sentimento i fratelli nostri, e
mandati là al macello! Nessuno, nessuno... E quei pochi che siamo qua di Trento
e di Trieste, siamo come spatriati in patria; e per miracolo lei, lealista, non
mi grida che il mio posto sarebbe là, a combattere e a morire per l’Austria con
gli altri miei fratelli!
– Io? – esclama Berecche, trasecolato.
– Lei, tutti! – incalza il giovine nella furia del dolore. – Ho veduto, ho
sentito; non ve ne importa nulla; dite che non val la pena che l’Italia si muova
per aver Trento, che forse l’Austria le darà un giorno pacificamente, per aver
Trieste che non vuole essere italiana... Non dite Così? Lo dite e lo
sentite! E perciò ci avete fatto calpestare, sempre; e non siete stati mai buoni
d’ottenerci nulla! –
Gino Viesi è giovine e addolorato; così, col bel volto in fiamme e il bel ciuffo
biondo scomposto, non può intendere che nulla irrita tanto quanto il porre
innanzi, in certi momenti, e il far gridare un sentimento che è il nostro stesso
in segreto, ma che noi vogliamo tener nascosto dentro, soffocato ancora da certe
ragioni che ci si sono già scoperte false; queste ragioni allora s infiammano
del sentimento che, pur essendo nostro, ci vediamo opposto come nemico, e ci
vediamo tratti a difendere ciò che in fondo stimiamo falso e ingiusto.
Questo avviene ora a Berecche. Irritato, grida al giovine:
– Ma che vorresti? che l’Italia impedisse all’Austria in guerra di mandare
contro la Russia e contro la Serbia i trentini e i triestini? Finché state sotto
di lei, è nel suo diritto!
– Ah, sì! dice diritto, lei? – grida a sua volta Gino Viesi. – E dunque, se
questo è il diritto dell’Austria legittimo, io, secondo lei, che faccio? manco
ai miei doveri, io, standomene qua? Dobbiamo andar tutti a morire per l’Austria,
è vero? Lo dica! lo dica! Diritto... ma sì, quello del padrone che manda a
scudisciate gli schiavi dove gli pare e piace! Ma chi ha mai riconosciuto
all’Austria il diritto di tenere sotto di sé Trento, Trieste, l’Istria, la
Dalmazia? Se lei stessa, l’Austria, sa di non averlo questo diritto! Sì, tanto è
vero che fa di tutto per sopprimerci, per cancellare ogni vestigio di italianità
da quelle terre nostre! L’Austria, sì, lo sa; e voi no, voi che la lasciate
fare! E ora di fronte a una guerra che subito, dal principio s’è presentata come
volta ai danni nostri, contro gl’interessi nostri, ora la neutralità, è vero? il
partito da prendere, e non le armi per la liberazione nostra e la difesa di
quegli interessi, là appunto dove prima l’Austria ha cominciato a minacciarla?
– Ma la neutralità... – si prova a opporre Berecche.
Gino Viesi non gli lascia il tempo di proseguire:
– Sì, benissimo, per voi! – soggiunge. – Perché nessuno poteva venire qua a
costringervi a marciare e a combattere contro il sentimento vostro e i vostri
interessi! Ma avete pensato a noi di là, che dovremmo essere appunto questo
sentimento vostro, che siamo appunto ciò che chiamate «i vostri interessi»? Noi
di là ci avete lasciati prendere, con la vostra neutralità, e trascinare al
macello; e dite ancora ch’era il diritto dell’Austria, questo; e nessuno grida
per il sangue dei miei fratelli uccisi! Gridano tutti, invece Viva il Belgio!
qua, Viva la Francia! Or ora, venendo, le ho incontrate le colonne dei
dimostranti per le vie di Roma. Un delirio!
– E Faustino? – domanda a un tratto Berecche rivolto alla moglie.
– Là, pure lui, coi dimostranti! – risponde subito Gino Viesi. – Viva il
Belgio, viva la Francia! –
Berecche, furibondo, appunta minacciosamente l’indice contro la moglie:
– E tu me lo lasci scappare di casa? E non me ne dici niente? Ma che sono
diventato io qua? Si rispettano così, adesso, le mie idee, i miei sentimenti? Lo
dico a te e lo dico a tutti! Ah sì? Viva il Belgio, viva la Francia... Ma la
vorrò vedere io, domani, la Francia quando con l’ajuto degli altri avrà vinto!
Domani addosso a noi di nuovo, il galletto, quando avrà rialzato la cresta
vittoriosa, con l’ajuto degli altri... Imbecilli! imbecilli! imbecilli! –
E Berecche, dopo questa sfuriata, scappa a rinchiudersi nel suo studio, tutto
sconvolto e tremante della violenza che ha dovuto fare a se stesso.
Ah, che cosa... che cosa... ah Dio, che cosa...
Crollato tutto, dentro. Ma può forse permettere che gli altri se n’accorgano? La
Germania, fino a jeri, è stata il suo prestigio, la sua autorità in casa; è
stata tutto per lui, la Germania, fino a jeri. E ora... ecco qua: ora, ogni
mattina, la moglie – anche questo! – appena la serva ritorna dalla spesa
giornaliera, lo investe, domanda conto e ragione a lui di tutti i viveri
rincarati – di tanto il pane, di tanto la carne, di tanto le uova – come se la
avesse voluta lui, mossa lui, la guerra! Col cuore esulcerato, con la rovina
dentro, gli tocca anche d’affogare in tutte queste volgarità della moglie, che
per miracolo non lo vuole anche responsabile del pericolo a cui Faustino è
esposto, d’esser chiamato prima del tempo sotto le armi e mandato a combattere,
se l’Italia sarà anch’essa trascinata in guerra! Non rappresenta forse la
Germania, lui, in casa; la Germania che ha voluto la guerra?
E sissignori, per il suo prestigio in famiglia, deve seguitare ancora a
rappresentarla, se no... Se no, che Cosa? Ecco il bel risultato: il figliuolo
che gli scappa di casa e va a gridare con gli altri imbecilli per le vie di Roma
Viva la Francia; e quell’altro povero giovine di là, a cui hanno ucciso due
fratelli, che lo accusa della neutralità dell’Italia e del macello dei trentini
e dei triestini sotto Leopoli!
Ah, Germania infame, infame, infame! Non ha previsto neanche male, questa
tragedia nel cuore di tanti e tanti, che in Italia e anche in altri paesi, con
così duro sforzo e amari sacrifizii, soffocando tanti sbadigli, ingozzando tanta
roba indigesta, erudizione, musica, filosofia, s’erano educati ad amarla e a far
professione di questo amore! Germania infame, ecco, così adesso ripaga le sue
vittime, dell’amore e dell’ammirazione professati a lei per tanti anni.
Berecche, non potendo far altro, la tempesterebbe di colpi di spillo, là, di
nascosto, su la carta geografica, con tutte le bandierine francesi, inglesi,
belghe, russe, serbe e montenegrine!
LA GUERRA NEL MONDO
S’è fatto sera. Ma egli resta al bujo nel suo studio e passeggia con una mano su
la bocca, guardando di tanto in tanto l’estremo barlume del crepuscolo ai vetri
delle due finestre. Scorge da una il lampadina rosso già acceso innanzi alla
Madonnina del villino dirimpetto; aggrotta le ciglia e si appressa alla
finestra. Vede allora, al lume della grossa lampada che si projetta nel
vestibolo, uscire di casa e attraversare il giardino sua moglie con Margheritina
per mano.
Va, che non pare, la piccola cara. Quasi non pare, se non si sapesse. Almeno a
guardarla così di dietro. Forse perché si fida della mano che la guida. Solo, a
osservarla attentamente, tiene la testina un pochino rigida sul collo, e le
spallucce un pochino rialzate. La ghiaja non stride sotto i suoi piedini, perché
l’anima è levata per non toccare quel che non vede, e il corpicciuolo quasi non
pesa.
Ma dove va con la mamma a quest’ora? E Faustino, come non è ancora rincasato’
Sarà andato via Gino Viesi?
Berecche si reca a far tutte queste domande a Carlotta. Nella saletta da pranzo
non c’è piú nessuno. Carlotta s’è chiusa nella sua stanza e seguita a piangere,
anch’essa al bujo; risponde alle domande col tono secco e sgarbato della madre:
– Gino? Andato via. – Faustino? Che ne sa lei? – La mamma? Con Ghetina, da
Monsignore, per la novena.
Da tre sere, nel villino di Monsignore dirimpetto, si fanno preghiere per il
Papa che sta male, per il Papa che muore.
Berecche rientra nello studio, si riappressa alla finestra e guarda il villino
dirimpetto, con l’animo ora oscurato e compreso di cordoglio per questo Papa,
santo vecchio paesano, cui solo la schiettezza grande della fede fa degno del
gran seggio. Ah, chi piú di lui, Pio veramente, volle richiamar Cristo nel cuore
dei fedeli; E muore in mezzo a tanta guerra, ucciso dal dolore di tanta guerra.
Certo, sul suo letto di morte, egli non dirà, come forse dice piano qualcuno
accanto a lui, che questa guerra è per la Francia la retribuzione giusta di Dio
per i suoi torti verso la Chiesa. Piú nefandi peccatori per lui sono certo
quegli altri che hanno osato chiamar Dio a proteggere la marcia e la carneficina
dei loro eserciti e il segno della divina protezione hanno osato vedere ed
esaltare nelle atrocità delle loro vittorie Egli non ha detto piú nulla; con
orrore ha ritratto la mano, che altri voleva levata a benedire questa
scelleraggine mostruosa; e s’è chiuso nel dolore che l’uccide.
Lume maledetto della ragione! Ragione maledetta, che non sa accecarsi nella
fede! Lui Berecche vede, o crede di vedere con questo lume tante cose che
gl’impediscono ora di pregare con la sua piccola figliuola Margherita, cieca
nella cieca fede, per il Papa buono che muore. Ma è contento, sì, ch’ella preghi
di là, la sua Margheritina; è contento che una parte di lui, così
angosciosamente amata, priva di quel suo lume di ragione, cieca preghi di là per
il buon Papa che muore. Gli sembra veramente che con le pallide gracili mani di
quella sua piccola cieca, giunte nella preghiera, egli, della sua anima che per
sé non sa pregare, dia adesso qualcosa quel che può – in suffragio del buon Papa
che muore.
Intanto, si fanno le otto della sera; poi le nove, poi le dieci, e Faustino
ancora non rincasa.
La madre, ritornata da un pezzo con Ghetina dal villino di Monsignore e la
sorella Carlotta sono entrate piú volte nello studio a manifestare la loro
costernazione, a scongiurarlo a mani giunte di muoversi, d’andare in cerca di
lui, per sapere almeno se qualche disgrazia, Dio liberi, non sia accaduta con
quelle maledette dimostrazioni.
Berecche le ha cacciate via, furente, ha gridato loro in faccia di non volersi
muovere perché di quel mascalzoncino là non gliene importa piú nulla, non lo
considera piú come suo figliuolo, e se l’hanno calpestato, ferito, arrestato,
piacere, piacere, piacere.
Finalmente, poco dopo le dieci e mezzo, Faustino rincasa, con addosso una gran
paura del padre, ma pure acceso e vibrante ancora di quanto gli è accaduto. Lo
hanno arrestato. Ma vibra di sdegno, di nausea, per l’ira dei soldati, ah, per
fortuna pochi, che lo hanno arrestato, malmenandolo e gridandogli:
– Vigliacco, fai così perché non dovrai andarci tu, domani, alla guerra!
E ora lui vuole andarci, vuole andarci, vuole andarci alla guerra, per dare a
quei soldati che lo hanno arrestato una degna risposta.
– Zitto! – gli grida la madre piú scarmigliata che mai. – Se tuo padre ti sente
di là! –
Ma Berecche non si muove dallo studio. Non vuoi vederlo. Alla moglie che viene
ad annunziargli che è ritornato, ordina di dirgli che non s’arrischi a farsi
vedere. Poco dopo, Carlotta sporge il capo dall’uscio:
– La cena è pronta. Fausto è in camera sua.
– Resto io, qua! Mi porti qua da cena la serva. Non voglio veder nessuno! –
Ma non può cenare. Ha un nodo alla gola, piú di rabbia che d’angoscia. A poco a
poco però comincia a calmarsi, a cadere quasi in un letargo grave, attonito, a
lui ben noto. È la ragione filosofica, che pian piano, come si fa sera, riprende
in lui il predominio.
Berecche si alza, s’appressa alla finestra piú vicina, siede e si mette a
guardare le stelle.
Le vede per gli spazii senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di
quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che
si sappia, per quegli spazii di cui non si sa la fine. Va granellino infimo,
gocciolina d’acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio
violento di tenue barlume i segni accesi dell’abitazione degli uomini in quella
poca parte in cui il granellino non è liquido. Se nei cieli si sapesse che in
quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d’esseri irrequieti, che
da quel granellino lì credono sul serio di potere dettar legge a tutto quanto
l’universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il
piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch’essi credono creatore di quei cieli,
di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i
cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono a modo loro e gli
chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche nei loro affari piú
tristi, nelle loro stolide guerre. Se nei cieli si sapesse, che in quest’ora del
tempo che non ha fine questi milioni e milioni d’esseri impercettibili, in
questo striscio di tenne barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa
per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le
stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano
occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli
altri. C’è qualcuno che pensi che nei cieli non c’è tempo? che tutto s’inabissa
e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine’ e che su questo stesso
granellino, domani, tra mille anni, non sarà piú nulla o ben poco si dirà di
questa guerra ch’era ci sembra immane e formidabile?
Ricorda Berecche com’egli insegnava, or son pochi anni, la storia ai suoi alunni
di liceo: – Intorno al 950, ridotti in obbedienza i Danesi che gli si erano
ribellati, passò Ottone in Boemia a combattere il duca Bodeslao, ch’erasi
costituito indipendente, e spintosi fin davanti a Praga costrinse quel duca a
ritornare vassallo del germanico regno. Nel tempo stesso il fratel suo Enrico
usciva in campo contro gli Ungari e li cacciava oltre la Theiss togliendo loro
le conquiste fatte sotto il regno di Lodovico il Bimbo...
Domani, tra mille anni, un altro Berecche professore di storia dirà ai suoi
alunni, che intorno al 1914 c’erano ancora potenti e fiorenti nel centro
d’Europa due imperi: uno detto di Germania, su cui sedeva un Guglielmo II d’una
dinastia scomparsa, che pare fosse detta degli Hohenzollern; e detto, l’altro,
impero d’Austria, su cui sedeva vecchissimo un Francesco Giuseppe della dinastia
degli Absburgo. Erano questi due imperatori tra loro alleati e forse entrambi,
almeno a quanto si suppone per certi dati, benché a lume di logica non paja
verosimile, alleati anche col re d’Italia, un Vittorio Emanuele Terzo della
dinastia di Savoia, il quale però, almeno in principio, mancò alla guerra che
quell’imperatore di Germania, togliendo – pare – a pretesto l’uccisione per mano
dei Serbi di un tal Francesco Ferdinando arciduca ereditario d’Austria,
stupidamente mosse contro la Russia, la Francia e l’Inghilterra, allora anche
esse alleate tra loro e potentissime, una segnatamente, l’Inghilterra, padrona
in quel tempo dei mari e d’innumerevoli colonie.
Così, tra mille anni – pensa Berecche – questa atrocissima guerra, che ora
riempie d’orrore il mondo intero, sarà in poche righe ristretta nella grande
storia degli uomini; e nessun cenno di tutte le piccole storie di queste
migliaja e migliaja di esseri oscuri, che ora scompajono travolti in essa,
ciascuno dei quali avrà pure accolto il mondo, tutto il mondo in sé e sarà stato
almeno per un attimo della sua vita eterno, con questa terra e questo cielo
sfavillante di stelle nell’anima e la propria casetta lontana lontana, e i
proprii cari, il padre, la madre, la sposa, le sorelle, in lagrime e, forse,
ignari ancora e intenti ai loro giuochi, i piccoli figli, lontani lontani.
Quanti, feriti non raccolti, morenti su la neve, nel fango, si ricompongono in
attesa della morte e guardano innanzi a sé con occhi pietosi e vani, e piú non
sanno vedere la ragione della ferocia che ha spezzato sul meglio, d’un tratto,
la loro giovinezza, i loro affetti, tutto per sempre, come niente! Nessun cenno.
Nessuno saprà. Chi le sa, anche adesso, tutte le piccole, innumerevoli storie,
una in ogni anima dei milioni e milioni di uomini di fronte gli uni agli altri
per uccidersi? Anche adesso, poche righe nei bollettini degli Stati Maggiori: –
s’è progredito, s’è indietreggiato; tre, quattro mila tra morti, feriti e
scomparsi. E basta.
Che resterà domani dei diarii della guerra su per i giornali, ove una minima
parte di queste piccole innumerevoli storie sono appena, in brevi tratti,
accennate
Quei galletti, quei galletti che all’alba cantavano a Belgrado deserta e
bombardata dai cannoni austriaci, al principio della guerra... Oh, cari
galletti, ecco, di qui a mill’anni Berecche, se potesse ritornare al mondo a
insegnare la storia di mill’anni addietro, quando ogni memoria dei fatti che ora
ci sembrano enormi sarà cancellata e tutta questa immane guerra sarà per gli
uomini venturi ristretta in poche righe, ecco, di voi, cari galletti, vorrebbe
ricordarsi Berecche e dire che voi cantavate all’alba, a Belgrado, come se nulla
fosse, tra le bombe che scoppiavano su le case deserte, fumanti.
No: questa non è una grande guerra; sarà un macello grande; una grande guerra
non è perché nessuna grande idealità la muove e la sostiene. Questa è guerra di
mercato: guerra d’un popolo bestione, troppo presto cresciuto e troppo faccente
e saccente, che ha voluto aggredire per imporre a tutti la sua merce e, bene
armata e azzampata, la sua saccenteria.
Con quest’ultima considerazione Berecche si leva; passeggia, aggrondato, ancora
un po’ per lo studio; poi esce sul corridojo; vede accostato l’uscio della
camera del suo figliuolo; stende una mano e pian piano lo schiude. Faustino è a
letto, con le coperte tirate fin sotto il naso; ma ha gli occhi sbarrati nel
bujo della cameretta, accesi ancora e brillanti di sdegno. Subito, vedendo
entrare il padre, li chiude e finge di dormire placidamente.
Berecche lo guata, accigliato; tentenna il capo, vedendo in giro la cameretta in
disordine; poi, con le mani in tasca, avviandosi per uscire, dice piano,
strascicato, con un tono apparentemente di derisione per il figliuolo, ma che in
realtà esprime il suo sentimento cangiato:
– Viva,., già! viva il Belgio.., viva la Francia... –
IL SIGNOR LIVO TRUPPEL
Teutonia, la primogenita, che la madre finché la ebbe con sé chiamò sempre Tonia,
come del resto lei stessa ha voluto sempre esser chiamata dalle due sorelle piú
piccole e dal fratello e poi anche dal marito, è da tre anni fuori di casa,
sposa del signor Livo Truppel, ottima pasta d’uomo, alieno dalla politica,
oriundo svizzero tedesco, ma ormai non piú svizzero e tanto meno tedesco.
Non se l’è mica dato né scelto da sé, il signor Truppel, quel cognome; gli è
venuto da suo padre, morto a Zurigo da tanti anni; e non ci tiene.
Forse lì a Zurigo, chiamarsi Truppel voleva dire qualche cosa; ma fuori del
paese natale, cioè fuori delle relazioni, parentele e conoscenze, che cos’è piú
un cognome? Per uno sconosciuto, tanto vale chiamarsi Truppel quanto chiamarsi
in un altro modo qualsiasi. Se non fosse per aver le carte in regola...
Il signor Livo, per conto suo, dentro di sé, si conosce un’anima pacifica, senza
cognome, senza stato civile, né nazionalità; un’anima per due occhi aperta qua,
come altrove, all’inganno delle cose che certamente non sono come appajono, se
un po’ si vedono in un modo e un po’ in un altro, a seconda dell’animo e degli
umori. Egli fa di tutto per non alterarselo mai, il suo modo, e si contenta di
poco, perché quel poco sa gustarselo in pace e con saggezza, come gli innocenti
piaceri della natura, la quale, a dir vero, è una di tutti e non sa né di patrie
né di confini.
Candido com’è, e di tenero cuore, al signor Truppel piacciono specialmente le
giornate di nuvole chiare, quelle dopo le piogge, quando c’è sapore di terra
bagnata e nell’umida luce l’illusione delle piante e degli insetti, che sia di
nuovo primavera. Di notte, guarda quelle nuvole che dilagano su le stelle e le
annegano per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d’azzurro. Guarda
anche lui, come il suocero, quelle stelle; sogna senza sogni, e sospira.
Di giorno, il signor Truppel si considera un bravo uomo nella vita. Un
brav’uomo, così, e basta. Non già a Roma, cioè in Italia, o altrove: no, nella
vita. Così, e basta. Anzi, propriamente, un bravo orologiajo, nella vita.
Tutto circoscritto nei limiti del suo banco ricoperto di candida tela cerata
dietro la vetrina della sua bottega in via Condotti, s’incastra nell’occhio
destro il monocolo a cannoncino e, curvo su la pinzetta fissata al banco, prova
e riprova con inesauribile pazienza sul pezzo da accomodare i tanti piccoli
attrezzi del suo pazientissimo mestiere, lime, seghe e calibri, nel silenzio
trapunto dall’assiduo acuto sottile pulsare dei cento orologi.
Non gli passa minimamente per il capo, nell’adoperare con infinita delicatezza
quegli esili strumentini sul fragile congegno complicato degli orologi, che in
quello stesso momento, altrove, per tanta parte d’Europa, uomini come lui a
milioni ben altri istrumenti adoperano, fucili, cannoni, bajonette, bombe a
mano, per un lavoro ben diverso di questo suo, d’accomodare orologi; e che il
silenzio vibrante qua attorno a lui dall’acuzie di quel ticchettio continuo,
appena percettibile, è straziato altrove dall’orrendo rimbombo d’obici e di
mortai.
Il suo mondo, la sua vita son concentrati lì, di giorno, in una calotta
d’orologio; come, di notte, sciolta ormai da quasi tutte le passioni terrene, la
vita del suo spirito è assorbita nella contemplazione dell’armonia di ben altre
sfere: quelle celesti.
Benché il signor Truppel paja uno stupido, si può giurare dal modo come sorride
voltandosi, a richiamarlo da quelle sue celesti contemplazioni, ch’egli non
considera il firmamento come un sistema d’orologeria.
E rimasto perciò propriamente come uno che caschi dalle nuvole, l’altra sera,
allorché, uscito sulla strada per abbassare la saracinesca, s’è vista addosso
una grossa frotta di dimostranti, la quale, passando come un uragano, s’è
avventata contro la sua bottega di orologiajo e gli ha fracassato in un batter
d’occhio insegna, sporti, vetrina, ogni cosa.
Passato il primo sbalordimento per il fracasso dei vetri rotti, il signor Livo
Truppel non temette tanto per sì, quanto per il fratello, suo socio
nell’orologeria e di natura ben altra dalla sua: ispido, cupo e bestiale.
Tondo tondo, biondo biondo, il signor Livo si buttò avanti, parando con le
manine bianche grassocce, con gli occhi pieni di lagrime, quegli occhi che di
solito hanno la limpida chiarità ridente dello zaffiro, a gridare a quei
dimostranti ch’egli era svizzero e non tedesco, svizzero e non tedesco,
svizzero, svizzero, da piú di venticinque anni in Italia, e genero di un
italiano, il signor professor Berecche. Sì, a chi lo gridò? ai suoi vicini di
bottega che lo conoscevano bene e sanno tutti che perla d’uomo sia. I
dimostranti, fatto il danno, si erano già allontanati da un pezzo, sicurissimi
d’aver compiuto un atto, se non proprio eroico, certo molto patriottico. Ma il
danno, anche quello, via, roba da poco. Il guajo, il vero guajo, è stato per il
fratello, che il signor Truppel credeva ancora dentro la bottega, e invece no,
non c’era piú. Terteuffel!, corso dietro a quei dimostranti,
imbestialito.
Orbene, questo fatto, che per il pacifico signor Truppel ha avuto l’importanza
di un semplice malinteso tra lui e la popolazione romana, a causa del suo
cognome tedesco (malinteso deplorevole, sì, ma da non farne poi un gran caso),
certamente non sarebbe stato cagione di gravi dispiaceri in famiglia, se il
fratello non avesse riconosciuto tra quella frotta di dimostranti Faustino, il
suo piccolo cognato.
Il fratello, bisogna dire la verità, non gli ha imposto d’abbandonare la moglie
e il tetto coniugale per seguitare a convivere con lui in una casa a parte. No,
ma ha preteso e si è fatto promettere e giurare che almeno non avrebbe rimesso
piede mai piú nella casa del suocero e che se il suocero verrà qualche sera da
lui a visitare la figliuola egli, ove non riesca lì per lì a trovare una scusa
per andarsene fuori di casa, oltre il saluto non gli rivolgerà la parola e, dopo
il saluto, sputerà in terra: così!
Sputare in terra?
Sì, sputare in terra; così!
Il signor Truppel ha guardato afflittissimo per terra lo sputo del fratello, ed
è stato lì lì per cavare di tasca un fazzoletto per andare a pulire.
– No! no! sputare in terra – gli ha gridato il fratello, – sputare in terra.
Così! –
E ha sputato di nuovo.
Santo nome di Dio benedetto! Se non sa sputare, lui, se non sputa mai neppure
nel fazzoletto, da quella brava persona che è! Sì, sì, va bene: il signor
Truppel ha promesso, giurato, per placare il fratello; ma, passato il primo
momento, si sa che valore hanno certe promesse e certi giuramenti anche per
coloro a cui sono fatti.
Il signor Livo Truppel, intanto, per ogni buon fine si propone d’andar di
nascosto in casa del suocero per scongiurarlo di non venire da lui almeno per
qualche tempo.
Ma il giorno ci va, trova nella casa del suocero un tale scompiglio, e per una
ragione così inopinata, che il signor Livo Truppel stima prudente tornarsene
indietro senza farsi vedere da nessuno.
BERECCHE RAGIONA
Partito, partiti entrambi, scomparsi da sei giorni, Faustino e l’altro, Gino
Viesi – scomparsi.
Il quartierino nella villetta fuorimano, la pace sognata per gli ultimi anni in
quel ritiro quasi campestre, con la villa patrizia davanti – quella cortina di
cipressi là, maledetti dalle donne come un tristo presagio di morte – ma pur
belli quei cipressi a vedere, che non sanno del funebre ufficio a cui l’uomo li
destina e si indorano al sole, al bel sole che entra per le quattro finestre sul
giardino e si stende nelle stanze; e pur belli sotto la luna, la sera, mentre la
fontanella chioccola vicino... – ah la fontanella, sì; ma chi l’ascolta più? e
c’è il sole? chi lo vede? chi bada alla luna? Solo quei cipressi là maledetti,
ora, si parano davanti, saltano agli occhi, ispidi, lugubri, appena la ghiaja si
sente scricchiolare nel giardino sotto i passi di qualcuno.
– No... no... Il guardiano... –
E pianti, strilli, strepiti, che s’odono da lontano; fin dalla via Nomentana,
s’odono – e perdio, di questi tempi il cuore d’un galantuomo!... se questa è
vita! Il passante irascibile, col giornale aperto in mano, da cima a fondo
occupato dalle notizie della guerra, si ferma e altri passanti fa fermare.
– Sarà una rissa? che diavolo? S’ammazzano anche per niente? –
Due, tre, non reggono alla curiosità, imboccano di corsa la traversa appena
tracciata, altri due, tre, li seguono, ma perplessi; si voltano a guardare
quelli rimasti su la via, meno curiosi o piú prudenti; guardano intorno (che
buon odore di fieno! pare in campagna!); si risolvono, accorrono anch’essi:
davanti al cancello guardano inquieti alle quattro finestre da cui quei pianti,
quegli strilli, quegli strepiti s avventano. Che avviene? Nessuno si muove.
Strepitano lì dentro; ma intorno tutto è tranquillo, e il guardiano della
villetta, oh eccolo là, pacifico, sta a mangiare. Ma niente, dunque! Qualche
disgrazia, una morte, forse?
– Ah, non si sa neppure, e strillano così?
– Scomparsi, come?
– Alla guerra? dove, alla guerra? in Francia?
Bello, quel villino! s’affitta? sei quartierini? Non sarà mica tanto alta la
pigione. Ah, sì, tanto? Per questo è tutto sfitto... Bello, sì, al sole... un
bel giardino... troppo lontano però... quasi in campagna...
Dio, ma strillare così, poi... Sarà la madre, è vero?
– La fidanzata?
– No, questa è la madre... –
Il guardiano fa un cenno come per dire: – «Impazzita...» – e se ne torna a
mangiare. Se ci son pazzi al mondo, perdio, con la guerra che pende sul capo di
tutti, volerci andar prima, come fosso una festa a cui non sembri l’ora
d’arrivare...
– No, per questo, ecco, se sono andati in Francia...
– Ma che Francia, mi faccia il piacere! La Francia, caro signore....
– Si difende, aggredita! Il pericolo vero, per noi...
– Ma lasci stare, via, che o di qua o di là...
– Siamo neutrali, siamo neutrali...
– E se n’annamo a magnà, – conclude filosoficamente un operajo: – romano.
Poterlo fare! Da sei giorni, non si mangia, non si dorme in casa Berecche.
Due furie scatenate, la moglie e la figliuola Carlotta. Specialmente la moglie.
Scarduffata, strozzata dagli strilli, dal continuo mugolare, corre per casa
annaspando, come se cercasse una via di scampo al suo folle dolore. Le corre
appresso Carlotta; appresso, le tre povere zitellone sorelle di Monsignore,
venute dal villino dirimpetto: magre tutt’e tre allo stesso modo; pettinate e
vestite allo stesso modo tutt’e tre, di grigio, con uno scialletto nero sul seno
per la morte del Santo Padre; appresso, una dietro l’altra, con la bocca
appuntita, gli occhi sbarrati e pietosi, accomodandosi lo scialletto sul seno
con le mani inquiete, in un dito il ditale tutt’e tre, perché sono accorse agli
strilli mentre stavano a cucire e non sanno come confortare quella madre.
– Signora... – dice una.
E l’altra dice:
– Ma signora... –
E la terza:
– Ma signora mia... –
Non può sentirsi dir nulla la madre disperata: grida, grida fino a stracciarsi
la gola, levando le braccia e scotendo le mani, frenetica, appena qualcuno
accenni di volgerle una parola. Oh benedetto il nome di Dio, benedetto il nome
di Dio! Anche Monsignore, venuto jeri, è stato accolto così.
La serva... spazzare? Le ha strappato di mano la scopa e l’ha inseguita per
dargliela in testa! Ha lanciato per aria guanciali, coperte, lenzuola dai letti
che quella s’era messa a rifare; dalla tavola da pranzo ha strappato la tovaglia
con tutto il vasellame apparecchiato: un fracasso di piatti bicchieri bottiglie,
in frantumi, giú a terra... Vedesse almeno il terrore della povera Margheritina,
che al fracasso è balzata dal pianto silenzioso nel suo solito cantuccio, con le
manine aggricchiate e tremanti innanzi al petto! Non vede nulla; non ode nulla;
di tratto in tratto s’avventa contro l’uscio dello studio; lo sforza a furia di
manate, di spallate, di ginocchiate e si scaglia contro il marito, gli si para
davanti con le dita artigliate su la faccia, come volesse sbranarlo, e gli urla,
feroce:
– Voglio mio figlio! Voglio mio figlio! Assassino! voglio mio figlio! voglio mio
figlio! –
Berecche, piú vecchio di vent’anni in sei giorni, non dice nulla: per quanto
offeso in fondo dalla volgarità della manifestazione, rispetta lo strazio di
quella madre, che è lo strazio suo stesso. Vederlo però con tal furia volgare
ritorto contro di lui gli provoca sdegno, e per poco lo strazio accenna
d’arrabbiarsi anche in lui e d’insorgere allo stesso modo feroce. Ma lo frena e
guarda con così acuto spasimo negli occhi la moglie, che questa in prima sbarra
i suoi da folle, poi disperatamente rompendo in un pianto che spezza il cuore,
gli s’aggrappa al petto, sul petto gli fruga con la testa scarmigliata e geme:
– Dammi mio figlio! Dammi mio figlio! –
E allora Berecche, dapprima con un muto sussultare del petto e delle spalle, poi
con un fitto singultìo nel naso, si piega a piangere anche lui sul grigio capo
scarmigliato della vecchia compagna non amata.
Tutto il primo giorno – sei giorni addietro – passato in un’ansia crescente
d’ora in ora, tra un’oscura costernazione e un’irritazione sorda man mano anche
esse crescenti, per il ritardo del figliuolo a rincasare; ritardo sempre piú
inescusabile e inesplicabile, perché non c’erano piú dimostrazioni per Roma che
potessero far pensare a un arresto, come l’altra volta; – poi, la sera, le corse
affannose di qua e di là in cerca di lui, dove si fosse potuto attardare tanto,
nei caffè, in casa di qualche amico, nella camera mobiliata di Gino Viesi – e la
sorpresa, qui, nel sapere che anche lui, Gino Viesi, uscito dalla mattina alle
sette, non s’era piú fatto vedere; poi, la notte, quella prima notte senza il
figliuolo in casa, con la casa che sembrava vuota e paurosa, come vuoto e
pauroso l’animo di lui; e le ore che passavano a una a una lente, eterne, su la
sua ansia pure angosciata dallo sgomento di vederle passare, così, a una a una,
nella vana attesa alla finestra, con l’ossessione delle vie per cui il figliuolo
poteva essersi incamminato, per cui torse camminava ancora nella notte, per
allontanarsi sempre piú, sempre piú dalla sua casa, sciagurato! ingrato! ma
dove? dove diretto? – e poi l’alba e il silenzio di tutta la casa, orribile, con
le donne cedute al sonno tra il pianto, là su le seggiole, col capo su la
tavola, sotto il lume ancora acceso – ah, quel lume giallo nell’alba, e quei
corpi là, che da sé a poco a poco s’erano composti in atteggiamenti pietosi,
rassettati per non soffrir tanto, per trovare un po’ di requie essi almeno, se
l’anima nel sonno angoscioso non poteva trovarne! – e poi, al mattino e durante
tutto il giorno seguente, le altre corse, tre, quattro, alla Questura, prima per
denunziare la scomparsa del figliuolo e di quell’altro là, perché fosse spiccato
subito e diramato da per tutto un ordine d’arresto; poi per sapere se qualche
notizia fosse giunta; e mai nessuna! – quei no, quel no del delegato rosso
lentigginoso, che pure la mattina pareva avesse preso con impegno la cosa nel
sentire che forse si trattava di due giovanotti che tentavano di passare in
Francia per arruolarsi nella legione garibaldina; e ora piú niente, tutto
intento ad altro ora, come se non si ricordasse piú neanche dell’ordine dato; –
e le invettive, le aggressioni d’ora in ora piú violente della moglie e della
figlia Carlotta, perché erano sicure che Faustino e quell’altro erano scappati
via per lui, ma sì, per lui, per lui che aveva fin dall’infanzia oppresso quel
figliuolo col metodo tedesco, con la disciplina tedesca, con la coltura tedesca,
fino a fargli concepire un odio indomabile, inestinguibile per la Germania, che
Dio la danni in eterno! e – ultimamente, in faccia all’altro che piangeva due
fratelli uccisi, non aveva forse avuto il coraggio di gridare che l’Austria
aveva tutto il diritto di mandarglieli al macello quei due fratelli? – lui! lui!
– per questo erano scappati, per dargli una giusta risposta, per fare una giusta
vendetta dei sentimenti da lui offesi nell’uno e oppressi nell’altro fin
dall’infanzia: ebbene, non basta tutto questo? Ce n’è anche d’avanzo per
spiegare come Berecche si sia in sei giorni invecchiato di venti anni.
Ma no, non basta invecchiato.
Berecche ora sostiene che non soffre piú nulla, proprio piú nulla. Al massimo,
ecco, può ammettere, ammette d’avere l’idea astratta del suo dolore. L’idea
astratta, forse sì. Ma non del suo dolore propriamente. Del dolore d’un padre,
così in genere, a cui sia accaduto quello che è accaduto a lui. In realtà però
non sente nulla. Piange, sì... forse, ma come un commediante, come un
commediante su la scena, per l’idea soltanto del suo dolore, non perché lo
senta. Si figura di sentirlo e lo dà a vedere. Che c’è da spaventarsi, se dice
così? La prova piú convincente è questa: che egli ragiona, ra-gio-na; è in grado
di ragionare perfettamente, perfettissimamente.
– Ti dico, perdio, che ragiono! – grida al buon Fongi sonnacchioso, che è venuto
dalla birreria a fargli visita.
– Ragiono! –
Come se il buon Fongi sonnacchioso sostenesse che non è vero.
– E guai se non ragionassi almeno io, qua dentro! Le hai vedute, le hai sentite,
quelle due furie? La colpa è mia! Via, dimmi anche tu, dimmi anche tu che la
colpa è mia! Mi faresti piacere, sai? Mi rialzerei di piú in mezzo a tutti
questi pianti, in mezzo a tutti questi strilli, con l’orgoglio d’esser certo che
io solo ho la mia ragione ancora qua! qua! qua! –
E si picchia forte su la fronte.
– Qua per compatire chi m’accusa! qua per compiangere con quelle due disgraziate
anche questa miserabile Italia, dorma come loro, che non avrà mai ciò che si
chiama DISCIPLINA DELLA VITA! Ma non vedi, non vedi che avviene in questa
miserabile Italia, perché si è presa una misura di tremenda disciplina – la
neutralità? I figli che ti scappano! le madri che urlano! Ti sembra che io non
ragioni? –
Il buon Fongi, dal gran naso cornuto, tiene la testa bassa e lo guarda come
impaurito di sui cerchietti di platino degli occhiali a staffa. Medico in
ritiro, forse pensa, entro di sé, che nessun segno piú manifesto di pazzia che
il ragionare, o il credere di ragionare, in certi momenti. A ogni modo, se non
proprio impaurito, si mostra per lo meno sbalordito, il buon Fongi, e non
risponde né no né sì, quantunque Berecche lo miri con certi occhi che aspettano
irosi una risposta affermativa.
– No? dici di no?
– Io? io, veramente...
– Pensi forse che al primo annunzio della dichiarazione di neutralità da parte
dell’Italia io mi scagliai contro il governo?
– No, non penso...
– Ma devi pensare, devi pensare, perdio! Io ho bisogno di pensare in questo
momento! Mi stai davanti come una marmotta! –
Il buon Fongi si scuote un poh, s’affretta a dirgli:
– Ma sì, pensa..., se ti fa bene...
– Tu devi pensare con me! – gli grida Berecche. – Devi pensare che io obbedivo
allora, di primo lancio, a un sentimento di lealtà, capisci? A un sentimento di
lealtà verso quella nazione che m’aveva insegnato LA DISCIPLINA, la quale... –
sai che vuoi dire? – vuoi dire frenare, frenare, soffocare, se occorre, i
sentimenti naturali, di padre, di figlio, tutti i sentimenti naturali, che non
vogliono aver legge! Hai capito? Frenare la natura che insorge contro la
ragione. Hai capito? Ma mi sono ravveduto subito; ho compreso che la vera
disciplina per noi doveva consistere nel soffocare anche questo sentimento di
lealtà; e l’ho soffocato! E sono arrivato anche a riconoscere che la Germania ha
agito sconsideratamente, capisci, che la Germania ha sbagliato, che la Germania
ha perduto la testa... A questo, a questo sono arrivato! –
Si fa sempre piú piccolo il buon Fongi, e pare che il naso gli diventi sempre
piú grande. Glielo guarda Berecche, quel naso, e a mano a mano si sente crescere
contro di esso un’irritazione ingiustificabile. Che naso è quello! che
insopportabile realtà, quel naso! Gli scaglia addosso una confessione così
grave, e niente, ecco, niente: resta lì, immobile; non si commuove. Pacifico,
per quanto voluminoso. Non si commuove. Naso romano!
– Sono arrivato a questo! – urla Berecche. – E ad ammettere anche, se vuoi, che
s’è messa contro di noi, la Germania, aiutando, per puro pretesto, l’Austria in
una guerra offensiva che, rompendo i patti di alleanza, doveva renderci per
forza l’Austria nemica. Era disciplina per noi l’alleanza con l’Austria! La
Germania l’ha spezzata, perché, dichiarando una guerra, doveva capirlo che noi,
con l’Austria, non potevamo essere piú; non solo, ma dovevamo per forza esser
contro l’Austria! A questo ero arrivato! E anche a pensare che se ci saremmo
mossi anche noi, e il mio figliuolo, o perché chiamato prima del tempo sotto le
armi o perché spinto da un sentimento, a cui io allora non avrei saputo oppormi,
sarebbe andato volontario alla guerra, ci sarei andato anch’io, anch’io così
come mi vedi, volontario, a cinquantatrè anni e con questa pancia, ci sarei
andato anch’io! Ma ora, questo figlio, eccolo qua, vedi? s’è voluto mettere
contro di me! ha inteso di mettersi contro di me! E perché? Perché, come tutti
gli altri, non conosce la disciplina della vita! E contro di me ha messo questa
povera madre e la sorella; e spaventati, Fongi, ora sì, spaventati: contro di me
ha messo anche me stesso! sì, perché c’è anche un padre in me che piange, e a
cui io, che conosco la disciplina della vita, sono costretto a gridare: – «Va’
là, buffone, non piangere, perché tu hai torto di piangere!» – Piangano gli
altri! io non piango, non piango piú, neanche se m’arriva la notizia, vedi’ che
è morto! Non solo; ma ti dico questo, e te lo dico forte, perché lo sentano
anche di là, quelle due furie che vorrebbero impedirmi di ragionare, venendo qua
a gridarmi che vogliono da me il fratello, il fidanzato, come se io fossi pazzo
come loro; ti dico questo: che adesso io sono di nuovo per la Germania, sì, sì,
te lo dico forte, per la Germania, per la Germania, che avrà commesso una
pazzia, anzi l’ha commessa di certo, ma vedi che spettacolo offre ancora a tutto
il mondo? Se l’è concitato contro e lo tiene a bada tutto il mondo! Impotenti
tutti contro lei potente! Che spettacolo è questo! E volete abbatterla?
distruggerla? Chi? La Francia, fradicia, la Russia coi piedi di creta,
l’Inghilterra? E valgono forse piú di lei? Che valgono di fronte a lei? Niente!
Niente! Non la vince nessuno! –
Ah, finalmente! dalla sua balordaggine, così battuta, così pestata, così
accoppata dalla fiera invettiva, sorge tutt’a un tratto il buon Fongi col suo
gran naso. Per protestare? No. Ha una notizia con sé, una notizia che si tiene
in corpo fin dal suo arrivo e che, assalito da tanti pianti, da tanti strilli,
non ha trovato ancor modo di metter fuori.
– Io – dice – ho qua una lettera di Faustino. –
Per miracolo Berecche non trabocca giú, tutt’in un fascio. Diventa pallidissimo,
poi, tutt’a un tratto, paonazzo; si scaglia addosso al Fongi, come se Fongi se
ne volesse scappare:
– Tu? – gli grida. – Una lettera? di Faustino? –
E piange e ride e trema tutto e col passo legato corre a gridar nel corridojo:
– Una lettera... una lettera di Faustino!... subito!... Margheritina,
Margheritina, conducete anche Margheritina! –
E mentre la moglie e Carlotta con Margheritina per mano irrompono nello studio,
ansanti, frementi d’impazienza, strappa con le mani che gli ballano dalle mani
del Fongi la lettera e si prova a leggerla forte. Diretta a lui.
A lei? Già...
– Caro... ecco... Caro signor... oh Dio... caro signor Fongi...
–
Non può. La vista, la voce, il fiato, anche le gambe gli mancano. S’abbandona su
una seggiola e cede a Carlotta la lettera, perché la legga lei.
La lettera è datata da Nizza e dice così:
Caro signor Fongi,
So l’affetto che Ella ha per mio padre e mi rivolgo a Lei per pregarla di
recarsi da lui, appena riceverà questa mia, ad annunziargli ciò che del resto
forse a quest’ora avrà indovinato, e lascio immaginare a Lei con quale sdegno e
con quanto dolore.
Ma gli dica, signor Fongi, che io non sono venuto qua a combattere per la
Francia. Ne sarà contento! Sono venuto qua, perché convinto (e Dio volesse a
torto!) che l’Italia, «ancella» come sempre e ora senza padroni, non farà nulla.
I due che aveva – l’uno cattivo, che l’ha sempre angariata; l’altro che s’è dato
sempre l’aria di proteggerla, piccola vecchia signora decaduta, tutt’a un
tratto; senza neppur licenziarla, senza neppur dirle che potevano anche fare a
meno dei suoi servizii, l’hanno lasciata sola e si sono messi a sbrigare da sé
le loro faccende. Ora la povera Italia, neppur certa d’essere stata licenziata,
non sa che fare né dove andare. Ha paura degli antichi padroni, e ha paura di
mettersi a servizio di nuovi che dalle agenzie di collocamento, dette
Ambasciate, la richiedono e le fanno pressanti esibizioni. Da che parte
voltarsi, tra chi le dice di stender questo o quel braccio per riprendersi di
qua o di là quello che era suo e che tutti le hanno preso? Star sola, da sé, la
povera signora decaduta non sa e non può, avvezza come è ormai da tanto tempo a
servire padroni per poca mercede negli appartamenti della sua casa antica,
magnifica, ariosa, piena di sole, in luogo ridente e fiorito. Molte cose belle,
lo so, e molte cose grandi e gloriose sono in questa casa antica, di cui la
povera signora decaduta ha fatto una locanda; ma vi son pure cose tristi e una
grande miseria, specialmente nell’anima dei figli di questa signora, nati
servitori. La mamma li ha educati alla prudenza, alla tolleranza, a far le viste
di non capire, di non sentire; a prendersi anche in santa pace, se capita, uno
schiaffo per mancia, rispondendo con un bell’inchino; – Grazie, signore! – ; li
ha educati a portare con disinvoltura tutte le livree come l’abito a loro piú
proprio, a spazzolare con disinvoltura dalle falde di ciascuna l’impronta dei
calci ricevuti, e a star bene attenti nel fare i conti, che spesso, ahimè,
povera mamma, le sono venuti sbagliati a suo danno. Ebbene, signor Fongi, dica a
mio padre che io sono qua in Francia, non per la Francia, con altri miei
compagni – non molti, oh non molti! – ma soltanto per dimostrare che tra tanta
prudenza, tra tanta tolleranza, tra tanta accortezza per non sbagliare i conti e
tanta perplessità nel decidere quale livrea convenga meglio indossare in questo
momento, c’è pure in Italia... niente, un po’ di gioventú sprecata, anche un po’
di gioventú che non sa fare i conti e non sa essere accorta e prudente, un po’
di gioventú, ecco. Alla nostra madre Italia non serve, forse non servirà; anzi
le farà danno dentro; siamo venuti a gettarla qua fuori per lei. La mia mamma
piccola dirà: – Ma come? e non c’ero io, che sono pur mamma? a me sì, tu mi
servi! – È vero, mamma, ma pensa che questo è un momento che tutte le piccole
mamme, come i loro figli, bisogna che si sentano figlie piccole anche esse d’una
mamma piú grande. Io sono qua per te, se sono venuto per questa grande mamma
comune, benché tu forse ora creda il contrario!
Le baci per me la mano, signor Fongi, e la assicuri che io le darò frequenti
notizie di me; conforti mio padre, che forse soffre tanto di non potermi
perdonare; baci le mie sorelle e dica a Carlotta che Gino è qua con me e che
questa notte le scriverà a lungo. A Lei, signor Fongi, i miei piú vivi
ringraziamenti e un rispettoso e cordiale saluto.
Suo dev.mo FAUSTO BERECCHE
Piangono tutti.
Hanno pianto, durante la lettura, piano, per non perdere una sillaba. Ora che la
lettura è finita, seguitano a piangere piano, ancora per poco, come per non
sperdere l’eco d’una voce lontana.
Fongi mormora, piano, quasi tra sé:
– Nobilissimo... nobilissimo... –
Berecche alla fine balza in piedi, soffocato, e si butta arrangolando sulla
moglie; se la stringe tra le braccia, china di nuovo il viso sul capo di lei, e
tutt’e due ora così stretti piangono forte, sussultando. Carlotta abbraccia
Margheritina e piangono forte anch’esse. Il buon Fongi, dal canto suo, si torce
per cavare dalla tasca di dietro della lunga finanziera il fazzoletto. Il gran
naso pacifico gli s’è proprio commosso alla fine, e se lo soffia a piú riprese,
forte, ripetendo a ogni ripresa con un moto del capo di profonda convinzione:
– Nobilissimo... nobilissimo... –
NEL BUJO
La sera, quando il guardiano della villetta ha spento la luce della scala e il
giardino resta al bujo, Berecche, guardingo, rabbuffato, col capo insaccato
nelle spalle, riapre il portone, che quello ha chiuso or ora, e lo chiama:
– Pst! pst! –
Il guardiano, che non se l’aspetta, si volta quasi impaurito; Berecche gli fa
cenno con le mani d’accostarsi in silenzio, senza far troppo stridere la ghiaja,
e si mette a confabulare con lui in gran mistero.
– Eh, per meno di seicento... – dice quello a un certo punto.
– Piano, piano!
– Perché il Governo ha fatto già presso tutti i mercanti la requisizione...
almeno dicono... Sa, com’è, in questi momenti...
– Sì, si; ma per seicento lire...
– Ah, un cavalluccio buono, sì... anche da sella...
– Ma io dico da sella!
– Le serve per?...
– Piano, piano!
– Da sella, sicuro... per seicento lire lo trova...
– Da accaparrare, per ora, versando una somma... duecento... che so? duecento
cinquanta lire... così... Perché, io lo spero, ma se in caso non mi dovesse
servire... ecco, perderei soltanto la caparra... Ma, oh! vi prego, di
nascosto... silenzio con tutti... Ve n’occupate voi. –
E Berecche, rabbuffato, col capo insaccato nelle spalle, in punta di piedi,
rientra nella villetta e lascia lì, nel giardino bujo, il guardiano inchiodato
dallo sbalordimento per quel misterioso acquisto d’un cavallo commessogli così
di nascosto, al bujo, dall’unico inquilino della villetta, brav’uomo, serio, di
studio... uhm! Un cavallo da sella... che nessuno lo sappia...
Richiuso pian piano il portone e rientrato nel suo appartamento, Berecche,
sempre in punta di piedi, attraversa il corridoio, si chiude nello studio, siede
al tavolino, trae dalla cartella un foglio di carta, vi scrive su:
A S. E. il Ministro della Guerra – Roma;
solleva l’indice della mano che regge
la penna, e se lo applica sulle labbra. Medita a lungo.
Ciò che vuol chiedere a S. E. il
Ministro della Guerra gli è chiaro in mente; ma è in dubbio dell’esattezza dei
termini militari. Si dice Corpo guide volontarii a cavallo, o in altro
modo? Sarà meglio informarsi, prima, al Ministero della Guerra. E poi, dovendo
dichiarare gli anni – cinquantatrè – non converrà unire alla domanda un
attestato medico di sana e robusta costituzione fisica? Potrà averlo da Fongi,
domani.
– Da Fongi, no... da Fongi, no... – mormora. Dev’essere un segreto per tutti. E
poi a Fongi ha fatto una dimostrazione così lampante di essere nel possesso
della sua ragione e gli ha gridato con tanta violenza ch’egli è di nuovo, tutto,
per la Germania...
– No: da Fongi, no...
Se non che, a rivolgersi a un medico qualunque, non amico, potrà esser sicuro
d’avere questo attestato di sana e robusta costituzione fisica? Il cuore... il
cuore da un pezzo non gli batte piú in regola; ha il cuore stanco, e spesso il
capo così greve... Chi sa! Si rivolgerà prima a un medico qualunque; se non
potrà averne l’attestato, ricorrerà al Fongi, raccomandandogli il segreto.
Berecche vuole andare in guerra anche lui.
Rimette il foglio intestato dentro la cartella, si alza e va a uno degli
scaffali; ne cava un manuale Hoepli su l’Equitazione; ritorna a sedere
innanzi al tavolino, vi appoggia i gomiti, si prende il capo tra le mani, e si
sprofonda nella lettura preparatoria:
CAPITOLO PRIMO
Storia ed accenni preliminari dell’equitazione
per non aver troppe scosse alla testa... Vedo che... sì, lei si congestiona un
poco...
– Ah, non se ne curi! – esclama Berecche. – Ma proviamo pure all’inglese... Dia,
dia...
– Prima piano... piano...
– Le dico: dia!
Il maestro dà; il cavallo si lancia al galoppo, e allora Berecche... oh Dio...
oh Dio!...
– Si chiuda in sella!... si chiuda in sella! – gli va urlando dietro per la
pésta il signor Felder.
Rinsacca maledettamente Berecche, pencola, si storce di qua, di là, e alla fine
patapunfete! rimanendo staffato, così che il cavallo se lo strascina per un
pezzo per la pésta.
Niente! Non s’è fatto niente... Ma all’inglese, ecco, non va!
– Niente, le dico, perdio! Sono contentissimo... Niente... un po’ qua al
piede... ma è già passato... All’inglese non va! Mi faccia rimontare. Vado
meglio all’italiana, come prima. E mi dia il frustino! –
Il signor Felder si tira un passo indietro, ponendosi il frustino dietro le
spalle.
– Ah, frustino, niente, caro signore!
– Le dico, mi dia il frustino!
– Fossi matto!
– Ma lo sa lei che, se avevo il frustino, non cascavo? –
Ride, ansando, dall’alto del cavallo, Berecche. È proprio contento, anche della
caduta, sì. È stato un bel momento, una gran gioja è stata per lui: galoppando e
rinsaccando a quel modo: pensava a Faustino, alla guerra, a Faustino che si
lanciava a una carica alla bajonetta contro i Tedeschi, e... via, via, via di
galoppo con lui, così, a occhi chiusi, nella mischia. Vuol riprovare la stessa
gioja, ora.
– Su, mi dia il frustino, senza storie!
S’avvicina col cavallo; si protende; strappa al signor Felder di dietro le
spalle il frustino; e via, frustando il cavallo, si lancia di nuovo al galoppo
per la pésta, con gli occhi chiusi, rituffandosi nella violenta visione dei
garibaldini alla carica, con Faustino alla testa. E piú il suo ragazzo gli corre
davanti con la camicia rossa e la bajonetta in canna, e piú lui frusta il
cavallo: avanti! avanti! viva l’Italia! Ah, come son rosse quelle camicie! Un
po’ di gioventú... un po’ di gioventú sprecata!
Chi grida così nella pésta?. Ah... che turbine!... Chi corre avanti? Com’è? qua
fermo? Che è stato? Gridano, accorrono.
Berecche è stramazzato; bocconi, con la fronte spaccata. Ha un ansito tremendo,
ma è pieno di gioja; non soffre nulla; è dolente solo per quel buon signor
Felder che grida su le furie; gli vorrebbe dire che non è niente; che non si dia
pensiero di nulla; che nessuno lo chiamerà responsabile del male che lui s’è
fatto alla testa.
È grave? – domanda alla gente accorsa a sollevarlo da terra.
Dagli occhi con cui quella gente lo guarda, comprende che è grave; ma non sa,
non può vedersi la faccia, con quella ferita aperta su la fronte; e ride, con la
faccia così insanguinata, per rassicurare quella gente:
– Eh, – dice – e allora, alla guerra? –
Lo prendono per le spalle e per i piedi e lo trasportarlo fuori; lo adagiano su
una vettura e lo conducono al Policlinico.
– Ma allora, alla guerra? –
Contro ogni supposizione diversa che altri possa fare, Berecche seguita a
ragionare; e ne dà ancora una prova, la sera, allorquando con un turbante di
bende che gli avvolge non solo tutto il capo ma anche mezza faccia
nascondendogli tutt’e due gli occhi, lo riportano in casa dal Policlinico.
– Una caduta... una caduta... –
Non dice altro: né come, né dove sia caduto. Una caduta. Ma ragiona: tanto vero,
che subito comprende che, dicendo così, senza spiegare come e dove sia caduto,
la moglie, la figlia Carlotta possono supporre che egli abbia tentato
d’uccidersi. E allora soggiunge:
– Niente... Per via, una vertigine... Non vi spaventate... gli occhi sono salvi:
solo alla fronte, su le ciglia, uno spacco... Niente. Passerà. –
Vuol essere condotto nello studio e posto a sedere al suo solito posto della
sera. Vuole solo con sé Margheritina. Se la fa sedere su un ginocchio; la
abbraccia. Ragiona; ma gli sembra che Margheritina il lampadino rosso innanzi
alla Madonnina del villino dirimpetto – almeno quello solo – sì, possa vederlo,
se è acceso; e glielo domanda.
Margheritina non risponde. Berecche comprende che no, neanche quello può vedere
Margheritina, la sua animuccia cara; e se la stringe al petto piú forte. Forse
non sa neppure Margheritina che lì dirimpetto c’è un villino con una Madonnina a
uno spigolo e un lampadino rosso acceso. Che è il mondo per lei? ecco, ora egli
può intenderlo bene. Bujo. Questo bujo. Tutto può cambiare, fuori, diventare un
altro, il mondo; un popolo sparire; ordinare altrimenti un intero continente;
passare, anche vicina, una guerra, abbattere, distruggere... Che importa? Bujo.
Questo bujo. Per Margheritina, sempre questo bujo. E se domani, là in Francia,
Faustino sarà ucciso, Oh, allora anche per lui, senza piú quella benda, con gli
occhi di nuovo aperti alla vista del mondo, sarà tutto bujo, sempre, così, anche
per lui; ma forse peggio, perché condannato a vederla ancora la vita, questa
atrocissima vita degli uomini.
Torna a stringersi forte al petto la sua cechina sempre chiusa nel suo silenzio
nero; mormora:
– E di questo, figliuola mia, di tutto questo, siano rese grazie alla Germania!
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