Novelle per un anno - 1928 - La giara
15. Due letti a due
Nella prima visita alla tomba del marito, la vedova Zorzi,
in fittissime gramaglie, fu accompagnata dall'avvocato
Gàttica-Mei, vecchio amico del defunto, vedovo anch'egli da
tre anni.
Le lenti cerchiate d'oro, con un laccetto pur d'oro che,
passando sopra l'orecchio, gli scendeva su la spalla e
s'appuntava sotto il bavero della «redingote»
irreprensibile; la gran bazza rasa con cura e lucente; i
capelli forse troppo neri, ricciuti, divisi dalla
scriminatura fino alla nuca e allargati poi a ventaglio
dietro gli orecchi; le spalle alte, la rigidità del collo,
davano al contegno dell'avvocato Gàttica-Mei quella gravità
austera e solenne, appropriata al luttuoso momento, e lo
facevano apparire come impalato nel cordoglio.
Scese per primo dalla tranvia di San Lorenzo e, impostandosi
quasi militarmente, alzò una mano per ajutare la vedova
Zorzi a smontare.
Recavano entrambi, l'una per il marito, l'altro per la
moglie, due grossi mazzi di fiori.
Ma la Zorzi, oltre il mazzo, nello smontare, doveva reggere
la veste e, impedita dal lungo crespo vedovile che le
nascondeva il volto, non vedeva dove mettere i piedi, non
vedeva la mano guantata di nero che l'avvocato le porgeva e
di cui ella, del resto, non avrebbe potuto valersi. Per poco
non gli traboccò addosso, giù tutta in un fascio.
- Stupido! Non vedevi? Con le mani impicciate... - fischiò
allora tra i denti, furiosa, la Zorzi, sotto il lunghissimo
velo.
- Se ti porgevo la mano... - si scusò egli, mortificato,
senza guardarla. - non hai visto tu!
- Zitto. Basta. Per dove?
- Ecco, di qua...
E ricomposti, diritti e duri, ciascuno col suo mazzo di
fiori in mano, si diressero verso il Pincetto.
Là, tre anni addietro, il Gàttica-Mei aveva fatto costruire
per la moglie e per sé una gentilizia a due nicchie, una
accanto all'altra, chiuse da due belle lapidi un po'
rialzate da capo, con due colonnine che reggevano ciascuna
una lampada; il tutto cinto da fiori e da una roccia di lava
artificiale.
Il povero Zorzi, amico suo e della defunta, l'aveva tanto
ammirata, questa gentilizia, l'anno avanti, nella ricorrenza
della festa dei morti!
- Uh, bella! Pare un letto a due! Bella! bella!
E quasi presago della prossima fine, aveva voluto farne
costruire un'altra tal quale, subito subito, per sé e per la
moglie, poco discosto.
Un letto a due, precisamente! E difatti il Gàttica-Mei, uomo
in tutto preciso, aveva allogato la moglie defunta nella
nicchietta a sinistra, perché egli poi, a suo tempo,
giacendo, avesse potuto darle la destra, proprio come nel
letto matrimoniale.
Su la lapide aveva fatto incidere quest'epigrafe, anch'essa
tanto lodata dallo Zorzi, buon'anima, per la semplicità
commovente:
QUI
MARGHERlTA GÀTTICA-MEI
MOGLIE ESEMPLARE
MANCATA AI VIVI ADDÌ XV MAG MCMII
ASPETTA IN PACE
LO SPOSO
Per sé il Gàttica-Mei aveva poi preparato un'altra epigrafe,
che un giorno avrebbe figurato bellamente su la lapide
accanto, degno complemento della prima. Diceva infatti
questa epigrafe, che l'avvocato Anton Maria Gàttica-Mei, non
già, al solito, QUI GIACE oppure MORÌ ecc., ecc.; ma ADDÌ
(puntini in fila) DELL'ANNO (puntini in fila) RAGGIUNSE LA
SPOSA.
E quasi quasi, nel comporre l'epigrafe, avrebbe voluto saper
la data precisa della sua morte per compier bene
l'iscrizione e lasciare tutto in perfetto ordine.
Ma data - ecco - data quella concezione di tombe per coniugi
senza prole, le epigrafi, necessariamente, per non rompere
l'armonia dell'insieme, dovevano rispondersi così.
Assuntosi, com'era suo dovere, il triste incarico di
provvedere ai funerali, al trasporto, al seppellimento del
suo povero amico Zorzi, il Gàttica-Mei aveva trovato per
l'epigrafe di lui una variante, una variante che,
perbacconaccio! a pensarci prima... Ma già, avviene sempre
così: col tempo, con la riflessione, tutto si perfeziona...
Quell'«aspetta in pace lo sposo» dell'epigrafe della moglie
gli sembrava adesso troppo freddo, troppo semplice, troppo
asciutto, in confronto con Gerolamo Zorzi che, nella nicchia
a destra della sua gentilizia, giaceva
IN ATTESA CHE LA FIDA COMPAGNA
VENGA A DORMIRGLI ACCANTO
Come sonava meglio! Come riempiva bene l'orecchio!
Non gli pareva l'ora d'arrivare a quella gentilizia per
riceverne la lode, che in coscienza credeva di meritarsi,
dalla vedova Zorzi.
Ma questa, dopo aver recitato in ginocchio una preghiera e
aver deposto il mazzo di fiori a piè della lapide,
rialzatosi il lungo velo e letta l'epigrafe, si voltò a
guardarlo, pallida, accigliata, severa, ed ebbe un fremito
nel mento, dove spiccava nero un grosso porro peloso,
animato da un tic, che le si soleva destare nei momenti di
più fiera irritazione.
- Mi pare che... che vada bene... no? - osò domandare egli,
perplesso, afflitto, intimidito.
- Poi, a casa, - rispose con due scatti secchi la Zorzi. -
Non possiamo mica discutere qua, ora.
E riguardò la tomba, e scrollò lievemente il capo, a lungo,
e infine si recò a gli occhi il fazzoletto listato di nero.
Pianse veramente; si scosse tutta anzi per un impeto
violento di singhiozzi a stento soffocati. Allora anche il
Gàttica-Mei cavò fuori con due dita da un polsino la
pezzuola profumata, poi si tolse con l'altra mano le lenti,
e s'asciugò pian pianino, a più riprese, prima un occhio e
poi l'altro.
- No! Tu no! - gli gridò, convulsa, rabbiosamente, la
vedova, riavendosi a un tratto dal pianto. - Tu, no!
E si soffiò il naso, rabbiosamente.
- Per... perché? - barbugliò il Gàttica-Mei.
- Poi; a casa, - scattò di nuovo la Zorzi.
Quegli allora si strinse nelle spalle, si provò ad
aggiungere:
- Mi pareva... non so...
Guardando ancora una volta l'epigrafe, fermò gli occhi su
quel «fida compagna» che... sì, certamente... ma, santo Dio!
frase ovvia, consacrata ormai dall'uso... Si diceva «fida
compagna», come «vaso capace», «parca mensa»... Non ci aveva
proprio fatto caso, ecco. Balbettò:
- Forse... capisco... ma...
- Ho detto, a casa, - ripeté per la terza volta la Zorzi. -
Ma, del resto, poiché ci teneva tanto... anche lui, povero
Momo, ci teneva, a questo capolavoro qua... faccio notare:
due colonnine, due lampade... perché? Una bastava.
- Una? come? eh! - fece il Gàttica-Mei, stupito aprendo le
mani, con un sorriso vano.
- La simmetria, è vero? - domandò agra la Zorzi. - Ma, senza
figli, senz'altri parenti: finché uno è in piedi, può venire
ad accendere all'altro la candela. Chi la accenderà a me,
quella, poi? E, di là, a te?
- Già... - riconobbe, un po' scosso e smarrito, il
Gàttica-Mei, portandosi istintivamente le mani alla nuca per
rialzarsi dietro gli orecchi le due ali di capelli, con un
gesto che gli era solito, ogni qual volta perdeva ma per
poco la padronanza di sé (veramente, con la Zorzi, gli
avveniva piuttosto di frequente). - Però, ecco, - si
riprese: - Faccio notare anch'io: allora... e non sia mai,
veh: allora tutt'e due le lampade, qua e là, resteranno
spente e...
La simmetria era salva. Ma la vedova Zorzi non volle darsi
per vinta.
- E con ciò? Una, intanto, quella, resterà sempre lì, nuova,
intatta, non accesa mai, inutile. Dunque, se ne poteva fare
a meno, e una bastava.
- Lo stesso è da me, - disse il Gàttica-Mei. - E, - aggiunse
più a bassa voce e abbassando anche gli occhi, - dovremmo
morire tutt'e due insieme, Chiara...
- Tu verresti ad accendermi qua la candela, o io a te di là,
è vero? - domandò con più acredine la Zorzi. - Grazie, caro,
grazie! Ma questa è la discussione che faremo a casa.
E con un gesto della mano, quasi allontanandolo, lo mandò a
deporre il mazzo di fiori su la tomba della moglie.
Ella, col capo inclinato su l'indice della mano destra teso
all'angolo della bocca, rimase a mirare in silenzio la
lapide del marito, mentre una rosa mezzo sfogliata accanto
alla colonnina, tentennando appena sul gambo a un soffio di
vento, pareva crollasse il capo amaramente per conto del
buon Momolo Zorzi lì sottoterra.
Ma non s'era mica impuntata per la menzogna di quella frase
convenzionale, la vedova Zorzi, come il Gàttica-Mei aveva
ingenuamente supposto.
Sapeva, sapeva bene, ella, che nei cimiteri le epigrafi non
sono fatte per l'onore dei morti, che se lo mangiano i
vermi; ma solamente per la vanità dei vivi.
Non già, dunque, per l'inutile offesa al marito morto s'era
ella indignata, ma per l'offesa che quell'epigrafe conteneva
per lei viva.
Che intenzioni aveva il signor Gàttica-Mei? Con chi credeva
d'aver da fare? S'era immaginato, dettando quell'epigrafe,
che, lei viva e lui vivo, dovessero restar vincolati,
schiavi dello stupido ordine, della stupida simmetria di
quei due letti a due, là, fatti per la morte? che la
menzogna, la quale... sì, poteva avere un certo valor
decorativo per la morte, dovesse ancora sussistere e imporsi
da quelle due lapidi alla vita? Ma per chi la prendeva,
dunque, il signor avvocato Gàttica-Mei? Supponeva che ella,
per quell'«aspetta in pace lo sposo» della gentilizia di lui
e per quell'«in attesa che la fida compagna, ecc.» della
gentilizia del marito, dovesse graziosamente prestarsi a
rimanere ancora la sua comoda amante, per andarsene poi da
«fida compagna» a giacere, anzi «a dormire» accanto allo
sposo, e lui accanto alla «moglie esemplare»?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato!
Le menzogne inutili stavano bene lì, incise sui morti. Qua,
nella vita, no. Qua le utili si era costretti a usare, o a
subir le necessarie. E lei, donna onesta, ne aveva (Dio sa
con che pena!) subita una per tre anni, vivendo il marito.
Ora basta! Perché avrebbe dovuto subirla ancora, questa
menzogna, finita la necessità con la morte dello Zorzi? per
il vincolo di quelle tombe stupide? vincolo, ch'egli,
ponendo subito le mani avanti, con la nuova epigrafe, s'era
affrettato a ribadire?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato! Menzogna inutile,
ormai, quella «fida compagna».
Donna onesta, lei, per necessità aveva potuto ingannare il
marito, da vivo; avrebbe voluto il signor avvocato che
seguitasse a ingannarlo anche da morto, ora, senza un
perché, o per il solo fatto ridicolo, che esistevano là
quelle due tombe gemelle? Eh via! Da vivo, va bene, ella non
aveva potuto farne a meno; ma da morto, no, non voleva più
ingannare il marito. La sua onestà, la sua dignità, il suo
decoro non glielo consentivano. Libero il signor avvocato
già da tre anni: libera anche lei, adesso; o ciascuno per
sé, onestamente; o uniti, onestamente, innanzi alla legge e
innanzi all'altare.
La discussione fu lunga e aspra.
L'avvocato Gàttica-Mei confessò in prima candidamente che
nulla, proprio nulla di quanto ella aveva sospettato con
maligno animo gli era passato per il capo nel dettar
quell'epigrafe. Se per poco ella fosse entrata nello spirito
di quella sua concezione di tombe per coniugi senza prole,
avrebbe compreso che quelle epigrafi là venivano da sé,
naturalmente, come conseguenze inevitabili. Ridicola quella
concezione? Oh, questo poi no; questo poi no...
- Ridicola, ridicola, ridicola, - raffermò tre volte con
focosa stizza la vedova Zorzi. - Ma pensa, lì, quella tua
moglie esemplare che ti aspetta in pace... Non mi far dire
ciò che non vorrei! So bene io, e tu meglio di me, quel che
passasti con lei...
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- E che c'entra questo?
- Lasciami dire! Quando mai ti comprese, povera
Margherita! Se ti afflisse sempre! E non venivi forse a
sfogarti qua, con Momo e con me?
- Sì... ma...
- Lasciami dire! E perché t'amai io? io che, a mia
volta, non mi sentivo compresa dal povero Momo? Ah, Dio,
nulla più dell'ingiustizia fa ribellare... Ma tu volesti
rimaner fedele fino all'ultimo a Margherita, e dettasti
quella bell'epigrafe. T'ammirai allora; sì; ti ammirai
tanto più, quanto più stimavo tua moglie indegna della
tua fedeltà. Poi... sì, è inutile, è inutile parlarne...
non seppi dirti di no. Ma non avrei dovuto farlo, io!
come non lo facesti tu, finché visse tua moglie. Avrei
dovuto aspettare anch'io che Momo morisse. Così, io sola
sono venuta meno a' miei doveri! Anche tu, sì... ma
verso l'amico: sposo, fosti fedele! E questo, vedi, ora
che tua moglie e mio marito se ne sono andati, e tu sei
restato, solo, qua, di fronte a me, questo mi pesa più
di tutto. E perciò parlo! Sono una donna onesta, io,
come tua moglie; onesta come te, come mio marito! E
voglio essere tua moglie, capisci? o niente! Ah, sei
fanatico tu della bella concezione? Ma immagina me, ora,
stesa lì accanto a mio marito, «fida compagna»... È
buffo! atrocemente buffo! Chi sa, e anche chi non sa
niente, vedendo lì quelle due gentilizie, - «Oh,» dirà,
«ma guardate, ma ammirate qua, che pace tra questi
coniugi!» - Sfido, morti! Caricatura, caricatura,
caricatura.
E il porro peloso, animato dal tic, rimase a fremerle
per più di cinque minuti sul mento, irritatissimo.
Il Gàttica-Mei restò proprio ferito fino all'anima da
questa lunga intemerata; ma più della derisione. Serio e
posato, non poteva ammettere neppure, che si scherzasse
con lui o d'una cosa sua; come non aveva potuto
ammettere, viva la moglie, il tradimento.
La pretesa della Zorzi di farsi sposare gli guastava
tutto. Lasciamo andare quelle due tombe che aspettavano
là; ma il nuovo ordinamento della sua vita da vedovo, a
cui già da tre anni s'era acconciato così bene! Perché
un nuovo rivolgimento, adesso, nella sua vita? Senza
ragione, via, proprio senza ragione. Avrebbe capito gli
scrupoli, il dolore, il rimorso di lei, finché era vivo
il povero Zorzi; ma ora perché? Se ci fosse stato il
divorzio, un matrimonio prima, sì, per riparare
all'inganno che si faceva a un uomo, a quel furto
d'onore, a quei sotterfugi, ch'eran pur tanto saporiti
però; ma ora perché? ora che non si ingannava più
nessuno, e - liberi entrambi, vedovi, d'una certa età -
non dovevano più dar conto a nessuno, se seguitavano
quella loro tranquilla relazione? Il decoro? Ma anzi
adesso non c'era più nulla di male... Voleva ella
riparare così il male passato? Il povero Momolo non
c'era più! Di fronte a se stessa? E perché? Qual male da
riparare di fronte a se stessa o a lui? È male l'amore?
E poi... oh Dio, sì, perché non pensarci? voleva anche
perdere l'assegnamento, circa centosessanta lire al mese
di pensione lasciatale dal marito? Un vero peccato!
In tutti i modi l'avvocato Gàttica-Mei cercò di
dimostrarle ch'era proprio una picca, una stoltezza,
un'intestatura deplorevole, una pazzia!
Ma la vedova Zorzi fu irremovibile.
- O moglie, o niente.
Invano, sperando che col tempo quella fissazione le
passasse, egli le disse ch'era inutile e anche crudele
mostrarsi con lui adesso così dura, poiché la legge
prescriveva che prima di nove mesi non si poteva
contrarre un nuovo matrimonio; e che, se mai, ne
avrebbero riparlato allora.
No, no, e no: - o moglie, o niente.
E tenne duro per otto mesi la vedova Zorzi. Egli, stanco
di pregarla ogni giorno, storcendosi le mani,
pover'uomo, alla fine si licenziò. Passò una settimana,
ne passarono due, tre; passò un mese e più, senza che si
facesse rivedere.
E ormai da quattro giorni ella, in grande orgasmo,
metteva in deliberazione se cercare di farsi incontrare
per istrada, come per caso, o se scrivergli, o se andare
senz'altro ad affrontarlo in casa, quando il domestico
di lui venne ad annunziarle, che il suo padrone era
gravemente ammalato, di polmonite, e che la scongiurava
d'una visita.
Ella accorse, straziata dal rimorso per la sua durezza,
causa forse di qualche disordine nella vita di lui e,
per conseguenza, di quella malattia; accorse funestata
dai più neri presentimenti. E difatti lo trovò
sprofondato nel letto, rantolante, strozzato, quasi con
la morte in bocca: irriconoscibile. Dimenticò ogni
riguardo sociale, e gli si pose accanto, notte e giorno,
a lottare con la morte, senza un momento di requie.
Al settimo giorno, quand'egli fu dichiarato dai medici
fuor di pericolo, la Zorzi, stremata di forze, dopo
tante notti perdute, pianse, pianse di gioja, chinando
il capo su la sponda del letto; ed egli allora, per
primo, carezzandole amorosamente i capelli, le disse che
subito, appena rimesso, la avrebbe fatta sua moglie.
Ma, lasciato il letto, dové prima di tutto imparar di
nuovo a camminare, il Gàttica-Mei. Non si reggeva più in
piedi. Lui, un tempo così solidamente e rigidamente
impostato, ora curvo, tremicchiante, pareva proprio
l'ombra di se stesso. E i polmoni... eh, i polmoni...
Che tosse! A ogni nuovo accesso, ansimante, soffocato,
si picchiava il petto con le mani e diceva a lei, che lo
guardava oppressa:
- Andato... andato...
Migliorò un poco durante l'estate. Volle uscir di casa,
esporsi un po' all'aria, prima in carrozza, poi a piedi,
sorretto da lei e col bastone. Finalmente, riacquistate
alquanto le forze, volle ch'ella s'affrettasse a
preparar l'occorrente per le nozze.
- Guarirò, vedrai... Mi sento meglio, molto meglio.
Era rimasta intatta a lui, qua, la casa maritale: solo
dalla camera aveva tolto il letto a due, o meglio, aveva
staccato e fatto portar via quello de' due lettini
gemelli d'ottone, su cui aveva dormito la moglie. Ma
anch'ella, la Zorzi, aveva di là la sua casa maritale in
pieno assetto.
Ora, sposando, quale delle due case avrebbero ritenuta?
Ella non avrebbe voluto contrariar l'infermo, che
conosceva metodico e schiavo delle abitudini; ma proprio
non se la sentiva di viver lì, nella casa di lui, da
moglie: tutto lì parlava di Margherita; ed ella non
poteva aprire un cassetto senza provare uno strano
ritegno, una costernazione indefinibile, quasi che tutti
gli oggetti custodissero gelosi i ricordi di quella,
ond'erano animati. Ma anch'egli, certo si sarebbe
sentito estraneo fra gli oggetti della casa di lei.
Prendere un'altra casa, una casa nuova, con nuova
mobilia, e vendere la vecchia delle due case? Questo
sarebbe stato il meglio... E a questo, senza dubbio,
ella avrebbe indotto l'amico, se egli fosse stato sano,
quello di prima... Adesso bisognava rassegnarsi e
contentarlo, mutando il meno possibile. Il letto a due,
intanto, quello sì, doveva esser nuovo. Poi, dismessa la
casa del primo marito, ella avrebbe fatto trasportar qui
i suoi mobili più cari; si sarebbe fatta una scelta tra
quelli in migliore stato delle due case, e il superfluo
scartato sarebbe stato venduto.
Così fecero: e sposarono.
Come se la cerimonia nuziale fosse di buon augurio, per
circa tre mesi, fino a metà dell'autunno, egli stette
quasi bene: colorito, forse un po' troppo, e senza
tosse. Ma ricadde coi primi freddi; e allora comprese
che era finita per lui.
Lungo tutto l'inverno, che passò miseramente tra il
letto e la poltrona, assaporando la morte che gli stava
sopra, fu tormentato fino all'ultimo da un pensiero, che
gli si presentava come un problema insolubile: il
pensiero di quelle due tombe gemelle, nel Pincetto,
lassù al Verano.
Dove lo avrebbe fatto seppellire, ora, sua moglie?
E s'impossessò di lui, tra il lento cociore della febbre
e le smanie angosciose del male, una stizza sorda e
profonda, che di punto in punto si esasperava vieppiù,
contro di lei, che aveva voluto a ogni costo quel
matrimonio inutile, stolto e sciagurato. Sapeva che
stolta per la moglie era stata invece l'idea di
costruire quelle due tombe a quel modo; ma egli non
voleva riconoscerlo. Del resto, discussione oziosa,
questa, adesso, che non avrebbe avuto altro effetto che
acuirgli la stizza. La questione era un'altra. Marito di
lei, ora, poteva egli andare a giacer lassù accanto alla
prima moglie? e domani lei, divenuta moglie d'un altro,
accanto al primo marito?
Si tenne finché poté, e all'ultimo glielo volle
domandare.
- Ma che vai pensando adesso! - gli gridò ella, senza
lasciarlo finire.
- Bisogna invece pensarci a tempo, - brontolò egli,
cupo, lanciandole di traverso sguardi odiosi. - Io
voglio saperlo, ecco! voglio saperlo!
- Ma sei pazzo? - tornò a gridargli lei. - Tu guarirai,
guarirai... Attendi a guarire!
Egli, convulso, si provò a levarsi dal seggiolone:
- Io non arrivo a finire il mese! Come farai? come
farai?
- Ma si vedrà poi, Antonio, per carità! per carità! -
proruppe ella, e si mise a piangere.
Il Gàttica-Mei, vedendola piangere, si stette zitto per
un pezzo; poi riprese a borbottare, guardandosi le
unghie livide:
- Poi... sì... lo vedrà lei, poi... Tante spese... tante
cure... Tutto per aria... tutto scombinato... Perché
poi?... Poteva ogni cosa restar disposta come era...
tanto bene...
Alludeva all'epigrafe conservata là nel cassetto della
scrivania, all'epigrafe che quattr'anni addietro egli
aveva preparata per sé, quella con l'ADDÌ (puntini in
fila) DELL'ANNO (puntini in fila) RAGGIUNSE LA SPOSA.
Nella furia delle disposizioni da dare per i funerali,
la trovò difatti, pochi giorni dopo, rimestando in quel
cassetto, la moglie due volte vedova.
La lesse, la rilesse, poi la buttò via, sdegnata,
pestando un piede.
Là, accanto alla prima moglie? Ah, no, no davvero, no,
no e no! Egli era stato adesso suo marito, e lei non
poteva affatto tollerare che andasse a giacere a fianco
di quell'altra.
Ma dove, allora?
Dove? Lì, nella sepoltura dello Zorzi. Tutti e due
insieme, i mariti: l'uno e l'altro per lei sola.
Così «la fida compagna», di cui il buon Momolo Zorzi
stava «in attesa» che venisse «a dormirgli accanto», fu
l'avvocato Gàttica-Mei. E ancora. nella nicchia
dell'altro letto a due, Margherita, la moglie esemplare
ASPETTA IN PACE
LO SPOSO
Ci verrà lei, ci verrà lei, la doppia vedova, qui,
invece, il più tardi possibile.
Intanto, lì, le lampade delle colonnine sono accese
tutt'e due; e qui, tutt'e due spente.
In questo, almeno, la simmetria era salva e il
Gàttica-Mei poteva esserne contento.