Novelle per un anno - 1928 - La giara
14. Pallottoline !!!
Ventotto agosto. Benone! Pochi giorni ancora: meno che un
mese. Benone!
E riponeva da parte il fogliolino del calendario insieme con
gli altri precedenti, perché ottimo per...
- Ssss!
- Che c'è di male?
- Bada, vien gente,
- Zitta lì, zitta lì. Non ci sono; o, se mai: Il professore
studia! di' così, di' così, mi raccomando.
Chiudeva subito l'uscio; poi, trac! accostava la persiana.
Oh, e ora... Eccolo là: segnale a pagina 124.
<I>L'universo è finito o infinito ? Questione antica. È
certo che a noi riesce assolutamente impossibile...
- Ufff! ufff! ufff! - tre volte di seguito, sempre allo
stesso posto: lì, nel mezzo della fronte, ronzando. Ah, ma
anche per le mosche, se Dio voleva, erano gli ultimi giorni
di baldoria, come per gli «insetti umani» che, a piedi o su
somarelli, s'inerpicavano fin lassù, a circa mille metri sul
livello del mare. E per vedere che cosa infine? I laghi
d'Albano e di Nemi: un paio d'occhiali insellato su quel
gran naso con la punta all'insù, ch'è il Monte Cave.
Già cominciavano infatti a spesseggiare i giorni di nebbia:
quella nebbia umida e densa che toglie lo spettacolo
incantevole dei due laghi gemelli ora vaporosi ora morbidi
come azzurri veli di seta: occhi, più che occhiali, tra le
folte ciglia dei boschi di ippocastani; occhi della pianura
laziale, in cui, come serpente lucido enorme, il Tevere,
dall'oscuro grembo di Roma, visibile appena là in fondo, si
svolge, ricomparendo qua e là nelle ampie volute, fino al
mare visibile appena laggiù.
Ma nel mentre Jacopo Maraventano si fregava lieto le mani,
tappato là, in quel camerino dell'Osservatorio Metereologico,
al piano superiore dell'antico convento, situato con
l'attigua chiesetta su la cima del monte; alla nebbia
invadente imprecava all'incontro l'oste velletrano, che
aveva avuto la cattiva ispirazione di ridurre a miseri
camerini d'albergo le povere cellette dei frati cacciati via
da quel loro alpestre romitorio, e tavole e tavolini aveva
disposti per gli avventori su la spianata dietro al
convento, dalla parte di levante, sotto un enorme faggio
secolare.
- Asino! Ci ho piacere! Piacerone!
Quell'alta vetta di monte, di cui egli con la famigliuola
pativa per tutto l'inverno i rigori crudissimi, la
desolazione della neve, l'esiliante assedio della nebbia, la
furia dei venti doveva con la bella stagione diventare per
gli altri a un tratto luogo di delizia!
- Ecco la nebbia, asino! Ben ti stia! Piacere, piacerone!
Non la pensavano però come lui la moglie e la figlia Didina,
già su i vent'anni, e neanche Franceschino, che pure era
nato e cresciuto lassù. Per loro l'estate era una
benedizione, e la sospiravano ardentemente in segreto tutto
l'inverno. Potevano almeno sentire in quei mesi un po' di
vita attorno e veder gente e scambiare qualche parola; e
Didina, chi sa! poteva anche dar nell'occhio a qualche
giovanotto, tra i tanti che salivano a visitare
l'Osservatorio, ai quali la buona signora Guendalina, bruna,
magra, ossuta, col volto bruciato dai rigori invernali, non
mancava di ripetere, invece del marito, come poteva (cioè
sempre con le stesse parole e gli stessi gesti), la
spiegazione dei pochi strumenti per le osservazioni
meteorologiche. Dopo la spiegazione presentava ai visitatori
un registro, perché vi apponessero la firma e, accanto,
qualche pensiero.
Lasciava andar certi sospironi la povera Didina rileggendo
in quel registro, nelle serate d'inverno lassù, quei
pensieri in margine e talvolta qualche poesiola: quella, per
esempio, indirizzata proprio a lei (All'edelweiss di Monte
Cave). Ah, il giovane poeta che l'aveva scritta chi sa
dov'era ormai, se pensava più a lei, se sarebbe ritornato la
ventura estate!
La signora Guendalina tentava, ma timida, d'indurre il
marito rinchiuso a farsi vedere dai visitatori. Non foss'altro,
per dovere d'ospitalità, diceva. Ma Didina, ogni qualvolta
la madre si provava a muovere questo discorso, le dava sotto
sotto gomitate: poi, a quattr'occhi, le faceva notare che,
se il babbo non si persuadeva prima a farsi tagliare
quell'aspra selva di capelli riccioluti e quel barbone
mostruoso, arruffato che gli aveva invaso le guance fin
sotto gli occhi, era meglio che non si lasciasse vedere.
La madre ne conveniva, sospirando; e alla domanda dei
visitatori:
- Il professore dov'è?
- Il professore studia, - rispondeva con gli occhi bassi,
invariabilmente.
Studiava davvero il Maraventano, o almeno stava immerso
tutto il giorno nella lettura di certi libracci che
trattavano d'astronomia, unico suo pascolo. La lettura però
andava a rilento, poiché egli si lasciava distrarre dalla
fantasia, rapire da ogni frase per le infinite plaghe dello
spazio, da cui non sapeva poi ridiscendere più, come la
moglie avrebbe desiderato. Ma ridiscendere perché? Per
mostrare lì alla gente che veniva a frastornarlo, a
seccarlo, e da cui una così sterminata distanza lo
allontanava, come agisse un pluviometro o un anemometro, per
far vedere i sismografi o i barometri? Eh via! Un giorno gli
sapeva un anno, che quella processione di seccatori
terminasse.
Per fortuna, dei pochi matti che avevano preso alloggio nel
sedicente albergo, uno solo resisteva ancora alle incalzanti
minacce del tempo. Già l'autunno si ridestava con certi
sbuffi che scotevano là sulla cima la grave e stanca
immobilità dei grandi alberi esausti; e quando quegli sbuffi
non avevano alcun impeto contro le povere foglie moribonde,
erano fitti ribocchi di nebbia, che si ergevano a onde,
impigliandosi pigri tra i rami attediati, in basso stagnando
sui laghi; o fumigavano qua e là dai boschi sottoposti, che
pareva ardessero a lento, senza fiamma, senza crepito.
Sembrava certi giorni che tutta l'aria si fosse raddensata
in un fumo bianchiccio, umido, accecante: e allora la vetta
del monte restava come esiliata dal mondo, e dalla spianata
non si sarebbe potuto scorgere neanche a un passo il
convento.
E tuttavia quell'ultimo matto resisteva lì.
Jacopo Maraventano non tardò a intenderne la ragione.
Una sera, dalla sua finestretta, per entro a quella nebbia
fittissima, udì, o gli parve, certi bisbigli, che non
potevano esser presi per gli acuti stridii che sogliono
lanciare nell'aria i pipistrelli, o gli scojattoli su per i
rami degli alberi.
Zitto zitto, quatto quatto, scese su la spianata. Né egli
discerneva tra la nebbia gl'innamorati, né questi tra loro
si discernevano.
Dall'alto sospirava una voce:
- Cadrà tanta neve... tanta neve...
- Dev'esser bello, - rispondeva dalla spianata l'altra voce.
- Bello sarebbe per me, se tu rimanessi qua; ma per te no,
caro. Si muore di freddo, sai?
- Povero amore! Ma ora io debbo partire. Ti giuro però che
tornerò tra poco.
- Non tornerai, ne sono certa. Io resterò per te, nel tuo
cuore, il ricordo di un'estate in montagna...
La voce dalla spianata voleva protestare; ma Jacopo
Maraventano tossì forte, e subito corse con le mani avanti,
come un cieco, in direzione del convento, per tagliar la via
al giovanotto che se la svignava radendo il muro. Venne
proprio a cadergli tra le braccia. All'inciampone,
indietreggiò, balbettando:
- Oh, scusi... Buo... buona sera, professore.
- Buona sera. Lei va a far le valige, non è vero?
- Sì... sissignore... Conto di partire domattina.
- Fa bene. Buon viaggio! Quassù non tira più buon'aria. E
neanche il babbo si riesce più a scorgere...
- Come dice?
- Non dico a lei, dico a mia figlia. È vero, Didina, che con
questa nebbia non scorgi più neanche il babbo tuo?
Ma Didina era già scappata in lagrime a rifugiarsi presso la
mamma.
Inizio
pagina
Con la partenza di quel giovanotto parve davvero che
l'inverno si stabilisse finalmente lassù. L'oste chiuse
l'albergo e, borbottando imprecazioni, se ne discese a
Velletri.
Su la vetta ormai si udiva solo il vento parlare con gli
alberi antichi. Jacopo Maraventano restava assoluto
padrone della solitudine, libero in mezzo alla nebbia,
signore dei venti, piccolo su quell'alta punta nevosa al
cospetto del cielo che da ogni parte lo abbracciava e
nel quale d'ora in poi poteva tornare a immergersi, a
naufragare, non più infastidito o distratto. Assistendo,
come gli pareva d'assistere con la fantasia, nel fondo
dello spazio, alla prodigiosa attività, al lavoro
incessante della materia eterna, alla preparazione e
formazione di nuovi soli nel grembo delle nebulose, al
germogliare dei mondi dall'etere infinito: che cosa
diventava per lui questa molecola solare, chiamata
Terra, addirittura invisibile fuori del sistema
planetario, cioè di questo punto microscopico dello
spazio cosmico? Che cosa diventavano questi polviscoli
infinitesimali chiamati uomini; che cosa, le vicende
della vita, i casi giornalieri, le afflizioni e le
miserie particolari, le generali calamità?
E di questo suo disprezzo, non che della Terra, ma di
tutto il sistema solare, e della stima che si era
ridotto a far delle cose umane, considerandole da tanta
altezza, avrebbe voluto far partecipi moglie e
figliuola, che si lamentavano di continuo ora per il
freddo ora per la solitudine, traendo da ogni piccola
infelicità argomento di lagni e sospiri.
E le sere d'inverno, lassù, mentre Didina e la madre,
infreddolite, se ne stavano raccolte in cucina e lui,
senza neppure saperlo, sventolava davanti al fornello
per far bollire la pentola, parlava loro delle
meraviglie del cielo, spiegava la sua filosofia.
- Punto di partenza: ogni stella un mondo a sé. Un
mondo, care mie, non crediate, più o meno simile al
nostro; vale a dire: un sole accompagnato da pianeti e
da satelliti che gli rotano intorno, come i pianeti e i
satelliti del nostro sistema attorno al sole nostro, il
quale, sapete che cos'è? Vi faccio ridere: nient'altro
che una stella di media grandezza della Via Lattea. Ne
volete un'idea? Trasportate nello spazio il nostro mondo
- questo così detto sistema solare - a una distanza
uguale... non dico molto - a poche migliaja di volte il
suo diametro, cioè, alla distanza delle stelle più
vicine. Orbene, il nostro gran sole sapete a che cosa
sarebbe ridotto rispetto a noi? Alle proporzioni d'un
puntino luminoso, alle proporzioni di una stella di
quinta o sesta grandezza: non sarebbe più, insomma, che
una stellina in mezzo alle altre stelle.
- Scusa, - interloquiva Didina, che insieme con la
madre, non sapendo che fare, gli prestava ascolto,
d'inverno. - Hai detto rispetto a noi. Ma, trasportando
il sole, la terra non dovrà pure, per conseguenza...
- No, asinella! - la interrompeva il padre. - La terra
lasciala qua. È un'ipotesi, per farti capace.
Didina alzava le spalle: non si capacitava.
- Che c'entra! Il sole è sempre il sole.
- E che cos'è? - le gridava allora il padre
sdegnatissimo. - Ma lo sai che se Sirio sputa, il sole
ti si spegne, come una candela di sego? Sappilo: - pah!
si spegne.
- Jacopo, - diceva placidamente la signora Guendalina. -
Se non ci metti altro carbone, ti si spegne pure il
fuoco e l'acqua ti bolle per l'anno santo.
Egli allora scoperchiava la pentola, guardava dentro,
poi rispondeva alla moglie:
- No, comincia a muoversi. Faccio vento, lo vedi. Ma
veniamo ai nostri grandi pianeti. Care mie, alla
distanza che vi ho detto, s'involerebbero addirittura al
nostro sguardo, tutti, meno, forse, Giove... forse! Ma
non crediate che potreste scorgerlo a occhio nudo! Forse
con qualche telescopio di prim'ordine; e non lo so di
certo. Pallottoline, care mie, pallottoline! Quanto a
noi, alla nostra Terra, non se ne sospetterebbe nemmeno
l'esistenza. E volete far sparire anche il sole? Basta,
col beneplacito di Didina, senz'altro, là!
retrospingerlo alla distanza delle stelle di prima
grandezza. C'è? Non c'è? Uhm! Sparito.
Il vento cacciava dentro la stanza, attraverso la gola
del camino, un mugolìo continuo, opprimente. Nei brevi
intervalli tra una fase e l'altra del Maraventano pareva
che il silenzio sprofondasse pauroso nella tenebra. Si
udivano allora gemere gli alberi tormentati della vetta,
e se questi alberi tacevano per un istante e si udiva
invece da più lontano il frascheggiare confuso dei
boschi sottoposti, lassù pareva si stesse sospesi tra le
nuvole, come in un pallone. Ma se poi dal fornello
scoppiava una favilla, le due donne sentivano il
conforto di quella stanza familiare, illuminata,
intepidita dal fuoco; e la immobilità delle stoviglie
appese alle pareti e della povera e scarsa suppellettile
rassettava il loro animo conturbato dal vento e dal
panico della notte in quella orrenda solitudine
alpestre.
Il Maraventano, sopra le regioni del vento, sopra le
nuvole più alte, era rimasto intanto con la ventola da
cucina in mano nella remotissima plaga dello spazio,
dove un momento innanzi aveva lanciato, come un
giocoliere i suoi globetti di vetro, tutto il sistema
planetario, e scrollava il capo, con le ciglia
aggrottate, gli occhi socchiusi e gli angoli della bocca
contratti sdegnosamente in giù. A un tratto esplodeva
tra il barbone abbatuffolato, come se ripiombasse su la
terra, lì, in cucina:
- Bah!
E con la ventola faceva un largo gesto indeterminato.
Poi riprendeva, con gli occhi immobili e invagati:
- Pensare... pensare che la stella Alfa della
costellazione del Centauro, vale a dire la stella più
vicina a questo nostro cece, alias il signor pianetino
Terra, dista da noi trentatré miliardi e quattrocento
milioni di chilometri! Pensare che la luce, la quale, se
non lo sapete, cammina con la piccolissima velocità di
circa duecento novantotto mila e cinquecento chilometri
al minuto secondo (dico secondo), non può giungere a noi
da quel mondo prossimo che dopo tre anni e cinque mesi -
l'età cioè del nostro buon Franceschino che sta a
sfruconarsi il naso col dito, e non mi piace... Pensare
che la Capra dista da noi seicentosessantatré miliardi
di chilometri, e che la sua luce, prima d'arrivare a
noi, con quel po' po' di velocità che v'ho detto, ci
mette settant'anni e qualche mese, e, se si tien conto
dei calcoli di certi astronomi, la luce emessa da alcuni
remoti ammassi ci mette cinque milioni d'anni, come mi
fate ridere, asini! L'uomo, questo verme che c'è e non
c'è, l'uomo che, quando crede di ragionare, è per me il
più stupido fra tutte le trecento mila specie animali
che popolano il globo terraqueo, l'uomo ha il coraggio
di dire: «Io ho inventato la ferrovia!». E che cos'è la
ferrovia? Non te la comparo con la velocità della luce,
perché ti farei impazzire; ma in confronto allo stesso
moto di questo cece Terra che cos'è? Ventinove
chilometri, a buon conto, ogni minuto secondo; hai
dunque inventato il lumacone, la tartaruga, la bestia
che sei! E questo medesimo animale uomo pretende di dare
un dio, il suo Dio a tutto l'Universo!
Qui il Maraventano e la moglie si guastavano.
- Jacopo! - pregava la signora Guendalina. - Non
bestemmiare. Fallo almeno per pietà di noi due povere
donne esposte quassù...
- Hai paura? - le gridava il marito. - Temi che Dio,
perché io bestemmio, come tu dici, ti mandi un fulmine?
C'è il parafulmine, sciocca. Vedi dond'è nato il vostro
Dio? Da codesta paura. Ma sul serio potete credere,
pretendere che un'idea o un sentimento nati in questo
niente pieno di paura che si chiama uomo debba essere il
Dio, debba essere quello che ha formato l'Universo
infinito?
Le due donne si turavano gli orecchi, chiudevano gli
occhi; allora il Maraventano scaraventava per terra la
ventola, e gridando con le braccia per aria:
- Asine! asine! - andava a chiudersi nella sua stanzetta
e, per quella sera, addio cena.
Simili scene avvenivano assai di frequente, poiché né
Didina né la moglie volevano adattarsi alla filosofia di
lui, specialmente quando avevano bisogno di qualche
cosa.
- Diviene, - diceva loro il Maraventano - dal non sapere
filare un ragionamento semplicissimo; dal non volere
guardare in su un momentino. Oh Alfa del Centauro! oh
Sirio, oh Capella! sapete perché piange Didina? Piange
perché non ha una veste nuova d'inverno da farsi
ammirare in chiesa, le domeniche, a Rocca di Papa. Roba
da ridere!
- Roba da ridere; ma io mi muojo dal freddo, -
rispondeva tra le lagrime Didina.
E il Maraventano:
- Senti freddo, perché non ragioni!
Non a parole soltanto dimostrava egli il disprezzo in
cui teneva la terra e tutte le cose della vita. Soffriva
di mal di denti, e talvolta la guancia per la furia del
dolore gli si gonfiava sotto il barbone come un'anca di
padre abate: ebbene, senz'altro, retrospingeva nello
spazio il sistema planetario: spariva il sole, spariva
la terra, tutto diventava niente, e con gli occhi
chiusi, fermo nella considerazione di questo niente, a
poco a poco addormentava il suo tormento.
- Un dente cariato, che duole nella bocca di un
astronomo... Roba da ridere.
Sia d'estate, sia d'inverno, fosse nuvolo o sereno, si
recava ai piedi, dalla cima del monte, fino a Roma.
Avrebbe potuto spedire per posta da Rocca di Papa il
bollettino meteorologico all'ufficio centrale; ma a Roma
lo attendeva il maggior godimento della sua vita. Vi si
tratteneva ogni volta una notte, e per grazia
particolare dei Direttore del Collegio Romano la passava
beatamente tutta intera al telescopio. La moglie, nel
vederlo partire, tentava d'indurlo a servirsi della
vettura da Rocca di Papa a Frascati o, almeno, della
ferrovia da Frascati a Roma:
- Prenderai un'insolazione!
- Il sole, mia cara, ti serva: non è neanche buono da
regolare gli orologi! - le rispondeva il Maraventano.
E il suo orologio, infatti, sul cui quadrante aveva
scritto con inchiostro rosso: Solis mendaces arguit
horas, non era regolato col tempo solare.
La distanza? Ma su la terra per lui non ci erano
distanze. Congiungeva ad anello l'indice e il pollice
d'una mano e diceva alla moglie sghignazzando:
- Ma se la Terra è tanta...