Novelle per un anno - 1928 - La giara
13. Il guardaroba dell' eloquenza
Ascoltando per via o nelle case dei conoscenti o nei
pubblici ritrovi le chiacchiere della gente sugli
avvenimenti del giorno, Bonaventura Camposoldani aveva
intuito che sopra i comuni bisogni materiali e i casi
quotidiani della vita e le ordinarie occupazioni, gravita
una certa atmosfera ideale, fatta di concetti più o meno
grossolani, di riflessioni più o meno ovvie, di
considerazioni generiche, di motti e proverbi e via dicendo,
a cui nei momenti d'ozio tutti coloro che sogliono stare
l'intero giorno sotto il peso delle loro meschine esistenze
cercano di sollevarsi per prendere una boccata d'aria.
Naturalmente, in questa atmosfera ideale sono come tanti
pesci fuor d'acqua; si smarriscono facilmente, abbagliati
dallo sprazzo di qualche pensiero improvviso. Bisognava
saper cogliere questo momento per prenderli all'amo.
Bonaventura Camposoldani s'era addestrato meravigliosamente.
Avere un'idea «unificatrice»; proporla a una dozzina d'amici
di qualche autorità e di molte aderenze; indire una prima
riunione per lo svolgimento dell'idea e la dimostrazione dei
vantaggi da cavarne, delle benemerenze da acquistarne; poi
nominare una commissione per compilare uno statuto: tutto
era qui.
Nominata la commissione, compilato lo statuto, indetta una
nuova riunione per discuterne e approvarne gli articoli; per
la nomina delle cariche sociali; eletto ad unanimità
presidente Bonaventura Camposoldani che ne aveva avuto
l'idea e aveva trovato la sede provvisoria senza darsi un
momento di requie; il circolo nasceva e cominciava subito a
morire per tutti i socii che non se ne curavano più;
seguitava a vivere soltanto per Bonaventura Camposoldani che
- presidente, consigliere, amministratore, cassiere,
segretario - al primo d'ogni mese mandava l'esattore a
svegliare con garbo, per un momentino solo, gli
addormentati, il cui sonno, leggero nel primo mese, diveniva
a mano a mano più grave e infine letargo profondo.
L'esattore di tutti i circoli fondati da Bonaventura
Camposoldani era sempre lo stesso: un vecchietto che si
chiamava Bencivenni. Squallido piccolo gracile tremulo,
spirava dai chiari occhietti cilestri, perennemente pieni di
lagrime, una serafica ingenuità.
Camposoldani lo aveva da un pezzo soprannominato Geremia, e
tutti credevano che si chiamasse davvero Geremia di nome e
Bencivenni di cognome.
Lo proteggeva Camposoldani perché veramente il povero
vecchio meritava d'essere protetto: reduce dalle patrie
battaglie, superstite di Villa Glori e - per modestia -
morto di fame.
A voltare la pagina, un po' sciocco era anche stato, per
dire la verità. S'era presa in moglie la vedova d'un suo
fratello d'armi morto a Digione; s'era tirati su quattro
figliuoli non suoi; la moglie dopo cinque anni gli era
morta; i tre figliastri, appena cresciuti, lo avevano
abbandonato; ed era rimasto solo, così vecchio, nella
miseria, con la figliastra femmina, amata come una figlia
vera. Se piangeva sempre, dunque, Geremia ne aveva ragione.
Ma non piangeva nient'affatto Geremia. Pareva che piangesse;
non piangeva. Linfatico di natura, andava facilmente
soggetto ai raffreddori. E non solo gli occhi gli
sgocciolavano, ma il naso, quel povero naso gracile e
pallidissimo, affilato, stirato a furia di soffiarselo per
impedire ogni volta un'ira di Dio, certe scariche
interminabili di starnuti comicissimi, piccoli, rapidi,
secchi, durante le quali pareva che, terribilmente stizzito
contro se stesso, volesse col naso beccarsi il petto.
- Mea culpa... mea culpa... mea culpa... - diceva
Camposoldani, imitando a ogni starnuto le scrollatine del
vecchio.
Il quale, andando in giro tutto il giorno, arrivava sempre
stanco morto nelle case dei socii. Perduto in vecchi abiti
sempre fuor di stagione, avuti in elemosina o comperati di
combinazione, coi poveri piedi imbarcati in certe scarpacce
legate con lo spago, entrava parlando sottovoce, quasi tra
sé, con una larva di sorriso su le labbra, sorriso
ragionevole e pur mesto. Certe mossettine di capo aveva poi,
aggraziate, e un muover di palpebre pieno di filosofica
indulgenza su quegli occhietti chiari, ingenui e acquosi,
che tutti a guardarlo non sapevano che pensarne.
Pareva seguitasse un discorso per cui gli avessero dato
corda la mattina, uscendo di casa: un discorso ch'egli forse
non interrompeva neanche per via, né salendo o scendendo le
scale. Infatti, nelle case dei socii entrava parlando, e
parlando ne usciva, senza smettere un momento, neppure
mentre con la mano tremicchiante raspava sul registro la
ricevuta della tassa mensile.
Ma nessuno riusciva a capire che cosa dicesse.
Tutti supponevano che il povero vecchio si lamentasse del
troppo camminare, del salire e scendere troppe scale, alla
sua età, così mal ridotto. Se non che, in mezzo a quel
biascichio fitto, tra un sorrisetto e l'altro mesto e
ragionevole, ecco che si coglieva ora il nome di un ministro
o di questo o quel deputato al Parlamento, ora il titolo
d'un giornale. E tutti allora restavano stupiti e
frastornati a mirarlo, non comprendendo come c'entrassero
quei nomi e quei titoli di giornali nelle sue lamentele.
C'entravano, invece, benissimo. Perché Geremia Bencivenni
non si lamentava affatto, ma intendeva di conversare, così
sottovoce e quasi tra sé; forse credeva ne avesse l'obbligo,
avvicinando tanta gente perbene; e parlava di politica,
delle belle leggi che si votano in Parlamento, o commentava
un fatto di cronaca, o dava notizia del socio A da cui era
stato poc'anzi, o del socio B dal quale si sarebbe or ora
recato.
Se qualcuno gli diceva che non intendeva più pagare perché
non voleva più far parte del circolo, Geremia non se ne dava
per inteso: staccava, come se niente fosse, la ricevuta
debitamente firmata e la lasciava lì sul tavolino; quasi che
questo solo fosse il suo compito e non dovesse curarsi
d'altro, almeno fin tanto che c'era qualche socio, il quale,
o per levarselo davanti o per pietà o per dabbenaggine,
seguitava a pagare.
Quando poi Geremia, più cadente che mai, veniva ad
annunziare che proprio non c'era più nessuno che volesse
pagare e, in prova, tirava fuori rovesciate tutte le tasche
della giacca, del panciotto, dei calzoni e mostrava anche la
fodera del cappelluccio bisunto, Bonaventura Camposoldani
restava per un momento perplesso, se disperdere con un
soffio quella larva di circolo di cui Geremia gli
rappresentava l'immagine, o se risuscitarla con un lampo
geniale.
Nel primo caso, avrebbe dovuto rimettersi alla fatica di
fondarne subito un altro. Gli seccava. E poi, meglio non
abusare. Dunque, un lampo... un lampo... Che lampo?
Contava segnatamente su due cose, Camposoldani. Cioè, su
quella che egli chiamava «elasticità morale» del popolo
italiano e su la pigrizia mentale di esso.
Martino Lutero avrebbe voluto pagare centomila fiorini
perché gli fosse risparmiata la vista di Roma?
Martino Lutero era uno sciocco.
Ecco qua: temperamenti per temperature. Bisognava
considerare prima di tutto la temperatura.
In Germania fa freddo.
Ora, naturalmente, il freddo, come congela l'acqua, così
irrigidisce gli spiriti. Formule precise. Precetti e norme
assolute. Non c'è elasticità.
In ltalia fa caldo.
Il sole, se da un canto addormenta gl'ingegni e intorpidisce
le energie, dall'altro mantiene elastiche, accese, in
continua fusione le anime. Tirate, le anime cedono,
s'allungano come una pasta molle, si lasciano aggirare
intorno a un gomitolo qualsiasi, purché si faccia con garbo,
s'intende, e pian pianino. Tolleranza. Che vuol dire
tolleranza? Ma appunto questo: pigrizia mentale, elasticità
morale. Vivere e lasciar vivere.
Il popolo italiano non vuol darsi la pena di pensare:
commette a pochi l'incarico di pensare per lui.
Ora questi pochi, siamo giusti, anche per poter pensare così
in grande, per tutti, senza stancarsi, bisogna che siano ben
nutriti. Mens sana in corpore sano. E il popolo italiano li
lascia mangiare, purché facciano sempre con garbo,
s'intende, e salvino in certo qual modo le apparenze. Poi
batte le mani, senza troppo scaldarsi, ogni qual volta i
suoi commessi pensatori riescano per avventura a procurargli
qualche soddisfazioncella.
Ecco qua: qualche soddisfazioncella doveva egli procurare ai
socii del circolo moribondo per destarli dalla loro
morosità.
E Bonaventura Camposoldani ci riusciva quasi sempre.
Quest'ultimo non era propriamente un circolo, ma
un'associazione nazionale con un intento eminentemente
patriottico e civile.
Si proponeva di raccogliere in esercito operoso, in ogni
provincia e comune d'Italia, tutti coloro cui stesse a cuore
sanare finalmente la piaga vergognosa dell'analfabetismo e
diffondere per via di letture e conferenze il gusto della
cultura nel popolo italiano.
Nel fondo dell'anima Bonaventura Camposoldani stimava pregio
inestimabile del popolo italiano la costante avversione a
ogni genere di cultura e d'educazione, come quelle che,
appena conquistate, rendono necessarie tante cose di cui,
per esser saggi veramente, si dovrebbe fare a meno. Ma non
osava più dirselo neanche in tacito sinu, ora che ben
settantacinque sezioni contro l'analfabetismo s'erano
formate in meno d'un anno, delle quali quarantadue (sintomo
consolantissimo di salutare risveglio!) nelle provincie
meridionali. La nuova Associazione nazionale per la cultura
del popolo contava ormai più di mille e seicento soci. Sede
centrale, Roma. E il Governo saggiamente aveva concesso, per
costituirle un fondo di riserva necessario, una tombola
telegrafica, che aveva fruttato la bellezza di
quarantacinque mila lire, poco più, poco meno.
Le aveva inaugurate quasi tutte lui, quelle settantacinque
sezioni, improvvisando un discorso di un'ora per ciascuna,
sui beneficii dell'alfabeto e i vantaggi della cultura. Solo
quattro o cinque, per non parer troppo invadente, le aveva
lasciate inaugurare a un tal Pascotti, professore di storia
in un liceo di Roma, vicepresidente della sede centrale,
bell'uomo, tutto quanto rotondo, anche nella voce: rotondo e
pastoso. Pover'uomo, bisognava compatirlo; aveva la
debolezza di credersi sul serio un forte oratore: aveva
veramente una grande facilità di parola, e parlava dipinto,
con frasi fiorite, a periodi numerosi; s'impostava che
neanche Demostene o Cicerone, e giù per ore e ore, senza mai
concludere nulla, abbandonato beatamente all'onda sonora che
gli fluiva dalle labbra. Come se fosse una pasta molle, con
le mani grassocce levate davanti alla bocca, pareva
palpeggiasse quella sua eloquenza e la arrotondasse e la
appallottolasse, atteggiati gli occhi di voluttà. Per un
momento, tutti stavano a sentirlo con piacere; ma poi, le
fronti che s'erano aggrottate nell'attenzione, cominciavano
a tirar su a poco a poco le sopracciglia; gli occhi si
ingrandivano, si spalancavano intorno smarriti, come per
cercare una via di scampo.
Indignato dell'esito di quei suoi cinque discorsi
inaugurali, Pascotti s'era dimesso da vicepresidente e non
s'era fatto più vivo. Ottenuta la tombola, sbollito il primo
fervore, la sede centrale di Roma s'era profondamente
addormentata. Lavoravano ancora con alacrità un po'
inquietante le sezioni, segnatamente due o tre, ma per
fortuna molto lontane, in Calabria e in Sicilia.
Che risate si faceva Bonaventura Camposoldani nel leggere le
relazioni in istile eroico dei presidenti di quelle sezioni,
poveri maestri elementari! Certuni mandavano finanche
allegri trattatelli di pedagogia interi interi. Ma che
fatica anche, doverli abbassar di tono, riassumere, e qua
raddrizzare un periodo, e là pescare il senso miseramente
naufragato in un mare di frasi accavallate e spumanti!
Doveva pure mandarle a stampa, quelle relazioni, nel
Bollettino dell'Associazione, che aveva stimato opportuno
pubblicare almeno una volta al mese, perché le
quarantacinquemila lire della tombola dessero qualche segno
di vita.
E questa volta aveva dovuto anche dar sede stabile
all'Associazione. Aveva preso in affitto un quartierino al
primo piano d'una vecchia casa in via delle Marmorelle, due
stanzette e una bella sala per le sedute, caso mai i soci di
Roma per qualche miracolo si fossero sognati di tenerne
qualcuna.
Una tavola coperta da un panno verde per la Presidenza e il
Consiglio, penne e calamai, una cinquantina di seggiole, tre
tende alle finestre, cinque ritratti oleografici dei tre re
e delle due regine alle pareti, un mezzobusto di gesso
abbronzato, indispensabile, di Dante Alighieri su una
colonnina pure di gesso dietro la tavola della Presidenza,
un vassojo con due bottiglie da acqua e quattro bicchieri,
una cassetta da sputare... che altro? ah, la bandiera
dell'Associazione: tutto questo, nella sala delle sedute.
In una delle due stanzette s'era allogato lui, Camposoldani:
non per dormirci, no: per lavorare dalla mattina alla sera,
poiché i consiglieri eletti e il segretario, al solito, lo
lasciavano solo e doveva far tutto da sé; tanto che, a un
certo punto, aveva stimato inutile tenere ancora in affitto
la camera mobigliata in via Ovidio, in fondo ai Prati, e la
notte, stanco del lavoro di tutta la giornata, si buttava a
dormire vestito, lì su l'ottomana, per poche ore.
Nell'altra stanzetta c'era allogato Geremia con la
figliuola. Povero Geremia! Aveva finalmente una retribuzione
fissa, sul fondo della tombola telegrafica, e casa franca.
Poteva ormai dire che l'Italia, per cui aveva sofferto e
combattuto, s'era alla fine costituita e rassettata. In
premio delle eroiche fatiche della sua gioventù, in compenso
dei molti stenti patiti fino alla vecchiaja, alloggiava
nella sede d'una Associazione nazionale, e Tudina, la
figliastra, poteva alla fine stendere ad asciugare su le
cinquanta sedie della sala tutti i suoi straccetti, talvolta
anche sul mezzobusto di Dante Alighieri; per ignoranza,
badiamo, povera Tudina, non per mancanza di rispetto al
padre della lingua italiana.
Dante Alighieri, per Tudina, era tutto in quel naso
sdegnosamente arricciato. Lo chiamava: Quell'uomo che sente
puzza.
E non capiva, Tudina, perché Camposoldani lo tenesse lì, in
capo alla sala, dietro la tavola della Presidenza. Stendendo
il bucato su le sedie non poteva soffrire quella faccia di
gesso che la guardava dalla colonnina con quel cipiglio
sdegnoso, e correva subito a nasconderla con uno straccetto.
Non era brutta Tudina, ma neanche bella. Belli, veramente
belli, aveva gli occhi soltanto, e anche i capelli: neri
profondi e brillanti, gli occhi; neri e riccioluti, i
capelli.
Aveva già ventiquattro anni, ma pareva ne avesse quindici,
non più. Nelle carni, nell'aria della testa, in quegli occhi
brillanti, in quei capelli riccioluti, sempre arruffati, era
rimasta ragazza, una ragazza mezzo selvaggia, irriducibile a
ogni principio d'esperienza e di cultura.
Era stata a scuola, da bambina; in parecchie scuole: da
tutte era stata cacciata via. Una volta s'era messa sotto i
piedi una compagna, e per miracolo non le aveva strappato
gli occhi; un'altra volta s'era ribellata con atti non meno
violenti di insubordinazione alla maestra. Nessuno aveva
voluto tener conto della ragione di quegli atti violenti. Ma
s'era messa quella compagna sotto i piedi vedendosi derisa
per aver detto che aveva paura dei cani perché una gatta, da
bambina, l'aveva sgraffiata. Quella compagna non sapeva
ch'ella teneva amorosamente in braccio quella gatta, la
quale aveva fatto da poco certi gattini bellini bellini, e
che un cane s'era accostato minaccioso, abbajando, e che la
gatta allora s'era arruffata e, non potendo sgraffiare il
cane, aveva sgraffiato lei: donde, logicamente, la sua paura
dei cani. Quella maestra poi, aveva voluto nientemeno
costringerla a intingere nel calamajo il pennino, un bel
pennino tutto pulito e lucente che figurava una mano con
l'indice teso, un amore di pennino che a lei, per altro,
pareva quasi un'arma, di cui, mandandola a scuola, la
avessero munita e che ella dovesse custodire gelosamente e
conservare intatta.
Più volte, il patrigno, tornando a casa stanco, la sera,
s'era provato prima di cena o dopo cena a insegnarle con
molta pazienza un po' di alfabeto sul sillabario.
Il fatto che b e a fa ba, enunziato dal patrigno con quella
vocina di zanzara e quel sorrisetto mesto e ragionevole che
gli era abituale, non le era sembrato né serio né
verosimile. Era rimasta a mirarlo negli occhi a bocca
aperta.
Spesso, anche adesso, rimaneva a lungo a mirarlo così, per
una ragione, che più speciosa non si sarebbe potuta
immaginare.
Non era mica certa, Tudina, che quel suo patrigno fosse
vero, un uomo vero, di carne e ossa come tutti gli altri, e
non piuttosto una larva d'uomo, un'ombra che un soffio
poteva portar via. Lo vedeva parlare, sorridere; ma che
dicesse, perché o di che sorridesse, non capiva neanche lei.
Non capiva perché talvolta gli brillassero gli occhi chiari
dietro il velo perenne delle lagrime. E non sapeva credere
che le dita tremicchianti di quelle manine esangui avessero
tatto, da sentir le cose che toccavano, o ch'egli avvertisse
il gusto dei cibi che mangiava, o che in quella testa
candida si potessero volgere pensieri. Le pareva quasi
aereo, quel patrigno, un uomo che per sé, di suo, non avesse
nulla, a cui tutto venisse di combinazione, non perché lui
facesse qualche cosa per averlo, ma perché gli altri glielo
davano, quasi per ridere, per il gusto di vedere come stava
così parato e messo su, con quella camicia, con quel
cappello, con quelle scarpe, con quei calzoni, con quel
pastrano: tutto, sempre, troppo largo, tanto largo che vi
sembrava dentro perduto.
Quegli abiti, quel cappello, quelle scarpe conservavano
tutti qualche cosa della loro provenienza; Tudina li
riconosceva per quelli di Tizio o di Cajo; ma chi era, che
consistenza aveva colui che li portava?
Mai una camicia di suo; mai un pajo di scarpe fatte per i
suoi piedi; mai un cappello che gli calzasse giusto in capo!
La miseria, l'incertezza d'ogni stato, quel vederlo andare
sempre vagabondo quasi per aria, smarrito, dietro a faccende
vane, con quel ronzio di parole senza senso su le labbra tra
i risolini e le lagrime, le davano quell'idea dell'irrealità
di lui, non solo, ma anche di se stessa e di tutto. Dove, in
che poteva toccarla, la realtà, lei, in quella perpetua
precarietà d'esistenza, se attorno e dentro di lei tutto era
instabile e incerto, se non aveva niente né nessuno a cui
appoggiarsi?
E Tudina balzava talvolta d'improvviso a stracciare, a
rompere, a fracassare, un fascio di carte, un viso, un
qualunque oggetto, che stranamente a poco a poco le
s'avvistasse davanti agli occhi; così, apparentemente per un
impeto selvaggio, ma in realtà per un bisogno istintivo,
incosciente, di togliersi dinanzi e distruggere certe cose
di cui non riusciva a cogliere il senso e il valore, o di
sperimentare la sua presenza, la sua forza contro di esse,
per il dispetto ch'esse le facevano nel vedersele star lì
davanti, ecco, come se lei non ci fosse, come se lei,
volendo, non le potesse stracciare, rompere, fracassare.
Quel vaso lì... ma sì che lei poteva da lì metterlo qui, e
da qui lì, e anche sbatterlo forte, così, sul divanzale
della finestra, e fracassarlo... ecco fatto... Perché? Ma
per niente... così... perché le faceva dispetto! Invece per
certi altri oggetti tenui, labili, minuscoli, di nessun
valore, un pezzetto di carta velina colorata, un chicco di
vetro, un bottone di camicia di finta madreperla, aveva
protezione, cura, delicatezza infinita: li lisciava con un
dito e se li metteva fra le labbra. E certi giorni non
finiva mai di carezzarsi con le dita i folti riccioli neri,
asserpolati sul capo, allungandoli pian piano e poi
lasciandoli riasserpolare, non per civetteria, ma per il
piacere che le dava quella carezza; cert'altri giorni al
contrario se li stracciava col pettine rabbiosamente.
Bonaventura Camposoldani non aveva mai badato a quella
figliastra di Geremia.
Le donne non entravano, se non per poco e di passata, nella
sua vita. Tutt'al più, la donna, ecco, così in astratto, la
donna come questione sociale, il problema giuridico della
donna, sì, un giorno o l'altro avrebbe potuto interessarlo.
Era un problema, una questione sociale come un'altra, da
studiare, a cui attendere; e poteva entrare nel campo della
sua attività: non da risolvere, Dio guardi!
Se tutti i problemi sociali, come a mano a mano sorgono
dalla vita e s'impongono all'attenzione e allo studio dei
commessi pensatori, si risolvessero in quattro e
quattr'otto, addio professione!
E vero, sì, che la vita è prolifica di problemi sociali e se
qualcuno per miracolo se ne risolve, ne sorgono subito altri
due o tre nuovi; ma è una fatica, mettersi ogni volta
daccapo a pensare a un problema nuovo, quand'è così comodo
adagiarsi nei vecchi, bastando al pubblico che i problemi
sociali sieno posti e il sapere che c'è chi pensa a
risolverli. Si sa che è proprio di tutti i problemi sociali
esser posti e non mai risolti. I problemi nuovi, del resto,
hanno questo di male, che sono avvertiti soltanto da pochi
in principio. Non era dunque per lui, che non aveva ancora
un ufficio fisso, stabilmente retribuito e con diritto a
pensione, per cui si sarebbe potuto prendere il lusso di
studii sempre nuovi e difficili, di lente e accorte
preparazioni. Egli professava liberamente, creando circoli,
istituzioni accanto a quelli dello Stato; e aveva perciò
bisogno di problemi posti da lunga data, di cui fosse
largamente riconosciuta la gravità.
Ne aveva uno per le mani, che prima d'esser risolto, non una
vita, ma gli avrebbe dato tempo di viverne dieci di
novant'anni ciascuna! Il guajo era che i denari della
tombola telegrafica, purtroppo, si assottigliavano di giorno
in giorno...
S'accorse di Tudina per quello straccetto bagnato messo ad
asciugare sul mezzo busto di Dante Alighieri. La prima volta
che lo vide corse a farle in camera una severa riprensione,
ma non poté fare a meno di sorridere quando Tudina si mostrò
stupita, che meritasse tanto rispetto quell'uomo lì con quel
naso articciato, come se sentisse puzza.
Tudina interpretò il sorriso di lui come una concessione, e
seguitò a stendere lo straccetto, non ostante le rinnovate
riprensioni. Bonaventura Camposoldani interpretò questa
pervicacia della ragazza come un'arte per attirar la sua
attenzione, e una mattina, che si trovava di buon umore,
entrò nella cameretta di lei per tirarle l'orecchio come a
una bambina discola e impertinente, e dirle che non doveva
farlo più, o che, se voleva farlo ancora... Ma Tudina si
ribellò a quella tirata d'orecchio, respingendolo
gagliardamente; Bonaventura Camposoldani si sentì allora
eccitato alla lotta: l'afferrò; tutti e due si dibatterono,
un po' ridendo, un po' facendo sul serio; finché Tudina, nel
vedersi presa da lui come non s'aspettava affatto di potere
esser presa, non diventò furibonda: urlò, morse, sgraffiò,
dapprima; poi, non volendo concedere, si sentì costretta dal
suo stesso corpo a cedere; e restò alla fine come
esterrefatta nello scompiglio.
Basta, eh? Parentesi chiusa, per Camposoldani, o da
riaprirsi una volta tanto, a comodo, poiché la ragazza
abitava lì, nella cameretta accanto. Curiosa, però, tutta
quella ribellione, dopo ch'ella lo aveva provocato... e poi,
quello spavento... e ora, che? piangeva? oh là là, che
storie! Basta, via! che c'era da piangere così? Geremia
poteva sopravvenire da un momento all'altro, e perché dargli
un dispiacere, povero vecchio, dopo che il fatto era fatto,
e si poteva bene nascondere, e anche di nascosto
seguitare... perché no? senza furie, con prudenza...
- Ah, brava! Così...
Tudina d'un balzo, come una tigre, gli era saltata al collo,
e lo aveva abbracciato freneticamente, quasi volesse
strozzarlo. Sentiva tanta vergogna... tanta... tanta... e
voleva che quella sua vergogna egli la riparasse con tanto,
tanto amore... sempre, perché sempre, se no, ella la avrebbe
sentita, quella vergogna, e ne sarebbe morta, ecco.
Ma sì, ma sì... Intanto perché tremava così? perché piangeva
così? Zitta, calma: c'era da godere, non da morire... Perché
quella vergogna? Nessuno avrebbe saputo... Stava a lei, che
nessuno sapesse...
A lei? Eh, fosse dipeso soltanto da lei, povera Tudina...
Poteva non parlare, Tudina, non dirne nulla neanche a lui;
ma, dopo tre mesi...
Bonaventura Camposoldani rimase per più di cinque minuti a
grattarsi la fronte. Oh Dio! oh Dio! un figliuolo... da
quella ragazza... in quelle circostanze... E che avrebbe
fatto, ora, che avrebbe detto quel povero Geremia?
Da un giorno all'altro Camposoldani s'aspettava che il
vecchio gli si parasse davanti a domandargli conto e ragione
di quell'ignominiosa complicazione del suo alloggio gratuito
con la figliuola nella sede dell'Associazione nazionale per
la cultura del popolo. Stimando ormai inevitabile una
scenata, avrebbe voluto che avvenisse al più presto, per
uscirne comunque e togliersi questo pensiero.
Ogni mattina entrava con l'animo sospeso e costernato nella
sala, si faceva all'uscio della cameretta ove abitavano il
padre e la figliuola; guardava accigliato l'uno e l'altra,
che lo accoglievano in desolato silenzio; e, stizzito,
domandava quasi per provocarli:
- Nulla di nuovo?
Geremia chiudeva gli occhi e apriva le mani.
Quasi quasi Camposoldani lo avrebbe preso per il petto, gli
avrebbe dato uno scrollone, gridandogli in faccia:
- Ma parla! Smuoviti! Dimmi quello che mi devi dire e
facciamola finita!
Sicché, quando una mattina, alla sua solita domanda: -
«Nulla di nuovo?» - Geremia, invece di chiudere gli occhi e
aprir le mani, crollò più volte il capo in segno
affermativo, Camposoldani non poté fare a meno di sbuffare:
- Ah, finalmente! Sentiamo!
Ma Geremia, placido placido, si cacciò una mano nella tasca
interna della giacca, ne trasse un foglio di carta
protocollo ripiegato in quattro e glielo porse.
- Che significa? - fece Camposoldani, guardando quel foglio
spiegazzato, senza prenderlo.
Inizio
pagina
Geremia si strinse nelle spalle e rispose:
- Non c'e altro...
- E che è questo?
- Non so. L'ha portato un ragazzino...
Camposoldani, con le ciglia aggrondate, prese
rabbiosamente il foglio; lo spiegò; cominciò a leggere;
a un tratto alzò gli occhi a fulminare Geremia.
- Ah! Hai fatto questo?
Era una domanda firmata da venticinque socii, perché
fosse indetta al più presto un'adunanza. Capolista, il
professor Agesilao Pascotti.
Geremia si portò le mani tremicchianti al petto e
aprendo le squallide labbra al solito sorrisetto mesto e
ragionevole:
- Io? - sospirò con un filo di voce. - Che c'entro io?
- Pezzo d'imbecille! - proruppe allora Camposoldani. - E
giusto al Pascotti ti sei rivolto?
- Io?
- Che ti figuri che ci guadagnerai adesso? Vogliono i
conti? Ma subito! Comincerai dal risponderne tu,
intanto!
- Io?
- Tu, tu per il primo, caro! tu che da tant'anni vai
seminando le ricevute delle tasse mensili senza
riscuoterne l'importo! Pezzo d'imbecille, sono tutti
morosi questi firmatarii qua, tutti... Cardilli, Voceri,
Spagna, Falletri, Romeggi... Toh! uno solo no! Concetto
Sbardi... O dove sei andato a pescarlo costui? Non sta
in Abruzzo? Quello che scrive idega! È a Roma? Ah, è
venuto qua? E ti sei rivolto a lui?
Investito così, il povero vecchio s'era provato più
volte a interromperlo, con le mani protese, battendo
continuamente le palpebre su gli occhietti acquosi.
Pareva cascato dalle nuvole! Non sapeva nulla di nulla,
proprio... Se la prendeva con lui?
All'improvviso sorse in mezzo, tra i due, Tudina, che
ormai non pareva più lei. Gonfia, scarduffata,
imbruttita, si levò davanti a Camposoldani come
l'immagine viva dell'infamia commessa, del laido delitto
di cui s'era macchiato. Che c'entrava il patrigno in
quell'istanza? Che interesse poteva avere a metter su i
socii contro di lui?
- E allora? - fece Camposoldani.
Come, donde era venuta fuori quell'istanza? a chi era
saltato quel grillo? Per qual ragione, così tutt'a un
tratto? Gente che non pagava più, gente che non s'era
fatta più viva da tanto tempo...
Grattandosi nervosamente la bella barba nera spartita
sul mento. Camposoldani s'immerse a considerare di nuovo
quell'istanza che, dalla prima firma, poteva
argomentarsi scritta tutta di pugno dal Pascotti stesso;
lesse, rilesse più volte quella filza di nomi; alla fine
levò il volto sorridente verso Geremia.
- Pascotti? - domandò quasi a se stesso.
E di nuovo si mise a considerare le firme. Una sola gli
dava ombra: quella dello Sbardi abruzzese. Aveva sempre
pagato, costui, puntualissimamente. Come si trovava lì
con quegli altri a schiera? Gli faceva l'effetto d'un
lupo tra un branco di pecore. Sì, era lui il nemico;
lui, senza dubbio... Era venuto a Roma, era andato a
trovare il Pascotti già vicepresidente, e tutti e due...
Che volevano da lui? I conti? Padronissimi. Ma se lo
Sbardi era andato a trovare Pascotti per eleggerlo
comandante supremo della battaglia, era segno che, per
lo meno, non sapeva parlare. E se mancava a lui il
coraggio dell'accusa, il coraggio più difficile, lo
avrebbe avuto il rotondo Pascotti? Via! Lo faceva ridere
Pascotti.
Di nuovo Camposoldani levò il volto sorridente verso
Geremia.
- I conti... - disse.
- I... i conti? - balbettò il vecchio. - Da me?
Camposoldani lo guatò, come se quella ingenua domanda
che i socii volessero i conti da lui Geremia, gli avesse
fatto balenare qualche idea.
- Da te... da me.... vedremo - disse.
E si ritirò nella sua cameretta.
Più tardi Geremia fu mandato in giro a distribuire gli
inviti all'adunanza per la sera del giorno successivo.
Era come intronato e pareva che le gambe gli si fossero
stroncate sotto.
Camposoldani rimase tutto il giorno all'Associazione a
preparare la difesa. Aveva avuto la debolezza di pagare
alcuni debiti che lo opprimevano; e questa sottrazione
si poteva mascherare benissimo col viaggio che diceva
d'aver fatto in Germania per studiare l'organismo dei
Circoli di Cultura, fiorentissimi, come tutti sapevano,
in quel paese. Poi c'erano le spese per la sede sociale,
arredo, pigione; le spese per la pubblicazione del
Bollettino; lo stipendio di Geremia... che altro? ah, le
spese di viaggio per le inaugurazioni... spese che,
venuto meno quasi del tutto l'introito delle rate
mensili dei socii, avevano naturalmente assottigliato il
fondo della tombola telegrafica. Tutto sommato però,
quanto restava?
Camposoldani tirò la somma. Pur largheggiando nelle
spese, pure arrotondando più volte le cifre, la somma
totale era ben lungi dal mettersi d'accordo col magro
residuo effettivo.
Perdersi, no: non era uomo da perdersi così facilmente,
massime di fronte a quei venticinque firmatarii con un
Pascotti per capitano. Ma i conti, no, ecco! i conti
doveva trovar modo di non presentarli. Se poi, proprio
proprio vi fosse stato costretto... un lampo, uno dei
suoi soliti lampi geniali doveva salvarlo... Che lampo?
Ci pensò tutta la notte Camposoldani e il giorno
appresso. Poche ore prima dell'adunanza, si vide
all'improvviso comparire davanti Geremia, più che mai
come una larva, che un soffio sospingesse: entrò
parlando, al suo solito, sottovoce, con un tremolio più
accentuato del capo e delle mani, e con l'ombra, l'ombra
appena del consueto risolino mesto e ragionevole su le
labbra.
- L'I... l'Italia... che... ta-tanti sacrifizii... tanti
eroismi... l'Italia che... Vittorio... Cavour... chi sa
che... che cosa credevano... dovesse diventare... ecco
qua... donnaccia da trivio... vergogna... figli
bastardi... il di-disonore... si sa!... fratelli contro
fratelli... la... la pa... la palla d'Aspromonte...
bollati d'infamia... patria di ladri... per forza!...
madre di... di figlie sgualdrine... per forza!... L'I...
l'Italia... l'Italia...
E bisbigliate queste parole, se n'andò.
Camposoldani rimase sbalordito; non trovò la voce per
richiamarlo indietro, per saper che cosa volesse dire.
Che niente niente Geremia aveva protestato in quel modo
contro la seduzione e la gravidanza della figliastra?
Alla seduta, oltre ai venticinque firmatarii,
intervennero appena una dozzina di socii, che non
avevano mai posto piede nella sala dell'Associazione.
Dei sei consiglieri della sede centrale di Roma, nessuno
volle presentarsi. Per lettera, chi dichiarò che,
secondo lo statuto sociale, si riteneva già da un pezzo
scaduto dalla carica; chi, dimesso anche da socio per
non aver più pagato; chi fece finanche le meraviglie che
l'Associazione fosse tuttora in vita.
Alla tavola della Presidenza si presentò solo, a testa
alta, Bonaventura Camposoldani. Più a testa alta di lui
e con cipiglio più sdegnoso del suo, si ergeva però
dietro la tavola della Presidenza qualche altro: Dante
Alighieri su la colonnina di gesso abbronzato.
Dante Alighieri pareva che sentisse più puzza che mai.
Era evidentissimo che prima di intervenire alla seduta,
quei trentasette socii avevano concertato fra loro un
piano di battaglia. Si leggeva chiaramente negli occhi
dei più stupidi, alcuni intozzati, su di sé, altri
spavaldi, altri sdegnosi, col labbro in fuori e le
palpebre basse attraverso le quali guardavano le sedie,
le tende, la tavola della Presidenza e lo stesso Dante
Alighieri, come per compassione.
Pascotti prese posto in prima fila, nel mezzo; Concetto
Sbardi, invece, in fondo, appartato. Era un ometto
tozzo, ispido, aggrondato, che teneva continuamente una
mano spalmata sul mento e si raschiava con le unghie
adunche le guance rase, stridenti. Molti si voltavano a
guardarlo, ed egli, seccato, s'insaccava di più nelle
spalle. Ma se c'era Pascotti! Perché non guardavano
Pascotti? Che stupidi!
Camposoldani, un po' pallido, con occhi gravi, ma pur
con un sorrisino ironico appena percettibile sotto i
baffi, prima di aprir la seduta, chiamò con un cenno
della mano Geremia, che s'era seduto, trepidante, presso
l'uscio, e gli diede un foglio di carta perché
gl'intervenuti vi apponessero la firma di presenza.
Quando riebbe il foglio firmato, sonò il campanello e
disse pacatamente:
- Signori, l'adunanza era indetta per le ore 20: sono
già circa le 21. Da questa nota di presenza risulta che
non siamo in numero. I soci iscritti nella sede di Roma
sono novantasei...
- Domando la parola! - esclamò Pascotti.
- Prego, professore, - seguitò Camposoldani. - Indovino
ciò che ella vorrebbe dire: di questi novantasei socii
molti debbono ritenersi dimissionarii, perché da un
pezzo...
- Domando la parola! - insisté Pascotti.
- L'avrà; ma prima mi lasci dire! - replicò con fermo
accento Camposoldani. - Io sono qui anche per far
rispettare lo statuto sociale: e dico loro innanzi tutto
che avrei potuto benissimo non tener conto della loro
istanza, perché tutti i venticinque firmatarii, tranne
uno, come del resto la maggioranza dei socii inscritti a
questa sede, avrei potuto considerare come
dimissionarii.
- No! no! no! - gridarono a questo punto parecchi
insieme.
E Pascotti, per la terza volta:
- Domando la parola! Dimissionarii perché, signor
Presidente? Io già - siamo in un circolo di cultura - mi
perdoni - non userei mai codesta parola entrata
purtroppo nell'uso, e non nostra! Ma diciam pure
dimissionarii, poiché di ben altro qua, che di parole
più o meno pure, questa sera, dovremo discutere.
Dimissionarii perché, domando io, signor Presidente?
- Ecco! - lo interruppe Camposoldani, accennando Geremia
in fondo alla sala. - Lo domandi laggiù al nostro
esattore, egregio signor Pascotti.
Tutti si voltarono a guardare: due o tre esclamarono:
- E chi l'ha mai veduto?
- Non dicano così! - esclamò allora Camposoldani, dando
un pugno su la tavola. - Lo hanno veduto benissimo, Lor
Signori, per due o tre mesi, puntuale! E non solo lo
hanno veduto, ma egli ha lasciato nelle loro case la
ricevuta della tassa, fidandosi che, forse impediti per
il momento, Lor Signori sarebbero poi venuti a pagarne
l'importo qua, nella sede sociale aperta tutto il
giorno, a loro disposizione. Nessuno s'è mai fatto
vedere! Io sono stato qua a lavorare, qua a mantener
vivo il fuoco dell'Associazione, di cui loro questa
sera, senza averne il diritto, vengono a domandarmi
conto. Sì, o Signori, senza averne il diritto. Perché,
delle due l'una: o non debbono ritenersi dimissionarii
tutti coloro che non sono in regola coi pagamenti, e
allora - c'è poco da dire - qui manca il numero legale,
ed io non potrei aprir la seduta; o debbono ritenersi
dimissionarii, e allora anche tutti voi, o Signori,
tranne uno, non avete più veste di socii e potete andar
via. Ma no, no, no, Signori miei - s'affrettò a
soggiungere Camposoldani. - Vedete bene che io ho
accolto la vostra istanza, felicissimo di vedervi qua,
finalmente! in pochi, va bene; ma con la speranza che da
questa sera in poi, dietro l'esempio vostro, la nostra
Associazione si risvegli a quella vita feconda, ch'era
nei miei voti nel fondarla. Ma figuratevi se poteva mai
passarmi per la mente di non accogliere la vostra
domanda! Io sono qua, sono stato sempre qua a lavorare
per tutti, a tenere una continua, attiva corrispondenza
con le nostre sezioni, ad attendere alla pubblicazione
del nostro Bollettino, che si diffonde anche all'estero!
Voi vi siete finalmente risolti a venire, a partecipare
alla vita della nostra Associazione? Ma, figuratevi,
figuratevi se io, stanco come sono, non vi apro le
braccia e non vi benedico.
Non si aspettava applausi Camposoldani, dopo questa
volata. Ottenne però l'effetto voluto. Tutti apparvero
lì per lì sconcertati; e di nuovo molti si voltarono a
guardar l'unico che non si dovesse sentire fuor di posto
e ammesso per indulgenza. Concetto Sbardi, questa volta,
si scrollò tutto rabbiosamente e si alzò come per andar
via; contemporaneamente quattro o cinque si levarono e
accorsero a trattenerlo, mentre gli altri gridavano:
- Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parli Pascotti, perdio - urlò lo Sbardi,
divincolandosi. - Lasciatemi andare! o parla Pascotti, o
io me ne vado!
- Ecco, parlo io - disse allora Pascotti, alzandosi un
po' impacciato. - Col permesso dell'egregio signor
Presidente.
- No! no! Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parlo io...
- Sbardi! Sbardi!
Camposoldani sonò, sogghignando, il campanello: -
Signori miei, vi prego... Che cos'è?
- Parlo io, - tuonò Pascotti. - Domando la parola!...
- Parli... Parli...
- ... soltanto per dire, - seguitò il professor Agesilao
Pascotti, levando un braccio maestosamente, - soltanto
per dire che nella condizione in cui mi ha messo e ci ha
messo il signor presidente, o amici miei, quantunque
acceso di candida e, vorrei dire, apostolica
condiscendenza, con la sua pregiudiziale, io stimo e
faccio notare all'egregio collega Sbardi che il mio
discorso non avrebbe più quell'efficacia che dovrebbe
avere, che sarebbe giusto che avesse, secondo
l'intendimento nostro e la nostra intesa.
- Benissimo!
- Aspettate! Ragion per cui, io prego, io prego
caldamente, a nome di tutti i colleghi qui presenti, e,
lasciatemelo supporre, a nome anche di tutti i socii del
Sodalizio nostro sparsi per le terre d'ltalia. -
(Benissimo!) - Aspettate! - Prego, dicevo, il professor
Concetto Sbardi perché voglia far violenza alla sua
natural ritrosia, alla sua... un po' troppo ribelle
modestia, e che parli lui, che porti qua lui, con la
rigidezza severa che gli è solita, le sante ragioni che
ci hanno spinto, o Signori, a domandare questa solenne
adunanza!
Scoppiarono applausi e nuove grida: - Parli Sbardi! Viva
Sbardi!
- Signor Sbardi, - disse allora Camposoldani con aria di
sfida. - Via! faccia contenti i suoi amici! Sono curioso
anch'io di sentire quel che lei ha da dire, quel che
aveva divisato d'esprimere con la parola adorna ed
eloquente del professor Pascotti.
Concetto Sbardi diede una bracciata a coloro che gli
s'erano fatti intorno e si fece innanzi per parlare.
Pareva un bufalo parato per scagliarsi, a testa bassa.
Afferrò con una mano la spalliera della seggiola che gli
stava davanti, rimase con l'altra sul mento a raschiarsi
la guancia, poi cominciò:
- Agesilago... Agesilago Pascotti e tutti voi, Signori,
avete torto a tirarmi per forza a parlare. Vi avevo
detto... vi avevo pregato che non so parlare. Io non
possiedo come il signor Camposoldani, come Pascotti,
il... il come si chiama... sì, insomma, la parola... La
guardaroba, volevo dire, signori, la guardaroba
dell'eloquenza.
Alcuni applaudirono alla frase per rianimare l'oratore,
altri scoppiarono a ridere.
- Sissignori, - riprese Concetto Sbardi. - Io la chiamo
così... La guardaroba dell'eloquenza... Avete un
pensieruzzo tisico? E tisico sempre vi resterà, se non
avete la guardaroba dell'eloquenza. Ma se avete la
guardaroba dell'eloquenza, il pensieruzzo tisico vi
uscirà dalla bocca imbottito di tanta stoppa di frasi,
che, parrà un gigante, un Ercole parrà, con la clava e
la pelle del legone... Avete un'ideguccia sporca? fatela
entrare nella guardaroba dell'eloquenza e l'oratore,
Camposoldani, Pascotti, che farà? ve la farà uscire con
la faccia lavata, pettinata, attillata, con certi
pennacchi di parole, tutta appuntata di virgole e punt'e
virgole, che l'ideguccia sporca non si riconoscerà più
neanche lei stessa... Signori, io non possiedo la
guardaroba dell'eloquenza; voi mi forzate a parlare; io
non ho nemmanco uno straccio, nemmanco un cencio, per
vestire le mie ideghe: e se parlo, qua stasera, ho
pagura che mi scappi dalla bocca... non so che cosa...
ma qualche cosa che al signor Camposoldani, il quale mi
sfida anche lui, non farebbe piacere... insomma, ve lo
dico, ho pagura che mi scappi dalla bocca... mi scappi
dalla bocca...
- E se lo lasci scappare! - esclamò Camposoldani,
pallidissimo, dando un altro pugno su la tavola. -
Parli! dica! siamo qua per parlare e per sentire!
Concetto Sbardi allora levò il capo, si tolse la mano
dal mento, e gridò:
- Signor Camposoldani, il ladro nudo!
Successe un pandemonio! Scattarono tutti in piedi; primo
fra tutti Camposoldani: un balzo da tigre; brandì la
seggiola, si scagliò contro lo Sbardi. Molti lo
trattennero, altri afferrarono lo Sbardi; tutti
gridavano in grande orgasmo tra le seggiole rovesciate.
Pascotti montò su la tavola della presidenza.
- Signori! signori! È deplorevole! Vi prego, signori!
Ascoltatemi! C'è un malinteso, perdio! Ragioniamo!
Signori... signori...
Nessuno gli dava ascolto.
- Signori! che vergogna! Ci guarda Dante Alighieri!
Camposoldani, disarmato della seggiola, sconvolto,
ansimante, trattenuto per le braccia, cessò alla fine di
divincolarsi e disse a quelli che cercavano di calmarlo:
- Basta... basta... Son calmo... Lasciatemi. Signori, ai
vostri posti. Sono il presidente.
Andò alla tavola, tutti rimasero in piedi, e in piedi
egli parlò:
- Non posso stasera, perché veramente non mi aspettavo
una siffatta aggressione. Domani! Ho il modo - semplice
- dignitoso - degno di me - di ricacciare in gola a un
incosciente l'offesa che ha creduto di scagliarmi.
Venite domani sera, signori, voi e tutti gli altri:
renderò conto di tutto, minutamente, coi documenti alla
mano. La seduta è tolta.
Sonò il campanello, e tutti uscirono in silenzio dalla
sala.
Dopo mezzanotte, Bonaventura Camposoldani, uscito a
prendere un po' d'aria per riconnettere le idee
scompigliate e disporsi, con la calma, ad aver quel
lampo geniale che doveva salvarlo, rientrando nella sede
dell'Associazione, restò meravigliato su la soglia della
sala.
Geremia ancora col lume acceso, stava seduto davanti
alla tavola della presidenza, col capo appoggiato sul
tappeto verde di essa.
Camposoldani pensò che il povero vecchio aveva forse
voluto aspettarlo, dopo quella seduta tempestosa, e
s'era addormentato lì.
Attraverso l'uscio della cameretta s'udiva il ronfo
cadenzato di Tudina.
Bonaventura Camposoldani s'accostò alla tavola per
scuotere il vecchio e mandarlo a dormire: ma presso la
testa abbandonata, di cui il lume lasciava vedere il
roseo della cute di tra la rada canizie, scorse una
lettera chiusa e allibì.
Il lampo geniale, lo aveva avuto lui, Geremia Bencivenni.
- L'I... l'Italia... vergogna... figli bastardi...
Ma se la figliastra aveva già compreso che l'Italia era
fatta male, e che a tutti gli onesti e i modesti che
avevano concorso a farla non restava altro che servire
ai ladri, che bisogno c'era più di lui?
Nella busta, due lettere. In una si accusava di essersi
approfittato indegnamente della cieca fiducia che il
signor Presidente dell'Associazione, suo benefattore,
aveva riposto in lui per tanti anni, e d'aver sottratto
quasi tutti i fondi della tombola telegrafica. Diceva di
averli in gran parte buttati nei botteghini del lotto, e
chiedeva perdono al Presidente e a tutti i socii.
Nell'altra, scritta per il solo Bonaventura Camposoldani,
diceva testualmente così:
«Nella guardaroba dell'eloquenza vesti della mia camicia
rossa di garibaldino il tuo furto, o ladro nudo! Mi
accuso, mi uccido per salvarti, e ti do la stoffa per un
magnifico discorso. In compenso ti chiedo solamente di
rendere l'onore alla mia povera figliuola!».