Novelle per un anno - 1928 - La giara
12. L' illustre estinto

I.
Messo a sedere sul letto, perché l'asma non lo soffocasse,
abbandonato su i guanciali ammontati, l'on. Costanzo
Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse,
il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si
stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle
grigio, di lana, a quadri neri.
Si sentiva morire; sapeva che per lui non c'era più rimedio,
e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche
d'allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella
camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine
imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando
anche d'un po' l'orizzonte al suo sguardo, la vista degli
oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle
relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la
morte tra poco avrebbe spezzate.
Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si
sentiva più sicuro, più riparato, quasi protetto. E,
tutt'intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili
arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello
scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo
tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro
giorno; di due o di tre giorni; fors'anche - al più - d'una
settimana. Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava
così lento, così lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di
stancarsi - sì, proprio di stancarsi - in una settimana. Non
avrebbe avuto mai fine, così, una settimana!
La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a
cagione di quell'eternarsi del tempo tra la peluria del suo
scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se
stesso per impedirsi di pensare.
Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto...
ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe
avvenuto dopo. Sì: sarebbe stato un modo anche questo
d'impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo
d'ogni conforto di religione, la vita diventasse d'un tratto
- fra breve - come niente; un modo di rimanere di qua
ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non
più innanzi ai suoi proprii.
E - coraggiosamente - l'on. Costanzo Ramberti si vide morto,
come gli altri lo avrebbero veduto; com'egli aveva veduto
tanti altri: morto e duro, lì, su quel letto; coi piedi
rattratti nelle scarpine di coppale; cereo in volto e
gelido, le mani quasi sassificate; composto e... ma sì,
elegante anche, nell'abito nero, tra tanti fiori sparsi
lungo la persona e sul guanciale.
La marsina doveva esser di là, nel baule; insieme con
l'uniforme nuova, lo spadino e la feluca di ministro.
Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guatò.
Sentì come una vellicazione al ventre; levò una mano e si
lisciò sul capo i capelli; poi si strinse la barba
rossiccia, spartita sul mento. Pensò che, morto, gli avrebbe
pettinato quella barba e raffilato sul cranio quei pochi
peli il suo segretario particolare, cav. Spigula-Nonnis, che
da tanti giorni e tante notti lo assisteva, pover'uomo, con
devoto affetto, senza lasciarlo solo neanche un momento,
struggendosi, a piè del letto, di non potere in alcun modo
alleviargli le sofferenze.
Ma pure lo ajutava quel cav. Spigula-Nonnis, senza saperlo;
lo ajutava a morire con dignità, filosoficamente. Forse, se
fosse stato solo, si sarebbe messo a smaniare, a piangere, a
gridare con disperata rabbia; col cav. Spigula-Nonnis lì a
piè del letto, che lo chiamava «Eccellenza», non fiatava
nemmeno: guardava fisso, attento, quasi meravigliato,
innanzi a sé, con le labbra sfiorate da un leggero sorriso.
Sì, la presenza di quell'uomo squallido, allampanato, miope,
lo teneva per un filo, esilissimo ormai, su la scena,
investito della sua parte, fino all'ultimo. L'esilità di
questo filo gli esasperava internamente di punto in punto
l'angoscia e il terrore, poich'egli non poteva non sentir
vano, vano e disperato lo sforzo con cui tutta l'anima sua
si aggrappava ad esso, simile in tutto a quello, cui tante
volte aveva assistito con curiosità crudele, di qualche
bestiolina agonizzante, d'un insetto caduto nell'acqua,
appeso a un bioccolo, a un peluzzo natante.
Tutte quelle cose, con le quali aveva riempito il vuoto, in
cui davanti a gli occhi gli vaneggiava ora la vita, erano
impersonate nel cav. Spigula-Nonnis: la sua autorità, il suo
prestigio, cose vane che gli venivano meno, che non avevano
più pregio, ma che tuttavia sul vuoto che tra poco lo
avrebbe inghiottito campeggiavano come larve di sogno,
parvenze di vita, che per poco ancora, dopo la sua morte,
egli poteva prevedere si sarebbero agitate attorno a lui,
attorno al suo letto, attorno alla sua bara.
Quel cav. Spigula-Nonnis, dunque, lo avrebbe lavato, vestito
e pettinato, amorosamente, ma pur con un certo ribrezzo.
Ribrezzo provava anche lui, del resto, pensando che le sue
carni, il suo corpo nudo sarebbe stato toccato dalle grosse
mani ossute e visto da quell'uomo lì. Ma non aveva altri
accanto: nessun parente, né prossimo, né lontano: moriva
solo, com'era sempre vissuto; solo, in quell'amena villetta
di Castel Gandolfo presa in affitto con la speranza che,
dopo due o tre mesi di riposo, si sarebbe rimesso in salute.
Aveva appena quarantacinque anni!
Ma s'era ucciso lui, bestialmente, con le sue mani; se l'era
troncata lui l'esistenza, a furia di lavoro e di lotta
testarda, accanita. E quando alla fine era riuscito a
strappar la vittoria, aveva la morte dentro, la morte, la
morte che gli s'era insinuata da un pezzo nel corpo, di
soppiatto. Quand'era andato dal Re a prestare il giuramento;
quando, con un'aria di afflitta rassegnazione, ma in cuore
tutto ridente, aveva ricevuto le congratulazioni dei
colleghi e degli amici, aveva la morte dentro e non lo
sapeva. Due mesi addietro, di sera, essa gli aveva allungato
all'improvviso una strizzatina al cuore e lo aveva lasciato
boccheggiante, col capo riverso su la sua scrivania di
ministro al palazzo dei lavori pubblici.
Tutti i giornali d'opposizione, che avevano tanto malignato
su la sua nomina, qualificandola favoritismo sfacciato del
presidente del Consiglio, ora, nel dare l'annunzio della sua
morte immatura, avrebbero forse tenuto conto de' suoi
meriti, de' suoi studii lunghi e pazienti, della sua
passione costante, unica, assorbente, per la vita pubblica,
dello zelo che aveva posto sempre nell'adempimento de' suoi
doveri di deputato prima, di ministro poi, per poco. Eh, sì!
Si possono dare di queste consolazioni a uno che se n'è
andato: e tanto più poi, in quanto che l'amicizia, la famosa
protezione del presidente del Consiglio non erano arrivate
fino al punto di concedergli quell'altra di morire almeno da
ministro. Subito dopo quella sincope gli s'era lasciato
intendere con bella maniera che sarebbe stato opportuno -
oh, soltanto per riguardo alla sua salute, non per altro -
lasciare il portafoglio.
Cosicché, neanche per i giornali amici del Ministero la sua
morte sarebbe stata «un vero lutto nazionale». Ma sarebbe
stato a ogni modo per tutti «un illustre estinto»: questo
sì, senza dubbio. E tutti avrebbero rimpianto la sua
«esistenza innanzi tempo spezzata», che «certamente altri
nobili servigi avrebbe potuto rendere ancora alla patria»,
ecc., ecc.
Forse, data la vicinanza e dato il breve tempo trascorso
dalla sua uscita dal Ministero, S.E. il presidente del
Consiglio e i ministri già suoi colleghi e i
sotto-segretarii di Stato e i molti deputati amici sarebbero
venuti da Roma a vederlo morto, lì, in quella camera, che il
sindaco del paese, per farsi onore, con l'ajuto del cav.
Spigula-Nonnis, avrebbe trasformato in cappella ardente, con
cassoni di lauro e altre piante e fiori e candelabri.
Sarebbero entrati tutti a capo scoperto, col presidente del
Consiglio in testa; lo avrebbero contemplato un pezzo, muti,
costernati, pallidi, con quella curiosità trattenuta
dall'orrore istintivo, che tante volte egli stesso aveva
provato davanti ad altri morti. Momento solenne e
commovente.
- «Povero Ramberti!»
E tutti si sarebbero quindi ritirati di là ad aspettare
ch'egli fosse chiuso nella cassa già pronta.
Valdana, la sua città natale, Valdana che da quindici anni
lo rieleggeva deputato, Valdana per cui aveva fatto tanto,
avrebbe certamente voluto le sue spoglie mortali; e il
sindaco di Valdana sarebbe accorso con due o tre consiglieri
comunali per accompagnare la salma.
L'anima... eh, l'anima, partita da un pezzo, e chi sa dove
arrivata...
- L'on. Costanzo Ramberti strizzò gli occhi. Volle
ricordarsi d'una vecchia definizione dell'anima, che lo
aveva molto soddisfatto, quand'era ancora studente di
filosofia all'Università: «L'anima è quell'essenza che si
rende in noi cosciente di se stessa e delle cose poste fuori
di noi». Già! Così... Era la definizione d'un filosofo
tedesco.
«Quell'essenza?» pensò adesso. «Che vuol dire? Quella certa
cosa "che è", innegabilmente, per la quale io, mentre sono
vivo, differisco da me quando sarò morto. È chiaro! Ma
questa essenza dentro di me è per se stessa o in quanto io
sono? Due casi. Se è per sé, e soltanto dentro di me si
rende cosciente di se stessa, fuori di me non avrà più
coscienza? E che sarà dunque? Qualche cosa che io non sono,
che essa medesima non è, finché mi rimane dentro. Andata
fuori, sarà quel che sarà... seppure sarà! Perché c'è
l'altro caso: che essa cioè sia in quanto io sono; sicché,
dunque, non essendo più io...»
- Cavaliere, per favore, un sorso d'acqua...
Il cav. Spigula-Nonnis balzò in piedi quant'era lungo,
riscotendosi dal torpore; gli porse l'acqua; gli chiese
premuroso:
- Eccellenza, come si sente?
L'on. Costanzo Ramberti bevve due sorsi: poi, restituendo il
bicchiere, sorrise pallidamente al suo segretario, richiuse
gli occhi, sospirò:
- Così...
Dov'era arrivato? Doveva partire per Valdana. La salma...
Sì, meglio tenersi alla salma soltanto. Ecco: la prendevano
per la testa e per i piedi. Nella cassa era già deposto un
lenzuolo zuppo d'acqua sublimata, nel quale la salma sarebbe
stata avvolta. Poi lo stagnajo... Come si chiamava quello
strumento rombante con una livida lingua di fuoco? Ecco la
lastra di zinco da saldare su la cassa; ecco il coperchio da
avvitare...
A questo punto, l'on. Costanzo Ramberti non vide più se
stesso dentro la cassa: rimase fuori e vide la cassa, come
gli altri la avrebbero veduta: una bella cassa di castagno,
in forma d'urna, levigata, con borchie dorate. I funerali e
il trasporto sarebbero stati certamente a spese dello Stato.
E la cassa, ecco, era sollevata: attraversava le camere,
scendeva stentatamente le scale della villetta, attraversava
il giardino, seguita da tutti i colleghi di nuovo a capo
scoperto col presidente del Consiglio innanzi a tutti; era
introdotta nel carro del Municipio tra la curiosità timorosa
e rispettosa di tutta la popolazione accorsa allo spettacolo
insolito.
Qui ancora l'on. Ramberti lasciò cacciar dentro del carro la
cassa e rimase fuori a vedere il carro che, accompagnato da
tanto popolo, scendeva lentamente, con solennità, dal borgo
alla stazione ferroviaria. Un vagone di quelli con la
scritta>Cavalli 8, Uomini 40, era bell'e pronto, con le assi
inchiodate per chiudervi il feretro. L'on. Costanzo Ramberti
rivide la propria cassa tratta fuori del carro e la seguì
entro il vagone nudo e polveroso, che certamente a Roma
sarebbe stato addobbato e parato con tutte le corone che il
Re e il Consiglio dei ministri, il Municipio di Valdana e
gli amici avrebbero inviato. Partenza!
E l'on. Costanzo Ramberti seguì il treno, col suo
carro-feretro in coda, per tanta e tanta via, fino alla
stazione di Valdana, gremita anch'essa di popolo. Ecco, a
uno a uno, i suoi più fedeli e affezionati amici,
consiglieri provinciali e comunali, alcuni un po' goffi
nell'insolito abito nero o col cappello a stajo. Il
Robertelli... eh, sì!... lui sì... caro Robertelli...
piangeva, si faceva largo...
- Dov'è? dov'è?
Dove poteva essere? Là, nella cassa, caro Robertelli. Eh,
uno alla volta...
Ma l'on. Costanzo Ramberti vedeva quella scena, come se egli
veramente non fosse dentro la cassa, che pur pesava, sì, sì,
pesava e lo dimostravano chiaramente gli uscieri del
Municipio in guanti bianchi e livrea, che stentavano a
caricarsela sulle spalle.
Vedeva... uh, il Tonni, che ogni volta, poveretto, usciva di
casa coi minuti contati dalla moglie ferocemente gelosa -
eccolo lì, irrequieto, sbuffava, cavava fuori ogni momento
l'orologio, maledicendo al ritardo di un'ora con cui il
treno era arrivato, e a cui certo la moglie non avrebbe
creduto. Eh, pazienza, caro Tonni, pazienza! Avrai dalla
moglie una scenata; ma poi ti rappacificherai. Rimani vivo,
tu. All'altro mondo, invece, non si rivà due volte. Vorresti
per l'amico tuo, che pur ti fece tanti favori, un funerale
spiccio spiccio? Lasciaglielo fare con pompa e solennità...
Vedi? ecco il signor prefetto... Largo, largo! Uh, c'è anche
il colonnello... Ma già! gli toccava anche l'accompagnamento
militare. E c'è anche tutta la scolaresca, con le bandiere
dei varii istituti; e quant'altre bandiere di sodalizii! Sì,
perché egli veramente pur tutto inteso ai problemi più alti
della politica, alle questioni più ardue dell'economia
sociale, non aveva mai trascurato gl'interessi particolari
del collegio, che di molti beneficii doveva essergli grato a
lungo. E Valdana forse gli avrebbe dimostrato questa
gratitudine con qualche ricordo marmoreo nella villa
comunale o intitolando dal nome di lui qualche via o qualche
piazza; e, intanto, con quelle esequie solenni... Rivide col
pensiero la via principale della città tutta imbandierata a
mezz'asta:
VIA COSTANZO RAMBERTl
E le finestre gremite di gente in attesa del carro tirato da
otto cavalli bardati, coperto di corone; e tanti per via che
si mostravano a dito quella del Re, bellissima fra tutte. Il
cimitero era laggiù, dietro il colle, fosco e solitario. I
cavalli andavano a passo lento, quasi per dargli il tempo di
godere di quegli estremi onori che gli si rendevano e che
gli prolungavano d'un breve tratto ancora la vita oltre la
fine...
Inizio
pagina
II.
Tutto questo l'on. Costanzo Ramberti immaginò alla
vigilia della morte. Un po' per colpa sua, un po' per
colpa d'altri, la realtà non corrispose interamente a
quanto egli aveva immaginato.
Già morì di notte, non si sa se durante il sonno; certo
senza farsi sentire dal cav. Spigula-Nonnis che, vinto
dalla stanchezza, s'era profondamente addormentato sulla
poltrona a piè del letto. Questo sarebbe stato poco
male, in fondo, se il cav. Spigula-Nonnis, svegliandosi
di soprassalto verso le quattro del mattino e trovandolo
già freddo e duro, non fosse rimasto straordinariamente
impressionato, prima da uno strano ronzio nella camera,
poi dalla luna piena, che, nel declinare, pareva si
fosse arrestata in cielo a mirare quel morto sul letto,
attraverso i vetri della finestra rimasta per
inavvertenza con gli scuri aperti. Il ronzio era d'un
moscone, a cui egli col suo destarsi improvviso aveva
rotto il sonno.
Quando, all'alba, accorse il sindaco Agostino Migneco,
chiamato in fretta in furia dal cameriere, il cav.
Spigula-Nonnis:
- C'era la luna... c'era la luna...
Non sapeva dir altro.
- La luna? che luna?
- Una luna!... una luna!...
- Va bene, c'era la luna... ma, caro signore, qua
bisogna spedire un telegramma d'urgenza a S.E. il
presidente della Camera; un altro a S.E. il presidente
del Consiglio; un altro al sindaco di... di dov'era
deputato Sua Eccellenza?
- Valdana... (Che luna!)
- Lasci stare la luna! Dunque al sindaco di Valdana, si
dice: e tre, tutti d'urgenza: per dar l'infausto
annunzio alla cittadinanza, mi spiego? a gli elettori...
Avrà da fare quel sindaco! Si sbrighi, per carità!
Bisognerà fare aprire l'ufficio telegrafico: si faccia
accompagnare da una guardia, a nome mio. E poi subito
qua! Bisognerà vestirlo al più presto. Vede? il cadavere
è già irrigidito.
Per miracolo il cav. Spigula-Nonnis non mise in tutti
quei telegrammi, che c'era la luna.
Davvero, per farsi onore, il sindaco Migneco avrebbe
voluto metter su una camera ardente da far restare tutti
a bocca aperta, col catafalco e ogni cosa. Ma...
paesetti; non si trovava nulla; mancavano i bravi
operai. Era corso in chiesa per qualche paramento. Tutti
damaschi rossi a strisce d'oro. Fossero stati neri!
Prese quattro candelabri dorati, roba del mille e uno...
Fiori, sì, e piante: fiori per terra, fiori sul letto:
tutta la camera piena.
La marsina intanto non si trovò nel baule, e il cav.
Spigula-Nonnis fu costretto a correre a Roma, nel
quartierino in via Ludovisi; ma non la trovò neanche là:
era nel baule, era, giù in fondo. Se aveva proprio
perduto la testa quel pover'uomo! Oh,
affezionatissimo... Lagrime a fontana. Ma la marsina si
dovette spaccare in due, di dietro (peccato, nuova
nuova!) perché le braccia del cadavere non si movevano
più. E, appena vestito, sissignori, si dovette
rispogliare e poi rivestire daccapo, perché dal
Municipio di Valdana (questo sì, come l'on. Costanzo
Ramberti aveva immaginato) giunse un telegramma
d'urgenza, nel quale si annunziava che la cittadinanza
addoloratissima con voto unanime reclamava la salma del
suo illustre rappresentante per onorarla con esequie
solenni: monumento... anche un monumento! cose grandi, e
sì, proprio una piazza, quella della Posta, ribattezzata
col nome di lui - e un medico arrivò a Roma per
praticare al cadavere alcune iniezioni di formalina,
diceva; «sformalina» avrebbe detto invece il sindaco
Migneco, col dovuto rispetto, perché, dopo quelle
iniezioni... - oh, il volto cereo, l'eleganza con cui si
era rappresentato da morto l'on. Costanzo Ramberti! Un
faccione così gli fecero, senza più né naso, né guance,
né collo, né nulla; una palla di sego, ecco. Tanto che
si pensò di nascondergli il volto con un fazzoletto.
Molti più deputati amici, di quanto l'on. Costanzo
Ramberti sapesse d'averne, accorsero la mattina seguente
a Castel Gandolfo, insieme coi presidenti della Camera e
del Consiglio e i ministri e i sotto-segretarii di
Stato. Vennero anche alcuni senatori, tra i meno vecchi,
e una frotta di giornalisti e anche due fotografi.
Era una splendida giornata.
A gente oppressa da tanti gravi problemi sociali,
intristita da tante brighe quotidiane, doveva certo far
l'effetto d'una festa quel tuffo nell'azzurro, la vista
deliziosa della campagna rinverdita, dei Castelli romani
solatii, del lago e dei boschi in quell'aria ancora un
po' frizzante, ma nella quale si presentiva già l'alito
della primavera. Non lo dicevano; si mostravano anzi
compunti, ed erano forse; ma per il segreto rammarico
d'aver consumato e di consumare tuttavia in lotte vane e
meschine l'esistenza così breve, così poco sicura, e che
pur sentivano cara, lì, in quella fresca, ariosa
apparizione incantevole.
Un certo conforto veniva loro dal pensiero che essi ne
potevano godere ancora, pur fuggevolmente, mentre quel
loro compagno, no.
E così confortati, in fatti, a poco a poco, durante il
breve tragitto cominciarono a conversare lietamente, a
ridere, grati a quei cinque o sei più sinceri, che per i
primi avevano rotto l'aria di compunzione con qualche
frizzo e ora seguitavano a far da buffoni.
Pure, di tratto in tratto, come se dagli usciolini delle
vetture intercomunicanti si affacciasse la testa di
Costanzo Ramberti, le conversazioni gaje e le risate
cadevano; e avvertivano tutti quasi uno smarrimento, un
disagio impiccioso, segnatamente coloro che non avevano
proprio alcuna ragione di trovarsi lì, tranne quella di
fare una gita in larga compagnia, notoriamente
avversarii del Ramberti o denigratori di lui in segreto.
Avvertivano costoro che la loro presenza violentava
qualche cosa. Che cosa? l'aspettazione del morto,
l'aspettazione d'uno che non poteva più protestare e
cacciarli via, svergognandoli?
Ma era, sì o no, una visita funebre, quella?
Se era, via! un morto non si va a visitarlo così,
chiacchierando allegramente e ridendo.
Tutti quei colleghi là, amici e non amici, ignoravano la
rappresentazione che il povero Ramberti si era fatta,
alla vigilia della morte, di quella loro visita,
naturalmente secondo il carattere che essa avrebbe
dovuto avere, di tristezza, di rimpianto, di
commiserazione per lui. La ignoravano; e tuttavia, per
il solo fatto che essa ora si effettuava, non potevano
non avvertire di tratto in tratto, che era sconveniente
il modo con cui si effettuava; e i non amici non
potevano non avvertire che essi vi erano di più, e che
commettevano una violenza.
Appena scesi alla stazione di Castel Gandolfo tutti però
si ricomposero, riassunsero l'aria grave e compunta, si
vestirono della solennità del momento luttuoso,
dell'importanza che dava loro la folla rispettosa,
accorsa per assistere all'arrivo.
Guidati dal sindaco Migneco e dai consiglieri comunali,
affocati in volto, tutti in sudore, coi polsini che
scappavan fuori dalle maniche e il giro delle cravatte
dai colletti, ministri e deputati si recarono a piedi,
in colonna, coi due presidenti in testa, fra due ali e
un codazzo enorme di popolo, alla villa del Ramberti.
Quest'arrivo, questa entrata nel paese imbandierato a
lutto, questo corteo, furono realmente di gran lunga
superiori a quanto il Ramberti aveva immaginato. Se non
che, proprio nel momento più solenne, allorché il
presidente della Camera e quello del Consiglio con tutti
i ministri e i sotto-segretarii e i deputati e la folla
dei curiosi entrarono nella camera ardente, a capo
scoperto, accadde una cosa che l'on. Ramberti non si
sarebbe potuto mai immaginare: una cosa orribile, nel
silenzio quasi sacro di quella scena: un improvviso
borboglio lugubre, squacquerato, nel ventre del
cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che
era stato?
- Digestio post mortem, - sospirò, dignitosamente in
latino, uno di essi, ch'era medico, appena poté
rimettersi un po' di fiato in corpo.
E tutti gli altri guatarono sconcertati il cadavere, che
pareva si fosse coperto il volto col fazzoletto, per
fare, senza vergogna, una tal cosa in faccia alle
supreme autorità della nazione. E uscirono, gravemente
accigliati, dalla camera ardente.
Quando, tre ore dopo, alla stazione di Roma, il cav.
Spigula-Nonnis, vide con infinita tristezza allontanarsi
tutti coloro che erano venuti a Castel Gandolfo, senza
volgere nemmeno uno sguardo, un ultimo sguardo d'addio
al carro, ove S.E. l'on. Ramberti era chiuso, ebbe
l'impressione d'un tradimento. Era tutto finito così?
E restò, lui solo, nell'incerto, afflitto lume del
giorno morente, sotto l'alto, immenso lucernario
affumicato, a seguire con gli occhi le manovre del
treno, che si scomponeva. Dopo molte evoluzioni su per
le linee intricate, vide alla fine quel carro lasciato
in capo a un binario, in fondo, accanto a un altro, su
cui già era incollato un cartellino con la scritta
Feretro.
Un vecchio facchino della stazione, mezzo sciancato e
asmatico, venne col pentolino della colla ad attaccare
anche sul carro dell'on. Ramberti lo stesso cartellino,
e se ne andò. Il cav. Spigula-Nonnis si accostò per
leggerlo con gli occhi miopi: lesse più su: «Cavalli 8,
Uomini 40» e scrollò il capo e sospirò. Stette ancora un
pezzo, un lungo pezzo a contemplare quei due
carri-feretro lì accanto.
Due morti, due già andati, che dovevano ancora
viaggiare!
E sarebbero rimasti lì, soli, quella notte, tra il
frastuono dei treni in arrivo e in partenza, tra l'andar
frettoloso dei viaggiatori notturni; lì stesi, immobili,
nel bujo delle loro casse, fra il tramenio incessante
d'una stazione ferroviaria. Addio! addio!
E anche lui, il cav. Spigula-Nonnis, se ne andò. Se ne
andò angosciato. Per via però, comperati i giornali
della sera, si riconfortò nel vedere le lunghe
necrologie, che tutti recavano in prima pagina, col
ritratto dell'illustre estinto in mezzo.
A casa, s'immerse nella lettura di esse, e si commosse
molto al cenno, che uno di quei giornali faceva, delle
cure, dell'amorosa assistenza, della devozione, di cui
egli, il cav. Spigula-Nonnis, aveva circondato in quegli
ultimi mesi l'on. Costanzo Ramberti.
Peccato che il Nonnis del suo cognome fosse stampato con
un'«enne» sola!
Ma si capiva ch'era lui.
Rilesse quel cenno, a dir poco, una ventina di volte; e,
ridisceso su la via, per recarsi a cenare alla solita
pensione, volle prima di tutto comperare in un'edicola
altre dieci copie di quel giornale, per mandarle a
Novara, il giorno appresso, ai parenti, a gli amici, con
l'«enne» aggiunta, s'intende, e il passo segnato con un
tratto di lapis turchino.
Grandi elogi, grandi elogi facevano tutti dell'on.
Costanzo Ramberti: il compianto era unanime, e
debitamente erano messi in rilievo i meriti, lo zelo,
l'onestà. Tutto, come l'on. Costanzo Ramberti s'era
figurato. C'era «l'esistenza innanzi tempo spezzata» e
c'erano «i grandi servigi che certamente egli avrebbe
potuto rendere ancora alla patria». E i telegrammi di
Valdana parlavano della profonda costernazione della
cittadinanza al ferale annunzio, delle straordinarie,
indimenticabili onoranze che la città natale avrebbe
fatto al suo Grande Figlio, e annunziavano che già il
sindaco, una rappresentanza del Consiglio comunale e
altri egregi cittadini, devoti amici dell'illustre
estinto, erano partiti alla volta di Roma per scortare
il cadavere.
Rincasando verso la mezzanotte, nel silenzio delle vie
deserte, vegliate lugubremente dai lampioni, il cav.
Spigula-Nonnis ripensò ai due carri-feretro là in capo a
un binario della stazione, in attesa. Se quei due morti
avessero potuto farsi compagnia, conversando tra loro,
per ingannare il tempo! Sorrise mestamente, a questo
pensiero, il cav. Spigula-Nonnis. Chi sa chi era
quell'altro, e dove sarebbe andato a finire... Stava lì,
quella notte, senza alcun sospetto dell'onore che gli
toccava, d'avere accanto uno che riempiva di sé, in quel
momento, tutti i giornali d'Italia, e che il giorno
appresso avrebbe avuto accoglienze trionfali da tutta
una città che lo piangeva.
Poteva mai passare per il capo ai cav. Spigula-Nonnis,
che il carro-feretro dell'on. Costanzo Ramberti, verso
le due, da alcuni ferrovieri cascanti a pezzi dal sonno
dovesse essere agganciato al treno che partiva in
quell'ora per l'Abruzzo, e che l'illustre estinto
dovesse così essere sottratto alle accoglienze
trionfali, alle onoranze solenni della sua città natale?
Ma l'on. Costanzo Ramberti, uomo politico, già salito al
potere, addentro perciò «nelle segrete cose», l'on.
Costanzo Ramberti che conosceva tutte le magagne del
servizio ferroviario, avrebbe potuto prevedere
facilmente un simile tradimento. Dati due carri-feretro
in attesa in una stazione di tanto traffico, niente di
più facile e di più ovvio, che uno fosse spedito al
destino dell'altro, e viceversa.
Chiuso, inchiodato lì nel suo carro, ora, egli non poté
protestare contro quello scambio indegno, allo strappo
che sei facchini bestiali facevano in quel momento di
tutte le gramaglie, di cui la sua Valdana si parava
quella notte, per accoglierlo solennemente il giorno
appresso. E in coda a quel treno che partiva per
l'Abruzzo, quasi vuoto, e che, coi freni logori, finiva
di sconquassare le povere, vecchie, sporche vetture di
cui era composto, gli toccò a viaggiare per tutto il
resto della notte, via lentamente, via lugubremente,
verso la destinazione di quell'altro morto, ch'era un
giovine seminarista di Avezzano, per nome Feliciangiolo
Scanalino.
Naturalmente, il carro feretro di questo, la mattina
dopo, fu adornato con magnificenza, sotto la vigilanza
dello stesso capo della casa di pompe funebri, che si
era assunto l'incarico del funerale a spese dello Stato.
Paramenti ricchissimi di velluto con frange d'argento, a
padiglione, e veli e nastri e palme! Sul feretro,
coperto da una splendida coltre, la sola corona del Re;
ai due lati, quelle dei presidenti della Camera e del
Consiglio dei ministri. Circa una settantina di altre
corone furono allogate nel carro appresso.
E alle otto e mezzo precise innanzi a gli occhi ammirati
d'una vera folla d'amici dell'on Costanzo Ramberti,
Feliciangiolo Scanalino partì verso le onoranze solenni
di Valdana.
Quando, verso le tre del pomeriggio, il treno arrivò
alla stazione di Valdana, rigurgitante di popolo
commosso, il sindaco, che aveva accompagnato la salma
con la rappresentanza comunale, fu chiamato
misteriosamente in disparte, nella sala del telegrafo,
dal capo-stazione, che tremava tutto, pallidissimo. Era
arrivato dalla stazione di Roma un telegramma, che
avvertiva in gran segreto dello scambio dei vagoni
mortuarii. La salma dell'on. Ramberti si trovava alla
stazione d'Avezzano.
Il sindaco di Valdana restò come basito.
E come si faceva adesso con tutto il popolo lì in
attesa? con la città parata?
- Commendatore, - suggerì sottovoce il capostazione,
ponendosi una mano sul petto, - lo so io solo e il
telegrafista, qua; anche a Roma e ad Avezzano, il
capo-stazione e il telegrafista. Commendatore, è
interesse nostro, dell'Amministrazione ferroviaria,
tener segreta la cosa. Si affidi!
Che altro si poteva fare in un frangente come quello? E
l'innocente seminarista Feliciangiolo Scanalino ebbe le
accoglienze trionfali della città di Valdana, nel carro
funebre che pareva una montagna di fiori, tirato da otto
cavalli; ebbe la corona del Re; ebbe l'elogio funebre
del sindaco, ebbe l'accompagnamento di tutto un popolo
fino al cimitero.
L'on. Costanzo Ramberti viaggiava frattanto, da
Avezzano, nel carro nudo e polveroso Cavalli 8, Uomini
40, senza un fiore, senza un nastro: povera spoglia
rimandata via, sballottata fuori di strada, per luoghi
così lontani dal suo destino.
Arrivò di notte alla stazione di Valdana. Il solo
sindaco e quattro fidati beccamorti erano ad aspettarla
alla stazione, e zitti zitti, col passo dei ladri che
sottraggono alla vista dei doganieri un contrabbando, su
e giù per viottoli di campagna stenebrati a malapena da
un lanternino, se la portarono al camposanto e la
seppellirono, traendo un gran sospiro di sollievo.