Novelle per un anno - 1928 - La giara
11. Tirocinio
Da una settimana vedevamo Carlino Sgro per il Corso, per Via
Nazionale, per Via Ludovisi, passare in botte, di galoppo,
accanto a un enorme mammifero in gonnella. Le lunghe piume
nere del cappellaccio, che pareva un nido di corvi, le
svolazzavano al vento.
Tutta la gente si fermava a mirare con occhi spalancati, a
bocca aperta.
Noi amici, quasi sgomenti, nel vedercelo passar davanti, gli
lanciavamo ogni volta un grido affettuoso o lo chiamavamo
per nome, tendendogli le braccia; e lui, lui subito si
voltava a salutarci con larghi e ripetuti gesti, che ci
pareva invocassero disperatamente ajuto.
Carlino Sgro da due anni aveva lasciato Roma per Milano, e
non s'era più fatto vivo con nessuno di noi. Ora,
d'improvviso, rieccolo a Roma, in quella turbinosa
apparizione che aveva del tragico e del carnevalesco.
Qualcuno di noi finse di mostrarsene seriamente
impensierito. Senza dubbio Carlino era in pericolo; dovevamo
salvarlo a ogni costo da quel mostro che lo aveva rapito e
se lo trascinava chi sa a qual bufera infernale. Come
salvarlo? Ma volando a San Marcello, perdio, a denunziare il
ratto alla questura, o piuttosto, assaltando, là,
senz'altro, la carrozza e strappando, a viva forza, la
vittima dalle braccia di quell'orribile mostro.
Discutevamo ancora, al Circolo, sul partito da prendere,
quand'ecco - fresco e sorridente - Carlino Sgro davanti a
noi.
Gli saltammo al collo tutti quanti insieme, baciandolo dove
ci veniva fatto, alle spalle, sul petto, sulle braccia,
sulla nuca, fino a lasciarlo per un pezzo boccheggiante come
un pesce. Per farlo rinvenire, gli rovesciammo subito
addosso una tempesta di domande insieme con gli epiteti più
graziosi, con cui eravamo soliti d'accoglierlo ogni sera, al
Circolo, quand'egli stava a Roma: - Vecchia canaglia! Mummia
inglese! Orangutàn! Figlio di Nouma Hawa! - ecc. ecc.
(Veramente Carlino Sgro pare una scimmia e pare un inglese:
una scimmia, perché - non ci ha colpa - ha la bocca per lo
meno quattro dita sotto al naso; un inglese, perché biondo,
con gli occhi ceruli, e perché nessun inglese al mondo ha
mai vestito e camminato più inglesemente di lui.)
Chi lo crederebbe? Si mostrò stupito della profonda
costernazione in cui noi tutti eravamo stati per lui
un'intera settimana.
- Come! - esclamò. - Ma quella è la Montroni, signori miei!
Non conoscete la Montroni?
Ci guardammo tutti negli occhi. Nessuno di noi conosceva la
Montroni. Solo Carinèi domandò:
- Pompea Montroni, la cantante?
Sgro indignato e stizzito, diede una spallata:
- Ma celebre, perdio! Soprano di cartello! Dite sul serio o
siete della Papuasia? Non la ricordate più nella Gioconda?
Era il nostro cavallo di battaglia! L'amo come il fulgor del
creato... Faceva tremare la Scala e il San Carlo.
- Faceva? Dunque ora è sfiatata?
Carlino Sgro atteggiò la faccia di fierissimo disprezzo e
rispose:
- Vi prego di credere che la nostra voce è ancora
divinamente bella, più divinamente bella di quando facevamo
andare in visibilio le platee del mondo intero, e ci
staccavano i cavalli dalla vettura. Ma abbiamo una piccola
palpitazione di cuore, un disturbetto cardiaco che non è
nulla, rassicuratevi, ma che potrebbe diventare grave. Dio
liberi e anche... sì, anche fatale, ci hanno detto i medici,
se seguitiamo a rimanere nell'arte e a cantare. Così, per
prudenza, ci siamo ritirati.
- E tu, vecchio scimmione, - gli gridammo, - hai il coraggio
di scarrozzarti per il Corso quella carcassa sfiatata? E non
ti vergogni?
- Vedo, - disse Carlino Sgro addoloratissimo, - che voi
malignate, amici miei. Vi compatisco. Ah che vuol dire non
vivere a Milano!
Casa Castiglione Montroni, signori, è a Milano tra le più
rispettabili e rispettate. Pompea Montroni è donna
esemplare. Forse non c'è bisogno di dirlo, perché... - non
ridete, via! - io lo ammetto, non è più tanto bella... non è
stata mai bella, va bene così? Ma non l'avete veduta sul
palcoscenico, dove faceva una magnifica figura. Lo afferma
il marchese Colli, e mi pare che possa bastare!
Chi è il marchese Colli? Datemi tempo, santo Dio, e vi dirò
tutto. Lasciatemi intanto premetter questo: che, se io
ammiro Pompea Montroni, la ammiro, diciamo così, in blocco;
e che mi sono sempre guardato bene dal turbare la pace,
l'armonia che regnano sovrane tra lei e il suo legittimo
consorte. L'ho accompagnata qua a Roma per affari, o meglio,
per preparare una certa sorpresa, che non vi posso dire,
alla nostra piccola Medea.
Piano! Vi dirò anche chi è Medea. Ma vi faccio notare che
voi, senza saperlo, mi avete aggredito con volgari e
sanguinosi insulti. È inutile, povera gente: bisogna vivere
a Milanòoo!
Omero, come sapete, non descrive la bellezza di Elena: la
lascia argomentare da quel che dicono i vecchi di Troja,
quando la vedono apparire sulle mura, se non sbaglio. Non
sono Omero, voi non siete vecchi di Troja, ma vi giuro che
Medea è centomila volte più bella di Elena e vi prego
d'argomentare similmente quella sua divina, indescrivibile
bellezza dal vedermi ora andare attorno per le vie di Roma
con questa filuca di mammina sua. Vi basta, sì o no? Se non
vi basta
Vi dirò tutta la miseria mia.
Sappiate che da circa otto mesi io sono per lei in tirocinio
di vecchio amico di casa.
Amici miei, se io non divento al più presto vecchio amico di
casa Castiglione Montroni, vecchio amico di mammà Pompea,
sono perduto. Per me, non c'è più speranza, né salute, Medea
ha già compiuto quattordici anni.
A questo annunzio ci levammo tutti in piedi, indignati, e
coprimmo Carlino Sgro di vituperii. Egli protese le mani, si
cacciò la testa tra le spalle come una tartaruga, e gridò:
- Adagio! adagio! aspettate. Dico quattordici, perché la
mamma deve averne ancora per forza trent'otto... Non capite
niente, perdio? Ma ne ha già, per lo meno diciannove, la
quattordicenne Medea!
Non capirete certo neppure che cosa possa voler dire vecchio
amico di casa.
Veramente, per capirlo, bisognerebbe che conosceste bene
quella casa. Ma lo so io e gli altri quattro disgraziati che
sono in tirocinio, con me, a Milano.
Siamo in cinque, cari miei: un'infunata da mandare per
grazia alla forca!
Già Pompea, la madre, l'avete intraveduta. Non è niente!
Bisognerebbe che conosceste il padre, cioè il marito di
Pompea, e un po' anche il marchese Colli che abita con loro.
Il marito è un bell'uomo. Aitante nella persona, con una
magnifica barba bionda, compitissimo e pieno di dignità,
anzi di gravità quasi diplomatica. Credo che si sia fatta
apposta un po' di radura sul cranio, perché una leggera
calvizie, in certi casi e per certe professioni, è veramente
indispensabile. Non vi potete figurare con che aria
d'importanza e che cipiglio vi dica, inserendo due dita tra
i bottoni del panciotto:
- Caldo, quest'oggi.
Inizio
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Si chiama Michelangelo. Di casato Castiglione,
nientemeno. Secondo me, è l'uomo più straordinario che
viva di questi tempi in Europa. Straordinario per la
serietà con cui si vendica di ciò che gli hanno fatto
fare.
Dovete sapere che, or saranno circa vent'anni, Pompea
Montroni andò a cantare a Parma nella Gioconda. Vi fece
furore, si sa! E il marchese Colli - Mino Colli - la
vide dalla barcaccia, e se ne innamorò; poi la vide in
camerino, e non si spaventò. Non si spaventò perché la
vanità di ricco nobiluccio di provincia gliela fece
vedere, anche lì da vicino, come la vedevano gli amici
della barcaccia, gli amici che allora lo invidiavano e
lo stimavano l'uomo più fortunato del mondo.
La grande Pompea, naturalmente, non se lo lasciò
scappare. Considerando però la propria corporatura e
prevedendo che, a lungo andare, egli per troppa
abbondanza avrebbe forse perduto l'appetito, trovò
subito in sé da mettergli a disposizione una figliuola
piccolina. Niente di male!
Piccolino, difatti, lui; ma panciutello, tutto
panciutello, anche nella faccia... - tanto carino, se
vedeste! Corto di braccia, corto di gambe, s'adopera con
queste e con quelle a camminare; porta adesso le lenti
su la punta del nasetto a becco, e spesso, quando parla
tutto affannato, si spunta come può la barbetta ispida,
sale e pepe, più sale che pepe, divenuta a furia di
tagliare come una bella virgola sul primo mento. Ne ha
tre o quattro, di menti, quell'ometto lì. E tante altre
virtù che non vi dico.
Basta. Prima che la figliolina venisse al mondo, l'una e
l'altro, dopo molte lagrime da parte di lei e molte
promesse da parte di lui, si misero d'accordo per
trovarle un onesto genitore.
Non avevano che due mesi di tempo; perché, di sette
mesi, come sapete, si può nascere benissimo -
onestamente.
Michelangelo Castiglione era un genitore a spasso,
bell'uomo, v'ho detto di buoni natali, di bella
reputazione e presero lui; a patto però che facesse il
galantuomo, il padre di famiglia intemerato e
irreprensibile, il custode geloso della illibatezza
della propria casa.
Ebbene, signori, Michelangelo Castiglione è d'una
onestà, d'una illibatezza da fare spavento. Si vendica,
stando ai patti, scrupolosissimamente.
Molto impensierito della diffusione del mal costume per
opera della stampa quotidiana, proibisce alla moglie e
alla figliuola la lettura dei giornali. La piccola Medea
è stata educata secondo le rigide massime di condotta,
che a lui, fin dalla più tenera infanzia, furono
inculcate nella nobile casa paterna.
Non c'è mica bisogno d'entrare con lui in qualche
dimestichezza per sapere ch'egli non avrebbe mai e poi
mai sposato una cantante, se non gli fosse capitata la
disgrazia d'averne una figliuola. Insomma, via, egli
sposò la Montroni per scrupolo di coscienza. Non che
avesse minimamente da ridire su la condotta di lei,
badiamo! Nel mondo dell'arte, la Montroni, vera e rara
eccezione! Ma che volete? l'educazione ricevuta in casa,
i rigidi costumi della sua famiglia non gli avrebbero
consentito di farla sua moglie, per la sola ragione
ch'ella era una cantante, ecco. E se la Montroni vi
susurra in un orecchio ch'ella smise di cantare per il
disturbo cardiaco, il marito dichiara apertamente,
invece, che egli lo pose per patto, prima di sposare.
Ah, inflessibile, su questo punto, Michelangelo! Non
avrebbe potuto assolutamente tollerare che sua moglie
seguitasse a offrirsi in pascolo all'ammirazione del
pubblico, a girovagare di città in città, e che la
figliuola crescesse in quel mondo teatrale, di cui egli
sente tuttora un istintivo orrore.
Il povero marchese Colli, ponendo i patti, tutto poteva
aspettarsi tranne quest'ira di Dio. Ha cercato e credo
che cerchi tuttora di smontare in qualche modo quel
mostro d'onestà; ma non ci riesce.
Michelangelo non transige!
Capirete bene che a lui non par vero di poter fare l'onest'uomo
sul serio: ci ha preso un gusto matto; il suo amor
proprio ne gongola, c'ingrassa; e tanto il marchese
quanto la moglie e la figliuola sono divenute tre
vittime di lui.
Impossibile ribellarglisi.
Se il marchese talvolta arrischia qualche discorsetto un
po' vivace, è subito richiamato all'ordine e, non c'è
cristi, deve smettere, accucciarsi e abbozzare. Ma c'è
ben altro! Sapete fino a qual punto è arrivato
Michelangelo?
Per lui, il marchese Colli, non è che un vecchio amico
di casa Montroni, presso a poco come siamo noi, ma con
l'aggravante d'un fidanzamento fantastico con Carlotta,
che sarebbe una non meno fantastica sorella di Pompea,
crudelmente rapita dalla morte a soli diciott'anni.
Orbene, Michelangelo esige che ogni 12 aprile - presunto
anniversario di questa morte - il marchese Colli pianga.
Sicuro! Se non gli riesce di spremere qualche lagrima,
si mostri almeno addogliatissimo.
Credo che, dopo tant'anni, povero marchese, paja anche a
lui che gli sia morta sul serio la fidanzata, in quel
giorno. Ma, certe volte, si sente girar l'anima e non sa
tenersi di sbuffare, mentre Michelangelo, con gli occhi
socchiusi, tentennando il capo, sospira, geme:
- La nostra buona Carlotta! La nostra impareggiabile
Carlottina!
Non sapendo più oltre resistere a una siffatta
oppressione, Colli ha comperato ultimamente, a nome di
Michelangelo, non so più quante azioni d'una nuova
società industriale per la produzione del carburo di
calcio; e, tanto ha fatto, tanto ha detto, che è
riuscito a ficcarlo nel consiglio d'amministrazione.
Signori miei, Michelangelo Castiglione esercita ora la
sua esosa, feroce onestà anche in quel consiglio
d'amministrazione. I suoi colleghi consiglieri lo vedono
e basiscono: non respirano più! Egli si è già imposto. E
vedrete che la fama di questa sua onestà diventerà
presto popolare; lo faranno consigliere comunale, lo
eleggeranno deputato, e io non dispero di vederlo col
tempo anche ministro del regno d'ltalia. Sarà una
fortuna per la patria.
Intanto, egli salva per lo meno una volta al giorno
quella Società del carburo di calcio.
Potete immaginarvi se il marchese e tutti noi ne siamo
convinti e se lo incoraggiamo a più non posso in questa
sua provvidenziale opera di salvataggio. Da circa un
mese, difatti, oppresso dal lavoro, egli ha preso
l'abitudine di uscir di casa anche di sera, a fare una
giratina per sollievo. Ne ha tanto bisogno, pover'uomo!
Avete veduto i ragazzi di scuola, quando il maestro esce
per un momento dalla classe, dopo due o tre ore di
lezione? Così siamo noi, appena egli volta le spalle.
Per poco non ci buttiamo le braccia al collo. Ballare,
balliamo davvero. Il marchese Colli salta al pianoforte
e attacca un galoppo. Pompea voleva prima ballare anche
lei; ma quelli del piano di sotto si sono ribellati, per
fortuna. Così abbiamo una sola dama, Medea,
instancabile. Facciamo a turno.
Più di questo - ahimè - non possiamo fare, o intoppiamo
negli occhiacci dell'altro papà, meno legittimo, se
vogliamo, ma forse più naturale.
Bisogna essere ragionevoli. Il marchese Colli si è
sacrificato per quella ragazza, e vuole che ella almeno,
prima, sposi onestamente, per davvero.
Ora, riflettete. Data questa condizione di cose, chi
sarà il marito? Uno come Castiglione evidentemente; a
cui però il marchese, si spera, dopo aver sofferto un
così lungo supplizio, non porrà per patto d'essere tanto
onesto.
Comincerà allora la vera lotta, lotta accanita, fra noi
cinque che facciamo il tirocinio di vecchi amici di
casa.
Ah cari miei, mi vengono i brividi a pensarci. Perché,
parliamo sul serio, adesso. Io sono innamorato,
innamorato, innamorato di quella ragazza. Medea non è
soltanto bella, è anche buona, squisitamente buona,
piena d'ingegno e d'una leggiadria incomparabile.
Perché non la sposo? Quanto siete ingenui! Non ve l'ho
detto? Siamo in cinque! Come io non vorrei che suo
marito, domani, chiudesse la porta in faccia a me,
vecchio amico di casa; così Medea non potrebbe
permettere che la chiudessi io in faccia a quegli altri
quattro, vecchi amici di casa anche loro, vecchi amici
di mammà Pompea. Non si scherza: noi abbiamo acquistato
un titolo serio, data l'onestà di Michelangelo. Una
vecchia amicizia, come questa nostra, che dura già da
otto mesi, costa sudori di sangue.
Ne volete una prova? Che ora è? Perbacco, le dieci e
mezzo... Lasciatemi scappare! Alle undici devo andare a
prendere Pompea: abbiamo chiesto un'udienza al Santo
Padre. Ce l'ha imposta Michelangelo prima di partire.
E Carlino Sgro scappò via a gambe levate.