Home Page

Italiano

Deutsch

English

Sicilianu

Français

Portugues

Español

E-Mail

ShakespeareWeb

 

< MENU >

> La Biografia

> La Poetica

> La Storia

> Teatro

> Romanzi

> Novelle

> Poesie

> Scritti

> Discorsi

> tematiche

> Audiolibri

> Nobel

> youtube

 

Novelle per un anno - 1928 - La giara

 

10. Non è una cosa seria  Versione Tedesca

 

Perazzetti? No. Quello poi era un genere particolare.

Le diceva serio serio, che non pareva nemmeno lui, guardandosi le unghie adunche lunghissime, di cui aveva la cura più meticolosa.

È vero che poi, tutt'a un tratto, senz'alcuna ragione apparente... un'anatra, ecco, tal'e quale! scoppiava in certe risate, che parevano il verso di un'anatra; e ci guazzava dentro, proprio come un'anatra.

Moltissimi trovavano appunto in queste risate la prova più lampante della pazzia di Perazzetti. Nel vederlo torcere con le lagrime agli occhi, gli amici gli domandavano:

- Ma perché?

E lui:

- Niente. Non ve lo posso dire.

A veder ridere uno così, senza che voglia dirne la ragione, si resta sconcertati, con un certo viso da scemi si resta e una certa irritazione in corpo, che nei così detti «urtati di nervi» può diventar facilmente stizza feroce e voglia di sgraffiare.

Non potendo sgraffiare, i così detti «urtati di nervi» (che sono poi tanti, oggidì) si scrollavano rabbiosamente e dicevano di Perazzetti:

- È pazzo!

Se Perazzetti, invece, avesse detto loro la ragione di quel suo anatrare... Ma non la poteva dire, spesso, Perazzetti; veramente non la poteva dire.

Aveva una fantasia mobilissima e quanto mai capricciosa, la quale, alla vista della gente, si sbizzarriva a destargli dentro, senza ch'egli lo volesse, le più stravaganti immagini e guizzi di comicissimi aspetti inesprimibile; a scoprirgli d'un subito certe strane, riposte analogie, a rappresentargli improvvisamente certi contrasti così grotteschi e buffi, che la risata gli scattava irrefrenabile.

Come comunicare altrui il giuoco istantaneo di queste fuggevoli immagini impensate?

Sapeva bene Perazzetti, per propria esperienza, quanto in ogni uomo il fondo dell'essere sia diverso dalle fittizie interpretazioni che ciascuno se ne dà spontaneamente, o per inconscia finzione, per quel bisogno di crederci o d'esser creduti diversi da quel che siamo, o per imitazione degli altri, o per le necessità e le convenienze sociali.

Su questo fondo dell'essere egli aveva fatto studii particolari. Lo chiamava l'«antro della bestia». E intendeva della bestia originaria acquattata dentro a ciascuno di noi, sotto tutti gli strati di coscienza, che gli si sono a mano a mano sovrapposti con gli anni.

L'uomo, diceva Perazzetti, a toccarlo, a solleticarlo in questo o in quello strato, risponde con inchini, con sorrisi, porge la mano, dice buon giorno e buona sera, dà magari in prestito cento lire; ma guai ad andarlo a stuzzicare laggiù, nell'antro della bestia: scappa fuori il ladro, il farabutto, l'assassino. È vero che, dopo tanti secoli di civiltà, molti nel loro antro ospitano ormai una bestia troppo mortificata: un porco, per esempio, che si dice ogni sera il rosario.

In trattoria, Perazzetti studiava le impazienze raffrenate degli avventori. Fuori, la creanza; dentro, l'asino che voleva subito la biada. E si divertiva un mondo a immaginare tutte le razze di bestie rintanate negli antri degli uomini di sua conoscenza: quello aveva certo dentro un formichiere e quello un porcospino e quell'altro un pollo d'India, e così via.

Spesso però le risate di Perazzetti avevano una ragione, dirò così, più costante; e questa davvero non era da spiattellare, là, a tutti; ma da confidare, se mai, in un orecchio pian piano a qualcuno. Confidata così, vi assicuro che promoveva inevitabilmente il più fragoroso scoppio di risa. La confidò una volta a un amico, presso al quale gli premeva di non passare per matto.

Io non posso dirvela forte; posso accennarvela appena; voi cercate d'intenderla a volo, giacché, detta forte, rischierebbe, tra l'altro, di parere una sconcezza e non è.

Perazzetti non era uomo volgare; anzi dichiarava d'avere una stima altissima dell'umanità, di tutto quanto essa, a dispetto della bestia originaria, ha saputo fare; ma Perazzetti non riusciva a dimenticare che l'uomo, il quale è stato capace di crear tante bellezze, è pure una bestia che mangia, e che mangiando, è costretto per conseguenza a obbedire ogni giorno a certe intime necessità naturali, che certamente non gli fanno onore.

Vedendo un pover'uomo, una povera donna in atto umile e dimesso, Perazzetti non ci pensava affatto; ma quando invece vedeva certe donne che si davano arie di sentimento, certi uomini tronfii, gravidi di boria, era un disastro: subito, irresistibilmente, gli scattava dentro l'immagine di quelle intime necessità naturali, a cui anch'essi per forza dovevano ogni giorno ubbidire; li vedeva in quell'atto e scoppiava a ridere senza remissione.

Non c'era nobiltà d'uomo o bellezza di donna, che si potesse salvare da questo disastro nell'immaginazione di Perazzetti; anzi quanto più eterea e ideale gli si presentava una donna, quanto più composto a un'aria di maestà un uomo, tanto più quella maledetta immagine si svegliava in lui all'improvviso.

Ora, con questo, immaginatevi Perazzetti innamorato.

E s'innamorava, il disgraziato, s'innamorava con una facilità spaventosa! Non pensava più a nulla, s'intende, finiva d'esser lui, appena innamorato; diventava subito un altro, diventava quel Perazzetti che gli altri volevano, quale amava foggiarselo la donna nelle cui mani era caduto, non solo, ma quale amavano foggiarselo anche i futuri suoceri, i futuri cognati e perfino gli amici di casa della sposa.

Era stato fidanzato, a dir poco, una ventina di volte. E faceva schiattar dalle risa nel descrivere i tanti Perazzetti ch'egli era stato, uno più stupido e imbecille dell'altro: quello del pappagallo della suocera, quello delle stelle fisse della cognatina, quello dei fagiolini dell'amico non so chi.

Quando il calore della fiamma, che lo aveva messo per così dire in istato di fusione, cominciava ad attutirsi, ed egli a poco a poco cominciava a rapprendersi nella sua forma consueta e riacquistava coscienza di sé, provava dapprima stupore, sbigottimento nel contemplare la forma che gli avevano dato, la parte che gli avevano fatto rappresentare, lo stato d'imbecillità in cui lo avevano ridotto; poi, guardando la sposa, guardando la suocera, guardando il suocero, ricominciavano le terribili risate, e doveva scappare - non c'era via di mezzo - doveva scappare.

Ma il guajo era questo, che non volevano più lasciarlo scappare. Era un ottimo giovine, Perazzetti, agiato, simpaticissimo: quel che si dice un partito invidiabile.

I drammi attraversati in quei suoi venti e più fidanzamenti, a raccoglierli in un libro, narrati da lui, formerebbero una delle più esilaranti letture dei giorni nostri. Ma quelle che per i lettori sarebbero risa, sono state pur troppo lagrime, lagrime vere per il povero Perazzetti, e rabbie e angosce e disperazione.

Ogni volta egli prometteva e giurava a se stesso di non ricascarci più; si proponeva di escogitare qualche rimedio eroico, che gl'impedisse d'innamorarsi di nuovo. Ma che! Ci ricascava poco dopo, e sempre peggio di prima.

Un giorno, finalmente, scoppiò come una bomba la notizia, ch'egli aveva sposato. E aveva sposato nientemeno... Ma no, nessuno in prima ci volle credere! Pazzie ne aveva fatte Perazzetti d'ogni genere; ma che potesse arrivare fino a tal punto, fino a legarsi per tutta la vita con una donna come quella.

Legarsi? Quando a uno dei tanti amici, andato a trovarlo in casa, gli scappò detto così, per miracolo Perazzetti non se lo mangiò.

- Legarsi? come legarsi? perché legarsi? Stupidi, scemi, imbecilli tutti quanti! Legarsi? Chi l'ha detto? Ti sembro legato? Vieni, entra qua... Questo è il mio solito letto, sì o no? Ti sembra un letto a due? Ehi, Celestino! Celestino!

 

Inizio pagina