Novelle per un anno - 1928 - La giara
10. Non è una cosa seria

Perazzetti? No. Quello poi era un genere particolare.
Le diceva serio serio, che non pareva nemmeno lui,
guardandosi le unghie adunche lunghissime, di cui aveva la
cura più meticolosa.
È vero che poi, tutt'a un tratto, senz'alcuna ragione
apparente... un'anatra, ecco, tal'e quale! scoppiava in
certe risate, che parevano il verso di un'anatra; e ci
guazzava dentro, proprio come un'anatra.
Moltissimi trovavano appunto in queste risate la prova più
lampante della pazzia di Perazzetti. Nel vederlo torcere con
le lagrime agli occhi, gli amici gli domandavano:
- Ma perché?
E lui:
- Niente. Non ve lo posso dire.
A veder ridere uno così, senza che voglia dirne la ragione,
si resta sconcertati, con un certo viso da scemi si resta e
una certa irritazione in corpo, che nei così detti «urtati
di nervi» può diventar facilmente stizza feroce e voglia di
sgraffiare.
Non potendo sgraffiare, i così detti «urtati di nervi» (che
sono poi tanti, oggidì) si scrollavano rabbiosamente e
dicevano di Perazzetti:
- È pazzo!
Se Perazzetti, invece, avesse detto loro la ragione di quel
suo anatrare... Ma non la poteva dire, spesso, Perazzetti;
veramente non la poteva dire.
Aveva una fantasia mobilissima e quanto mai capricciosa, la
quale, alla vista della gente, si sbizzarriva a destargli
dentro, senza ch'egli lo volesse, le più stravaganti
immagini e guizzi di comicissimi aspetti inesprimibile; a
scoprirgli d'un subito certe strane, riposte analogie, a
rappresentargli improvvisamente certi contrasti così
grotteschi e buffi, che la risata gli scattava
irrefrenabile.
Come comunicare altrui il giuoco istantaneo di queste
fuggevoli immagini impensate?
Sapeva bene Perazzetti, per propria esperienza, quanto in
ogni uomo il fondo dell'essere sia diverso dalle fittizie
interpretazioni che ciascuno se ne dà spontaneamente, o per
inconscia finzione, per quel bisogno di crederci o d'esser
creduti diversi da quel che siamo, o per imitazione degli
altri, o per le necessità e le convenienze sociali.
Su questo fondo dell'essere egli aveva fatto studii
particolari. Lo chiamava l'«antro della bestia». E intendeva
della bestia originaria acquattata dentro a ciascuno di noi,
sotto tutti gli strati di coscienza, che gli si sono a mano
a mano sovrapposti con gli anni.
L'uomo, diceva Perazzetti, a toccarlo, a solleticarlo in
questo o in quello strato, risponde con inchini, con
sorrisi, porge la mano, dice buon giorno e buona sera, dà
magari in prestito cento lire; ma guai ad andarlo a
stuzzicare laggiù, nell'antro della bestia: scappa fuori il
ladro, il farabutto, l'assassino. È vero che, dopo tanti
secoli di civiltà, molti nel loro antro ospitano ormai una
bestia troppo mortificata: un porco, per esempio, che si
dice ogni sera il rosario.
In trattoria, Perazzetti studiava le impazienze raffrenate
degli avventori. Fuori, la creanza; dentro, l'asino che
voleva subito la biada. E si divertiva un mondo a immaginare
tutte le razze di bestie rintanate negli antri degli uomini
di sua conoscenza: quello aveva certo dentro un formichiere
e quello un porcospino e quell'altro un pollo d'India, e
così via.
Spesso però le risate di Perazzetti avevano una ragione,
dirò così, più costante; e questa davvero non era da
spiattellare, là, a tutti; ma da confidare, se mai, in un
orecchio pian piano a qualcuno. Confidata così, vi assicuro
che promoveva inevitabilmente il più fragoroso scoppio di
risa. La confidò una volta a un amico, presso al quale gli
premeva di non passare per matto.
Io non posso dirvela forte; posso accennarvela appena; voi
cercate d'intenderla a volo, giacché, detta forte,
rischierebbe, tra l'altro, di parere una sconcezza e non è.
Perazzetti non era uomo volgare; anzi dichiarava d'avere una
stima altissima dell'umanità, di tutto quanto essa, a
dispetto della bestia originaria, ha saputo fare; ma
Perazzetti non riusciva a dimenticare che l'uomo, il quale è
stato capace di crear tante bellezze, è pure una bestia che
mangia, e che mangiando, è costretto per conseguenza a
obbedire ogni giorno a certe intime necessità naturali, che
certamente non gli fanno onore.
Vedendo un pover'uomo, una povera donna in atto umile e
dimesso, Perazzetti non ci pensava affatto; ma quando invece
vedeva certe donne che si davano arie di sentimento, certi
uomini tronfii, gravidi di boria, era un disastro: subito,
irresistibilmente, gli scattava dentro l'immagine di quelle
intime necessità naturali, a cui anch'essi per forza
dovevano ogni giorno ubbidire; li vedeva in quell'atto e
scoppiava a ridere senza remissione.
Non c'era nobiltà d'uomo o bellezza di donna, che si potesse
salvare da questo disastro nell'immaginazione di Perazzetti;
anzi quanto più eterea e ideale gli si presentava una donna,
quanto più composto a un'aria di maestà un uomo, tanto più
quella maledetta immagine si svegliava in lui
all'improvviso.
Ora, con questo, immaginatevi Perazzetti innamorato.
E s'innamorava, il disgraziato, s'innamorava con una
facilità spaventosa! Non pensava più a nulla, s'intende,
finiva d'esser lui, appena innamorato; diventava subito un
altro, diventava quel Perazzetti che gli altri volevano,
quale amava foggiarselo la donna nelle cui mani era caduto,
non solo, ma quale amavano foggiarselo anche i futuri
suoceri, i futuri cognati e perfino gli amici di casa della
sposa.
Era stato fidanzato, a dir poco, una ventina di volte. E
faceva schiattar dalle risa nel descrivere i tanti
Perazzetti ch'egli era stato, uno più stupido e imbecille
dell'altro: quello del pappagallo della suocera, quello
delle stelle fisse della cognatina, quello dei fagiolini
dell'amico non so chi.
Quando il calore della fiamma, che lo aveva messo per così
dire in istato di fusione, cominciava ad attutirsi, ed egli
a poco a poco cominciava a rapprendersi nella sua forma
consueta e riacquistava coscienza di sé, provava dapprima
stupore, sbigottimento nel contemplare la forma che gli
avevano dato, la parte che gli avevano fatto rappresentare,
lo stato d'imbecillità in cui lo avevano ridotto; poi,
guardando la sposa, guardando la suocera, guardando il
suocero, ricominciavano le terribili risate, e doveva
scappare - non c'era via di mezzo - doveva scappare.
Ma il guajo era questo, che non volevano più lasciarlo
scappare. Era un ottimo giovine, Perazzetti, agiato,
simpaticissimo: quel che si dice un partito invidiabile.
I drammi attraversati in quei suoi venti e più fidanzamenti,
a raccoglierli in un libro, narrati da lui, formerebbero una
delle più esilaranti letture dei giorni nostri. Ma quelle
che per i lettori sarebbero risa, sono state pur troppo
lagrime, lagrime vere per il povero Perazzetti, e rabbie e
angosce e disperazione.
Ogni volta egli prometteva e giurava a se stesso di non
ricascarci più; si proponeva di escogitare qualche rimedio
eroico, che gl'impedisse d'innamorarsi di nuovo. Ma che! Ci
ricascava poco dopo, e sempre peggio di prima.
Un giorno, finalmente, scoppiò come una bomba la notizia,
ch'egli aveva sposato. E aveva sposato nientemeno... Ma no,
nessuno in prima ci volle credere! Pazzie ne aveva fatte
Perazzetti d'ogni genere; ma che potesse arrivare fino a tal
punto, fino a legarsi per tutta la vita con una donna come
quella.
Legarsi? Quando a uno dei tanti amici, andato a trovarlo in
casa, gli scappò detto così, per miracolo Perazzetti non se
lo mangiò.
- Legarsi? come legarsi? perché legarsi? Stupidi, scemi,
imbecilli tutti quanti! Legarsi? Chi l'ha detto? Ti sembro
legato? Vieni, entra qua... Questo è il mio solito letto, sì
o no? Ti sembra un letto a due? Ehi, Celestino! Celestino!
Inizio
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Celestino era il suo vecchio servo fidato.
- Di', Celestino. Vengo ogni sera a dormire qua, solo?
- Sissignore, solo.
- Ogni sera?
- Ogni sera.
- Dove mangio?
- Di là.
- Con chi mangio?
- Solo.
- Mi fai tu da mangiare?
- Io, sissignore.
- E sono sempre lo stesso Perazzetti?
- Sempre lo stesso, sissignore.
Mandato via il servo, dopo questo interrogatorio,
Perazzetti concluse, aprendo le braccia:
- Dunque...
- Dunque non è vero? - domandò quello.
- Ma sì, vero! verissimo! - rispose Perazzetti. - L'ho
sposata! L'ho sposata in chiesa e allo stato civile! Ma
che per questo? Ti pare una cosa seria?
- No, anzi ridicolissima.
- E dunque! - tornò a concludere Perazzetti. - Escimi
dai piedi! Avete finito di ridere alle mie spalle! Mi
volevate morto, è vero? col cappio sempre alla gola?
Basta, basta, cari miei! Ora mi sono liberato per
sempre! Ci voleva quest'ultima tempesta, da cui sono
uscito vivo per miracolo.
L'ultima tempesta a cui alludeva Perazzetti era il
fidanzamento con la figlia del capodivisione al
Ministero delle finanze, commendator Vico Lamanna; e
aveva proprio ragione di dire Perazzetti che ne era
uscito vivo per miracolo. Gli era toccato di battersi
alla spada col fratello di lei, Lino Lamanna; e poiché
di Lino egli era amicissimo e sentiva di non aver nulla,
proprio nulla contro di lui, s'era lasciato infilzare
generosamente come un pollo.
Pareva quella volta - e ci avrebbe messo chiunque la
mano sul fuoco - che il matrimonio dovesse aver luogo.
La signorina Ely Lamanna, educata all'inglese - come si
poteva conoscere anche dal nome - schietta, franca,
solida, bene azzampata (leggi «scarpe all'americana»),
era riuscita senza dubbio a salvarsi da quel solito
disastro nell'immaginazione di Perazzetti. Qualche
risata, sì, gli era scappata guardando il suocero
commendatore, che anche con lui stava in aria e gli
parlava alle volte con quella sua collosità pomatosa...
Ma poi basta. Aveva confidato con garbo alla sposa il
perché di quelle risate; ne aveva riso anche lei; e,
superato quello scoglio, credeva anche lui, Perazzetti,
che quella volta finalmente avrebbe raggiunto il
tranquillo porto delle nozze (per modo di dire). La
suocera era una buona vecchietta, modesta e taciturna, e
Lino, il cognato, pareva fatto apposta per medesimarsi
in tutto e per tutto con lui.
Perazzetti e Lino Lamanna diventarono infatti fin dal
primo giorno del fidanzamento due indivisibili. Più che
con la sposa si può dire che Perazzetti stava col futuro
cognato: escursioni, cacce, passeggiate a cavallo
insieme, insieme sul Tevere alla società di canottaggio.
Tutto poteva immaginarsi, povero Perazzetti, tranne che
questa volta il «disastro» dovesse venirgli da questa
troppa intimità col futuro cognato, per un altro tiro
dell'immaginazione sua morbosa e buffona.
A un certo punto, egli cominciò a scoprire nella
fidanzata una rassomiglianza inquietante col fratello di
lei.
Fu a Livorno, ai bagni, ov'era andato, naturalmente, coi
Lamanna.
Perazzetti aveva veduto tante volte Lino in maglia, alla
società di canottaggio; vide ora la sposa in costume da
bagno. Notare che Lino aveva veramente un che di
femineo, nelle anche.
Che impressione ebbe Perazzetti dalla scoperta di questa
rassomiglianza? Cominciò a sudar freddo, cominciò a
provare un ribrezzo invincibile al pensiero d'entrare in
intimità coniugale con Ely Lamanna, che somigliava tanto
al fratello. Gli si rappresentò subito come mostruosa,
quasi contro natura, quella intimità, giacché vedeva il
fratello nella fidanzata; e si torceva alla minima
carezza ch'ella gli faceva, nel vedersi guardato con
occhi ora incitanti e aizzosi, ora che s'illanguidivano
nella promessa d'una voluttà sospirata.
Poteva intanto gridarle Perazzetti:
- Oh Dio, per carità, smetti! finiamola! Io posso essere
amicissimo di Lino, perché non debbo sposarlo; ma non
posso più sposar te, perché mi parrebbe di sposare tuo
fratello?
La tortura che soffrì questa volta Perazzetti fu di gran
lunga superiore a tutte quelle che aveva sofferto per
l'innanzi. Finì con quel colpo di spada, che per
miracolo non lo mandò all'altro mondo.
E appena guarito della ferita, trovò il rimedio eroico
che doveva precludergli per sempre la via del
matrimonio.
- Ma come - voi dite - sposando?
Sicuro! Filomena: quella del cane. Sposando Filomena,
quella povera scema che si vedeva ogni sera per via,
parata con certi cappellacci carichi di verdura
svolazzante, tirata da un barbone nero, che non le
lasciava mai il tempo di finir certe sue risatelle
assassine alle guardie, ai giovanottini di primo pelo e
ai soldati, per la fretta che aveva - maledetto cane -
d'arrivare chi sa dove, chi sa a qual remoto angolo
bujo...
In chiesa e allo stato civile la sposò; la tolse dalla
strada; le assegnò venti lire al giorno e la spedì
lontano, in campagna, col cane.
Gli amici - come potete figurarvi - non gli dettero più
pace per parecchio tempo. Ma Perazzetti era ritornato
ormai tranquillo, a dirle serio serio, che non pareva
nemmeno lui.
- Sì, - diceva, guardandosi le unghie. - L'ho sposata.
Ma non è una cosa seria. Dormire, dormo solo, in casa
mia; mangiare, mangio solo, in casa mia; non la vedo;
non mi dà alcun fastidio... Voi dite per il nome? Sì: le
ho dato il mio nome. Ma, signori miei, che cosa è un
nome? Non è una cosa seria.
Cose serie, a rigore, non ce n'erano per Perazzetti.
Tutto sta nell'importanza che si dà alle cose. Una cosa
ridicolissima, a darle importanza, può diventare
seriissima, e viceversa, la cosa più seria,
ridicolissima. C'è cosa più seria della morte? Eppure,
per tanti che non le danno importanza...
Va bene; ma tra qualche giorno lo volevano vedere gli
amici. Chi sa come se ne sarebbe pentito!
- Bella forza! - rispondeva Perazzetti. - Sicuro che me
ne pentirò! Già già comincio a esserne pentito...
Gli amici, a questa uscita, levavano alte le grida:
- Ah! lo vedi?
- Ma imbecilli, - rimbeccava Perazzetti, - giusto quando
me ne pentirò per davvero, risentirò il beneficio del
mio rimedio, perché vorrà dire che mi sarò allora
innamorato di nuovo, fino al punto di commettere la più
grossa delle bestialità: quella di prendere moglie.
Coro:
- Ma se l'hai già presa!
Perazzetti :
- Quella? Eh via! Quella non è una cosa seria.
Conclusione:
Perazzetti aveva sposato per guardarsi dal pericolo di
prendere moglie.