Novelle per un anno - 1928 - La giara
7. Un' altra allodola
Luca Pelletta non avrebbe riconosciuto alla stazione di Roma
Santi Currao, se questi non gli si fosse fatto avanti
chiamandolo ripetutamente:
- Amico Pelletta! Amico Pelletta!
Intontito dal viaggio, tra la ressa e il rimescolio dei
passeggeri che gli davano la vertigine, restò a mirarlo,
sbalordito:
- Oh, tu Santi? E come mai? Così...
- Che cosa?
- Quantum mutatus ab illo!
- Ma che abillo? Gli anni, amico Pelletta!
Gli anni, sì, ma anche... - Luca lo squadrò alla luce delle
lampade elettriche. Gli anni? E quel vestito? Un gran
maestro di musica, con quella camicia, con quella giacca,
con quei calzoni e quelle scarpe? Dunque, nella miseria? E
quella barba incolta, già quasi grigia, cresciuta più sulle
gote che sul mento? e quella faccia pallida e grassa? e
quelle occhiaje gonfie intorno agli occhi acquosi? Come mai?
Era divenuto anche più corto di statura?
Sotto gli occhi di Luca Pelletta pieni di tanto stupore, le
labbra del Currao si allargarono a un ghigno muto:
- Tu sei ricco, amico Pelletta e il tempo non ti deteriora.
Andiamo, andiamo! Ma ti pongo questo patto: non una parola
sul paesaccio in cui io e tu abbiamo avuto la sciagura di
nascere. Chi è vivo è vivo, chi è morto è morto: non voglio
saperne nulla. Non c'è bisogno di prendere la vettura: sto
qua in fondo al viale. Da' a me la valigia o la cassetta.
- No, grazie: me le porto da me; non pesano molto.
- Il bagaglio lo lasci in deposito alla stazione?
- Quale bagaglio? - fece Luca Pelletta. - Ho questi due
colli soltanto: libri e biancheria.
- Ti tratterrai dunque poco?
- No, perché? Sono venuto forse per sempre.
- Così a mani vuote?
Andarono per un tratto in silenzio.
- La tua signora? - s'arrischiò a domandare Luca alla fine.
Il Currao abbassò la testa e borbottò:
- Sono solo.
- È fuori di Roma?
- È a Roma, amico Pelletta. Ti dirò a casa. Parliamo ora di
te. Ma il pretto necessario e basta. Perché sei venuto a
Roma? Sono una bestia. Dimenticavo che tu hai quattrini da
buttar via.
- T'inganni... - corresse con un sorrisetto bonario il
Pelletta. - Ho sì quanto mi basta: poco; ma io ho bisogno di
poco. Nulla da buttar via. È vero che, in compenso, ora sono
divenuto padrone del mio. Abbiamo fatto quasi un
capitombolo, sai? Per miracolo la miseria non ha battuto
alla nostra porta. Ma, in compenso, ti ripeto, ora sono
libero e padrone...
- ... del tuo. Sta bene. Ma se non sei più ricco, perché sei
venuto a Roma?
- Vedrai! - sospirò Luca, socchiudendo di nuovo gli occhi
misteriosamente. - È la mia città. L'ho sempre sognata.
- Amico Pelletta, ho un vago sospetto, - riprese Santi
Currao. - Ti fiuto: tu puzzi. Di' la verità, sei più
miserabile di me?
- No, perché? - fece Luca, istintivamente; subito si
riprese: - Forse no...
- Questo tuo, di' un po', a quanto ammonta?
- Rendituccia modesta, ma sicura: cinque lire al giorno. Mi
bastano.
Santi Currao sghignò forte, squassando la testa.
- Centocinquanta lire al mese?! E che te ne fai?
Arrivati in fondo al viale, il Currao si cacciò nel
portoncino di casa e, prima di mettersi a salire, disse a
Luca:
- Ti prego di parlare sottovoce.
Inizio
pagina
Un camerotto squallido, sudicio, in disordine, con un
letto in un angolo, non rifatto chi sa da quanti giorni;
un tavolino rustico, senza tappeto, presso l'unica
finestra; un attaccapanni appeso alla parete; seggiole
impagliate; un lavamano.
Santi Currao accese il lume sul tavolino, e invitò
l'amico a sedere.
- Se vuoi lavarti, lì c'è l'occorrente.
- E... non hai uno specchio? - domandò afflitto e reso
timido da tanta miseria, Luca, guardando in giro le
pareti polverose.
- Pago dodici lire al mese, amico Pelletta, e non sono
rispettato. Do qualche lezione di musica, e non mi
pagano; viene la fine del mese, e io non pago; e più non
pago, e meno sono rispettato. Avevo lì, presso
l'asciugamani, uno specchio, se non m'inganno. Se lo
sono portato via.
- E come fai per guardarti? - domandò Luca, costernato.
- Non ci penso neppure!
- Fai male, Santi! Perché, il fisico...
- Il vero fisico è il pane, amico Pelletta! - sentenziò
bruscamente il Currao.
- Ah, nego, nego... - fece Luca. - Non solo pane vivit
homo...
- E intanto, - concluse Santi, - prima base, ci vuole il
pane. Non dire sciocchezze e, per giunta, in latino.
Rimasero un buon pezzo in penoso silenzio. Santi Currao
sedette presso il tavolino, con la testa bassa e gli
occhi fissi sul pavimento. Luca Pelletta dritto sulla
vita, accigliato, lo esaminava.
- E dunque... la tua signora?
Il Currao alzò il testone e guardò un pezzo negli occhi
l'amico. - E dalli con la mia signora! - Si scoprì il
capo solennemente; si batté più volte l'ampia fronte
rischiarata dal lume:
- Vedi? Cervo! - esclamò; e le grosse pallide labbra,
allargandosi a un orribile ghigno, scoprirono i denti
serrati, gialli dai lunghi digiuni.
Luca Pelletta lo guardò perplesso, quasi consigliandosi
con l'espressione del volto del Currao, se dovesse
riderne o no.
- Cervo! cervo! - ripeté Santi, confermando col capo più
volte di seguito. - E non l'ho cacciata io, sai! Se n'è
andata via lei, da sé. Io sono così; - aggiunse,
afferrandosi con ambo le mani la barbaccia incolta su le
gote, - ma mia moglie era una bella e rispettabilissima
signora! La povertà, amico Pelletta. Senza la povertà,
forse non l'avrebbe fatto. Non era poi tanto cattiva, in
fondo. È vero che io per lei fui marito esemplare: le
portavo tutto quel po' che guadagnavo... tranne qualche
soldo per mantenermi l'occhio vivo. Ma è pur vero che
l'uomo, per quanto porco sia, vale sempre mille volte
più di qualunque donna. Dici di no, amico Pelletta?
Ebbene, chi sa? forse no. Non si può dire. La povertà,
capisci? Che fa il ferro al fuoco? Si torce. Ebbene, e
tu, marito, arrivi fino al punto di dire a tua moglie:
M'hai fatto le corna? T'hanno procacciato pane? Sì? E
allora hai fatto benone! Danne un pezzetto anche a me!
Si alzò, e si mise a passeggiare per la camera, col
testone sul petto e le mani dietro la schiena.
- E ora... che fa? - domandò timidamente Luca.
Il Currao seguitò a passeggiare, come se non avesse
udito la domanda.
- Non sai dov'è?
Il Currao si fermò davanti al lume:
- Fa la puttana! - disse. - Non consumiamo petrolio
inutilmente! Lavati, se lo credi proprio necessario. E
usciamo. Non vuoi cenare?
- No... - rispose Luca. - Ho desinato a Napoli piuttosto
bene.
- Non ci credo.
- Parola d'onore. Di' un po', come ti sembro?
- Compassionevole, amico Pelletta!
- No, dico! ti pare che stia male in faccia?
- No: ancora non pare, - fece Santi.
- Eh sì, - affermò Luca - è un fatto che, a me, il
mangiar poco mi conferisce. Ma forse sono un po' troppo
pallido questa sera, no?
- Sei pallido, perché sei povero! - raffibbiò il Currao.
- Via, usciamo! Tu vuoi certo vedere il Colosseo al lume
di luna.
Luca accettò con entusiasmo la proposta, e s'avviarono
in silenzio.
Davanti alla soglia di casa, il Pelletta trattenne per
un braccio l'amico, poi gli batté la spalla con una mano
e gli disse, socchiudendo gli occhi:
- Santi, risorgeremo! lascia fare a me!
- Statti quieto... - brontolò il Currao.
E tutti e due si perdettero nell'ombra.