Novelle per un anno - 1928 - La giara
6. La morta e la viva
La tartana, che padron Nino Mo dal nome della prima moglie
aveva chiamata «Filippa», entrava nel piccolo molo di Porto
Empedocle tra il fiammeggiar d'uno di quei magnifici
tramonti del Mediterraneo che fanno tremolare e palpitare
l'infinita distesa delle acque come in un delirio di luci e
di colori. Razzano i vetri delle case variopinte; brilla la
marna dell'altipiano a cui il grosso borgo è addossato;
risplende come oro lo zolfo accatastato su la lunga
spiaggia; e solo contrasta l'ombra dell'antico castello a
mare, quadrato e fosco, in capo al molo.
Virando per imboccare la via tra le due scogliere che, quasi
braccia protettrici, chiudono in mezzo il piccolo Molo
Vecchio, sede della capitaneria, la ciurma s'era accorta che
tutta la banchina, dal castello alla bianca torretta del
faro, era gremita di popolo, che gridava e agitava in aria
berretti e fazzoletti.
Né padron Nino né alcuno della ciurma poteva mai supporre
che tutto quel popolo fosse adunato lì per l'arrivo della «Filippa»,
quantunque proprio a loro paressero rivolti le grida e quel
continuo furioso sventolio di fazzoletti e di berretti.
Supposero che qualche flottiglia di torpediniere si fosse
ormeggiata nel piccolo molo e che ora stesse per levar le
ancore salutata festosamente dalla popolazione, per cui era
una gran novità la vista d'una regia nave da guerra.
Padron Nino Mo per prudenza diede ordine s'allentasse subito
la vela, si calasse anzi addirittura, in attesa della barca
che doveva rimorchiare la «Filippa» all'ormeggio nel molo.
Calata la vela, mentre la tartana non più spinta seguitava a
filare lentamente, rompendo appena le acque che, lì chiuse
entro le due scogliere, parevano d'un lago di madreperla, i
tre mozzi, incuriositi, s'arrampicarono come scojattoli uno
alle sartie, uno all'albero fino al calcese, uno
all'antenna.
Ed ecco, a gran furia di remi, la barca che doveva
rimorchiarli, seguita da tant'altri calchi neri, che per
poco non affondavano dalla troppa gente che vi era salita e
che vi stava in piedi, gridando e accennando scompostamente
con le braccia.
Dunque proprio per loro? tanto popolo? tutto quel fermento?
e perché? Forse una falsa notizia di naufragio?
E la ciurma si tendeva dalla prua, curiosa, ansiosa verso
quelle barche accorrenti, per cogliere il senso di quelle
grida. Ma distintamente si coglieva soltanto il nome della
tartana:
- «Filippa! Filippa!».
Padron Nino Mo se ne stava in disparte, lui solo senza
curiosità, col berretto di pelo calcato fin su gli occhi,
dei quali teneva sempre chiuso il manco. Quando lo apriva,
era strabo. A un certo punto si tolse di bocca la pipetta di
radica, sputò e, passandosi il dorso della mano sugl'ispidi
peli dei baffetti di rame e della rada barbetta a punta, si
voltò brusco al mozzo che s'era arrampicato sulle sartie,
gli gridò che scendesse e andasse a poppa a sonare la
campanella dell'«Angelus».
Aveva navigato tutta la vita, profondamente compreso
dell'infinita potenza di Dio, da rispettare sempre, in tutte
le vicende, con imperturbabile rassegnazione; e non poteva
soffrire lo schiamazzo degli uomini.
Al suono della campanella di bordo si tolse la berretta e
scoprì la pelle bianchissima del cranio velata d'una peluria
rossigna vaporosa, quasi di un'ombra di capelli. Si segnò e
stava per mettersi a recitare la preghiera, allorché la
ciurma gli si precipitò addosso con visi furia risa gridi da
matti:
- Zi' Nì! Zi' Nì! la gnà Filippa! vostra moglie! la gnà
Filippa! viva! è tornata!
Padron Nino restò dapprima come perduto tra quelli che così
lo assaltavano e cercò, spaventato, negli occhi degli altri
quasi l'assicurazione che poteva credere a quella notizia
senza impazzire. Il volto gli si scompose passando in un
attimo dallo stupore all'incredulità, dall'angoscia rabbiosa
alla gioja. Poi, feroce, quasi di fronte a una
sopraffazione, scostò tutti, ne abbrancò uno per il petto e
lo squassò con violenza, gridando: - Che dite? che dite? -.
E con le braccia levate, quasi volesse parare una minaccia,
s'avventò alla prua verso quelli delle barche che lo
accolsero con un turbine di grida e pressanti inviti delle
braccia; si trasse indietro, non reggendo alla conferma
della nuova (o alla voglia di precipitarsi giù?) e si volse
di nuovo verso la ciurma come per chiedere soccorso o essere
trattenuto. Viva? come, viva? tornata? da dove? quando? Non
potendo parlare, indicava la paratia, che ne tirassero
subito l'alzaja, sì sì; e come il canapo fu preso a calare
per il rimorchio, gridò: - Reggete! - lo afferrò con le due
mani, scavalcò, e come una scimmia a forza di braccia scese
lungo l'alzaja, si buttò tra i rimorchiatori che lo
aspettavano con le braccia protese.
La ciurma della tartana restò delusa, in orgasmo, vedendo
allontanare la barca con padron Nino e, per non perdere lo
spettacolo, cominciò a gridare come indemoniata a quelli
dell'altre barchette accorse, perché raccogliessero il
canapo e rimorchiassero loro almeno la tartana al molo.
Nessuno si voltò a dar retta a quelle grida. Tutti i calchi
arrancarono dietro la barca del rimorchio, ove in gran
confusione padron Nino Mo veniva intanto ragguagliato su
quel miracoloso ritorno della moglie rediviva, che tre anni
addietro, nel recarsi a Tunisi a visitare la madre
moribonda, tutti ritenevano fosse perita nel naufragio del
vaporetto insieme con gli altri passeggeri; - e invece, no,
no, non era perita - un giorno e una notte era stata in
acqua - affidata a una tavola - poi salvata, raccolta da un
piroscafo russo che si recava in America - ma pazza - dal
terrore - e due anni e otto mesi era stata pazza in America
- a New York, in un manicomio - poi guarita aveva ottenuto
il rimpatrio dal Consolato, e da tre giorni era in paese,
arrivata da Genova.
Padron Nino Mo, a queste notizie che gli grandinavano da
tutte le parti, stordito, batteva di continuo le palpebre su
i piccoli occhi strabi; a tratti la palpebra manca gli
restava chiusa, come tirata; e tutto il volto gli fremeva,
convulso, quasi pinzato da spilli.
Il grido di uno dei calchi e le risa sguajate da cui questo
grido fu accolto: - «Due mogli, zi' Nì, allegramente!» - lo
riscossero dallo sbalordimento e gli fecero guardare con
rabbioso dispetto tutti quegli uomini, vermucci di terra
ch'egli ogni volta vedeva sparire come niente, appena
s'allontanava un po' dalle coste nelle immensità del mare e
del cielo: eccoli là, accorsi in folla al suo arrivo,
assiepati là, impazienti e vociferanti nel molo, per godersi
lo spettacolo d'un uomo che veniva a trovare a terra due
mogli; spettacolo tanto più da ridere per essi, quanto più
grave e doloroso era per lui l'impaccio. Perché quelle due
mogli erano tra loro sorelle, due sorelle inseparabili, anzi
tra loro quasi madre e figlia, avendo sempre la maggiore,
Filippa, fatto da madre a Rosa, che anche lui, sposando,
aveva dovuto accogliere in casa come una figliola; finché,
scomparsa Filippa, dovendo seguitare a vivere insieme con
lei e considerando che nessun'altra donna avrebbe potuto far
meglio da madre al piccino che quella gli aveva lasciato
ancor quasi in fasce, l'aveva sposata, onestamente. E ora? e
ora? Filippa era venuta a trovare Rosa maritata con lui e
incinta, incinta da quattro mesi! Ah, sì, c'era da ridere
veramente: un uomo, così, tra due mogli, tra due sorelle,
tra due madri. Eccole, eccole là su la banchina! ecco
Filippa! eccola là! viva! con un braccio gli fa cenni, come
per dargli coraggio; con l'altro, si regge sul petto Rosa,
la povera incinta che trema tutta e piange e si strugge
dalla pena e dalla vergogna, tra gli urli, le risa, i
battimani, lo sventolio dei berretti di tutta quella folla
in attesa.
Padron Nino Mo si scrollò tutto, rabbiosamente; desiderò che
la barca sprofondasse e gli sparisse dagli occhi quello
spettacolo crudele; pensò per un momento di saltare addosso
ai rematori e costringerli a remare indietro, per ritornare
alla tartana, per fuggirsene via lontano, lontano, per
sempre; ma sentì in pari tempo di non poter ribellarsi a
quella violenza orrenda che lo trascinava, degli uomini e
del caso; avvertì come uno scoppio interno, un intronamento,
per cui le orecchie presero a rombargli e gli s'offuscò la
vista. Si ritrovò, poco dopo, tra le braccia sul petto della
moglie rediviva, che lo superava di tutta la testa, donnone
ossuto, dalla faccia nera e fiera, maschile nei gesti, nella
voce, nel passo. Ma quand'essa, scioltolo dall'abbraccio,
lì, davanti a tutto il popolo acclamante, lo spinse ad
abbracciare anche Rosa, quella poveretta che apriva come due
laghi di lagrime i grandi occhi chiari nel viso diafano,
egli, alla vista di tanto squallore, di tanta disperazione,
di tanta vergogna, si ribellò, si chinò con un singhiozzo
nella gola a tôrsi in braccio il bambino di tre anni e
s'avviò di furia, gridando:
- A casa! A casa!
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Le due donne lo seguirono, e tutto il popolo si mosse
dietro, avanti, intorno, schiamazzando, Filippa con un
braccio su le spalle di Rosa, la teneva come sotto
l'ala, la sorreggeva, la proteggeva, e si voltava a
tener testa ai lazzi, ai motteggi, ai commenti della
folla, e di tratto in tratto si chinava verso la sorella
e le gridava:
- Non piangere, scioccona! Il pianto ti fa male! Su, su,
dritta, buona! Che piangi? Se Dio ha voluto così... C'è
rimedio a tutto! Su, zitta! A tutto, a tutto c'è
rimedio! Dio ci ajuterà...
Lo gridava anche alla folla, e soggiungeva, rivolta a
questo e a quello:
- Non abbiate paura! né scandalo, né guerra, né invidia,
né gelosia! Quello che Dio vorrà! Siamo gente di Dio.
Giunti al Castello, che già le fiamme del crepuscolo
s'erano offuscate e il cielo, prima di porpora, era
divenuto quasi fumolento, molti della folla si
sbandarono, imboccarono la larga strada del borgo già
coi fanali accesi; ma i più vollero accompagnarli fino a
casa, dietro al Castello, alle «Balàte», dove quella
strada svolta e s'allunga ancora con poche casupole di
marinai su un'altra insenatura di spiaggia morta. Qua
tutti s'arrestarono davanti all'uscio di padron Nino Mo
ad aspettare che cosa quei tre, ora, decidessero di
fare. Quasi fosse un problema, quello, da risolvere
così, su due piedi!
La casa era a terreno e prendeva luce soltanto dalla
porta. Tutta quella folla di curiosi, assiepata lì
davanti, addensava l'ombra già cupa e toglieva il
respiro. Ma né padron Nino Mo, né la moglie gravida
avevano fiato di ribellarsi: l'oppressione di quella
folla era per essi l'oppressione stessa delle anime
loro, lì presente e tangibile; e non pensavano che,
almeno quella, si potesse rimuovere. Ci pensò Filippa,
dopo avere acceso il lume sulla tavola già apparecchiata
in mezzo alla stanza per la cena: si fece alla porta,
gridò:
- Signori miei, ancora? che volete? Avete veduto, avete
riso; non vi basta? Lasciateci pensare adesso agli
affari nostri! Casa, ne avete?
Così investita, la gente si ritrasse parte di qua, parte
di là dalla porta, lanciando gli ultimi lazzi; ma pur
molti rimasero a spiare da lontano, nell'ombra della
spiaggia.
La curiosità era tanto più viva, in quanto che a tutti
eran noti l'onestà fino allo scrupolo, il timore di Dio,
gli esemplari costumi di padron Nino Mo e di quelle due
sorelle.
Ed ecco, ne davano una prova quella sera stessa,
lasciando aperta per tutta la notte la porta della loro
casupola. Nell'ombra di quella triste spiaggia morta,
che protendeva qua e là nell'acqua stracca, crassa,
quasi oleosa, certi gruppi di scogli neri, corrosi dalle
maree, certi lastroni viscidi, algosi, ritti, abbattuti,
tra cui qualche rara ondata si cacciava sbattendo,
rimbalzando e subito s'ingorgava con profondi risucchi,
per tutta la notte da quella porta si projettò il giallo
riverbero del lume. E quelli che s'attardarono a spiare
dall'ombra, passando ora l'uno ora l'altro davanti alla
porta e gettando un rapido sguardo obliquo nell'interno
della casupola, poterono veder dapprima i tre, seduti a
tavola col piccino, a cenare; poi, le due donne,
inginocchiate a terra, curve su le seggiole, e padron
Nino, seduto, con la fronte su un pugno appoggiato a uno
spigolo della tavola già sparecchiata, intenti a
recitare il rosario; in fine, il piccino solo, il figlio
della prima moglie, coricato sul letto matrimoniale in
fondo alla camera, e la seconda moglie, la gravida,
seduta a piè del letto, vestita, col capo appoggiato
alle materasse, con gli occhi chiusi; mentre gli altri
due, padron Nino e la gnà Filippa, conversavano tra loro
a bassa voce, pacatamente, ai due capi della tavola;
finché non vennero a sedere su l'uscio, a seguitare la
conversazione in un mormorio sommesso, a cui pareva
rispondesse il lento e lieve sciabordio delle acque
sulla spiaggia, sotto le stelle, nel bujo della notte
già alta.
Il giorno appresso, padron Nino e la gnà Filippa, senza
dar confidenza a nessuno, andarono in cerca d'una
cameretta d'affitto; la trovarono quasi in capo al
paese, nella via che conduce al cimitero, aereo su
l'altipiano, con la campagna dietro e il mare davanti.
Vi fecero trasportare un lettuccio, un tavolino, due
seggiole, e quando fu la sera vi accompagnarono Rosa, la
seconda moglie, col piccino; le fecero chiudere subito
la porta, e tutt'e due insieme, taciturni, se ne
ritornarono alla casa delle «Balàte».
Si levò allora per tutto il paese un coro di
commiserazioni per quella poveretta così sacrificata,
messa così da parte, senz'altro, buttata fuori, sola, in
quello stato! ma pensate, in quello stato! con che
cuore? e che colpa aveva, la poveretta? Sì, così voleva
la legge... ma che legge era quella? Legge turca! No,
no, perdio, non era giusto! non era giusto!
E tanti e tanti il giorno appresso, risoluti, cercarono
di far comprendere quell'acerba disapprovazione di tutto
il paese a padron Nino uscito, più che mai cupo, a
badare al nuovo carico della tartana per la prossima
partenza.
Ma padron Nino, senza fermarsi, senza voltarsi, con la
berretta a barca di pelo calcata fin su gli occhi, uno
chiuso e l'altro no, e la pipetta di radica tra i denti,
troncò in bocca a tutti domande e recriminazioni,
scattando:
- Lasciatemi stare! Affari miei!
Né maggiore soddisfazione volle dare a coloro che egli
chiamava «principali», commercianti, magazzinieri,
sensali di noleggio. Soltanto, con questi, fu meno
ispido e reciso.
- Ognuno con la sua coscienza, signore, - rispose. -
Cose di famiglia, non c'entra nessuno. Dio solo, e
basta.
E due giorni dopo, rimbarcandosi, neanche alla ciurma
della sua tartana volle dir nulla.
Durante la sua assenza dal paese, però, le due sorelle
tornarono insieme nella casa delle «Balàte», e insieme,
quiete, rassegnate e amorose, attesero alle faccende
domestiche e al bambino. Alle vicine, a tutti i curiosi
che venivano a interrogarle, per tutta risposta aprivano
le braccia, alzavano gli occhi al cielo e con un mesto
sorriso rispondevano:
- Come vuole Dio, comare.
- Come vuole Dio, compare.
Insieme tutt'e due, col piccino per mano, quando fu il
giorno dell'arrivo della tartana, si recarono al molo.
Questa volta, su la banchina, c'erano pochi curiosi.
Padron Nino, saltando a terra, porse la mano all'una e
all'altra, silenzioso, si chinò a baciare il bambino, se
lo tolse in braccio e s'avviò avanti come l'altra volta,
seguito dalle due donne. Se non che, giunti davanti alla
porta, questa volta, nella casa delle «Balàte» rimase
con padron Nino Rosa, la seconda moglie; e Filippa col
piccino se n'andò quietamente alla cameretta sulla via
del cimitero.
E allora tutto il paese, che prima aveva tanto
commiserato il sacrifizio della seconda moglie, vedendo
ora che non c'era sacrifizio per nessuna delle due,
s'indignò, s'irritò fieramente della pacata e semplice
ragionevolezza di quella soluzione; e molti gridarono
allo scandalo. Veramente, dapprima, tutti rimasero come
storditi, poi scoppiarono in una gran risata.
L'irritazione, l'indignazione sorsero dopo, e proprio
perché tutti in fondo si videro costretti a riconoscere
che, non essendoci stato inganno né colpa da nessuna
parte, né da pretendere perciò la condanna o il
sacrifizio dell'una o dell'altra moglie - mogli tutt'e
due davanti a Dio e davanti alla legge - la risoluzione
di quei tre poveretti fosse la migliore che si potesse
prendere. Irritò sopratutto la pace, l'accordo, la
rassegnazione delle due sorelle divote, senz'ombra
d'invidia né di gelosia tra loro. Comprendevano che
Rosa, la sorella minore, non poteva aver gelosia
dell'altra, a cui doveva tutto, a cui - senza volerlo, è
vero - aveva preso il marito. Gelosia tutt'al più
avrebbe potuto aver Filippa di lei; ma no, comprendevano
che neanche Filippa poteva averne, sapendo che Rosa
aveva agito senz'inganno e non aveva colpa. E dunque?
C'era poi per tutt'e due la santità del matrimonio,
inviolabile; la devozione per l'uomo che lavorava, per
il padre. Egli era sempre in viaggio; sbarcava per due o
tre giorni soltanto al mese; ebbene, poiché Dio aveva
permesso il ritorno dell'una, poiché Dio aveva voluto
così, una alla volta, in pace e senz'invidia, avrebbero
atteso al loro uomo, che ritornava stanco dal mare.
Tutte buone ragioni, sì, e oneste e quiete; ma appunto
perché così buone e quiete e oneste, irritarono.
E padron Nino Mo, il giorno dopo il suo secondo arrivo,
fu chiamato dal pretore per sentirsi ammonire
severamente che la bigamia non era permessa dalla legge.
Aveva parlato poco prima con un forense, padron Nino Mo,
e si presentò al pretore al solito suo, serio placido e
duro; gli rispose che, nel suo caso, non si poteva
parlare di bigamia perché la prima moglie figurava
ancora in atti e avrebbe seguitato a figurare sempre
come morta, sicché dunque davanti alla legge egli non
aveva che una sola moglie, la seconda.
- Sopra la legge degli uomini, poi, - concluse, - signor
pretore, c'è quella di Dio, a cui mi sono sempre
attenuto, obbediente.
L'imbroglio avvenne all'ufficio dello stato civile, ove
d'allora in poi, puntuale, ogni cinque mesi, padron Nino
Mo si recò a denunziare la nascita d'un figliuolo. -
«Questo è della morta.» - «Questo è della viva.»
La prima volta, alla denunzia del figliuolo, di cui la
seconda moglie era incinta all'arrivo di Filippa, non
essendosi questa rifatta viva davanti alla legge, tutto
andò liscio, e il figliuolo poté regolarmente essere
registrato come legittimo. Ma come registrare il
secondo, di lì a cinque mesi, nato da Filippa che
figurava ancora come morta? O illegittimo il primo, nato
dal matrimonio putativo, o illegittimo il secondo. Non
c'era via di mezzo.
Padron Nino Mo si portò una mano alla nuca e si fece
saltar sul naso la berretta; prese a grattarsi la testa;
poi disse all'ufficiale di stato civile:
- E... scusi, non potrebbe registrarlo come legittimo,
della seconda?
L'ufficiale sgranò tanto d'occhi:
- Ma come? Della seconda? Se cinque mesi fa...
- Ha ragione, ha ragione, - troncò padron Nino, tornando
a grattarsi la testa. - Come si rimedia allora?
- Come si rimedia? - sbuffò l'ufficiale. - Lo domandate
a me, come si rimedia? Ma voi che siete, sultano?
pascià? bey? che siete? Dovreste aver giudizio, perdio,
e non venire a imbrogliarmi le carte, qua!
Padron Nino Mo si trasse un po' indietro e s'appuntò
gl'indici delle due mani sul petto:
- Io? - esclamò. - E che ci ho da fare io, se Dio
permette così?
Sentendo nominar Dio, l'ufficiale montò su tutte le
furie.
- Dio... Dio... Dio... sempre Dio! Uno muore; è Dio! Non
muore; è Dio! Nasce un figlio; è Dio! State con due
mogli; è Dio! e finitela con questo Dio! Che il diavolo
vi porti, venite a ogni nove mesi almeno; salvate la
decenza, gabbate la legge; e ve li schiaffo tutti qua
legittimi uno dopo l'altro!
Padron Nino Mo ascoltò impassibile la sfuriata. Poi
disse:
- Non dipende da me. Lei faccia come crede. Io ho fatto
l'obbligo Mio. Bacio le mani.
E tornò puntuale, ogni cinque mesi, a fare l'obbligo
suo, sicurissimo che Dio gli comandava così.