Novelle per un anno - 1928 - La giara
5. La lega disciolta
Al caffè, dove Bòmbolo stava tutto il giorno, col berretto
rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul
marmo del tavolino in atto d'impero, l'altra mano al fianco,
una gamba qua, una gamba là, guardando tutti in giro, senza
disprezzo ma con gravità accigliata, quasi per dire: «I
conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me»,
venivano uno dopo l'altro i proprietarii di terre non
soltanto di Montelusa, ma anche dei paesi del circondario,
anche il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli (quello che
andava sempre col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano
sulle labbra appuntite, come se sonasse il flauto), anche il
barone don Mauro Ragona, anche il Tavella, tutti insomma,
con tanto di cappello in mano.
- Don Zulì, una grazia...
E Bòmbolo, all'atto deferente, subito - bisogna dirlo -
balzava in piedi, si cavava il berretto, s'impostava
sull'attenti e con la testa alta e gli occhi bassi
rispondeva:
- Ai comandi, Eccellenza.
Erano le solite lagnanze e le solite raccomandazioni. Al
Nigrelli erano spariti dalla costa quattro capi di bestiame;
otto al Ragona dall'addiaccio; cinque al Tavella dalla
stalla. E uno veniva a dire che gli avevano legato
all'albero il garzone che li badava; e un altro, che gli
avevano finanche rubato la vacca appena figliata, lasciando
il buccelluzzo che piangeva e sarebbe morto di fame senza
dubbio.
In prima Bòmbolo, invariabilmente, per concedere una giusta
soddisfazione all'oltraggio patito, esclamava:
- Ah, birbanti!
Poi, giungendo le mani e scotendole in aria:
- Ma, padroni miei, padroni miei... Diciamo birbanti; in
coscienza però, a voltar la pagina, quanto tirano al giorno
questi birbanti? Tre «tarì» tirano! E che sono tre «tarì»?
Oggi com'oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera
carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono
turco - sissignore - turco... eccolo qua - (e presentava il
<I>fez</I>) - dicevamo, un uomo che butta sangue con la
zappa in mano dalla punta dell'alba alla calata del sole,
senza sedere mai, altro che per mandar giù a mezzogiorno un
tozzo di pane con la saliva per companatico; un uomo che le
torna all'opera masticando l'ultimo boccone, dico, padrone
mio, pagarlo tre «tarì», in coscienza, non è peccato? Guardi
don Cosimo Lopes! Dacché s'è messo a pagare gli uomini a tre
lire al giorno, ha da lagnarsi più di nulla? Nessuno più
s'attenta a levargli... che dico? - (allungava due dita, si
tirava dal capo con uno strappo netto un capello e lo
mostrava) - è buono questo? neanche questo! Tre lire,
signorino, tre lire sono giuste! Faccia come le dico io; e,
se domani qualcuno le manca di rispetto, tanto a lei quanto
alle bestie, venga a sputarmi in faccia: io sono qua.
In fine, cangiando aria e tono, concludeva: - Quanti capi ha
detto? Quattro? Lasci fare a me. Vado a sellare.
E fingeva di mettersi in cerca di quei capi di bestiame per
le campagne, due o tre giorni, cavalcando anche di notte
sotto la pioggia e sotto lo stellato. Nessuno ci credeva, e
nemmeno credeva lui che gli altri ci credessero. Sicché,
quando in capo ai tre giorni, si presentava in casa o del
marchese Nigrelli o del Ragona o degli altri, e questi lo
accoglievano con la solita esclamazione: - «Povero don Zulì,
chi sa quanto avete penato!» - egli troncava con un gesto
reciso della mano l'esclamazione, chiudeva gli occhi con
gravità:
- Lasciamo andare! - diceva. - Ho penato, ma li ho scovati.
E prima di tutto le do parte e consolazione che alle bestie
hanno dato stalla e cura. Dove stanno, stanno bene. I
«picciotti» non sono cattivi. Cattivo è il bisogno. E creda
che se non fosse il bisogno, per il modo come sono pagati...
Basta, Pronti a restituire le bestie; però, al solito,
Vossignoria m'intende... Oh, trattando con Vossignoria, e
con me di mezzo, senza né patti né condizioni: la sua buona
grazia, quello che il cuore le detta. E stia sicuro che
stanotte, puntuali, verranno a riportarle su la costa le
bestie, più belle di prima.
Gli sarebbe sembrata una mancanza di rispetto, così a sé
come al signore, accennare anche lontanamente al sospetto,
che quei bravi «picciotti» potessero trovare la notte in
agguato guardie e carabinieri. Sapeva bene che, se il
signore s'era rivolto a lui, era segno che stimava inutile
il ricorrere alla forza pubblica per riavere le bestie. Non
le avrebbe riavute, di sicuro. Nel riaverle così, mediante
quel piccolo salasso di denari, con Bòmbolo di mezzo, ogni
idea di tradimento doveva essere esclusa.
E Bòmbolo prendeva il denaro, cinquecento, mille, duemila
lire, a seconda del numero delle bestie sequestrate, e
questo denaro ogni settimana, il sabato sera, recava intatto
ai contadini della Lega, che si raccoglievano in un fondaco
su le alture di San Gerlando.
Qua si faceva la «giusta». Cioè, a ogni contadino che
durante la settimana aveva lavorato per tre «tarì» al giorno
(lire 1,25) veniva secondo giustizia computata la giornata
in ragione di tre lire, e gli era dato il rimanente. Quelli
che, non per colpa loro, avevano «seduto», cioè non avevano
trovato lavoro, ricevevano sette lire, una per giorno; prima
però venivano detratte, come per sacro impegno, le
pensioncine settimanali assegnate alle famiglie di tre socii,
Todisco, Principe e Barrera che, arrestati per caso di notte
da una pattuglia in perlustrazione e condannati a tre anni
di carcere, avevano saputo tacere; una parte della somma era
poi destinata per gli sbruffi ai campieri e ai guardiani di
bestiame che, d'intesa, si facevano legare e imbavagliare;
il resto, se ne restava, era conservato come fondo di cassa.
Bòmbolo non toccava un centesimo, quel che si dice un
centesimo. Erano tutte infamie, tutte calunnie quelle che si
spargevano sul conto suo a Montelusa. Già egli non aveva
bisogno di quel denaro. Era stato tanti anni nel Levante, e
vi aveva fatto fortuna. Non si sapeva dove, precisamente, né
come, ma nel Levante aveva fatto fortuna, certo; e non
sarebbe andato appresso a quei pochi quattrinucci rimediati
a quel modo. Lo dicevano chiaramente quel suo berretto rosso
e l'aria del volto e il sapore dei suoi discorsi e quello
speciale odore che esalava da tutta la persona, un odor
quasi esotico, di spezie levantine, forse per certi
sacchettini di cuojo e bossoletti di legno che teneva
addosso, o forse per il fumo del suo tabacco turco, di
contrabbando, che gli veniva dalle navi che approdavano nel
vicino porto di mare, e con le quali egli era in segreti
commerci, almeno a detta di molti, che per ore e ore certe
mattine lo vedevano con quel fiammante cupolino in capo
guardare, come all'aspetto, sospirando, l'indaco del mare
lontano, se da Punta Bianca vi brillasse una vela... Aveva
poi sposato una dei Dimìno, ch'erano notoriamente tra i più
ricchi massari del circondario, massari buoni, di quelli
all'antica, che avevano terre che ci si camminava a giornate
senza vederne la fine; e zi' Lisciànnaru Dimìno e sua
moglie, quantunque la loro figliola dopo appena quattr'anni
di matrimonio fosse morta, gli volevano ancora tanto bene,
che si sarebbero levata la camicia per lui.
Inizio
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Tutte calunnie. Egli era un apostolo. Egli lavorava per
la giustizia. La soddisfazione morale che gli veniva dal
rispetto, dall'amore, dalla gratitudine dei contadini
che lo consideravano come il loro re, gli bastava. E
tutti in un pugno li teneva. L'esperienza gli aveva
insegnato che, a raccoglierli apertamente in un fascio
perché resistessero con giusta pretesa all'avarizia
prepotente dei padroni, il fascio, con una scusa o con
un'altra, sarebbe stato sciolto e i caporioni mandati a
domicilio coatto. Con la bella giustizia che si
amministrava in Sicilia! Non se ne fidavano neanche i
signori! Là, là nel fondaco di San Gerlando,
amministrava lui, la giustizia, quella vera; in quel
modo, ch'era l'unico. I signori proprietarii di terre
volevano ostinarsi a pagar tre «tarì» la giornata d'un
uomo? Ebbene, quel che non davano per amore, lo
avrebbero dato per forza. Pacificamente, ohè. Senza né
sangue né violenze. E col dovuto rispetto alle bestie.
Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch'era come un decimario di
comune, dove, accanto a ogni nome erano segnati i beni e
i luoghi e il novero delle bestie grosse e delle minute.
Lo apriva, chiamava a consulto i più fidati, e stabiliva
con essi quali tra i signori dovessero per quella
settimana «pagar la tassa», quali tra i contadini
fossero più designati, o per pratica dei luoghi o per
amicizia coi guardiani o perché d'animo più sicuro, al
sequestro delle bestie. E raccomandava prudenza e
discrezione.
- Il poco non fa male!
Questa era una delle sue massime favorite. Diventava
terribile, ma proprio col sangue agli occhi e la bava
alla bocca, quando s'accorgeva o veniva a sapere che
qualcuno della Lega «voleva far la carogna», cioè non
lavorare. Lo investiva, lo abbrancava per il petto, gli
metteva le unghie nel viso, lo scrollava così
furiosamente, che gli faceva cader dal capo il berretto
e venir fuori la camicia dai pantaloni.
- Cima di birbante! - gli urlava in faccia. - Chi sono
io? per chi mi vuoi far conoscere? per chi mi prendi tu
dunque? per un protettore di ladri e di vagabondi? Qua
sangue s'ha da buttare, carogna! sangue, sudori di
sangue! qua tutti con le ossa rotte dalla fatica dovete
presentarvi il sabato sera! O questo diventa un covo di
malfattori e di briganti! Io ti mangio la faccia, se tu
non lavori; sotto i piedi ti pesto! Il lavoro è la
legge! Col lavoro soltanto acquistate il diritto di
prendere per le corna una bestia dalla stalla altrui e
di gridare in faccia al padrone: «Questa me la tengo, se
non mi paghi com'è debito di coscienza i miei sudori di
sangue!».
Faceva paura, in quei momenti. Tutti, muti come ombre,
stavano ad ascoltarlo nel fondaco nero, mirando la
fiamma filante del moccolo di candela ritto tra la
colatura su la tavola sudicia come una roccia di cacio.
E dopo la fiera invettiva si sentiva l'ansito del suo
torace poderoso, a cui pareva rispondessero, dalla
tenebra frigida d'una grotta, che vaneggiava in fondo, i
cupi tonfi cadenzati delle gocce d'una cert'acqua amara,
renosiccia, piombanti entro una conca viscida, dove alle
volte qualche ranocchia quacquarava.
Se qualcuno ardiva di levare gli occhi, vedeva in quei
momenti, dopo la sfuriata, un luccicore di lagrime, di
lagrime vere negli occhi di Bòmbolo. Era vanto supremo
per lui la testimonianza che gli stessi proprietarii di
terre rendevano unanimi, che mai come in quei tempi i
contadini s'erano dimostrati sottomessi al lavoro e
obbedienti. Solo da questo riconoscimento poteva venir
purificata, santificata l'opera ch'egli metteva per
loro. Orbene, in quei momenti, vedeva ignominiosamente
compromessa la giustizia che, sul serio, con santità,
sentiva d'amministrare; compromesso il suo apostolato,
il suo onore, per quell'uno che poteva infamar tutti.
Sentiva enorme, allora, il peso della sua
responsabilità, e ribrezzo per l'opera sua, e sdegno e
dolore, perché gli pareva che i contadini non gli
fossero grati abbastanza di quanto aveva loro ottenuto,
di quel salario di tre lire che, batti oggi, batti
domani, era riuscito a strappare all'avarizia dei
padroni.
Per lui erano sacri, e sacri voleva che fossero tutti i
socii della Lega, quelli che si erano arresi alla sua
costante predicazione, concedendo il giusto salario. Se
talvolta mancava il danaro e, cercando e ricercando nel
cartolare, non si trovava chi, al solito, per quella
settimana dovesse «pagar la tassa», qualcuno tra i
consiglieri accennava timidamente a uno di quelli;
Bòmbolo si voltava a fulminarlo con gli occhi, bianco
d'ira e fremente. Quelli non si dovevano toccare!
Ma, allora?
- Allora, - scattava Bòmbolo, buttando all'aria il
cartolare, - allora, piuttosto, salassiamo mio suocero!
E a due o tre contadini era assegnato il compito di
recarsi la notte alle terre di Luna, presso la marina,
per sequestrare sei o sette bestie grosse a zio
Lisciànnaru Dimìno, che pure tra i primi s'era messo a
pagare gli uomini a tre lire al giorno.
Poteva bastar questo a turare la bocca ai calunniatori.
Salassando il suocero, Bòmbolo rubava a se stesso,
perché l'unico erede dei Dimìno sarebbe stato un giorno
il suo figliuolo. Ma piuttosto rubare a se stesso, al
suo figliuolo, che far offesa alla giustizia. E che
strazio ogni qual volta il vecchio suocero, che vestiva
ancora all'antica, con le brache a mezza gamba, la
berretta nera a calza con la nappina in punta e gli
orecchini in forma di catenaccetti agli orecchi, veniva
a trovarlo, appoggiato al lungo bastone, dalle terre di
Luna, e gli diceva:
- Ma come, Zulì? così ti rispettano i tuoi? e che sei tu
allora? broccolo sei?
- Mi sputi in faccia, - rispondeva Bòmbolo, succiando,
con gli occhi chiusi, il fiele di quel giusto rimbrotto.
- Mi sputi in faccia, che posso dirle?
Gli pareva ormai mill'anni che uscissero dal carcere
quei tre socii, Todisco, Principe e Barrera, per
sciogliere finalmente quella Lega, ch'era divenuta un
incubo per lui.
Fu una gran festa, il giorno di quella scarcerazione,
nel fondaco su a San Gerlando: si bevve e si danzò; poi
Bòmbolo, raggiante, tenne il discorso di chiusura, e
ricordò le imprese e cantò la vittoria, ch'era il premio
per quei tre che avevano sofferto il carcere: il premio
più degno, quello di trovare mutate le condizioni,
onestamente retribuito il lavoro; e disse in fine che
egli ora, assolto il compito, si sarebbe ritirato in
pace e contento; e fece ridere tutti annunziando che
quel giorno stesso avrebbe mandato il suo berretto rosso
da turco al suocero, che non aveva saputo mai
vederglielo in capo di buon occhio. Deponeva con quel
berretto la sovranità, e dichiarava sciolta la Lega.
Non passarono neppure quindici giorni che, dimenandosi
al solito di qua e di là, col pomo d'avorio della
mazzettina d'ebano su le labbra appuntite, si presentò
al caffè il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli:
- Don Zulì, una grazia...
Bòmbolo diventò dapprima più bianco del marmo del
tavolino e fissò con occhi così terribilmente spalancati
il povero marchese, che questi ne tremò di paura e,
traendosi indietro, cadde a sedere su una seggiola,
mentre l'altro gli si levava sopra furente, ruggendo tra
i denti:
- Ancora?
Quasi basito, eppur tentando un sorrisetto a fior di
labbra, il marchese gli mostrò quattro dita della sua
manina tremicchiante e gli disse:
- 'Gnorsì. Quattro. Al solito. Che c'è di nuovo?
Per tutta risposta Bòmbolo si strappò dal capo il
cappelluccio nuovo a pan di zucchero, se lo portò alla
bocca e lo stracciò coi denti. Si mosse, tutto in preda
a un fremito convulso, tra i tavolini, rovesciando le
seggiole, poi si voltò verso il marchese ancora lì
seduto in mezzo agli avventori sbalorditi, e gli gridò:
- Non dia un centesimo, per la Madonna! Non s'arrischi a
dare un centesimo! Ci penso io!
Ma potevano sul serio quei tre, Todisco, Principe e
Barrera, contentarsi di quel tal «premio degno»
decantato da Bòmbolo nell'ultima riunione della Lega? Se
Bòmbolo stesso, negli ultimi tempi, aveva permesso che
fosse salassato il proprio suocero, il quale pure tra i
primi aveva accordato il salario di tre lire ai
contadini, non potevano essi, per la giustizia,
seguitare a salassar gli altri proprietarii?
Quando, alla sera, Bòmbolo, che li aveva cercati invano
tutto il giorno da per tutto, li trovò su le alture di
San Gerlando, e saltò loro addosso come un tigre, essi
si lasciarono percuotere, strappare, mordere, malmenare,
e anzi dissero che se egli li voleva uccidere, era
padrone, non avrebbero mosso un dito per difendersi,
tanto era il rispetto, tanta la gratitudine che avevano
per lui. Li avrebbe uccisi però a torto. Essi non
sapevano nulla di nulla. Innocenti come l'acqua. Lega?
che Lega? Non c'era più Lega! Non la aveva egli
disciolta? Ah, minacciava di denunziarli? Perché, per il
passato? E allora, tutti dentro, e lui per il primo,
come capo! Per quel nuovo sequestro al marchese Nigrelli?
Ma se non ne sapevano nulla! Avrebbero potuto tutt'al
più chiederne ai «picciotti»; mettersi in cerca per le
campagne; già! come lui un tempo, per due e tre giorni,
cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo
stellato.
Sentendoli parlare così, Bòmbolo si mangiava le mani
dalla rabbia. Disse che dava loro tre giorni di tempo.
Se in capo a tre giorni, senza il compenso neppure di un
centesimo, i quattro capi di bestiame non erano
restituiti al marchese Nigrelli... - che avrebbe fatto?
Ancora non lo sapeva!
Ma che poteva ormai fare Bòmbolo? Gli stessi
proprietarii di terre, il marchese Nigrelli, il Ragona,
il Tavella, tutti gli altri, lo persuasero ch'egli non
poteva più far nulla. Che c'entrava lui? quando mai
c'era entrato? non era stata sempre disinteressata
l'opera messa da lui? E dunque, che c'era adesso di
nuovo? Perché non voleva più mettere l'opera sua?
Rivolgersi alla forza pubblica? Ma sarebbe stato
inutile! Che non si sapeva? Non avrebbero ottenuto né la
restituzione delle bestie, né l'arresto dei colpevoli.
Sperare poi che questi avrebbero ricondotto alle stalle
le bestie, così, per amore, senz'averne nulla, via, era
da ingenui. Loro stessi, i padroni, glielo dicevano. Una
cosellina bisognava pur darla. Sì, al solito... oh,
senza né patti né condizioni, essendoci lui, Bòmbolo, di
mezzo!
E dal tono con cui gli dicevano queste cose Bòmbolo
capiva che quelli ritenevano una commedia, adesso, il
suo sdegno, come una commedia avevano prima ritenuta la
sua pietà per i contadini.
Si sfogò per alcuni giorni a predicare che, almeno, si
fossero rimessi a pagarli tre tarì al giorno, tre tarì,
tre tarì, per dare a lui una soddisfazione. Non li
meritavano, parola d'onore! neppure quei tre tarì
meritavano, ladri svergognati! figli di cane! pezzi da
galera! No? Ah, dunque volevano proprio che gli
schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?
- Via! puh! paese di carogne!
E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliuolo,
facendo dire al suocero che rivoleva subito subito il
suo berretto rosso. Turco, di nuovo turco voleva farsi!
E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto
di mare e si rimbarcò su un brigantino greco per il
Levante.