Novelle per un anno - 1928 - La giara
2. La cattura
Il Guarnotta seguiva col corpo ciondolante l'andatura
dell'asinello, come se camminasse anche lui; e per poco
veramente le gambe, coi piedi fuori delle staffe, non gli
strisciavano sulla polvere dello stradone.
Ritornava, come tutti i giorni a quell'ora, dal suo podere
quasi affacciato sul mare, all'orlo dell'altipiano. Più
stanca e più triste di lui, la vecchia asinella s'affannava
da un pezzo a superare le ultime pettate di quello stradone
interminabile, tutto a volte e risvolte, attorno al colle,
in cima al quale pareva s'addossassero fitte, una
sull'altra, le decrepite case della cittaduzza.
A quell'ora i contadini erano ritornati tutti dalla
campagna; lo stradone era deserto. Se qualcuno ancora se ne
incontrava, il Guarnotta era sicuro di riceverne il saluto.
Perché tutti, grazie a Dio, lo rispettavano.
Deserto ormai come quello stradone era ai suoi occhi tutto
il mondo; e di cenere come quell'aria della prima sera, la
sua vita. I rami degli alberi sporgenti senza foglie dai
muretti di cinta screpolati, le alte siepi di fichi d'India
polverose e, qua e là, i mucchi di brecciale che nessuno
pensava di stendere su quello stradone tutto solchi e fosse,
se il Guarnotta li guardava, in quella loro immobilità e in
quel silenzio e in quell'abbandono, gli parevano oppressi
come lui da una vana pena infinita. E a crescere questo
senso di vanità, come se il silenzio si fosse fatto polvere,
non si sentiva neanche il rumore dei quattro zoccoli
dell'asinella.
Quanta di quella polvere dello stradone non si portava a
casa ogni sera il Guarnotta! La moglie, tenendo la giacca
sospesa e discosta, appena egli se la levava, la mostrava in
giro alle seggiole, all'armadio, al letto, al cassettone,
come per darsi uno sfogo:
- Guardate, guardate qua! Ci si può scrivere sopra, col
dito.
Si fosse lasciato persuadere almeno a non portare l'abito
nero, di panno, per la campagna! Gliene aveva ordinati tre -
apposta, - tre - di fustagno.
In maniche di camicia, il Guarnotta, quelle tre dita tozze
che la moglie veniva a cacciargli, nel gesto rabbioso, quasi
negli occhi, gliele avrebbe volentieri addentate. Cane
pacifico, si contentava di lanciarle di traverso
un'occhiataccia e la lasciava cantare. Quindici anni
addietro, alla morte dell'unico figlio, aveva giurato
d'andar vestito sempre di nero. Dunque...
- Ma anche per la campagna? Ti faccio mettere il lutto al
braccio negli abiti di fustagno. E basterebbe la cravatta
nera, ormai, dopo quindici anni!
La lasciava cantare. Non se ne stava forse tutto il santo
giorno in quel suo podere al mare? In paese, non si faceva
più vedere da nessuno, da anni. - Dunque...
- Che dunque?
Ma dunque, se non lo portava in campagna, dove lo avrebbe
portato il lutto per il figliuolo? - Corpo di Dio,
riflettere un poco almeno, prima d'aprir bocca e lasciare
andare. - Nel cuore, sì: grazie tante! E che non lo portava
nel cuore? Ma voleva si vedesse anche fuori... - Che lo
vedessero gli alberi, già! o gli uccellini dell'aria;
perché, infatti, occhi per vederselo addosso, lui, non ne
aveva. E perché poi brontolava tanto la moglie? Doveva forse
batterlo e spazzolarlo lei, quell'abito, ogni sera? C'erano
le serve. Tre, per due persone sole. Economia? Un abito nero
all'anno: ottanta, novanta lire. Eh via! Avrebbe dovuto
capire, che non le conveniva far tanti discorsi. Seconda
moglie! E il figlio morto era del primo letto! Senz'altri
parenti, neppur lontani, alla sua morte, tutto il suo (che
non era poco) sarebbe andato a lei e ai suoi nipoti. Zitta,
dunque: almeno per prudenza... Ma già, sì! se avesse capito
questo, non sarebbe stata quella buona donna che era...
Ed ecco perché lui se ne stava tutto il giorno in campagna.
Solo, tra gli alberi e con la distesa sterminata del mare
sotto gli occhi, come da un'infinita lontananza, nel fruscio
lungo e lieve di quegli alberi, nel borboglio cupo e lento
di quel mare s'era abituato a sentire la vanità di tutto e
il tedio angoscioso della vita.
Era giunto ormai a meno d'un chilometro dal paese. Dalla
chiesetta dell'Addolorata su in cima gli arrivavano lenti e
blandi i rintocchi dell'Avemaria, allorché, d'improvviso, a
una brusca svoltata dello stradone:
- Faccia a terra!
E dall'ombra si vide saltare addosso tre appostati, con la
faccia bendata, armati di fucile. Uno abbrancò l'asina per
la cavezza; gli altri due, in un batter d'occhio, lo
strapparono di sella, giù a terra; e mentre uno con un
ginocchio su le gambe gli legava i polsi, l'altro gli
annodava dietro la nuca un fazzoletto ripiegato a fascia,
passato sopra gli occhi.
Ebbe appena il tempo di dire:
- Figliuoli, a me?
Fu tirato su, spinto, strappato, trascinato di furia per le
braccia, fuori dello stradone, giù per la costa petrosa,
verso la vallata.
- Figliuoli...
- Zitto, o sei morto!
Più delle spinte e degli strappi, l'ansito, l'ansito di quei
tre per la violenza che commettevano, gl'incuteva terrore.
Per avere quell'ansito di belve, doveva esser tremendo ciò
che s'erano proposto di fare sopra di lui.
Ma ucciderlo, almeno subito, forse non volevano. Se per
mandato o per vendetta, lo avrebbero ucciso là, su lo
stradone, dall'ombra dove si tenevano appostati. Dunque, lo
catturavano, per ricatto.
- Figliuoli...
Stringendogli più forte le braccia e scrollandolo,
gl'intimarono di nuovo di tacere.
- Ma almeno allentatemi un po' la benda! Mi serra troppo gli
occhi... non posso...
- Cammina!
Prima giù, poi su, e avanti, e indietro; poi giù di nuovo, e
poi di nuovo su e su e su. Dove lo trascinavano?
Nel subbuglio di pensieri e di sentimenti, tra il guizzare
d'immagini sinistre e l'affanno di quella corsa cieca, a
sbalzi, a spintoni, tra sassi, sterpi (che stranezza!) i
lumi, i primi lumi accesi nella cittaduzza ancora illuminata
a petrolio, su in cima al colle - lumi delle case, lumi
delle strade - come li aveva intraveduti prima che lo
assaltassero e come tante volte, ritornando dal podere
sempre a quell'ora li aveva intraveduti, ecco, nella
strettura di quella benda che gli schiacciava gli occhi, gli
apparivano (che stranezza!) precisi, proprio come se li
avesse davanti e avesse gli occhi liberi. Andava, così
trascinato, strappato, incespicando, con tanto terrore
dentro, e se li portava, quei lumetti placidi e tristi,
davanti, con sé, con tutto il colle, con tutta la cittaduzza
situata lassù, dove nessuno sapeva la violenza che in quel
momento si faceva a lui, e tutti attendevano quieti e sicuri
ai loro casi consueti.
A un certo punto avvertì anche l'affrettato zoccolare della
sua asinella.
- Ah!
Trascinavano via anche la sua vecchia asinella stanca. Ma
che ne capiva, povera bestiola? Avvertiva forse una furia
insolita, un'insolita violenza, ma andava dove la portavano,
senza capir nulla. Se si fossero fermati un momento, se
l'avessero lasciato parlare, avrebbe detto loro con calma,
ch'era pronto a dare tutto quello che volevano. Poco più gli
restava da vivere, e non valeva proprio la pena per un po'
di danaro - di quel danaro che non gli dava più nessuna
gioja - passare un momento come quello.
- Figliuoli...
- Zitto, cammina!
- Ma non ne posso più! Perché mi fate questo'? Sono
pronto...
- Zitto! Parleremo poi... Cammina!
Lo fecero camminare, così, un'eternità. A un certo punto, fu
tanta la stanchezza, tanto lo stordimento di quel fazzoletto
che gli serrava la testa, che si sentì mancare e non
comprese più nulla.
Si ritrovò, la mattina appresso, in una grotta bassa, come
disfatto in un tanfo di mucido che pareva spirasse dallo
stesso squallore della prima luce del giorno.
S'insinuava livida, quella luce, appena appena, di tra gli
anfratti cretosi della grotta e gli alleviava l'incubo delle
violenze sofferte, che ora gli apparivano come sognate:
violenze cieche, da bruti, al suo corpo che non si reggeva
più, caricato su le spalle ora dell'uno ora dell'altro,
buttato a terra e trascinato o sollevato per le mani e per i
piedi.
Dov'era adesso'?
Tese l'orecchio. Gli parve che fosse fuori un silenzio
d'altura. E per un momento vi si sentì come sospeso. Ma non
poteva muoversi. Giaceva per terra come una bestia morta,
mani e piedi legati. E le membra gli pesavano quasi gli
fossero diventate di piombo; e anche la testa. Era ferito?
Lo avevano lasciato lì per morto?
No: ecco, confabulavano fuori della grotta. La sua sorte non
era dunque decisa. Ma il ricordo di ciò che gli era accaduto
gli si rappresentava ora, non già come d'una sciagura che
gl'incombesse tuttavia e che gli suscitasse dentro qualche
moto per tentare di liberarsene. No. Sapeva di non potere e
quasi non voleva. La sciagura era compiuta, come avvenuta da
gran tempo, quasi in un'altra vita, in una vita che forse
gli sarebbe premuto di salvare, quando ancora le membra non
gli pesavano così e non gli doleva tanto la testa. Ora non
gl'importava più di nulla. Quella vita - pur essa miserabile
- l'aveva lasciata laggiù, lontano lontano, dove lo avevano
catturato: e qua ora c'era questo silenzio, così alto e
vano, così smemorato.
Quand'anche lo avessero lasciato andare, non avrebbe avuto
più la forza, fors'anche neppure il desiderio di tornare
laggiù a riprendersela, quella sua vita.
Ma no, ecco: una gran tenerezza, di pietà per sé, gli
risorse a un tratto e gli s'arruffò tutta dentro come in un
brivido d'orrore, appena vide entrare uno di quei tre,
carponi nella grotta, col viso nascosto da un fazzoletto
rosso, forato all'altezza degli occhi. Gli guardò subito le
mani. No, nessun'arma. Una matita nuova, di quelle da un
soldo, non ancora temperata. E nell'altra mano, per terra,
un rozzo foglietto di carta da lettere tutto brancicato, con
la busta in mezzo. Alleggerito, senza volerlo, sorrise;
mentre nella grotta entravano gli altri due, anch'essi
carponi e bendati. Uno gli s'appressò e gli sciolse le mani
soltanto. Il primo disse:
- Giudizio! Scrivete!
Gli parve di riconoscerlo alla voce. Ma sì, <I>Manuzza</I>;
detto così perché aveva un braccio più corto dell'altro. Oh,
e allora... Ma era proprio lui? Gli guardò il braccio manco.
Lui, sì. E certo anche gli altri due avrebbe riconosciuti
subito, se si fossero tolta la benda. Conosceva tutta la
cittadinanza. Disse allora:
- Io, giudizio? Giudizio voi, figliuoli! A chi volete che
scriva? Con che debbo scrivere? con questa?
E mostrò la matita.
- Perché? Non è matita?
- Matita, sì. Ma voi non sapete neppure come s'adopera.
- Perché?
- Ma bisognerà prima temperarla.
- Temperarla?
- Con un temperino, già, qua in punta...
- Temperino, niente!
E Manuzza ripeté:
- Giudizio! giudizio, sacramento!
- Giudizio, sì, Manuzza mio...
- Ah, - gridò questi. - M'avete riconosciuto?
- Abbi pazienza, ti nascondi la faccia e lasci scoperto il
braccio? Levati codesto fazzoletto e guardami negli occhi.
Fai questo, a me?
- Senza tante chiacchiere, - gridò Manuzza, strappandosi con
ira il fazzoletto dalla faccia. - V'ho detto giudizio!
Scrivete, o v'ammazzo!
- Ma sì, sono pronto, - si rimise il Guarnotta. -
Quand'avrete temperato la matita. Però, se mi lasciate
dire... Volete danari, è vero, figliuoli? Quanto?
- Tre mila onze!
- Tre mila? Non volete poco.
- Voi ce l'avete! Non facciamo storie!
- Tre mila onze?
- Più! più!
- Anche più, sì. Ma non a casa, in contanti. Dovrei vendere
case, terre. E vi pare che si possa, così, da un giorno
all'altro, e senza me?
- Vuol dire che se le faranno prestare!
- Chi?
- Vostra moglie e i vostri nipoti!
Il Guarnotta sorrise amaramente e provò a rizzarsi su un
gomito.
- Volevo dirvi questo, appunto, - rispose. - Figliuoli miei,
avete sbagliato. Contate su mia moglie e sui suoi nipoti? Se
volete ammazzarmi, è un conto: sono qua: ammazzatemi, e non
se ne parli più. Ma se volete danari, non potete averli che
da me, e a patto di lasciarmi andare a casa.
- Che dite? a casa? Voi? Fossimo matti! Scherzate!
- E allora... - sospirò il Guarnotta.
Manuzza strappò di mano rabbiosamente il foglietto da
lettere al compagno e ripeté:
- Senza tante chiacchiere, v'ho detto, scrivete! La
matita... Ah già, bisogna temperarla... Come si tempera?
Il Guarnotta spiegò come; e i tre allora, dopo essersi
guardati negli occhi, uscirono dalla grotta. Nel vederli
uscire, così carponi, come tre bestie, non poté fare a meno
di sorridere ancora una volta, il Guarnotta. Pensò che ora
di là si sarebbero messi in tre a temperare quella matita, e
che forse, a furia di potarla come un ramo d'albero, non ne
sarebbero venuti a capo. Già, ma lui ne sorrideva, e forse
la sua vita in quel punto dipendeva dalla ridicola
difficoltà che quei tre incontravano in quell'operazione per
loro nuova: forse, stizziti di vedersi mancare in mano la
matita a pezzo a pezzo, sarebbero rientrati a fargli la
prova che se i loro coltelli non erano buoni da temperare
una matita, erano però buoni da scannarlo. E aveva fatto
male, un errore imperdonabile aveva commesso a dichiarare a
quel Manuzza d'averlo riconosciuto. - Ecco: si bisticciavano
di là, sbuffavano, bestemmiavano... Certo, si passavano
dall'uno all'altro quella povera matita da un soldo sempre
più corta. Chi sa che coltelli avevano in mano, in quelle
loro manacce scabre e cretose.
Eccoli che rientravano a uno a uno, sconfitti.
- Legno lasco, - disse Manuzza. - Una schifezza! Voi che
sapete scrivere non ce n'avreste in tasca un'altra bell'e
temperata, per combinazione?
- Non ce l'ho, figliuoli, - rispose il Guarnotta. - Ma è
inutile, v'assicuro. Avrei scritto, se mi davate da
scrivere; ma a chi? A mia moglie e a quei nipoti? Quei
nipoti sono suoi e non miei, capite? E nessuno avrebbe
risposto, siatene pur certi; avrebbero finto di non aver
ricevuto la lettera minatoria, e addio. Se volete danari da
loro, non dovevate buttarvi in prima su me: dovevate invece
andare da loro e accordarvi: tanto - poniamo mille onze -
per ammazzarmi. Non ve l'avrebbero date nemmeno; perché la
mia morte, la desiderano sì, ma sono vecchio; se la
aspettano dunque da Dio gratis e senza rimorsi, tra quattro
giorni. Pretendete sul serio che vi diano un centesimo, un
solo centesimo, per la mia vita? Avete sbagliato. La mia
vita a me soltanto può premere. Non mi preme, ve lo giuro;
ma certo, morire così, di mala morte, non mi piacerebbe; e
solo per non morire così, vi prometto e giuro su la
sant'anima di mio figlio che appena posso, fra due, tre
giorni, verrò io stesso a portarvi il danaro al posto che
m'indicherete.
- Dopo averci denunziato?
- Vi giuro di no! Vi giuro che non fiaterò con nessuno! Si
tratta della vita!
- Ora. Ma quando sarete libero? Prima di andare a casa,
andrete a fare la denunzia.
- Vi giuro di no! Certo, dovete aver fiducia. Pensate ch'io
vado ogni giorno in campagna. La mia vita è là, tra voi; e
io sono stato sempre come un padre per voi. Mi avete sempre
rispettato, santo Dio, e ora... Pensate che vorrei espormi
al rischio d'una vendetta? Abbiate fiducia, lasciatemi
ritornare a casa e state sicuri che avrete il danaro...
Inizio
pagina
Non risposero più. Tornarono a guardarsi negli occhi, e
uscirono di nuovo dalla grotta, carponi.
Per tutta la giornata non li rivide più. Li udì un
pezzo, dapprima, discutere fuori della grotta; poi non
udì più nulla.
Aspettò, rivolgendo in mente tutte le supposizioni
intorno a ciò che avessero potuto decidere. Gli parve
certo questo: ch'era caduto in mano di tre stupidi,
novizii, forse, anzi senza dubbio al loro primo delitto.
Ci s'erano buttati come ciechi, senza considerare prima
le sue condizioni di famiglia; solo pensando ai suoi
danari. Ora, convinti dello sbaglio commesso, non
sapevano più, o non vedevano ancora, come cavarsene. Del
giuramento che non sarebbero stati denunziati, nessuno
dei tre si sarebbe fidato; meno di tutti Manuzza ch'era
stato riconosciuto. E allora?
Allora, non gli restava da augurarsi altro, che a
nessuno dei tre sorgesse il pentimento dello stupido
atto compiuto invano, e insieme il desiderio di
cancellarlo per rimettersi sulla buona via; che tutti e
tre, invece, risoluti a vivere fuori d'ogni legge, a
commettere altri delitti, non dovessero intanto curarsi
di cancellare ogni traccia di questo primo e di
gravarsene inutilmente la coscienza. Perché,
riconosciuto lo sbaglio e risoluti a restare tre
birbaccioni al bando, potevano fargli salva la vita e
lasciarlo andare senza curarsi della denunzia; ma, se
volevano ritornare sulla buona via, pentiti, allora per
forza, a impedire la denunzia di cui si tenevano certi,
dovevano assassinarlo.
Ne seguiva, che Dio doveva dunque ajutarlo ad aprir loro
la mente; perché riconoscessero che nessun profitto si
ricava a voler restare galantuomini. Cosa non difficile
con loro, visto che la buona intenzione di gettarsi alla
perdizione l'avevano dimostrata, catturandolo. Ma c'era
da temere pur troppo del disinganno che avevano dovuto
provare così a prima giunta, toccando con mano il grosso
sbaglio commesso appena incamminati sulla nuova via. E
fa presto un disinganno a cangiarsi in pentimento e in
voglia di ritrarsi da un cammino che cominci male. Per
tirarsene indietro, cancellandovi ogni orma dei primi
passi, la logica, sì, portava a commettere un delitto;
ma, a volerlo scansare, la stessa logica non li avrebbe
portati ad avventurarsi per quel cammino in cerca
d'altri delitti? E allora, meglio quest'uno qua a
principio, che poteva restar nascosto e senza traccia,
che tanti là allo scoperto e allo sbaraglio. A costo di
quest'uno, potevano avere ancora speranza di salvarsi,
se non di fronte alla loro coscienza, di fronte agli
uomini; a volerlo scansare, si sarebbero certo perduti.
Conclusione di queste tormentose riflessioni: la
certezza che oggi o domani, forse quella notte stessa,
nel sonno, lo avrebbero assassinato.
Attese, fino a tanto che nella grotta non si fece bujo.
Allora, al pensiero che quel silenzio, e la stanchezza
potessero su lui più della paura di cedere al sonno,
sentì dalla testa ai piedi un fremito di tutto il suo
istinto bestiale che lo spingeva, pur così con le mani e
i piedi ancora legati, a uscir fuori della grotta a
forza di gomiti, strisciando come un verme per terra; e
dovette penar tanto a persuadere a quel suo istinto
atterrito di fare quanto meno rumore fosse possibile;
perché poi, tanto, che sperava sporgendo il capo come
una lucertola fuori della tana? Niente! vedere il cielo
almeno, e vederla lì fuori, all'aperto, con gli occhi,
la morte, senza che gli fosse inflitta a tradimento nel
sonno. Questo, almeno.
Ah, ecco... Zitto! Era lume di luna? Luna nuova, sì, e
tante stelle... Che serata! Dov'era? Su una montagna...
Che aria e che altro silenzio! Forse era il monte
Caltafaraci, quello, o il San Benedetto... E allora,
quello là? Il piano di Consòlida, o il piano di Clerici?
Sì, e quella là verso ponente doveva essere la montagna
di Carapezza. Ma allora quei lumetti là, esitanti, come
sprazzi di lucciole nella chiaria opalina della luna?
Quelli di Girgenti? Ma dunque... oh Dio, dunque era
proprio vicino? E gli pareva che lo avessero fatto
camminare tanto... tanto...
Allungò lo sguardo intorno, quasi gl'incutesse paura la
speranza che quelli lo avessero lasciato lì e se ne
fossero andati.
Nero, immobile, accoccolato come un grosso gufo su un
greppo cretoso della montagna, uno dei tre, rimasto a
guardia, si stagliava preciso nella chiara soffusione
dell'albor lunare. Dormiva?
Fece per sporgersi un po', ma subito lo sforzo gli
s'allentò nelle braccia alla voce di colui, che, senza
scomporsi, gli diceva:
- Vi sto guardando, don Vicè! Rientrate, o vi sparo.
Non fiatò, come se volesse far nascere in colui il
dubbio d'essersi ingannato, rimase lì quatto a spiare.
Ma colui ripeté:
- Vi sto guardando.
- Lasciami prendere una boccata d'aria, - gli disse
allora. - Qua si soffoca. Mi volete lasciare così? Ho
sete.
Colui si scrollò minacciosamente:
- Oh! se volete restare costì, dev'essere a patto di non
fiatare. Ho sete anch'io e sono digiuno come voi.
Silenzio, o vi faccio rientrare.
Silenzio. E quella luna che rivelava tanta vista di
tranquilli piani e di monti... e il sollievo di tutta
quell'aria, almeno... e il sospiro lontano di quei
lumetti là del suo paese...
Ma dov'erano andati gli altri due? Avevano lasciato a
questo terzo l'incarico d'ucciderlo durante la notte? E
perché non subito? Che aspettava colui? Aspettava forse
nella notte il ritorno degli altri due?
Fu di nuovo tentato di parlare, ma si trattenne. Tanto,
se avevano deciso così...
Volse gli occhi al greppo dove colui stava seduto: lo
vide ricomposto nel primo atteggiamento. Chi era? Alla
voce, poc'anzi, gli era parso uno di Grotte, grosso
borgo tra le zolfare. Che fosse Fillicò? Possibile? Buon
uomo, tutto d'un pezzo, bestia da lavoro, di poche
parole... Se era lui veramente, guaj! Così taciturno e
duro, se era riuscito a smuoversi dalla bontà, guaj.
Non poté più reggere; e, con una voce quasi
involontaria, vuota d'ogni intenzione, quasi dovesse
arrivare a colui come non proferita dalla sua bocca,
disse senza domandare:
- Fillicò...
Colui non si mosse.
Il Guarnotta attese un pezzo e ripeté con la stessa
voce, come se non fosse lui, con gli occhi intenti a un
dito che faceva segni sulla rena:
- Fillicò...
E un brivido, questa volta, gli corse la schiena perché
s'immaginò che questa sua ostinazione, di proferire il
nome quasi senza volerlo, dovesse costargli, di rimando,
una schioppettata.
Ma neanche questa volta colui si mosse; e allora egli
esalò in un sospiro d'estrema stanchezza tutto l'orgasmo
della disperazione e abbandonò per terra il peso morto
della testa come se veramente non avesse più forza né
voglia di sorreggerlo. Lì, con la faccia nella rena, con
la rena che gli entrava nella bocca come a una bestia
morta, senza più curarsi del divieto che colui gli aveva
fatto di parlare, né della minaccia d'una schioppettata,
si mise allora a parlare, a farneticare senza fine.
Parlò della bella luna che ora, addio, sarebbe
tramontata; parlò delle stelle che Dio aveva fatto e
messo così lontane perché le bestie non sapessero
ch'erano tanti mondi più grandi assai della terra; e
parlò della terra che soltanto le bestie non sanno che
gira come una trottola e disse, come per uno sfogo
personale, che in questo momento ci sono uomini che
stanno a testa all'ingiù e pure non precipitano nel
cielo per ragioni che ogni cristiano che non sia più
creta della creta, cretaccia ma proprio di quella vile
su cui Dio santo ancora non ha soffiato, dovrebbe almeno
curarsi di sapere.
E in mezzo a questo farnetichio si ritrovò d'improvviso
che parlava davvero d'astronomia come un professore a
colui che, a poco a poco, gli s'era accostato, ch'era
anzi venuto a sederglisi accanto, lì presso l'entrata
della grotta, e ch'era proprio lui, sì, Fillicò di
Grotte, che le voleva sapere da tanto tempo quelle cose,
benché non se ne persuadesse bene e non gli paressero
vere: lo zodiaco... la via lattea... le nebulose...
Già. Così. Ma perché quando uno non ne può più, che le
ha proprio esaurite tutte nella disperazione le sue
forze, altro che questo gli può avvenire di buffo! si
può mettere come niente, anche sotto la mira di un
fucile, a nettarsi le unghie attentamente con un
fuscellino, badando che non si spezzi e non si pieghi, o
a tastarsi in bocca, sissignori, i denti che gli sono
rimasti, tre incisivi e un canino solo; e sissignori, a
pensare seriamente se sono tre o quattro i figliuoli del
bottajo, suo vicino di casa, a cui da quindici giorni è
morta la moglie.
- Parliamo sul serio. Ma dimmi un po': che ti pare che
sono, per la Madonna, un filo d'erba?... questo filo
d'erba qua che si strappa così, come niente? Toccami! Di
carne sono, per la Madonna! e un'anima ho, che me l'ha
data Dio come a te! Che mi volete scannare mentre dormo?
No... sta' qua... senti... te ne vai? Ah, finché ti
parlavo delle stelle... Senti che ti dico: scannami qua
a occhi aperti, non mi scannare a tradimento nel
sonno... Che dici? Non vuoi rispondere? Ma che aspetti?
Che aspettate, si può sapere? Denari, non ne avrete;
tenermi qua, non potrete; lasciarmi andare, non
volete... Volete ammazzarmi? E ammazzami, corpo di Dio,
e non se ne parli più!
A chi diceva? Quello era già andato a riaccoccolarsi sul
greppo come un gufo, per dimostrargli che di questo -
era inutile - non voleva sentir parlare.
Ma dopo tutto, che bestia anche lui! Non era meglio che
lo uccidessero nel sonno, se dovevano ucciderlo? Anzi,
più tardi, se ancora non si fosse addormentato,
sentendoli entrare carponi nella grotta, avrebbe chiuso
gli occhi per fingere di dormire. Ma già, che occhi! al
bujo, poteva anche tenerli aperti. Bastava che non si
movesse, quando sarebbero venuti a cercargli la gola, a
tasto, come a un pecoro.
Disse:
- Buona notte.
E si ritrasse.
Ma non lo uccisero.
Riconosciuto lo sbaglio, né liberare lo vollero e
neppure uccidere. Lo tennero lì.
Ma come, per sempre?
Finché Dio avrebbe voluto. Si rimettevano a Lui: presto
o tardi, a seconda che Egli avrebbe voluto fare più o
meno lunga la penitenza per lo sbaglio d'averlo
catturato.
O che intendevano insomma? che egli morisse da sé,
lassù, di morte naturale? Intendevano questo?
Questo, sì.
- Ma che Dio e Dio, allora! Pezzi d'animali, non
m'ucciderà mica Dio, m'ucciderete voi così, tenendomi
qua, morto di fame, di sete, di freddo, legato come una
bestia, in questa grotta, a dormire per terra, a fare
per terra qua stesso, come una bestia, i miei bisogni!
A chi diceva? S'erano rimessi a Dio, tutti e tre; e come
se parlasse alle pietre.
Intanto, morto di fame, non era vero; dormire per terra,
non era vero. Gli avevano portato lassù tre fasci di
paglia per fargliene una lettiera, e anche un loro
vecchio cappotto d'albagio, perché si riparasse dal
freddo. Poi, pane e companatico ogni giorno. Se lo
levavano di bocca, lo levavano di bocca alle loro
creature e alle loro mogli per darlo a lui. E pane
faticato col sudore della fronte, perché uno, a turno,
restava lì di guardia, e gli altri due andavano a
lavorare. E in quello ziretto là di terracotta c'era
acqua da bere, che Dio solo sapeva che pena a trovarla
per quelle terre assetate. Quanto poi a far lì per terra
i suoi bisogni, poteva uscire dalla grotta, la sera, e
farli all'aperto.
- Ma come? davanti a te?
- Fate. Non vi guardo.
Di fronte a quella durezza stupida e irremovibile si
sarebbe messo a pestare i piedi come un bambino. Ma che
erano, macigni? che erano?
- Riconoscete d'avere sbagliato, sì o no?
Lo riconoscevano.
- Riconoscete di doverlo scontare, questo sbaglio?
Sì, non uccidendolo, aspettando da Dio la sua morte e
sforzandosi d'alleviargli per quanto potevano il
martirio che gli davano.
- Benissimo! Ma questo è per voi, pezzi d'animali, per
il male che voi stessi riconoscete d'aver commesso! Ma
io? che c'entro io? che male ho commesso io? Sono sì o
no la vittima del vostro sbaglio? E fate scontare anche
a me, che non c'entro, il male che voi avete commesso?
Devo patire io così, perché voi avete sbagliato? Così
ragionate?
Ma no: non ragionavano affatto, loro. Stavano ad
ascoltarlo, impassibili, con gli occhi fermi e vani,
nelle dure facce cretose. E qua la paglia... e lì il
cappotto... e lo ziretto dell'acqua... e il pane col
sudore della fronte... e venite a cacare all'aperto.
Non si sacrificavano forse, uno alla volta, a star lì di
guardia e a tenergli compagnia? E lo facevano parlare
delle stelle e delle cose della città e della campagna,
delle buone annate d'altri tempi, quando c'era più
religione, e di certe malattie delle piante che prima,
quando c'era più religione, non si conoscevano. E gli
avevano portato anche un vecchio <I>Barbanera</I>,
trovato chi sa dove, perché ingannasse l'ozio, leggendo;
lui che aveva la bella fortuna di saper leggere.
- Che diceva, che diceva quello stampato, con tutte
quelle lune e quella bilancia e quei pesci e quello
scorpione?
Sentendolo parlare, si svegliava in loro un'ingorda
curiosità di sapere, piena di meraviglie grugnite e di
sbalordimenti bambineschi, a cui egli, a poco a poco,
cominciava a prender gusto, come a una cosa viva che
nascesse da lui, da tutto ciò che in quei discorsi con
loro traeva, come nuovo, anche per sé, dal suo animo
ormai da tanti anni addormentato nella pena della sua
incresciosa esistenza.
E sentiva, sì, che ormai cominciava a essere una vita
anche per lui, quella; una vita a cui aveva preso ad
adattarsi, caduta la rabbia davanti a una ineluttabilità
che non gliela faceva più pensare precaria, quantunque
incerta, strana e come sospesa nel vuoto.
Già per tutti là, al suo podere lontano affacciato sul
mare, e nella città di cui nella notte vedeva i lumi,
egli era morto. Forse nessuno s'era mosso a far
ricerche, dopo la sua scomparsa misteriosa; e seppur lo
avevano ricercato, lo avevano fatto senza impegno, non
premendo a nessuno di ritrovarlo.
Col cuore ridotto più arido e squallido della creta di
quella grotta, che gl'importava ormai di ritornare vivo
là, a quella vita di prima? aveva veramente qualche
ragione di rimpianto per tutte le cose che qua gli
mancavano, se il riaverle là doveva essere a costo
dell'amara noja di prima? Non si trascinava là, in
quella vita col peso addosso, d'un tedio insopportabile?
Qua, almeno, ora stava sdrajato per terra e non si
trascinava più.
Le giornate gli passavano, in quel silenzio d'altura,
quasi fuori del tempo, vuote d'ogni senso e senza scopo.
In quella vacuità sospesa anche la stessa intimità della
coscienza gli cessava: guardava la sua spalla e la creta
accanto della grotta, come le sole cose che esistessero;
e la sua mano, se vi fissava gli occhi, come se
esistesse, così solo per se stessa; e quel sasso e
quello sterpo, in un isolamento spaventoso.
Se non che, avvertendo a mano a mano che quanto gli era
occorso non era poi per lui tutta quella sciagura che in
principio, per la rabbia dell'ingiustizia, gli era
apparsa, cominciò anche ad accorgersi che davvero era
una ben dura e grave punizione, a cui da se stessi quei
tre s'erano condannati, il tenerlo ancora in vita.
Morto com'era già per tutti, restava vivo solo per essi,
vivo e con tutto il peso di quella vita inutile, di cui
egli ora, in fondo, si sentiva liberato. Potevano
buttarlo via come niente, quel peso che non aveva più
valore per nessuno, di cui nessuno più si curava; e
invece, no, se lo tenevano addosso, lo sopportavano
rassegnati alla pena che da loro stessi s'erano
inflitta, e non solo non se ne lagnavano, ma veramente
facevano di tutto per rendersela più gravosa con le cure
che gli prodigavano. Perché, sissignori, gli s'erano
affezionati, tutti e tre, come a qualche cosa che
appartenesse a loro, ma proprio a loro soltanto e a
nessun altro più, e dalla quale misteriosamente traevano
una soddisfazione, di cui, seppur la loro coscienza non
sentiva il bisogno, avrebbero per tutta la vita
avvertito la mancanza, quando fosse venuta loro a
mancare.
Fillicò un giorno portò su alla grotta la moglie, che
aveva un bimbo attaccato al petto e una ragazzetta per
mano. La ragazzetta recava al <I>nonno</I> una bella
corona di pan buccellato.
Con che occhi erano rimaste a mirarlo, madre e figlia!
Dovevano essere passati già parecchi mesi dalla cattura,
e chi sa come s'era ridotto: la barba a cespugli sulle
gote e sul mento; sudicio, strappato... Ma rideva per
far loro buona accoglienza, grato della visita e del
regalo di quel buon pane buccellato. Forse però era
appunto il riso in quella sua faccia da svanito, che
faceva tanto spavento alla buona donna e alla
ragazzetta.
- No, carinella, vieni qua... vieni qua... Tieni, te ne
do un pezzetto; mangia... L'ha fatto mamma?
- Mamma...
- Brava! E fratellini, ne hai? Tre? Eh, povero Fillicò,
già quattro figli... Portameli, i maschietti: voglio
conoscerli. La settimana ventura, bravo. Ma speriamo che
non ci arrivi...
Ci arrivò. Altro che! Lunga, proprio lunga volle Dio che
fosse la punizione. Per più di altri due mesi la tirò!
Morì di domenica, una bella serata che lassù c'era
ancora luce come se fosse giorno. Fillicò aveva condotto
i suoi ragazzi, a vedere il nonno, e anche <I>Manuzza</I>,
i suoi. Tra quei ragazzi morì, mentre scherzava con
loro, come un ragazzino anche lui, mascherato con un
fazzoletto rosso sui capelli lanosi.
I tre accorsero a raccoglierlo da terra, appena lo
videro cadere all'improvviso, mentre rideva e faceva
tanto ridere quei ragazzi.
Morto?
Scostarono i ragazzi; li fecero andar via con le donne.
E lo piansero, lo piansero, inginocchiati tutti e tre
attorno al cadavere, e pregarono Dio per lui e anche per
loro. Poi lo seppellirono dentro la grotta.
Per tutta la vita, se a qualcuno per caso avveniva di
ricordare davanti a loro il Guarnotta e la sua scomparsa
misteriosa:
- Un santo! - dicevano. - Oh! Andò certo diritto in
paradiso con tutte le scarpe, quello!
Perché il purgatorio erano certi d'averglielo dato loro
là, su la montagna.