Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
15. Leviamoci questo pensiero

Nella camera mortuaria erano raccolti tutti i
parenti il padre vecchissimo, le sorelle coi loro mariti, i
fratelli con le loro mogli e i figliuoli più grandi; e chi
piangeva silenziosamente, col fazzoletto sogli occhi; e chi,
scotendo amaramente il capo, appena appena, con gli angoli
della bocca contratti in giù, mirava sul letto tra i quattro
ceri la povera morta cosparsa di fiori, con un piccolo
crocefisso d'argento e la corona del rosario di grani rossi
tra le mani dure, livide, composte a forza sul petto.
Bernardo Sopo, il marito, passeggiava nella camera accanto.
Di larghe spalle, quantunque povero e tardo di gambe, calvo
e barbuto come un padre cappuccino, con gli occhi socchiusi,
le lenti dimenticate su la punta del naso, le mani a tergo,
passeggiava; si fermava di tratto in tratto, diceva
- Ersilia... poveretta...
Si rimetteva a passeggiare, e poco dopo si rifermava per
ripetere:
- Poveretta.
Il suono de' suoi passi, il suono della sua voce, in quella
che non pareva neppure un'esclamazione di compianto, ma
quasi una conclusione ragionata, urtavano i parenti muti e
raccolti nel cordoglio. Urtava peggio la sua presenza, ogni
qual volta egli veniva a fermarsi un momento su la soglia e,
col capo reclinato indietro e gli occhi tra i peli, guardava
tutti in giro, come per compassione di quello spettacolo di
morte, ch'essi stavano lì a rappresentare sinceramente,
quasi per esercizio d'un dovere, oh tristissimo sì, ma al
tutto inutile.
E appena egli voltava le spalle per rimettersi a passeggiare
nella stanza accanto, tutti avevano l'impressione che, così
passeggiando, quell'uomo stesse ad aspettare, con forzata
pazienza, che si finisse una buona volta di piangere.
A un certo punto lo videro entrare nella camera con un'aria
che gli conoscevano bene, aria di rassegnazione, ma
testarda, con la quale sfidava le proteste e accoglieva le
ingiurie di tutti, come un asino le nerbate senza rimuoversi
d'un passo dall'orlo del precipizio.
Quasi quasi temettero che andasse a soffiare sui quattro
ceri per spegnerli, come a dire che lo spettacolo era già
durato abbastanza e poteva aver fine.
Di tanto tutti quei parenti stimavano capace Bernardo Sopo.
E certo, se fosse dipeso da lui - no, spenti no, spenti mai
- ma non sarebbero stati certo accesi quei ceri, né sparsi
quei fiori, né posti in mano alla morta quel crocefisso e
quella corona di grani rossi. Non per la ragione, però, che
con maligno animo sospettavano i parenti.
Bernardo Sopo si accostò al suocero e lo pregò di recarsi
con lui, per un momento, nello scrittojo.
Qua, la vista dei mobili quieti, in penombra, che non
sapevano nulla di quanto era accaduto di là, lo fece
sbuffare, specialmente la vista degli scaffali pieni zeppi
di pesanti libri di filosofia. Aperto un cassetto della
scrivania, ne trasse una cartella di rendita intestata alla
moglie defunta, e la porse al suocero.
Questi, stordito dalla sciagura, guardò coi calvi occhi,
insanguati nel pianto, prima quella cartella, poi il genero,
senza comprendere.
- La dote d'Ersilia, - gli disse il Sopo.
Il vecchio, sdegnato, buttò la cartella su la scrivania e,
poiché anche lì, non reggendosi in piedi, era cascato a
sedere su la prima seggiola, si levò come sospinto da una
susta, per ritornare alla camera mortuaria. Ma Bernardo Sopo,
strizzando dolorosamente gli occhi e protendendo le mani,
cercò di trattenerlo.
- Per carità, - pregò. - Tutto quello che si deve fare...
- Ma piangere! - gli gridò il vecchio, - piangere! piangere
per ora, e niente altro!
Bernardo Sopo tornò a strizzare dolorosamente gli occhi, per
pietà profonda di quel povero vecchio, di quel povero padre;
ma poi sollevò la faccia, sollevò il petto, trasse con le
nari quanta più aria poté, e quindi, votandosene, con gesto
di sconsolata stanchezza, disse:
- A che giova?
Non avendo avuto figliuoli dalla moglie, egli doveva
restituire la dote.
Bisognava che si levasse questo pensiero.
Un altro pensiero, che non gli pareva l'ora di levarsi, era
quello della casa. Morta la moglie e dovendo restituire la
dote, egli con quel che aveva di suo e coi tanti pesi che
aveva addosso, non poteva più sostenerne la pigione. Quella
casa, per altro, sarebbe stata troppo grande per lui, che
restava ormai solo. Per fortuna, essa figurava come locata
alla moglie; sicché dunque il contratto, con la morte di
questa, si scioglieva naturalmente.
Ma c'erano i mobili, i mobili, tutti quei mobili di cui la
povera morta, che amava gli agi, aveva ingombrato le stanze
fin negli angoli più riposti. E Bernardo Sopo se li sentiva
come tanti macigni sul petto.
Ci mancavano ancora sei giorni a finire il mese. La pigione
di quel mese era pagata; non avrebbe voluto pagare quella
del mese venturo a cagione di tutti quei mobili là, di cui
non sapeva che farsi. Aveva già stabilito d'andarsene in una
camera mobiliata. Intanto, come far presto? Per levarsi
quest'altro pensiero dei mobili, bisognava che prima la
moglie fosse portata via al camposanto; e dovevano passare
almeno quarantotto ore, per espressa volontà dei parenti,
morta com'era all'improvviso, di paralisi cardiaca.
- Quarantotto ore, - diceva tra sé Bernardo Sopo, seguitando
a passeggiare con gli occhi socchiusi e grattandosi il mento
con la mano irrequieta tra i peli della folta barba da padre
cappuccino. - Quarantotto ore! Come se la povera Ersilia
potesse non esser morta davvero! Purtroppo è morta!
Purtroppo per me, non per lei. Ah lei sì, povera Ersilia, se
l'è levato questo pensiero della morte. Mentre noi qua,
ora... Tutte queste sciocchezze da fare; e che si devono
fare! la veglia al cadavere, sicuro, e i ceri e i fiori e i
funerali in chiesa e il trasporto e il seppellimento.
Quarantotto ore!
E non badando alle torve occhiate che tutti gli lanciavano
per quel che or ora il suocero era tornato a riferire su la
cartella della dote, seguitò a dimostrare in tutti i modi la
smania, l'affanno che quell'attesa forzata gli cagionava.
Assillato dalla sollecitudine, non trovava requie;
s'accostava a questo e a quello dei parenti più intimi della
defunta, irresistibilmente tratto dall'idea di proporgli
qualcuna delle tante cose che si dovevano fare; ma subito
avvertiva in quello la repulsione, l'urto. Non se n'aveva
per male. Già c'era avvezzo. Del resto riconosceva che
quella repulsione, quell'urto erano naturali verso uno che,
come lui, stava a rappresentare le dure necessità
dell'esistenza. Comprendeva e compativa. Gli restava un
pezzo accanto, a guardarlo attraverso le pàlpebre
semichiuse, inerte, ingombrante, soffocante, finché non
provocava con uno sbuffo la domanda:
- Mi vuoi?
Accennava di sì col capo, mestamente, e con aria stanca,
abbattuta, se lo portava a passeggiare nella sala da pranzo.
Qua, dopo essere andato due o tre volte su e giù, esclamando
a tratti: - La vita, caro, che tristezza! - La vita... che
miseria! - oppure di nuovo: - Ersilia... poveretta... - si
fermava e, con atteggiamento umile e pietoso, o fingendosi
all'improvviso distratto, sospirava:
- Tu, se vuoi, caro, potresti prenderti intanto queste due
vetrine col servizio da tavola e la cristalliera; anche la
credenza, se vuoi.
L'offerta, in quel punto, col cadavere ancor 1ì presente,
pareva a quello un insulto, anzi peggio, un pugno sul petto.
E senza avere altra risposta, che uno sguardo di disgusto,
d'abominazione, Bernardo Sopo si vedeva lasciato in asso.
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Il che però non gli toglieva l'animo
d'accostarsi, poco dopo, a un altro dei parenti più
intimi e di portarselo a passeggiare nel salotto per
proporgli a un certo punto, come a quell'altro:
- Se ti piacciono questo canapè e queste poltroncine,
puoi prenderle, sai, caro!
Finché, vedendo che tutti a un modo i più intimi gli si
rivoltavano scandalizzati, non cominciò a profferire i
mobili e gli oggetti della casa ai meno intimi e anche a
qualche estraneo, amico di casa, i quali, con minor
scrupolo, ma pur perplessi e timidi, lo ringraziavano.
Bernardo Sopo troncava subito i ringraziamenti con un
gesto della mano alzava le spalle per significare che
non dava alcuna importanza al regalo, e soggiungeva:
- Dovresti affrettarti piuttosto a farli portar via; mi
preme di sgombrare al più presto.
Quegli altri allora presero a fulminarlo dalla camera
mortuaria con certi occhiacci da spiritati e a dar segni
d'ira e di sdegno e di dispetto, per un altro verso.
No, non avevano diritto, nessun diritto su quei mobili
che appartenevano a lui soltanto, a Bernardo Sopo; ma
perdio, era un'indecenza!
E a uno a uno, non riuscendo più a trattenersi,
balzarono da sedere e corsero a investirlo, a gridargli
tra i denti che doveva vergognarsi, di quel che stava
facendo, vergognarsi come si vergognavano per lui quelli
stessi che, nell'imbarazzo, non avevano saputo opporsi
alle profferte. Li chiamavano in testimonianza
- È vero? è vero?
Quelli si stringevano nelle spalle, con un sorriso
afflitto su le labbra.
- Ma certo! ognuno! - esclamavano allora i parenti. -
Sono mortificazioni!
E Bernardo Sopo, sempre con gli occhi chiusi, aprendo le
braccia:
- Ma scusate, perché, cari, perché? Io mi spoglio... Per
me è finita, cari miei! Bisogna che non ci pensi più! So
quello che porto addosso. Lasciatemi fare. Son cose che
si devono fare.
Quelli gridavano:
- Va bene, si devono fare: ma a tempo e a luogo, perdio!
E allora lui, per troncare il discorso, rimettendosi:
- Capisco... capisco...
Ma non capiva affatto; o piuttosto, capiva questo
soltanto ch'era una debolezza quell'indugio che si
voleva frapporre; una debolezza, come tutto quel pianto
là.
Lo credevano senza cuore, perché egli non piangeva. Ma
dimostrava forse il pianto la intensità del dolore?
Dimostrava la debolezza di chi soffre. Chi piange vuol
far conoscere che soffre, o vuole intenerire, o chiede
conforto e commiserazione. Egli non piangeva, perché
sapeva che nessuno avrebbe potuto confortarlo, e che era
inutile ogni commiserazione. Né c'era da aver pena per
quelli che se n'andavano. Fortunati da invidiare, anzi!
La vita era per Bernardo Sopo profondamente oscura; la
morte, uno sbuffo di più densa tenebra nell'oscurità. Né
al lume della scienza per la vita né al lume della fede
per la morte riusciva a dar credito; e in tanta oscurità
non vedeva profilarsi altro, a ogni passo, che le
sgradevoli, dure, ispide necessità dell'esistenza, a cui
era vano tentar di sottrarsi, e che si dovevano subito
perciò affrontare o subire, per levarsene al più presto
il pensiero.
Ecco, sì, levarsene il pensiero! Tutta la vita non era
altro che questo: un pensiero, una sequela di pensieri
da levarsi. Ogni indugio era una debolezza.
Tutti quei parenti che s'indignavano, sapevan pur bene
che egli era stato sempre così. Quante volte non li
aveva fatti ridere la loro Ersilia, raccontando con
festosa esagerazione le furiose avventure della sua vita
coniugale con quell'uomo, il quale, poveretto, che
poteva farci? aveva in corpo la smania, la frenesia di
levarsi tutti i pensieri, appena gli si affacciassero
alla mente come un'ineluttabile necessità. Anche, anche
a letto, sì, tutti i pensieri! Ed ella, la poverina, si
rappresentava come una cagnetta stanca, in corsa
perpetua, dietro a lui, sempre con tanto di lingua
fuori.
Si doveva andare a teatro? Quell'uomo non aveva più
requie. Non già perché gli premesse il teatro; anzi al
contrario! Il pensiero d'andarci diventava per lui un
tale incubo, che non gli pareva l'ora di levarselo; e,
sissignori, ogni volta, un'ora prima, nel palco, al bujo,
ad aspettare!
Si doveva partire? Misericordia di Dio! Un precipizio.
Bauli, valige, fagotti; caccia, cocchiere! corri,
facchino! E i sudori! e i sudori! e quante cose
smarrite, e quante dimenticate, per arrivare alla
stazione due ore prima della partenza del treno! Non già
perché temesse di perdere la corsa, ma perché non poteva
più aspettare in casa, neanche un minuto, con quel
pensiero della partenza che lo assillava.
E quante volte non s'era presentato in casa con un
fagotto di cinque o sei paja di scarpe, per levarsi per
un pezzo il pensiero di comperarle! Era forse l'unico
dei contribuenti che pagasse tutte in una volta per
l'annata le rate delle tasse, sempre il primo dietro gli
sportelli dell'esattoria. Per miracolo, all'alba del
giorno segnato per il pagamento della prima rata, non
andava a svegliare in casa l'esattore.
Sempre, nel vederlo assaettato così in tutte le
faccende, aveva cercato di arrestarlo la povera Ersilia;
poi, quando lo vedeva stanco o smanioso, con tanto tempo
avanti a sé che non sapeva più come riempire, gli
domandava:
- Vedi? Ti sei levato il pensiero. Bebi mio; e ora? e
ora?
A questa domanda Bernardo Sopo si metteva a scuotere il
capo, sempre con gli occhi chiusi.
Non voleva confessare, non che agli altri, ma nemmeno a
se stesso, che nel fondo più recondito di quella
oscurità che si sentiva dentro e che né il lume della
scienza né quello della fede riuscivano mai a stenebrare
neppur d'un primo frigido pallor d'alba, gli palpitava
come un'ansia indefinibile, l'ansia di un'attesa ignota,
un presentimento vago, che nella vita ci fosse da fare
qualche cosa, che non era mai quella delle tante a cui
correva dietro per levarsene subito il pensiero. Ma pur
troppo, sempre, quando di queste s'era levato il
pensiero, restava come sospeso e anelante in un vuoto
smanioso. Gli rimaneva quell'ansia, dentro: ma l'attesa,
ahimè, era sempre vana, sempre.
E gli anni erano passati e passavano, e Bernardo Sopo,
oggi più stanco e più stufo di jeri, ma pur non meno
obbediente a tutte le più dure necessità dell'esistenza,
anzi tanto più obbediente quanto più stanco e più stufo,
non riusciva a comprendere che proprio per questo,
proprio per obbedire a quelle necessità, si stesse nella
vita.
Possibile che non ci fosse da fare altro? che si fosse
venuti su la terra e ci si stesse per questo?
Oh sì, c'erano i sogni dei poeti, le architetture
mentali dei filosofi, le scoperte della scienza. Ma a
Bernardo Sopo parevano tutti scherzi, questi, scherzi
graziosi o scherzi ingegnosi, illusioni. Che
concludevano?
S'era convinto, man mano sempre più, che l'uomo su la
terra non poteva concluder nulla, che tutte le
conclusioni a cui l'uomo credeva d'esser venuto, erano
per forza illusorie o arbitrarie.
L'uomo è nella natura, è la natura stessa che pensa, che
produce in lui i suoi frutti di pensiero, frutti secondo
le stagioni anch'essi, come quelli degli alberi,
effimeri forse un po' meno, ma effimeri per forza. La
natura non può concludere, essendo eterna; la natura,
nella sua eternità, non conclude mai. E dunque, neppur
l'uomo!
Se n'accorgeva bene Bernardo Sopo, quando, nel tempo che
sempre gli avanzava, si astraeva dalle volgari
contingenze, dalle brighe quotidiane, dai doveri che
s'era imposti, dalle abitudini che s'era tracciate, e
allargava i confini della consueta visione della vita e
si sollevava, spassionato, a contemplare da questa
altezza tragica e solenne la natura. S'accorgeva che,
per concludere, l'uomo si metteva un paraocchi, che gli
facesse vedere per alcun tempo una cosa sola; ma, quando
credeva di averla raggiunta, non la trovava più, perché,
levandosi quel paraocchi e scoprendoglisi la vista di
tutte le cose intorno, addio conclusione!
Che restava dunque a non volersi illudere
coscientemente, quasi per uno scherzo? Ahimè,
nient'altro che le dure necessità dell'esistenza, da
subire o da affrontare subito per levarsene il pensiero
al più presto. Ma allora, tanto valeva uccidersi, per
levarsi subito il pensiero di tutto. Bravo, sì!
uccidersi... Poterlo fare! Bernardo Sopo non poteva: la
sua vita era purtroppo una necessità, di cui non si
poteva levare il pensiero. Aveva fuori tanti parenti
poveri, per cui doveva vivere.
Dopo il trasporto e il seppellimento della moglie,
riuscito a spogliarsi di tutto nei pochi giorni che
restavano a finire il mese, si ridusse a viver solo,
miseramente, in una cameretta d'affitto.
Nessuno dei parenti della moglie volle più sapere di
lui. Né egli se ne dolse.
Si sbarazzò subito di moltissime necessità che, anche
vivendo la moglie, aveva sempre stimate superflue, ma
accettate per lei, subite o affrontate col solito
coraggio e la solita rassegnazione. Si restrinse in
tutte le spese di vitto, di biancheria, di vestiario, a
cui la moglie lo obbligava, per non ridurre di troppo,
ora che la moglie non c'era più, gli assegni a quei
parenti poveri, che non glie ne restavano affatto grati.
Neppur di questo egli si doleva. Stimava il suo
sacrifizio come dovere, come necessità, anch'essa
incresciosa; e lo lasciava intendere chiaramente nelle
sue lettere a quei parenti, che perciò non gli restavano
grati. Essi, insomma, come tutto il resto,
rappresentavano per lui un pensiero da levarsi, da
levarsi al più presto, ogni mese. Anche a costo di
mangiare così, una sola volta al giorno, e anche
scarsamente. Subito subito, anche quel desinarino, per
non pensarci più per tutto il giorno.
Sbrigate così subito le poche faccende, a cui ormai gli
restava da attendere, gli crebbe innanzi più che mai il
tempo, il vuoto smanioso, che non sapeva come riempire.
Cominciò a spenderlo a profitto degli altri, di gente
che conosceva appena, di cui per caso veniva a conoscere
la necessità. Ma, al solito, anche da questi beneficati
non ebbe altro compenso che sgarbi e ingratitudine. Gli
mancava al tutto il senso dell'opportunità, perché non
riusciva a intendere che si potesse provar piacere a
indugiarsi nelle illusioni, convinto com'era che ogni
indugio, di fronte alle necessità impellenti e
ineluttabili dell'esistenza, fosse una debolezza. E non
aveva né pietà, né considerazione per tutti quei deboli
che indugiavano: si presentava quando non doveva, a
ricordar loro quelle necessità, con un'aria sempre più
stanca e più oppressa, che diceva chiaramente: «Vedete,
pur essendo così, pur costandomi tanto, io sono qua,
pronto; su, cari miei, leviamoci questo pensiero!».
E ormai tutti, appena lo vedevano da lontano,
spiritavano. Era divenuto un incubo per tutti. Tutti
credevano ch'egli provasse un gusto feroce a tormentare,
a opprimere.
Le gambe, con gli anni, gli divennero sempre più tarde.
Nulla era più penoso che il vedere com'egli si
adoperasse, ora, nella corsa dietro a quelle necessità
sue e altrui, e cercasse il verso d'andare speditamente
con quelle povere gambe che pareva lo lasciassero sempre
allo stesso punto.
Avviluppato nell'ombra tremenda del tempo che gli
avanzava, col rodio, l'assillo di tante sollecitudini
non sue soltanto, gli avveniva spesso di fermarsi di
botto in mezzo alla via, non ricordandosi più dove fosse
diretto che cosa dovesse fare.
Col bastone sotto l'ascella, il cappello in mano l'altra
mano sul mento irrequieta tra i peli della folta barba,
restava un pezzo a pensare, con gli occhi chiusi,
ripetendo piano a se stesso:
- Io dovevo fare una cosa...
E così una volta lo colse, in mezzo a una piazza
deserta, di pieno meriggio, un'automobile che passava di
furia.
Travolto in un attimo, sballottato sotto le ruote,
Bernardo Sopo, con le costole fracassate e le braccia e
le gambe spezzate, fu raccolto moribondo da alcuni
vetturini di stazione e trasportato all'ospedale, privo
di conoscenza.
Si riebbe pochi momenti prima di morire; riaprì gli
occhi appannati; guardò un pezzo accigliato il medico e
gli infermieri attorno al letto: poi, reclinando il capo
sui guanciali, ripeté con l'ultimo sospiro:
- Io dovevo fare una cosa...
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