Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
14. Il lume dell'altra casa

Fu una sera, di domenica, al ritorno da una lunga
passeggiata.
Tullio Buti aveva preso in affitto quella camera da circa
due mesi. La padrona di casa, signora Nini, buona vecchietta
all'antica, e la figliuola zitella, ormai appassita, non lo
vedevano mai. Usciva ogni mattina per tempo e rincasava a
sera inoltrata. Sapevano ch'era impiegato a un Ministero;
ch'era anche avvocato; nient'altro.
La cameretta, piuttosto angusta, ammobigliata modestamente,
non serbava traccia della abitazione di lui. Pareva che di
proposito, con istudio, egli volesse restarvi estraneo, come
in una stanza d'albergo. Aveva, sì, disposto la biancheria
nel cassettone, appeso qualche abito nell'armadio; ma poi,
alle pareti, sugli altri mobili, nulla: né un astuccio, né
un libro, né un ritratto; mai sul tavolino qualche busta
lacerata; mai su qualche seggiola un capo di biancheria
lasciato, un colletto, una cravatta, a dar segno ch'egli lì
si considerava in casa sua.
Le Nini, madre e figlia, temevano che non vi durasse.
Avevano stentato tanto ad affittare quella cameretta.
Parecchi erano venuti a visitarla; nessuno aveva voluto
prenderla. Veramente, non era né molto comoda né molto
allegra, con quell'unica finestra che dava su una viuzza
stretta, privata, e dalla quale non pigliava mai né aria né
luce, oppressa come era dalla casa dirimpetto che parava.
Mamma e figliuola avrebbero voluto compensare l'inquilino
tanto sospirato con cure e attenzioni, ne avevano studiate e
preparate tante, aspettando: - «Gli faremo questo; gli
diremo quello» - e così e colà; specialmente lei, Clotildina,
la figliuola, tante care finezze, tante care «civiltà» come
diceva la madre, oh, ma così, senza secondo fine, aveva
studiate e preparate. Ma come usargliele, se non si lasciava
mai vedere?
Forse, se lo avessero veduto, avrebbero compreso subito che
il loro timore era infondato. Quella cameretta triste, buja,
oppressa dalla casa dirimpetto, s'accordava con l'umore
dell'inquilino.
Tullio Buti andava per via sempre solo, senza neanche i due
compagni dei solitarii più schivi: il sigaro e il bastone.
Con le mani affondate nelle tasche del pastrano, le spalle
in capo, aggrondato, il cappello calcato fin sogli occhi,
pareva covasse il più cupo rancore contro la vita.
All'ufficio, non scambiava mai una parola con nessuno dei
colleghi, i quali, tra gufo e orso, non avevano ancora
stabilito quale dei due appellativi gli quadrasse di più.
Nessuno lo aveva mai veduto entrare, di sera, in qualche
caffè; molti, invece, schivare di furia le vie più
frequentate per subito riimmergersi nell'ombra delle lunghe
vie diritte e solitarie dei quartieri alti, e scostarsi ogni
volta dal muro e girare attorno al cerchio di luce che i
fanali projettano sui marciapiedi.
Né un gesto involontario, né una anche minima contrazione
dei lineamenti del volto, né un cenno degli occhi o delle
labbra tradivano mai i pensieri in cui pareva assorto, la
doglia cupa in cui stava così tutto chiuso. La devastazione,
che quei pensieri e questa doglia gli dovevano aver fatto
nell'anima, era evidentissima nella fissità spasimosa degli
occhi chiari, acuti, nel pallore del volto disfatto nella
precoce brizzolatura della barba incolta
Non scriveva e non riceveva mai lettere; non leggeva
giornali; non si fermava né si voltava mai a guardare,
qualunque cosa accadesse per istrada, che attirasse l'altrui
curiosità; e se talvolta la pioggia lo coglieva alla
sprovvista, seguitava ad andare dello stesso passo, come se
nulla fosse. Che stesse a farci così nella vita, non si
sapeva. Forse non lo sapeva neppur lui. Ci stava... Non
sospettava forse nemmeno, che ci si potesse stare
diversamente, o che, a starci diversamente, si potesse
sentir meno il peso della noja e della tristezza.
Non aveva avuto infanzia; non era stato giovine, mai. Le
scene selvagge a cui aveva assistito nella casa paterna fin
dai più gracili anni, per la brutalità e la tirannia feroce
del padre, gli avevano bruciato nello spirito ogni germe di
vita.
Morta ancora giovane la madre per le atroci sevizie del
marito, la famiglia s'era sbandata: una sorella s'era fatta
monaca, un fratello era scappato in America. Fuggito anche
lui di casa, ramingo, con incredibili stenti s'era tirato sé
fino a formarsi quello stato.
Ora non soffriva più. Pareva che soffrisse; ma s'era ottuso
in lui anche il sentimento del dolore. Pareva che stesse
assorto sempre in pensieri; ma no; non pensava più nemmeno.
Lo spirito gli era rimasto come sospeso in una specie di
tetraggine attonita, che solo gli faceva avvertire, ma
appena, un che d'amaro alla gola. Passeggiando di sera per
le vie solitarie, contava i fanali; non faceva altro; o
guardava la sua ombra, o ascoltava l'eco dei suoi passi, o
qualche volta si fermava davanti ai giardini delle ville a
contemplare i cipressi chiusi e cupi come lui, più notturni
della notte.
Quella domenica, stanco della lunga passeggiata per la via
Appia antica, insolitamente aveva deciso di rincasare. Era
ancora presto per la cena. Avrebbe aspettato nella cameretta
che il giorno finisse di morire e si facesse l'ora.
Per le Nini, madre e figlia, fu una gratissima sorpresa.
Clotildina, dalla contentezza, batté anche le mani. Quale
delle tante cure e attenzioni studiate e preparate, quale
delle tante finezze e «civiltà» particolari, usargli prima?
Confabularono mamma e figliuola: a un tratto Clotildina
pestò un piede, si batté la fronte. Oh Dio, il lume,
intanto! Prima di tutto bisognava recargli un lume, quello
buono, messo apposta da parte, di porcellana coi papaveri
dipinti e il globo smerigliato. Lo accese e andò a picchiare
discretamente all'uscio dell'inquilino. Tremava tanto, per
l'emozione, che il globo, oscillando, batteva contro il
tubo, che rischiava d'affumicarsi.
- Permesso? Il lume.
- No, grazie, - rispose il Buti, di là. - Sto per uscire.
La zitellona fece una smorfietta, con gli occhi bassi, come
se l'inquilino potesse vederla, e insistette:
- Sa, ce l'ho qua. Per non farla stare al bujo.
Ma il Buti ripeté, duro:
- Grazie, no.
S'era seduto sul piccolo canapè dietro al tavolino, e
sbarrava gli occhi invagati nell'ombra che a mano a mano
s'addensava nella cameretta, mentre ai vetri smoriva
tristissimo l'ultimo barlume del crepuscolo.
Quanto tempo stette così, inerte, con gli occhi sbarrati,
senza pensare, senza avvertire le tenebre che già lo avevano
avvolto?
Tutt'a un tratto, vide.
Stupito, volse gli occhi intorno. Sì. La cameretta s'era
schiarata all'improvviso, d'un blando lume discreto, come
per un soffio misterioso.
Che era? Com'era avvenuto?
Ah, ecco. Il lume dell'altra casa. Un lume or ora acceso
nella casa dirimpetto: l'alito d'una vita estranea,
ch'entrava a stenebrare il bujo, il vuoto, il deserto della
sua esistenza.
Rimase un pezzo a mirare quel chiarore come alcunché di
prodigioso. E un'intensa angoscia gli serrò la gola nel
notare con quale soave carezza si posava là sul suo letto,
su la parete, e qua su le sue mani pallide, abbandonate sul
tavolino. Gli sorse in quell'angoscia il ricordo della sua
infanzia oppressa, di sua madre. E gli parve come se la luce
di un'alba lontana, spirasse nella notte del suo spirito.
Si alzò, andò alla finestra e, furtivamente, dietro ai
vetri, guardò là, nella casa dirimpetto, a quella finestra
donde gli veniva il lume.
Vide una famigliuola raccolta intorno al desco: tre
bambini, il padre già seduti, la mamma ancora in piedi, che
stava a ministrarli, cercando - com'egli poteva argomentare
dalle mosse - di frenar l'impazienza dei due maggiori che
brandivano il cucchiajo e si dimenavano su la seggiola.
L'ultimo stirava il collo, rigirava la testina bionda:
evidentemente, gli avevano legato troppo stretto al collo il
tovagliolo; ma se la mammina si fosse affrettata a dargli la
minestra, non avrebbe più sentito il fastidio di quella
legatura troppo stretta. Ecco, ecco, infatti: ih, con quale
voracità s'affrettava a ingollare! tutto il cucchiajo si
ficcava in bocca. E il babbo, tra il fumo che vaporava dal
suo piatto, rideva. Ora si sedeva anche la mammina, lì,
proprio dirimpetto. Tullio Buti fece per ritrarsi,
istintivamente, nel vedere che ella, sedendo, aveva alzato
gli occhi verso la finestra; ma pensò che, essendo al bujo,
non poteva esser veduto, e rimase lì ad assistere alla cena
di quella famigliuola, dimenticandosi affatto della sua.
Inizio
pagina
Da quel giorno in poi, tutte le sere, uscendo
dall'ufficio, invece d'avviarsi per le sue solite
passeggiate solitarie, prese la via di casa; aspettò
ogni sera che il bujo della sua cameretta s'inalbasse
soavemente del lume dell'altra casa, e stette lì, dietro
ai vetri, come un mendico, ad assaporare con infinita
angoscia quell'intimità dolce e cara, quel conforto
familiare, di cui gli altri godevano, di cui anch'egli,
bambino, in qualche rara sera di calma aveva goduto,
quando la mamma... la mamma sua... come quella...
E piangeva.
Sì. Questo prodigio operò il lume dell'altra casa. La
tetraggine attonita, in cui lo spirito di lui era
rimasto per tanti anni sospeso, si sciolse a quel blando
chiarore.
Non pensò, intanto, Tullio Buti, a tutte le strane
supposizioni che quel suo starsene al bujo doveva far
nascere nella padrona di casa e nella figliuola.
Due altre volte Clotildina gli aveva profferto il lume,
invano. Avesse almeno acceso la candela! Ma no, neppure.
Che si sentisse male? Aveva osato domandarglielo
Clotildina con tenera voce, dall'uscio, la seconda volta
ch'era accorsa col lume Egli le aveva risposto:
- No; sto bene così.
Alla fine... ma sì, santo Dio, scusabilissima! aveva
spiato dal buco della serratura, Clotildina e, con
maraviglia, veduto anche lei nella cameretta
dell'inquilino il chiarore diffuso dal lume dell'altra
casa: della casa dei Masci appunto, e veduto lui, lui
ritto dietro ai vetri della finestra, intento a guardare
lì, nella casa dei Masci.
Clotildina era corsa, tutta sossopra, ad annunziare
alla mamma la grande scoperta:
- Innamorato di Margherita! di Margherita Masci!
Innamorato!
Qualche sera dopo, Tullio Buti, mentre se ne stava a
guardare, vide con sorpresa in quella stanza dirimpetto,
ove la famigliuola al solito - ma senza il babbo, quella
sera se ne stava a cenare, vide entrare la signora Nini
sua padrona di casa, e la figliuola, accolte come amiche
di antica data.
A un certo punto, Tullio Buti si ritrasse d'un balzo
dalla finestra, turbato, ansante.
La mammina e i tre piccini avevano alzato gli occhi
verso la sua finestra. Senza dubbio, quelle due si erano
messe a parlare di lui.
E ora? Ora tutto forse era finito! La sera appresso,
quella mammina, o il marito, sapendo che nella cameretta
di contro c'era lui così misteriosamente al bujo,
avrebbero accostato gli scuri; e così d'ora in poi non
gli sarebbe venuto più quel lume di cui viveva, quel
lume ch'era il suo godimento innocente e il suo unico
conforto.
Ma non fu così.
Quella sera stessa, allorché il lume di là fu spento,
ed egli, piombato nella tenebra, dopo avere atteso
ancora un poco che la famigliuola fosse andata a letto,
si recò ad aprire cautamente la vetrata della finestra
per rinnovare l'aria, vide anche aperta la finestra di
là; vide poco dopo (e ne ebbe nel bujo un tremore di
sgomento) vide affacciarsi a quella finestra la donna,
forse incuriosita di quanto avevano detto di lui le
Nini, mamma e figliuola.
Quei due fabbricati altissimi, che aprivano l'uno
contro l'altro così da presso gli occhi delle loro
finestre, non lasciavano vedere né, in alto, la striscia
chiara di cielo, né, in basso, la striscia nera di
terra, chiusa all'imboccatura da un cancello; non
lasciavano mai penetrare né un raggio di sole, né un
raggio di luna.
Ella, dunque, là, non poteva essersi affacciata che per
lui, e certo perché s'era accorta che egli s'era
affacciato a quella sua finestra spenta.
Nel bujo, potevano discernersi appena. Ma egli da un
pezzo la sapeva bella; ne conosceva già tutte le grazie
delle mosse, i guizzi degli occhi neri, i sorrisi delle
labbra rosse.
Più che altro, però, quella prima volta, per la
sorpresa che lo sconvolgeva tutto e gli toglieva il
respiro di un fremito d'inquietudine quasi
insostenibile, provò pena; dovette fare uno sforzo
violento su se stesso per non ritirarsi! per aspettare
che si ritirasse lei per la prima.
Quel sogno di pace, d'amore, d'intimità dolce e cara,
di cui aveva immaginato dovesse godere quella
famigliuola: di cui per riflesso aveva goduto anche lui;
crollava, se quella donna, di furto, al bujo, veniva
alla finestra per un estraneo. Questo estraneo, sì, era
lui.
Eppure, prima di ritirarsi, prima di richiudere la
vetrata ella gli bisbigliò:
- Buona sera!
Che avevano fantasticato di lui le due donne che lo
ospitavano, da suscitare e accendere così la curiosità
di quella donna? Che strana, potente attrazione aveva
operato su lei il mistero di quella sua vita chiusa, se
fin dalla prima volta, lasciando di là i suoi piccini,
era venuta a lui, quasi a tenergli un po' di compagnia?
L'uno di faccia all'altra, benché avessero entrambi
schivato di guardarsi e avessero quasi finto davanti a
se stessi d'essere alla finestra senza alcuna
intenzione, tutti e due ne era certo - avevano vibrato
dello stesso tremito d'ignota attesa, sgomenti del
fascino che così da vicino li avvolgeva nel bujo.
Quando, a sera tarda, egli richiuse la finestra, ebbe
la certezza che la sera dopo ella, spento il lume, si
sarebbe riaffacciata per lui. E così fu.
D'allora in poi Tullio Buti non attese più nella sua
cameretta il lume dell'altra casa; attese con
impazienza, invece, che quel lume fosse spento.
La passione d'amore, non mai provata, divampò vorace,
tremenda nel cuore di quell'uomo per tanti anni fuori
della vita, e investì, schiantò, travolse come in un
turbine quella donna.
Lo stesso giorno che il Buti sloggiò dalla cameretta
delle Nini, scoppiò come una bomba la notizia che la
signora del terzo piano della casa accanto, la signora
Masci, aveva abbandonato il marito e i tre figliuoli.
Rimase vuota la cameretta, che aveva ospitato per circa
quattro mesi il Buti; rimase spenta per parecchie
settimane la stanza dirimpetto, ove la famigliuola
soleva ogni sera raccogliersi a cena.
Poi il lume fu riacceso su quel triste desco, attorno
al quale un padre istupidito dalla sciagura mirò i visi
sbigottiti di tre bimbi che non osavano volgere gli
occhi all'uscio, donde la mamma soleva entrare ogni sera
con la zuppiera fumante.
Quel lume riacceso sul triste desco tornò allora a
rischiarare, ma spettrale, la cameretta di contro,
vuota.
Se ne sovvennero, dopo alcuni mesi dalla loro crudele
follia, Tullio Buti e l'amante?
Una sera le Nini, spaventate, si videro comparir
dinanzi, stravolto e convulso, il loro strano inquilino.
Che voleva? La cameretta, la cameretta, se era ancora
sfitta! No, non per sé, non per starci! per venirci
un'ora sola, un momento solo almeno, ogni sera, di
nascosto! Ah, per pietà, per pietà di quella povera
madre che voleva rivedere da lontano, senz'esser veduta,
i suoi figliuoli! Avrebbero usato tutte le precauzioni;
si sarebbero magari travestiti; avrebbero colto ogni
sera il momento che nessuno fosse per le scale; egli
avrebbe pagato il doppio, il triplo la pigione, per quel
momento solo.
No. Le Nini non vollero acconsentire. Solo, finché la
cameretta restava sfitta, concessero che qualche rara
volta... - oh, ma per carità, a patto che nessuno li
avesse scoperti! Qualche rara volta...
La sera dopo, come due ladri, essi vennero. Entrarono
quasi rantolanti nella cameretta al bujo, e attesero,
attesero che s'inalbasse ancora del lume dell'altra
casa.
Di quel lume dovevano vivere ormai, così, da lontano.
Eccolo!
Ma Tullio Buti non poté in prima sostenerlo. Lei,
invece, coi singhiozzi che le gorgogliavano in gola, lo
bevve come un'assetata, si precipitò ai vetri della
finestra, premendosi forte il fazzoletto su la bocca. I
suoi piccini... i suoi piccini... i suoi piccini, là...
eccoli... a tavola...
Egli accorse a sorreggerla, e tutti e due rimasero lì,
stretti, inchiodati, a spiare.
Inizio pagina
|
|
|
|
|
|
|