Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
12. L'uccello impagliato
Tranne il padre, morto a cinquant'anni di polmonite, tutti
gli altri della famiglia - madre e fratelli e sorelle e zie
e zii del lato materno - tutti erano morti di tisi,
giovanissimi, uno dopo l'altro.
Una bella processione di bare.
Resistevano loro due soli ancora, Marco e Annibale Picotti;
e parevano impegnati a non darla vinta a quel male che aveva
sterminato due famiglie.
Si vigilavano l'un l'altro, con gli animi sempre all'erta,
irsuti; e punto per punto, con rigore inflessibile seguivano
le prescrizioni dei medici, non solo per le dosi e la
qualità dei cibi e i varii corroboranti da prendere in
pillole o a cucchiai, ma anche per il vestiario da indossare
secondo le stagioni e le minime variazioni di temperatura e
per l'ora d'andare a letto o di levarsene, e le
passeggiatine da fare, e gli altri lievi svaghi compatibili,
che avevan sapore anch'essi di cura e di ricetta.
Così vivendo, speravano di riuscire a superare in perfetta
salute, prima Marco, poi Annibale, il limite massimo d'età
raggiunto da tutti i parenti, tranne il padre, morto d'altro
male.
Quando ci riuscirono, credettero d'aver conseguito una
grande vittoria.
Se non che, Annibale, il minore, se ne imbaldanzì tanto, che
cominciò a rallentare un poco i rigidissimi freni che s'era
finora imposti, e a lasciarsi andare a mano a mano a qualche
non lieve trasgressione.
Il fratello Marco cercò, con l'autorità che gli veniva da
quei due o tre anni di più, di richiamarlo all'ordine. Ma
Annibale, come se veramente della morte avesse ormai da
guardarsi meno, non avendolo essa colto nell'età in cui ave
va colto tutti gli altri di famiglia, non gli volle dar
retta.
Erano, sì, entrambi della stessa corporatura, bassotti e
piuttosto ben piantati, col naso tozzo, ritto, gli occhi
obliqui, la fronte angusta e i baffi grossi; ma lui,
Annibale, quantunque minore d'età, era più robusto di Marco;
aveva quasi una discreta pancettina, lui, della quale si
gloriava; e più ampio il torace, più larghe le spalle. Ora
dunque, se Marco, pur così più esile com'era, stava benone,
non poteva egli impunemente far getto in qualche trascorso
di quanto aveva d'avanzo rispetto al fratello?
Marco, dopo aver fatto il suo dovere, come la coscienza gli
aveva dettato, lasciò andare i richiami e le riprensioni,
per stare a vedere, senza suo rischio, gli effetti di quelle
trasgressioni nella salute del fratello. Che se a lungo
andare esse non avessero recato alcun nocumento, anche
lui... chi sa! se le sarebbe forse concesse un po' per
volta; avrebbe potuto almeno provare.
Ma che! no, no! orrore! Annibale venne a dirgli un giorno
che s'era innamorato e che voleva prender moglie. Imbecille!
Con quella minaccia terribile sul capo, sposare? Sposare...
chi? la morte? Ma sarebbe stato anche un delitto perdio,
mettere al mondo altri infelici! E chi era quella sciagurata
che si prestava a un simile delitto? a un doppio, un doppio
delitto?
Annibale s'inquietò. Disse al fratello che non poteva
assolutamente permettere ch'egli usasse siffatte espressioni
verso colei che tra poco sarebbe stata sua moglie; che, del
resto, se doveva conservare la vita così a patto di non
viverla, tanto valeva che la perdesse: un po' prima, un po'
dopo, che gl'importava? era stufo, ecco, e basta così.
Il fratello rimase a guardarlo col volto atteggiato di
commiserazione e di sdegno, tentennando appena appena il
capo. Oh sciocco! Vivere... non vivere... Quasi che fosse
questo! Bisognava non morire! E non già per paura della
morte; ma perché questa era una feroce ingiustizia, contro
alla quale tutto l'essere suo si ribellava, non solamente
per sé, ma anche per tutti i parenti caduti, ch'egli con
quella sua dura, ostinata resistenza doveva vendicare.
Basta, sì, basta. Non voleva inquietarsi, lui; gli
dispiaceva anzi d'essersi in prima alterato e riscaldato.
Non più! Non più!
Voleva sposare? Liberissimo! Sarebbe rimasto lui solo a
guardare in faccia la morte, senza lasciarsi allettare dalle
insidie della vita.
Patti chiari, però. Stare insieme - niente; noje, impicci -
niente. Se voleva sposare - fuori! Fuori, perché il fratello
maggiore, il capo di casa era lui; e la casa spettava dunque
a lui. Tutto il resto sarebbe stato diviso in parti uguali.
Anche i mobili di casa, sì. Poteva portarsi via tutti quelli
che desiderava; ma pian piano, con garbo, senza sollevar
polvere, perché la salute, lui, se la voleva guardare.
Quell'armadio? Ma sì, e anche quel cassettone e la
specchiera e le seggiole e il lavabo... sì, sì... Quelle
tende? Ma sì, anche quelle... e la tavola grande da pranzo
per tutti i floridi figliuoli che gli sarebbero nati, sì, e
anche la vetrina con tutto il vasellame. Purché gli
lasciasse intatta, insomma, la sua camera con quei
seggioloni antichi e il divano, imbottiti di finto cuojo, a
cui era affezionato, e quei due scaffali di vecchi libri e
la scrivania. Quelli no, quelli li voleva per sé.
- Anche questo? - gli domandò, sorridendo, il fratello.
E indicò tra i due scaffali, un grosso uccello impagliato,
ritto su una gruccia da pappagallo; così antico, che dalle
penne scolorite non si arrivava più a riconoscere che razza
d'uccello fosse stato.
- Anche questo. Tutto quello che sta qua dentro, - disse
Marco. - Che c'è da ridere? Un uccello impagliato. Ricordi
di famiglia. Lascialo stare!
Non volle dire che, così ben conservato, quell'uccello gli
pareva di buon augurio e, per la sua antichità, gli dava un
certo conforto, ogni qual volta lo guardava.
Quand'Annibale sposò, egli non volle prender parte alla
festa nuziale. Solo una volta, per convenienza, era andato
in casa della sposa, e non le aveva rivolto né una parola di
congratulazione né un augurio. Gelida visita di cinque
minuti. Non sarebbe andato di sicuro in casa del fratello,
né al ritorno dal viaggio di nozze, né mai. Si sentiva venir
male, un tremito alle gambe, pensando a quel matrimonio.
- Che rovina! che pazzia! - non rifiniva d'esclamare,
aggirandosi per l'ampia stanza ben turata, intanfata di
medicinali, con gli occhi fissi nel vuoto e tastando con le
mani irrequiete i mobili rimasti - che rovina! che pazzia!
Nella vecchia carta da parato erano rimaste e spiccavano le
impronte degli altri mobili portati via dal fratello; e
quelle impronte gli accrescevano l'impressione del vuoto,
nel quale egli, quasi cancellato, vagava come un'anima in
pena.
Via, via, no! non doveva scoraggiarsi; non doveva pensarci
più a quell'ingrato, a quel pazzo! Avrebbe saputo bastare a
se stesso.
E si metteva a fischiare pian piano, o a tamburar con le
dita su i vetri della finestra, guardando fuori gli alberi
del giardinetto ischeletriti dall'autunno, finché non
avvistava lì sullo stesso vetro, su cui tamburellava, oh
Dio, una mosca morta, intisichita, appesa ancora per una
zampina.
Passarono parecchi mesi, quasi un anno dalle nozze del
fratello.
La vigilia di Natale, Marco Picotti sentiva venire dalla
strada il suono delle zampogne e dell'acciarino e il coro
delle donne e dei fanciulli per l'ultimo giorno di novena
davanti alla cappelletta parata di fronde; udiva lo
schioppettio dei due grossi fasci di paglia che ardevano
sotto quella cappelletta; e così angosciato, si disponeva ad
andare a letto all'ora solita, allorché una furiosa
scampanellata lo fece sobbalzare, quasi con tutta la casa.
Una visita d'Annibale e della cognata. Annibale e Lillina.
Irruppero imbacuccati, sbuffanti, e si misero a pestare i
piedi per il freddo, e a ridere, a ridere... Come ridevano!
Vispi, allegri, festanti.
Gli parvero ubriachi.
Oh, una visitina di dieci minuti, soltanto per fargli gli
augurii: non volevano che per causa loro ritardasse neppure
d'un minuto l'andata a letto. E... non si poteva intanto
aprire, neppure uno spiraglietto, per rinnovare l'aria un
tantino là dentro? no, è vero? non si poteva, neppure per un
minuto? Oh Dio, e che cos'era là quella bestiaccia,
quell'uccellaccio impagliato su la gruccia? E questa? oh,
una bilancetta! per le medicine, è vero? carina, carina. E
donna Fanny? dov'era donna Fanny?
Per tutti quei dieci minuti, Lillina non si fermò un attimo,
saltellando così, di qua e di là, per la camera del cognato.
Marco Picotti rimase stordito come per una improvvisa
furiosa folata di vento, che fosse venuta a scompigliargli
non solo la vecchia camera silenziosa, ma anche tutta
l'anima.
- E dunque... e dunque... - si mise a dire, seduto sul
letto? quand'essi se ne furono andati, e si grattava con
ambo le mani la fronte: - e dunque...
Non sapeva concludere.
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Possibile? Aveva ritenuto per certo che il fratello,
subito dopo la prima settimana dalle nozze, dovesse
disfarsi, cascare a pezzi. Invece, invece, eccolo là -
benone, stava benone; e come lieto! felice addirittura.
Ma dunque? Che non ci fosse più bisogno davvero, neanche
per lui di tutte quelle cure opprimenti, di tutta quella
paurosa vigilanza? Che potesse anche lui sottrarsi
all'incubo che lo soffocava; e vivere, vivere, buttarsi
a vivere come il fratello?
Questi, ridendo, gli aveva dichiarato che non seguiva
più nessuna cura e nessuna regola. Tutto via! al
diavolo, medici e medicamenti!
- Se provassi anch'io?
Se lo propose, e per la prima volta andò in casa
d'Annibale.
Fu accolto con tanta festa, che ne rimase per un pezzo
balordo. Chiudeva gli occhi e parava le mani in difesa,
ogni qualvolta Lillina accennava di saltargli al collo.
Ah che cara diavoletta, che cara diavoletta! quella
Lillina! Friggeva tutta. Era la vita! Volle per forza
che rimanesse a desinare con loro. E quanto lo fece
mangiare, e quanto bere! Si levò ebbro, ma più di gioja
che di vino.
Quando fu la sera però, appena giunto a casa, Marco
Picotti si sentì male. Una forte costipazione di petto e
di stomaco, per cui dovette stare a letto parecchi
giorni.
Invano Annibale cercò di dimostrargli che questo era
dipeso perché se n'era dato troppo pensiero e non s'era
buttato con coraggio e con allegria allo sproposito. No,
no! mai più! mai più! E guardò il fratello con tali
occhi, che Annibale a un tratto... - no, perché? -.
- Che... che mi vedi? - gli domandò, impallidendo, con
un sorriso smorto sulle labbra.
Disgraziato! La morte... la morte... Già ne aveva il
segno lì, in faccia, il segno che non falla!
Glielo aveva scorto in quell'improvviso impallidire.
I pomelli gli erano rimasti accesi. Spenta l'allegria
ecco lì sugli zigomi, i due fuochi della morte, cupi,
accesi.
Annibale Picotti morì difatti circa tre anni dopo le
nozze. E fu per Marco il colpo più tremendo.
Lo aveva previsto, sì, lo sapeva bene che per forza al
fratello doveva andargli a finire così. Ma intanto, che
terribile monito per lui, e che schianto!
Non volle arrischiarsi neanche ad accompagnarlo fino al
cimitero. Troppo si sarebbe commosso e troppo dispetto,
anzi odio gli avrebbero mosso dentro gli sguardi della
gente, che da un canto lo avrebbero compassionato e
dall'altro gli si sarebbero fitti acutamente in faccia,
per scoprire anche in lui i segni del male di che erano
morti tutti i suoi, fino a quell'ultimo.
No, egli no, non doveva morire! Egli solo, della sua
famiglia, l'avrebbe vinta! Aveva già quarantacinque
anni. Gli bastava arrivare fino ai sessanta. Poi la
morte - ma un'altra, non quella! non quella di tutti i
suoi! - poteva pure prendersi la soddisfazione di
portarselo via. Non gliene sarebbe importato più nulla.
E raddoppiò le cure e la vigilanza. Non voleva però in
pari tempo che la costernazione assidua, quello starsi a
spiare tutti i momenti gli nocesse. E allora arrivò fino
a proporsi di fingere davanti a se stesso che non ci
pensava più. Sì, ecco, di tratto in tratto, certe
parole, come: «Fa caldo» oppure: «Bel tempo» gli
venivano alle labbra, sole, non pensate, proprio sole;
non che lui le volesse proferire per sentir se la voce
non gli si fosse un poco arrochita.
E andava in giro per le ampie stanze vuote della casa
antica, dondolando il fiocco della papalina di velluto e
fischiettando.
La piccola donna Fanny, la cameriera, che non si sentiva
ancora tanto vecchia e in parecchi anni che stava lì a
servizio non era per anco riuscita a levarsi dal capo
che il padrone avesse qualche mira su lei e per
timidezza non glielo sapesse dire; vedendolo gironzare
così per casa, gli sorrideva e gli domandava:
- Vuole qualche cosa, signorino?
Marco Picotti la guardava d'alto in basso e le
rispondeva, asciutto:
- Non voglio nulla. Soffiatevi il naso!
Donna Fanny si storceva tutta e soggiungeva:
- Capisco, capisco... Vossignoria mi rimprovera perché
mi vuol bene.
- Non voglio bene a nessuno! - le gridava allora con
tanto d'occhi sbarrati. - Vi dico: soffiatevi il naso,
perché pigliate tabacco! E quando uno piglia tabacco,
non fa veder certe gocce che pendono dal naso.
Le voltava le spalle, e si rimetteva a fischiettare,
dimenando il fiocco e gironzando.
Un giorno, la vedova del fratello ebbe la cattiva
ispirazione di fargli una visita.
- Per carità, no! - le gridò lui, premendosi forte le
mani sul volto per non vederla piangere, così vestita di
nero. - Andate, andate via! Non v'arrischiate più a
venire, per carità! Volete farmi morire? Ve ne
scongiuro, andate via subito! Non posso vedervi, non
posso vedervi!
Un attentato gli parve, quella visita. Ma che credeva
colei, ch'egli non pensasse più al fratello? Ci pensava,
ci pensava... Soltanto fingeva di non pensarci, perché
non doveva, ancora non doveva!
Per tutto un giorno ci stette male. E anche la notte,
nello svegliarsi, ebbe un furioso accesso di pianto, di
cui la mattina dopo finse di non ricordarsi più. Ilare,
ilare, la mattina dopo; fischiettava come un merlo, e
ogni tanto:
- «Fa caldo... Bel tempo...»
Quando i baffi, che gli s'erano conservati ostinatamente
neri, cominciarono a brizzolarglisi, come già i capelli
su le tempie, - anziché affliggersene - ne fu contento,
contentissimo. La tisi - poiché tutti i suoi erano morti
giovanissimi - gli richiamava l'idea della gioventù. Più
se n'allontanava, più si sentiva sicuro. Voleva, doveva
invecchiare. Con la gioventù odiava tutte le cose che le
si riferivano: l'amore, la primavera. Sopra tutte, la
primavera. Sapeva che questa era la stagione più
temibile per i malati di petto. E con sorda stizza
vedeva rinverdire ingemmarsi gli alberi del giardinetto.
Di primavera non usciva più di casa. Dopo il desinare
rimaneva a tavola e si divertiva a far l'armonica coi
bicchieri. Se donna Fanny accorreva al suono, come una
farfalletta al lume, la cacciava via, aspramente.
Povera donna Fanny! Era proprio vero che quel brutto
padrone non le voleva bene. E se n'accorse meglio,
quando ammalò gravemente e fu mandata via, a morire
all'ospedale. Marco Picotti se ne dolse soltanto perché
dovette prendere un'altra cameriera. E gli toccò di
cambiarne tante, in pochi anni! All'ultimo, poiché
nessuna più lo contentava e tutte si stufavano di lui,
si ridusse a viver solo, a farsi tutto da sé.
Arrivò così ai sessant'anni.
Allora la tensione, in cui per tanto tempo aveva tenuto
lo spirito, d'un tratto si rilasciò.
Marco Picotti si sentì placato. Lo scopo della sua vita
era raggiunto.
E ora?
Ora poteva morire. Ah, sì, morire, morire: era stufo,
nauseato, stomacato: non chiedeva altro! Che poteva più
essere la vita per lui? Senza più quello scopo, senza
più quell'impegno - stanchezza, noja, afa.
Si mise a vivere fuori d'ogni regola, a levarsi da letto
molto prima del solito, a uscire di sera, a frequentare
qualche ritrovo, a mangiare tutti i cibi. Si guastò un
poco lo stomaco, si seccò molto, s'indispettì più che
mai alla vista della gente che seguitava a congratularsi
con lui del buono stato della sua salute.
L'uggia, la nausea gli crebbero tanto, che un giorno
alla fine si convinse che gli restava da fare qualche
cosa; non sapeva ancor bene quale; ma certamente qualche
cosa, per liberarsi dell'incubo che ancora lo soffocava.
Non aveva già vinto? No. Sentiva che ancora non aveva
vinto.
Glielo disse, glielo dimostrò a meraviglia quell'uccello
impagliato, ritto lì su la gruccia da pappagallo tra le
due scansie.
- Paglia... paglia... - si mise a dire Marco Picotti
quel giorno, guardandolo.
Lo strappò dalla gruccia: cavò da una tasca del
panciotto il temperino e gli spaccò la pancia:
- Ecco qua, paglia... paglia...
Guardò in giro la camera; vide i seggioloni antichi di
finto cuojo divano, e con lo stesso temperino si mise a
spaccarne l'imbottitura e a trarne fuori a pugni la
borra, ripetendo col volto atteggiato di scherno e di
nausea:
- Ecco, paglia... paglia... paglia...
Che intendeva dire? Ma questo, semplicemente. Andò a
sedere davanti alla scrivania, trasse da un cassetto la
rivoltella e se la puntò alla tempia. Questo. Così
soltanto avrebbe vinto veramente.
Quando si sparse in paese la notizia del suicidio di
Marco Picotti, nessuno dapprima ci volle credere, tanto
apparve a tutti in contraddizione col chiuso testardo
furore, con cui fino alla vecchiezza s'era tenuto in
vita. Moltissimi, che videro nella camera quei
seggioloni e quel divano squarciati, non sapendo
spiegarsi né il suicidio né quegli squarci, credettero
piuttosto a un delitto, sospettarono che quegli squarci
là fossero opera d'un ladro o di parecchi ladri. Lo
sospettò prima di tutti l'autorità giudiziaria, che si
pose subito a fare indagini e ricerche.
Tra i numerosi reperti trovò un posto d'onore appunto
quell'uccello impagliato e, come se potesse giovare a
far lume al processo, un bravo ornitologo ebbe
l'incarico di definire che razza d'uccello fosse.
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