Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
10. Spunta un giorno
Lo squallore dell'alba s'è fermato, spettrale, ai vetri
della finestra rimasta con gli scuri aperti, e pare non
abbia più forza d'alitare da lì nel bujo della camera.
A poco a poco comincia a effondersi come un brulichio
nell'ombra. E prima s'impiglia nel trapunto lieve delle
tendine; poi, quasi vaporando, traspare di tra le gretole
rarefatte d'una gabbiola che pende dal palchetto in capo
alla finestra, nel mezzo, senza destare tuttavia il canarino
accoccolato sul ballatojo. Poi, ecco, inoltrandosi, lambisce
appena le gambe, l'orlo d'un tavolino nero davanti la
finestra; e, grado grado, si soffonde sul piano di esso,
avvistandone quasi a tentoni gli oggetti: alcune carte
sparse, alcuni libri, una bugia di ferro smaltato col
bocciuolo d'ottone, in cui la candela s'è consumata tutta;
una lettera suggellata; un'altra lettera; un cannello di
ceralacca; un ritratto fotografico... Oh! e che ha quel
ritratto? Uno spillone da cappello confitto nel collo. E
ride? Sì, sì può discernere bene: il giovine effigiato in
quel ritratto ride con aria spavalda, senza punto curarsi di
quello spillone confitto nel collo. E poi? Una rivoltella.
Un braccio? Sì; e un altro braccio; e il capo scarmigliato
d'una donna.
Morta?
La squallida luce passa oltre, senza un brivido, a quella
Scoperta. Il capo rovesciato di quella donna non le importa
più del trapunto di quelle tendine, più del legno del
tavolino o del manico d'osso della rivoltella.
Seguita a penetrare lentamente nella camera; arriva alla
parete di contro alla finestra e vi scopre un piccolo lavabo
con lo specchio ovale a piè del letto; il letto intatto, su
cui sono buttati un cappellino, una vecchia borsetta di
cuojo rosso, un ombrello, un libro.
A un tratto, il canarino si desta nella gabbiola; guarda
verso il cielo piegando da un lato il capino giallo; si
rigira sul saltatojo con un breve squittio.
Buon giorno!
Le braccia, la testa della donna rimangono abbandonate sul
piano del tavolino. Tra i neri capelli scomposti s'intravede
un orecchio che pare di cera.
Bravo, sì. Puoi ridere.
Che t'ha fatto infine questa donna, configgendoti nel collo
lo spillone del cappello?
Niente.
Forse, questa notte, mentre dormivi placidamente, ti sarai
sentito pinzare come da un insetto costì nel collo, e avrai
alzato una mano a grattarti, seguitando a dormire e a
sorridere nel sonno.
Perché si vede: tu hai l'aria di non credere alla minaccia
d'un suicidio.
Hai, costì presso, il capo abbandonato di lei e, ridendo,
guardi altrove, come se ancora tu non creda che ella possa
essersi uccisa veramente.
Guardi lontano, tu.
Sai che il mondo è vasto e che puoi facilmente trovare posto
ovunque: non hai nulla dentro che ti possa trattenere, qua o
altrove.
Chi ha molta vita in sé, vita d'affetti e di pensieri, e la
dispensa con amore anche fra le quattro pareti d'una
cameretta, può anche non avvertirne più l'angustia
materiale, perché quella camerette diviene idealmente tutto
il suo mondo; e non saprebbe più distaccarsene. Ma uno come
te, senza ingombro d'affetti e di pensieri, dico di quelli
che non si lasciano mettere da un momento all'altro nelle
valige per essere trasportati altrove, può viaggiare
facilmente e trovare posto ovunque.
Per te la vita è fuori.
Questa camera è troppo impregnata ora dal lezzo nauseante
del sego della candela bruciata fino in fondo. Tu non lo
senti e te ne ridi, perché sei qua soltanto in effigie.. Non
lo sente più neanche lei. Forse lo sentirà il canarino.
Guarda! Lo sportello della gabbiola è aperto. Lo avrà
lasciato lei così aperto jersera, legato con un nastrino a
una grétola per tenere lo scatto.
Il canarino séguita a guardare, scotendo il capino giallo e
saltando irrequieto da un regoletto all'altro.
Non s'è ancora accorto che lo sportellino è aperto.
Se n'è accorto; ecco che vi s'affaccia; allunga e ritira il
capino. Pare che faccia le riverenze.
O aspetta un invito per spiccarsi di là?
L'invito non viene e, perplesso, di tratto in tratto séguita
a tentare, quasi a bezzicar l'aria, con brevi acuti
squittii.
Ah ecco, è volato verso il letto.
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Sul punto di posarvisi si trattiene sulle ali, come
sgomento: cade sulla rimboccatura del lenzuolo intatta e
composta sul guanciale; saltella, cercando, gemendo;
scende sul piano del letto, molleggiando; s'accosta alla
borsetta di cuojo rosso; spia due e tre volte e poi le
allunga una beccatina; un altro salto ed è
sull'ombrello; guarda di là a lungo, smarrito; e via di
nuovo alla gabbia.
Tu, dal ritratto, seguiti a ridere.
Forse sai che ella aveva la gentile abitudine di
lasciare aperto così, ogni sera, lo sportellino della
gabbia, perché poi la mattina quella cara bestiolina
volasse a lei sul letto, a un richiamo, e le saltasse
tra le dita o le cercasse il tepore del seno o le
bazzicasse le labbra o il lobo dell'orecchio?
Giù per la strada si sente già lo struscio delle granate
degli spazzini poi il rotolio di qualche carretto di
lattajo.
La luce è già cresciuta e vibra ilarandosi a mano a
mano.
Una mosca, dalla vetrata della finestra, vola sulla
tenda e poi dalla tenda sulla spalla di lei. In due
tratti scorre sull'orlo del bavero del giacchettino,
incerta se saltare a posarsi sulla nuca che si scorge un
po', tra i riccioli neri, anch'essa come di cera.
Rivola; è sullo spillone che tu hai confitto nel collo;
scende lunghesso e ti viene in faccia; ti lascia un
piccolo neo sulla guancia, e via.
Oh, così, con codesto neo sulla guancia, ora tu sembri
più carino.
Seguita a ridere, caro.
Curiosa quella mosca che vola, curioso quel canarino che
saltella tornato nella gabbia, e quella gabbia che ne
traballa, in questa cameretta che si rischiara sempre
più accogliendo la luce d'un giorno che qua, per il
corpo di questa donna rovesciato sul tavolino, non è più
nulla.
Quasi abbia preso una risoluzione, il canarino trilla
forte come per chiamare ajuto. Allora, la testa di
quella donna abbandonata tra le braccia sul tavolino, si
scuote.
Chi sa da quante ore lì curva, la giovine stira la
schiena; ritira le braccia coi pugni serrati verso il
seno e contrae tutto il volto sbattuto e scomposto con
una specie di ruglio nella gola e nel naso.
Ma subito, forse per il lezzo nauseante di cui la camera
è impregnata, insieme con l'orribile sconcerto dello
stomaco digiuno, le si desta, non meno orribile, la
coscienza dell'atto non compiuto.
Non si è uccisa!
Vinta dalla stanchezza, nella disperazione, dopo avere
scritto le due lettere, chinata la fronte sulle braccia
prima di risolversi all'atto, s'è addormentata. Ora
sbarra gli occhi, alla vista delle due lettere
suggellate e della rivoltella lì accanto. La commozione
si cangia subito in affanno di rabbia, che la sospinge
in piedi.
Un crampo a una gamba.
Un intorpidimento alle dita della mano destra.
Ma nel mentre si stringe con l'altra mano quelle dita
intorpidite e si prova col peso di tutto il corpo a
premere sulla gamba che le spasima tesa per sciogliere
il crampo, gli occhi le vanno al ritratto sul tavolino,
con lo spillone confitto nel collo. Non sente più né il
crampo né l'intorpidimento delle dita: brandisce lo
spillone e prende a tempestare di colpi furibondi la
faccia del giovine lì effigiato, finché non la trafigge
tutta, da non lasciarne più scorgere nulla; e alla fine,
non ancora soddisfatta, fa in pezzi il cartoncino
sfigurato e scaraventa quei pezzi a terra.
Omicidio e dispersione del cadavere.
È davvero stravolta dal furore, con occhi da pazza. Va a
spalancare la finestra. Reclina indietro il capo e
socchiude gli occhi per la pena che l'aria nuova le fa,
entrando a slargarle il petto oppresso, in cui ancora il
cuore le batte e le duole.
Comprende che non può restare più lì, sola con se
stessa, neanche un minuto, con quelle due lettere
suggellate e quella rivoltella sotto gli occhi; corre al
letto, prende il cappellino e se lo caccia sui capelli
scarmigliati; la borsetta di cuojo, e vi ficca dentro le
lettere e la rivoltella.
Esce dalla camera sul corridojo ancora bujo, come una
ladra.
Sta per aprire la porta e precipitarsi giù per le scale,
allorché una vociaccia grida da un uscio in fondo al
corridojo:
- Ehi ! ehi! Signorina !
Resta un momento perplessa, in agguato; poi, con uno
scrollo iroso, apre la porta, se la tira dietro, scende
a precipizio la prima rampa. Arrivata al pianerottolo,
deve fermarsi, perché una donnaccia adiposa, mezzo
ignuda, affannata dall'adipe, dal sonno improvvisamente
interrotto e dalla corsa, riaperta la porta, prende a
gridare dall'alto della ringhiera:
- Ah se ne scappa? Io mi vesto, sa? corro in questura!
Le pare che possano bastarmi quattro libracci e tre
straccetti a garantirmi di cinque mesi di pigione? Corro
in questura! Si dovrebbe vergognare! Scapparsene via
così!
Come un cane che abbai fuor della botola, a ogni
domanda, a ogni minaccia che avventa, si butta avanti e
si tira indietro, e con le tozze mani sanguigne afferra,
non potendo altro, la ringhiera, mentre la vociaccia
rimbomba dall'alto nel vuoto della scala ancora invasa
dall'ombra e dal silenzio della notte.
Benché fiera d'aspetto, la giovine ne rimane come
schiacciata, atterrita.
Non sa più né fuggire né trovare la voce per darle una
qualche risposta e farla tacere. Alla fine, come
costretta, fa alcuni cenni per significare che sì,
andrà...
- ... dal vecchio? - domanda, da sé, la voce.
Col capo fa di sì, più volte. E fatto questo segno, come
se ormai ne abbia diritto, riprende a scendere la scala
comodamente, anzi cava dalla borsetta i guanti logori
per calzarseli; mentre quell'altra, subito ammansita, si
ritira dal pianerottolo borbottando:
- Meno male che s'è persuasa!
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