Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
9. Felicità
La vecchia mamma duchessa uscì quasi imbalordita dalla
stanza ove il marito s'era segregato, dal giorno che la
nuora coi due nipotini aveva abbandonato il palazzo e la
città per ritornare dai suoi parenti di Nicosia.
Quasi si sentisse lacerare dentro, contrasse il volto e si
restrinse tutta in sé al cigolio lamentoso dell'uscio, che
avrebbe voluto richiudere pian piano. Che era stato quel
cigolio? Niente. Forse il duca non lo aveva nemmeno
avvertito. Eppure la vecchia duchessa ne rimase un pezzo
vibrante e ansante e in preda a una sorda stizza, quasi
quell'uscio, pur trattato con tanta delicatezza, avesse
voluto farle un crudelissimo dispetto.
Come gli animi, tutti gli oggetti di quella casa, animati da
tanti ricordi familiari, pareva fossero da qualche tempo in
una tensione di spasimo violenta: a toccarli appena appena,
davano un lamento.
Stette un po' in orecchi; poi, con la cèrea faccia disfatta,
il collo piegato come sotto un giogo, si mosse sui soffici
tappeti, attraversò molte stanze in penombra, dove tra i
cortinaggi antichi e gli altri mobili scuri e quasi funebri
stagnava un alido strano, come un'afa del passato, e si
presentò sulla soglia della camera remota, nella quale
Elisabetta, la figliuola, stava ad attenderla in smaniosa
ambascia.
Nel vedere quell'aria della madre, Elisabetta si sentì venir
meno L'impeto, con cui nell'attesa avrebbe voluto correrle
incontro, le mancò a un tratto, e subito tutte le membra le
si rilassarono così, che non poté neanche sollevare le
gracili mani per nascondersi il volto.
Ma la vecchia mamma le si accostò e, posandole lievemente
una mano sulla spalla:
- Figlia mia, - le annunziò, - ha detto di sì.
La figliuola ebbe un sussulto e, con la faccia sconvolta,
guardò la madre. Era così violento il contrasto fra
l'esultanza che quell'annunzio le suscitava e la
soffocazione che le incuteva quell'aria di stordimento e di
pena della madre, che la poverina, storcendosi le mani,
stridette convulsa tra il riso e il pianto:
- Si? sì? ma come? sì?
- Sì, - ripeté la mamma, più col cenno che con la voce.
- Ha gridato? s'è infuriato?
- No, niente.
- E allora?
Ma subito comprese che, appunto perché il padre aveva detto
di sì senza gridare né infuriarsi, la madre era così
oppressa di doloroso stupore.
Aveva fatto chiedere al padre, che volesse condiscendere
alle nozze di lei col precettore de' due figliuoli della
nuora andata via da poco.
Ma la condiscendenza del padre, così, senza gridi né furie,
aveva per lei un significato ben diverso da quello che aveva
per la madre.
Ben diverso; non meno penoso.
Forse perché donna e secondogenita, forse perché non bella,
così timida in apparenza, umile di cuore e di maniere,
schiva e taciturna, non era stata mai calcolata da lui come
una figliuola, ma piuttosto come un ingombro lì per casa, un
ingombro di cui provava fastidio solo quando si sentiva
guardato; non metteva conto, dunque, che si adirasse o si
amareggiasse il sangue se ella voleva sposare un servitore
un precettoruccio, un maestrino di scuole elementari: forse
per lui non era degna d'altre nozze.
La madre invece, che con tanto terrore, spinta dall'amore
per la figlia, s'era presentata con quella proposta al
marito, di cui conosceva bene l'orgoglio, tanto più fanatico
e fiero, quanto più angustiose si erano a mano a mano
ridotte le condizioni finanziarie del casato, e le ire
furibonde che lo assalivano per ogni atto del volgo, che gli
paresse un nuovo attentato a' suoi privilegi nobiliari;
pensava che se egli derogava così a se stesso, ai suoi più
forti sentimenti, doveva senza dubbio essere già cominciato
l'estremo sfacelo del suo spirito, dopo l'ultimo colpo che
gli aveva dato il figlio, unico erede del nome, invescato da
una donnaccola di teatro e fuggito via con essa, ormai da un
anno.
Don Gaspare Grisanti, duca di Rosàbia, marchese di
Collemagno, barone di Fontana e di Gibella, devoto per la
vita al passato governo delle Due Sicilie, «Chiave d'oro»
della Corte di Napoli e onorato ancora della corrispondenza
epistolare con gli ultimi superstiti della dinastia
decaduta; colui che troneggiava ogni giorno per via Maqueda,
all'ora del passeggio, dall'alto della sua carrozza antica,
con due valletti dietro, immobili come statue, in parrucca,
e un altro valletto accanto al gigantesco cocchiere, senza
mai salutare nessuno, rigido, cupo, sprezzante, diretto al
solitario parco della Favorita; consentiva che la figliuola
sposasse un signor Fabrizio Pingiterra, maestro elementare e
di ginnastica, già precettore de' suoi nipotini. Ma, ormai!
Aveva sperato di ristorare le sorti del casato col
matrimonio del Buchino con una ricchissima ereditiera,
figlia unica d'un barone di campagna. Quel tristo s'era
infognato in un amorazzo per cui, tra tante vergogne, era
dovuto scappar via; la nuora, sorda a tutte le preghiere,
aveva ottenuto dal tribunale la separazione di beni e
persona dal marito e se n'era ritornata al suo paese. Tutto
era finito. Solo, a costo di qualunque sacrifizio voleva
ancora mantenere quella carrozza pomposa coi tre valletti in
parrucca, per la sua quotidiana comparsa in pubblico, e giù,
a piè del palazzo, il guardaportone con la mazza, quantunque
da un mese, cioè dal giorno che la nuora era andata via, il
cancello dello scalone fosse chiuso per non lasciar passare
più nessuno.
- Non sei morta tu? - aveva domandato alla moglie. - E anche
io, - aveva soggiunto. - I figli, nel fango; e noi
seguitiamo, da morti, la nostra mascherata.
Elisabetta si riscosse con un sospiro e domandò alla mamma:
- Che t'ha detto?
La madre voleva attenuare in qualche modo la durezza dei
patti e delle condizioni posti dal padre, con calmo e freddo
sprezzo che non ammetteva replica; ma la figlia la pregò di
dir tutto, crudamente.
- Mah, sai che da un pezzo non vuole più vedere nessuno.
- Dunque non vuol vederlo. Poi?
- Poi, lo scalone, tu sai, è chiuso, dacché tua cognata...
- Vuole allora ch'egli séguiti a salire per la scaletta
della servitù. Poi?
La madre esitava più che mai. Non sapeva come dire alla
figlia, che dopo il matrimonio non doveva più metter piede,
neanche sola, nel palazzo.
- Per... per vederci, - balbettò, - quando... sì, poi...
quando sarai sposata, verrò io, verrò io ogni giorno a casa
tua.
Elisabetta prese una mano della madre e gliela baciò e
gliela bagnò di lagrime, gemendovi sopra:
- Povera mamma... povera mamma...
- Sai? - riprese questa, - mi... mi ha fatto quasi ridere...
Sai quanto tenga alla sua carrozza... bene, quella no, dice,
quella no!
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E come se questa fosse veramente una cosa da ridere, la
vecchia mamma duchessa si mise a ridere, a ridere e a
fingere che quelle scosse di riso le impedissero di
seguitare a dire alla figlia quest'altra condizione che,
via, non era altro che ridicola.
- Vuole che prenda a nolo, dice, una carrozzella per
venire da te. Permette però che usciamo insieme, a
passeggio, con questa... con quella no! con quella no!
eh, quella... quella...
- Quanto mi vuol dare? - domandò Elisabetta.
La mamma finse ancora di non capire, o piuttosto, di non
aver bene inteso, per prendere tempo e preparare
quest'altra risposta, ch'era la più angustiosa.
- Di che? - disse.
- Di dote, mamma.
Era qui il punto. Non si faceva la minima illusione,
Elisabetta. Sapeva che colui non la avrebbe sposata per
altro. Aveva anche sette anni più di lui, e riconosceva
che, già appassita, peggio! disseccata senz'essere stata
mai in fiore, nel silenzio e nell'ombra di quella casa
oppressa da tante cose morte, non aveva nulla, proprio
nulla in sé, da suscitare e accendere il desiderio di un
uomo. Senza il danaro, neppure l'ambizione di diventare
- fosse pur soltanto di nome - genero del duca di
Rosàbia, sarebbe valsa a fargliela accettare. Già glielo
aveva lasciato intendere chiaramente, forse prevedendo
che il duca non si sarebbe mai abbassato a considerarlo
e a trattarlo da genero; oh, aveva avuto finanche
l'ardire di confessarle che egli Fabrizio Pingiterra,
essendo come il duchino di cui godeva l'amicizia, di,
sentimenti democratici e liberali, quasi quasi faceva un
sacrificio a imparentarsi con un patrizio d'idee così
notoriamente retrive; ma che per lei lo faceva
volentieri, per lei così mite e buona; unicamente per
lei. - Cioè, unicamente per il danaro, - aveva ella
tradotto fra sé, senza schifo né ribrezzo.
No no: né schifo né ribrezzo: tenere alte, ben alte
questo sì - gelosamente custodite e nascoste, in vetta
allo spirito, la nobiltà e la purezza dei suoi
sentimenti e dei suoi pensieri, perché non
s'insozzassero minimamente nel contatto indegno; ma poi,
abbassarsi fino a lui, lasciar sospettare di sé le cose
più vili, umiliarsi, concedersi, abbandonarsi - questo
no, questo non doveva farle né schifo né ribrezzo,
perché era necessario, inevitabile, per arrivare allo
scopo; voleva vivere, vivere: cioè, esser madre, voleva:
un figlio voleva, suo, tutto suo; e non avrebbe potuto
averlo altrimenti.
Questa frenesia le era nata e divampata, dando con tutto
il cuore, con tutta l'anima, tutte le cure d'una madre e
fino il sonno delle sue notti a quei due nipotini andati
via da un mese, ai due figliuoli della cognata che,
aprendo gli occhi, avevano acceso l'alba non solamente
nelle tenebre di quel palazzo, ma anche nell'anima di
lei che n'era piena; un'alba d'una dolcezza e d'una
freschezza inesprimibili, che l'avevano tutta
rinnovellata.
Ah che fuoco e che tortura a non poterli far suoi, suoi
del suo sangue e della sua carne, quei piccini, a furia
di stringerli a sé e di baciarli e di renderli padroni
assoluti di lei, là, coi loro roseti piedini su la sua
faccia, così, sul suo seno, così.
Perché non avrebbe potuto averlo, lei, un figlio suo,
veramente suo? Sarebbe impazzita dalla felicità! Avrebbe
sofferto qualunque umiliazione, qualunque vergogna,
anche il martirio, per la gioja d'un figlio suo!
Poteva non accorgersi di questo il giovine precettore
chiamato a dare i primi tormenti dell'alfabeto a quei
due bambini, là, su le ginocchia stesse della zietta,
che essi non volevano lasciare neanche per un momento?
Ora, tutto stava cine egli accettasse quei patti e
quelle condizioni. Niente dote, pur troppo: un semplice
assegno di venti lire al giorno, e le spese per l'arredo
d'una modesta casetta. Comprendeva Elisabetta che,
quanto più duri quei patti, tanto più cara avrebbe
pagata la sua felicità, se egli li accettava.
Attese, spasimando d'ansia, che la madre quella sera
stessa glieli comunicasse. Ecco, egli era di là. Povera
mamma santa, chi sa quanto doveva soffrire in quel
momento! E lei? lei? Si torceva le mani, si nascondeva
gli occhi, si premeva le tempie, serrava i denti, e con
tutta l'anima protesa verso di lui gli gridava: -
Accetta! accetta! tu non sai qual bene puoi avere da me,
se accetti! - poi tendeva l'orecchio. Ecco: se egli non
accettava, la mamma sarebbe apparsa da quell'uscio come
un'ombra, povera mamma, con le braccia cadute. Se
accettava, invece, ah se accettava, l'avrebbero chiamata
di là... Oh Dio quando? quando? ancora?
Apparve come un'ombra la vecchia mamma da quell'uscio, e
di nuovo Elisabetta, guardandola, si sentì morire. Ma,
come già la mattina, quella le si accostò e, posandole
una mano sulla spalla, le disse ch'egli aveva accettato;
solo si era lasciato prendere dalle furie per il patto
di salire dalla scaletta della servitù. Ma, santo Dio,
se lo scalone era chiuso per tutti! se era sempre salito
di là! Basta; s'era molto sdegnato e, per non
addolorarla troppo con la vista del suo... come aveva
detto? già, rimescolamento, era andato via per non
rimettere piede mai più, mai più nel palazzo; si
sarebbero però veduti fuori, ogni giorno, per la scelta
della casa e la compera degli arredi; voleva che tutto
si facesse nel più breve tempo possibile.
Ma figurarsi! subito, di volo! Parve che la gioja
mettesse le ali a Elisabetta; e, bella no, bella non
poteva renderla; ma di quanta luce le accese gli occhi,
di che dolce e mesto fascino le animò i sorrisi, di
quanta timida grazia i modi, per ammantare lo sdegno di
quell'uomo, per compensarlo delle offese alla sua
dignità, per dimostrargli, se non proprio amore,
remissione intera e riconoscenza!
La casetta fu presto trovata, fuorimano, quasi in
campagna, in via Cuba, tutta fragrante di zàgare e di
gelsomini; il corredo, ricco di trine di nastri di
ricami, era già pronto da un pezzo; i mobili, semplici,
quasi rustici, appena comperati furono messi a posto, e
il matrimonio, senz'inviti e senza l'intervento del
duca, quasi clandestino, poté esser concluso nel tempo
più strettamente necessario per le pratiche e le
formalità civili e religiose.
Con tutta quella furia, nessuna sposa più d'Elisabetta
andò a legarsi conscia della gravità e della santità
dell'atto. E per circa quattro mesi, con la gioja che le
raggiava come un fascino da tutto il corpo trasfigurato,
riuscì a legare a se amorosamente il marito, cioè fino a
quando ebbe bisogno di lui. Poi si accecò nell’ebbrezza
del primo segno rivelatore della sua maternità, e non
vide allora più nulla; non le importò più di nulla: se
egli usciva e tardava a rincasare; se non rincasava
affatto; se le mancava di rispetto e la maltrattava; se
le portava via e le spendeva chi sa come, chi sa dove e
con chi, quelle poche lire dell'assegno, che la mamma
ogni giorno veniva a lasciarle. Non voleva risentirsi di
nulla, a nulla badare per non turbare affatto l'opera
santa della natura, che si compiva in lei e che doveva
compiersi in letizia, bevendo ella con l'anima l'azzurra
purità del cielo, l'incanto di quella chiostra di monti
che respiravano nell'aria accesa e palpitante come se
non fossero di dura pietra, e il sole, il sole
ch'entrava nelle sue stanzette come non era entrato mai,
là, nei tetri saloni del palazzo paterno.
- Ma sì, mamma, non vedi? sono felice! felice! -
La carrozzella d'affitto andava quasi a passo per non
scuotere troppo la gestante, e tutti si voltavano e si
fermavano per via a mirare con espressione di pietà la
vecchia duchessa di Rosàbia in quella vetturetta, con
quella figliuola accanto così miseramente vestita, così
decaduta, scacciata dal padre, maritata di nascosto, chi
sa quando, chi sa con chi, più squallida che mai,
deformata dalla gravidanza, e pur così ridente; oh sì,
poverina, eccola là, tutta ridente sotto gli occhi della
madre pieni di compassione.
E la duchessa di Rosàbia, ingannata da quella letizia,
non avrebbe mai sospettato che quel vile arrivava fino
al punto di lasciarle digiuna la figliuola, se un
giorno, avendo fatto cenno al vetturino di arrestarsi
davanti la bottega d'un dolciere per comperarle alcune
paste, Elisabetta con tono scherzoso non avesse trovato
modo di dirle che, invece di quelle paste, se la mamma
aveva da spendere, avrebbe preferito qualche cosa di più
sostanzioso, e che le avrebbe insegnato lei dove poteva
darle da mangiare: lì presso alla sua casetta, in un
orto, nella capanna d'una vecchia contadina che aveva
tanti colombi e tante galline e le vendeva le uova ogni
giorno. Fame, fame, aveva proprio fame, lei.
- Ma tu non mangi a tavola? - le domandò la mamma,
vedendo, di lì a qualche ora, la figliuola seduta a una
tavola rustica davanti alla capannetta, nell'orto di
quella contadina, divorare, anche con gli occhi, un
galletto arrostito.
Ed Elisabetta, ridendo e senza smettere di mangiare:
- Ma sì! tanto mangio... tanto! ma non mi sazio mai,
vedi? mangio per due!
Intanto, di nascosto, la vecchia contadina faceva alla
duchessa certi cenni con gli occhi e col capo, che
questa non capiva.
Capì qualche tempo dopo, quando, entrando nella casetta
della figlia, la trovò invasa da tante guardie di
questura che vi facevano una perquisizione giudiziaria.
Fabrizio Pingiterra, accusato di falso e come affiliato
a una banda di truffatori, era scappato, non si sapeva
se in Grecia o in America.
Come la vide, Elisabetta le corse incontro quasi a
ripararla, a escluderla dalla vista di quello
spettacolo, e prese a dirle affollatamente:
- Niente, mamma, niente! non ti spaventare! Vedi, sono
tranquilla! Ringraziamo Dio, anzi, mamma, ringraziamo
Dio! - E le soggiunse piano, in un orecchio, vibrando
tutta: - Così non lo vedrà! non lo conoscerà, capisci? e
sarà più mio, tutto mio, tutto mio! -.
Ma l'agitazione affrettò il parto, e non senza rischio,
così per lei come per il nascituro. Quando però ella si
vide salva col bimbo, quando vide quella sua carne che
palpitava viva, recisa da lei, carne che piangeva fuori
di lei, che le cercava il seno, cieca, e il calore che
le mancava; quando poté porgere al suo bimbo la
mammella, godendo che entro a quel corpicino uscito or
ora dal suo corpo entrasse subito quella sua tepida vena
materna, sì che il pargolo potesse sentire nel calore
del latte ancora il calore del grembo di lei, parve
veramente che volesse impazzire dalla gioja.
E non sapeva capacitare; perché la madre, pur vedendola
così, venisse di giorno in giorno a visitarla sempre più
dolente e cupa. Ma perché?
La vecchia mamma alla fine glielo disse: aveva sperato
che il padre, ora che la figlia era sola lì,
abbandonata, si sarebbe piegato a riaccoglierla in casa:
ebbene, no, non voleva.
- Per questo? - esclamò Elisabetta. - Oh povera mamma
mia! Me ne duole per te; ma io piangerei, credi, se
dovessi portare là, in quella tristezza, in quella
oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce,
qua, vedi? tanta allegrezza!
E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta,
levò alto sulle braccia il suo bambino al sole che
entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai
balconi spalancati.
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