Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
8. Zafferanetta
Sirio Bruzzi corse esultante in camera della madre, agitando
la lettera del cugino arrivata or ora, datata da Banana su
la foce del Congo.
- La porterà, mamma! Ah, «mimmomammina» mia, come sono
felice! La mia Titti! la mia Titti! -Giongo- risale il
fiume, lo -steamer- è in partenza! Povero Giongo mio! caro
il mio piccolo Gionghicello! deve andare per... non so più
dove per qual diavolo di pasticcio burocratico; uno dei
soliti! Tra una quarantina di giorni sarà a Mesània; forse
c'è già, a quest'ora; corre a Mokàla; prende la mia Titti, e
ritorna, ritorna anche lui per sempre! Su, va', mamma, va'
ad annunziarlo alla zia Lena! chi sa come ne sarà contenta
anche lei! Io scappo da Nora. Uscendo dalla zia, vieni da «Nianò»
anche tu, a pigliarmi, eh? t'aspetto!
Si chinò a baciare la mamma e scappò via, con quella lettera
in mano.
La povera signora Bruzzi restò un pezzo stordita, come le
soleva avvenire a ogni nuovo assalto di quel benedetto
figliuolo. Ma il sorriso lieto, provocato dall'esultanza di
lui, a poco a poco le s'illanguidì sulle pallide labbra.
Pensò che Norina, la fidanzata a cui Sirio era corso a far
leggere quella lettera, non poteva certo in cuor suo
esultare come lui per la notizia ch'essa recava; ne doveva
anzi provare afflizione, e tanto più forte, quanto più viva
avrebbe veduto ridere e gridare la gioja di lui. Non era
questa gioja a costo d'un suo sacrifizio? Sì, Norina vi
s'era rassegnata; ma non per questo Sirio avrebbe dovuto
darle ora spettacolo di quella gioja, e quasi pretendere che
ne partecipasse. Ah, benedetto figliuolo, proprio non
ragionava più!
Quando mai però, a dir vero, aveva ragionato il suo Sirio ?
Del padre, morto giovine e tragicamente in duello, aveva
preso la furia di gettarsi alle più rischiose avventure.
Pareva avesse dentro, per anima, una bufera: investiva e
scompigliava tutto. Quando non poteva altro, storpiava i
nomi, ruzzolava frasi sconclusionate, parole inconcludenti;
s'abbaruffava con le sillabe di esse, faceva far loro
capitomboli: Nora, Nianò, Rorina, Elinanò.
Non sapeva più lei stessa, la signora Bruzzi, come avesse
fatto a condurlo sano e salvo dall'infanzia alla giovinezza.
Lo aveva fatto arrestare una prima volta, quando le era
scappato di casa, giovinetto, per correre in Grecia a
raggiungere la spedizione garibaldina; poi, una seconda
volta, già in partenza per l'Africa, in difesa dei Boeri.
Alla fine, per il Congo, aveva dovuto chiudere gli occhi e
chinare la testa.
Sirio era già maggiorenne.
Finiti insieme col cugino Lelli i sei mesi d'ufficiale di
complemento, tutti e due erano andati nel Belgio a fare il
corso coloniale e s'erano arruolati nella milizia dello
Stato libero del Congo. Dopo sei anni le era ritornato in
licenza, irriconoscibile: pieno di piaghe e con la
dissenteria; e, sissignori, appena rimesso in piedi, voleva
ritornarci. E sarebbe ritornato; i pianti, gli scongiuri, il
pensiero di lei che, già vecchia, malata di cuore, ne
sarebbe morta certamente, non avrebbero avuto potere di
trattenerlo, se, a Nocera dove lo aveva condotto a
villeggiare e per la cura delle acque, non le fosse venuta
in ajuto quella buona Norina, Norina Rua, col fascino della
sua grazia e della sua musica.
Appena s'era accorta che quella signorina Rua riusciva a far
breccia nel cuore di lui, le s'era messa attorno, quasi a
covare la passione nascente.
Approssimandosi man mano il termine della licenza, Sirio,
nel sentirsi già legato dall'amore, aveva cominciato a dare
in ismanie, a cadere in cupe malinconie, finché una sera se
l'era visto entrare in camera disperato; s'era messo a
piangere, a piangere come un bambino; era innamorato,
straziato dal rimorso d'aver turbato il cuore di quella cara
fanciulla con vane lusinghe; e doveva partire, partire per
forza.
- Ma perché?
Ah, perché... Aveva laggiù, nel «settore» di Mokàla, di cui
era capo, una figliuola di cinque anni, nata da una
giovinetta negra, che un giorno gli si era presentata,
fuggiasca da un villaggio lontano; era stata con lui circa
due anni e poi era sparita, durante una sua escursione nella
foresta, abbandonando la bimba.
Ebbene: egli amava più di se stesso quella sua creaturina,
quel fiore selvaggio della sua vita avventurosa; nessun
altro amore avrebbe potuto vincere quello.
E, seguitando a piangere, le aveva parlato di tutte le cure,
di tutti gli stenti per allevare quella piccina abbandonata,
che per cinque anni aveva riempito la solitudine atroce
della sua vita laggiù. Non poteva più staccarsene: doveva
partire, ritornare a lei.
A un solo patto avrebbe potuto rimanere, che cioè il cugino
Lelli, il quale tra qualche mese doveva ritornare in Italia,
in licenza anche lui, gli portasse la sua Titti, e che la
signorina Rua... Ma come sperare che ella volesse accettarlo
più, ora, con quella bambina?
Aveva accettato, la signorina Rua. Era andata lei, la mamma,
a scongiurarla, e Norina aveva accettato, non ostante che la
zia, l'unica parente ch'ella avesse, con molte e sagge
considerazioni avesse voluto indurla almeno a riflettere
bene, prima di dire di sì, alla gravità e alle conseguenze
di quel sacrifizio. Senza dubbio, era una prova di bontà e
di costanza, quell'affetto per la piccina; l'unica prova, a
dir vero, che potesse dare un certo affidamento; perché il
giovine, via, onesto sì, ma scapato, impetuoso,
disordinato...
Ah che sgraffii avrebbe voluto allungare la signora Bruzzi
sulla faccia di cartapecora di quella vecchia mummia con gli
occhiali! Tanto più lunghi e profondi, quanto più in cuor
suo riconosceva saggi veramente quei consigli e quelle
considerazioni.
Ma la Norina, per fortuna, era innamorata davvero.
Certo ormai che la piccina sarebbe presto arrivata col
cugino, Sirio volle affrettare le nozze.
La tempestosa impazienza di far sua Norina, trattenuta a
stento finora dal timore di possibili difficoltà che il
cugino avrebbe potuto accampare, si scatenò al solito in una
furia così veemente, che Norina, pur felice di sentirsi
rapita in essa come un turbine, n'ebbe quasi sgomento.
Chiuse gli occhi e vi si abbandonò.
Sirio s'era proposto di dedicarsi ora all'agricoltura.
Voleva prendere in affitto una tenuta della campagna romana
e bonificarla. Là, nel suo settore, a Mokàla, aveva bene
imparato il governo colonico dei negri; qua, invece dei
negri, avrebbe governato la gente di Sabina.
Aspettava che cadesse un po' il primo impeto d'amore, e
un'altra cosa aspettava, con una irrequietezza, che sua
madre avrebbe voluto vedere almeno un po' dissimulata.
- Quando arriva? quando arriva?
E moveva convulso, tutte le dieci dita delle mani per aria,
o se le faceva scattare come in galoppo su la fronte, sul
naso, sul mento fino a sgraffiarsi; e sbuffava, e correva a
strappar dal naso alla zia gli occhiali, o ad abbracciare
forte forte la madre fin quasi a soffocarlo, o a stringere
le braccia alla mogliettina gridandole frenetica, man mano
che stringeva vieppiù e la sollevava da terra:
- Nianò. Nianò, Nianò, naso di madreperla, pettine di
tartaruga, pampino di vite!
- Lascia... no! ahi! cattivo... guarda, i lividi... - gemeva
Norina.
- E quest'è niente! Vedrai! - le gridava egli allora. - Tu
zapperai, io zapperò. Gente della Sabina, udite il bando!
Sirio Bruzzi, «bungiu» congolese, bonificatore della
campagna romana! Re d'un placido mondo, d'una landa
infinita, a un popolo fecondo voglio donar la vita! Tu
canterai sul tuo liuto, in sonni placidi io dormirò.
E si buttava a dormire sul canapè.
Inizio
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Ancora Norina non era riuscita a farsi raccontare le sue
imprese coloniali, ad avere una descrizione dei luoghi
ov'era stato. Sul più bello del racconto, mentre
descriveva il gran fiume selvaggio, o la vita dei
villaggi tra le palme e le banane, o la corsa delle
piroghe su le rapide, o la traversata delle paludi entro
la foresta senza fine, o la caccia all'elefante e al
leopardo, tranquillamente, nel vederla tutta intenta ad
ascoltare cominciava a infilzar pian piano, con viso
fermo, senza cangiar tono, le sue frasi sconclusionate:
-...e allora, là, capisci? su tutto quel pacciame di
foglie, tra il groviglio delle liane, che è? che non è?
un piccolo, piccolissimo punto a croce, con le
cavallette d'un disegno acrobatico, a nappe azzurre, a
fiocchi neri, cara mia, dietro l'indice teso del tuo
salvatore mokungi...
Norina si ribellava, s'arrabbiava; ma non c'era verso di
richiamarlo più alla narrazione così crudelmente
interrotta.
Era già incinta da un mese Norina, quando finalmente il
cugino Lelli - «Giongo», come Sirio lo chiamava col
soprannome che i negri gli avevano affibbiato laggiù -
arrivò con la piccina congolese.
Norina aveva già notato che su tutto Sirio scherzava,
tutti i nomi storpiava, tranne quello della figliuola,
su la quale non scherzava mai: la Titti era sempre la
Titti; e ogni qual volta la nominava, gli occhi gli
ridevano umidi di commozione Aveva potuto anche
argomentare quanto la amasse dalle notizie che le aveva
dato sul linguaggio di lei. La Titti comprendeva
l'italiano e lo parlava anche; ma parlava meglio il
congolese che, a suo dire, era un linguaggio da bambini.
Come dicono i bambini? Dicono «bombo», dicono «bue».
Ebbene, così parlavano i congolesi, «molenghe ti bungiu»,
figli dei bianchi. Volevano acqua? dicevano «n'gu».
Comprese, vide l'enorme follia della sua condiscendenza,
fin dal primo momento, allorché Sirio, corso alla
stazione ad accogliere la piccina, le entrò in camera
con le braccia e le gambe di quel mostriciattolo
avviticchiate al collo e al petto. Non vide dapprima che
queste gambe e queste braccia, gracili, color di
zafferano, e i capelli ricci, gremiti, piuttosto lunghi,
Soffici e quasi metallici. Quand'egli alla fine riuscì a
sviticchiarla da sé, parlandole in quello strano
linguaggio infantile, ed ella poté vederle la faccia,
anch'essa color di zafferano, con quel casco di capelli
ricci d'ebano quasi soprammessi, la fronte ovale,
protuberante, gli occhioni densi, truci, fuggevoli,
smarriti, il nasino a pallottola e i labbruzzi
divaricati, non tumidi, un po' lividi, si sentì gelare:
istintivamente compose il volto a una espressione di
pena e di raccapriccio:
- Carina... poverina... - non poté dir altro,
restringendo innanzi al seno le braccia con le mani
levate e raggricchiate quasi per paura ch'egli
gliel'accostasse e gliela facesse baciare.
- Eccola qua! eccola qua, la mia Titti! - esclamava egli
intanto, con le lagrime agli occhi. - Ti par brutta, è
vero? Anche a te, mamma? Ma non è brutta, non è brutta
la mia Titti! Poi la vedrete... vi abituerete... Guarda,
non è mica brutto questo nasino... questi labbruzzi qua
non sono mica brutti con questi dentini... ma sì, ma sì,
perché «baba» era «bungiu», Titti mia, se la mamma era
nera! Titti mia! Titti mia! Su, su, fa' sentire la tua
vocina, cara! Di chi sono io? Di', di', di chi sono?
Rispondi.
La piccina, in mezzo alla camera, sperduta, così
stridentemente diversa da tutto ciò che la circondava,
come una strana bambola di cera dipinta, rispose in modo
macchinale, con una voce che non parve sua:
- Mio.
Il padre le si precipitò addosso e se la strinse al
petto furiosamente, con la bocca sulla bocca, quasi a
succhiarsi, ingordo d'amore dopo tanti mesi d'attesa,
quella risposta.
- No, no, - riprese poi, - di' come sai dire tu, cara;
come dici «mio» tu? rispondi? di chi sono?
La bimba allora, con voce sua, dolcissima, e con un
sorriso indefinibile, tendendo le braccia, rispose:
- «Ti m'bi...»
Egli se la rapì di furia e scappò via in un'altra
stanza, seguito dal cugino.
Nora, la madre, la zia restarono un pezzo silenziose,
oppresse di stupore. Poi, Nora si nascose il volto tra
le mani, rabbrividendo. Ah, il modo con cui quella
piccina là, nel suo strano linguaggio, aveva detto
«mio», escludeva assolutamente ch'egli potesse essere
d'altri, almeno nella stessa misura.
La madre si alzò, si appressò alla nuora, si chinò a
baciarla sui capelli, senza dir nulla, e le fece
appoggiare il capo sul suo fianco.
La zia, con gli occhi fissi dietro gli occhiali,
sospirò:
- Ve l'avevo detto io?
No, non era gelosia. Un altro sentimento era, duro
rodente indefinibile, quello che Norina provava e da cui
si sentiva svoltare il cuore in petto: rabbia fredda,
invidia, dispetto, schifo e pietà insieme, nel vederlo
già padre, lì, sotto gli occhi suoi, di quella
scimmietta; e senza un pensiero dell'altro figlio che
già cominciava a vivere in grembo a lei: un altro per
lui, ma per lei no, per lei il solo, il vero figlio.
Ecco! questo, questo non poteva soffrire Norina: che il
suo, domani, dovesse per lui essere un altro figlio,
accanto a quella pupattola ramata; e che fuori di lei
ch'era sua moglie, da mille e mille miglia lontano, da
un altro mondo ch'ella non sapeva neanche immaginare, ma
che doveva esser pieno d'un grandioso fascino ardente,
fosse venuto a lui, vivo, chiuso in quella scorza
selvaggia il sentimento della paternità, di cui le dava
spettacolo.
Vergogna le suscitava inoltre quanto c'era di strano e
di goffo, in questa paternità di lui.
Pareva ch'egli non se n'accorgesse; forse non se
n'accorgeva davvero, perché attorno alla sua bambina
vedeva tutto quel mondo là lontano, vivo ancora e non
poteva perciò notarne la stranezza, che avventava invece
agli occhi degli altri.
Ecco, e si portava a spasso, felice, quel suo
mostriciattolo esotico.
Tutta la gente, certo, si voltava per istrada e forse i
monelli lo seguivano; al caffè gli amici gli avrebbero
domandato:
- E tua moglie, che ne dice?
E certo egli doveva mostrar loro, che non gl'importava
affatto ciò che ella potesse dirne.
Era innanzi a tutti, e lì per casa, una violenza
grottesca quella bimba; pareva che lei stessa, la
poverina, lo avvertisse e ne soffrisse.
Aveva negli occhioni attoniti, non più truci adesso, ma
anzi profondamente mesti e quasi velati di fuliggine,
uno smarrimento angoscioso. Teneva le labbra serrate e
le manine rattratte, e vibrava tutta a ogni minimo
rumore, a ogni sensazione, a cui certo non poteva
rispondere dentro di lei un'immagine che gliela
chiarisse e la tranquillasse. Doveva essere invasa dallo
sgomento quell'animuccia selvaggia.
Norina stava a mirarla in silenzio, quando Sirio non
c'era; e, mirandola, s'accorgeva che veramente «Zafferanetta»
(l'avevano battezzata così la zia e la cameriera) non
era poi tanto brutta: solo la tinta, quella tinta
ramata, incuteva ribrezzo.
E Zafferanetta, immobile, seduta su la sediolina di
bambù, si lasciava mirare, battendo le pàlpebre quasi
con pena su gli occhioni fuligginosi. Ah, che
impressione faceva quel battito delle pàlpebre, quel
movimento reale e comune e presente, in quell'esseruccio
che pareva finto, non vero, diverso e lontano.
La signora Bruzzi si profferì di persuadere Sirio a
portar da lei quella piccina; ma Nora non volle.
Era sicura che Sirio, allora, avrebbe passato tutta la
giornata in casa della madre.
Egli s'era accorto che la piccina deperiva deperiva
sempre più di giorno in giorno, e non sapeva staccarsi
più da lei un momento. Non pensava più alle trattative
già avviate per l'affitto della tenuta, e se ne stava
quasi tutto il giorno chiuso con lei e col cugino Lelli
nello scrittojo, tra gli strani ricordi portati da
laggiù, a parlare, a parlare...
Troncavano il discorso appena ella entrava; e, dal modo
con cui egli si voltava a guardarla, Norina intendeva
che la sua presenza non solo non gli era gradita, ma
anzi lo urtava. Spesso lo sorprendeva seduto per terra,
con la figlia addormentata su le ginocchia, e gli occhi
rossi di pianto.
- Che fa? sta male? - domandava, non a lui, ma al cugino
Lelli, che alzava gli occhi su lei come a scusarsi.
- Sta male! sta male! - le rispondeva lui irosamente e
quasi con rancore.
Poi, cangiando voce, chinandosi su la bimba e scotendola
lievemente, le domandava:
- Che ti senti, Titti mia? di' a «baba», di' a «baba»
che ti senti...
La bimba schiudeva appena gli occhi e rispondeva:
- «Kubela...»
(- Malata, - traduceva piano il cugino Lelli a Nora.)
- «Kubela ti nie?» - s'affrettava Sirio a domandare alla
piccina.
Questa, allora, richiudendo gli occhi e sollevando
appena una manina, su cui era caduta una grossa lagrima
del patire sospirava:
- «M'bi ingalo pepè...» -
- Che dice? - domandava Nora.
- Dice, - rispondeva il cugino Lelli, - che non lo sa,
di che è malata.
Ma lo sapeva lui, lui, Sirio, di che era malata la sua
piccina: del suo stesso male era malata: era malata di
Mokàla, della vita di là che le mancava, della foresta,
del fiume, della solitudine immensa, del sole
dell'Africa, che le mancavano, era malata! Ah, via! via!
via!
- Senti... a un solo patto... - venne a dirle un giorno
tutto stravolto, fremente, quasi impazzito. - Che tu
venga laggiù con me... che tu mi segua... se no, ti
lascio! Non posso, non posso vedermela morire così...
Muore, la mia Titti muore! Per carità, Nora mia, per
carità!
- Ma tu sei pazzo! Io, laggiù, con te? - gli gridò Nora.
- Pazzo, sì, pazzo! Come tu vuol! Sono stato pazzo; sarò
pazzo, e ti chiedo perdono, ma...
- Per quella lì? Per quella lì? - inveì Nora, accesa
d'ira e di sdegno. - Tu vuol sacrificare me, la mia
creatura, per quella lì?
- No, no! - la interruppe egli. - Hai ragione! Ma io,
come faccio io? Tu capisci che non posso vedermela
morire così? che non posso stare più qua neanche io?
Impazzisco, impazzisco! Muojo anch'io con lei! Per
carità, lasciami partire... Quando sarò lontano, forse
ritornerò; certo ritornerò, perché sarai tu allora la
più forte... Ma ora lasciami partire con la mia Titti,
che non muoja qui, che non muoja qui... Morrà in
viaggio; ne sono sicuro! Ma potrò almeno consolarmi,
pensando che ho voluto darle ajuto e che, per lei, sono
arrivato fino a lasciar te, qua, in questo stato!
Lasciami partire, per carità, Nora: dimmi di sì! dimmi
di sì!
Nora comprese che, per il suo cuore ormai, sarebbe stato
inutile dirgli di no, anche se egli fosse rimasto.
- Parti, - gli disse.
E Sirio Bruzzi due giorni dopo ripartì per il Congo, con
la piccina inferma e col cugino Lelli.
Non tornò più.
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