Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
7. L'ombrello
«Pue le bacchette, pue le bacchette» - ripeteva Mimì,
sgambettando e cercando di pararsi davanti alla mamma che la
teneva per mano sotto l'ombrello.
All'altro lato Dinuccia, la sorellina maggiore, andava come
una vecchina, seria e precisa, reggendo a due mani un altro
ombrello, già vecchio, sforacchiato, che presto, comperato
il nuovo, sarebbe passato alla serva.
- «E pue l'ombello» -, seguitava Mimì, - «due ombelli, due
tappotti, quatto bacchette.»
- Sì, cara; le barchette e tutto; ma andiamo, su! - la
esortava la mammina impaziente, che voleva andare spedita
tra il confuso viavai della gente che spiaccicava pur lì sul
marciapiedi, sotto lo spruzzolio incessante d'una lenta
acquerugiola.
Con sordi ronzii, tra accecanti sbarbagli le lampade
elettriche già s'accendevano, opaline, rossastre, gialligne,
davanti alle botteghe.
Pensava, andando, quella mammina frettolosa, che le stagioni
non avrebbero dovuto mutar mai, e l'inverno, sopra tutto,
mai venire. Quante spese! E per i libri di scuola, che
sempre ogni anno di nuovi; e ora per riparare dai freddo dal
vento, dalla pioggia quelle due povere piccine rimaste
orfane prima che l'ultima avesse avuto il tempo d'imparare a
dir babbo. Carnucce tenere! che strazio vederle andar fuori
così sprovviste di tutto, certe mattine.
Lei s'adoperava in rutti i modi: ma come bastare, con quel
po' di pensioncina lasciata dal marito, quando poi il crollo
viene inatteso, e da tant'anni s'ha l'abitudine di viver
bene?
Quest'anno anche Mimì aveva cominciato a frequentare il
giardino d'infanzia, ed erano altre sei lire al mese di
tassa; perché... ma sì, non aveva saputo togliere Dinuccia,
la maggiore, dalle scuole a pagamento per mandarla a quelle
pubbliche; e le toccava di pagare per due, adesso. E le
tasse erano il meno! Tutte alunne per bene, in quella
scuola, e le sue piccine non dovevano sfigurare.
Non si perdeva lei, no: morto il marito, che aveva vent'anni
più di lei, pur dovendo attendere a quelle due creaturine,
aveva avuto la forza di ripigliare gli studii interrotti
all'ultimo anno; aveva preso il diploma; poi, avvalendosi
del buon nome lasciato dal marito e delle molte aderenze
ch'egli aveva, facendo anche considerare le sue tristi
condizioni, era riuscita a ottenere una classe aggiunta in
una scuola complementare. Ma la retribuzione, insieme con la
pensioncina del marito, non bastava o bastava appena appena.
Se avesse voluto... Non vestiva bene; non si curava più per
nulla di sé; si pattinava, là, alla svelta, ogni mattina;
s'appuntava un cappellino che non era più neanche di moda; e
via alla scuola, senza guardare mai nessuno; eppure, se
avesse voluto, già due partiti. Chi sa perché, anche quella
sera là, mentre andava frettolosa fra le sue bambine, tutti
si voltavano a mirarla; e pioveva! Figurarsi, però, se lei
avrebbe voluto mai dare un altro babbo a Dinuccia e a Mimì.
Pazzie! pazzie!
Quell'ammirazione, intanto, quegli sguardi ora arditi e
impertinenti, ora languidi e dolci, colti a volo per via,
con apparente fastidio o anche, certe volte, con sdegno, le
cagionavano in fondo una frizzante ebbrezza: le ilaravano lo
spirito; davano quasi un sapore eroico a quella sua rinunzia
al mondo, e le facevano stimar bello e lieve il sacrifizio
per il bene delle due figliuole.
Era un po' il piacere dell'avaro, il suo: dell'avaro che non
soffre tanto delle privazioni a cui s'assoggetta, pensando
che, se volesse, potrebbe godere senz'alcuna difficoltà.
Ma che sarebbe dell'avaro, se da un momento all'altro l'oro
del suo forziere perdesse ogni valore?
Ebbene, certi giorni, senza saper perché, o meglio, senza
volersene dire la ragione, ella cadeva in una cupa
irrequietezza; era agitata da una sorda irritazione, che
cercava in ogni più piccola contrarietà (e quante ne
trovava, allora!) un pretesto per darsi uno sfogo. Le erano
mancati per via quegli sguardi, quell'ammirazione. E
segnatamente sulla maggiore delle figliuole, su Dinuccia, si
scaricava allora la maligna elettricità di quelle torbide
giornate. La piccina, senza saperlo, attirava quelle
scariche col suo visino pallido, silenziosamente vigile, coi
suoi sguardi attoniti e serti, che seguivano la mammina
furiosa, la mammina che si sentiva spiata e credeva di
scorgere un rimprovero in quell'attonimento penoso e in
quello sguardo serio e indagatore.
- Stupida! - le gridava.
Stupida, perché? Perché non capiva la ragione per cui la
mammina era così nervosa, quel giorno, e cattiva? Ma se non
voleva capirla neanche lei, questa ragione! Era soltanto
meravigliata, la piccina, di non vederla gala come gli altri
giorni, ecco. Meravigliata? Si meravigliava a torto; perché
non tutti i giorni si può essere gai; e non era mica
gioconda per la mammina quella vita di stenti e d'angustie.
Lo sapeva bene lei sola, quanti pensieri e quanti bisogni e
quante difficoltà.
Soffocava così il rimorso d'aver maltrattato e fatto
piangere ingiustamente la bambina. Erano più veri sì, i
pensieri, gli stenti, i bisogni, le angustie, le difficoltà;
ma il non voler confessare a se stessa la vera ragione della
sua tristezza e della sua nervosità la rendeva ancora più
triste e nervosa.
Per fortuna, c'era l'altra piccina, Mimì, che faceva ogni
volta il miracolo di rasserenarla tutt'a un tratto, con
qualcuno de' suoi vezzi infantili, pieni di grazia,
irresistibili.
Mimì prima la guardava, la guardava per un pezzo, ma non con
quegli occhi vigili e serti della maggiore; con occhi
ingenui e amorosi la guardava; poi faceva parlare quello
sguardo, soffiando coi labbruzzi di ciliegia:
- Mammina bella!
Si alzava, s'inchinava con le manine a tergo e domandava,
scotendo tutti i riccioli neri della testina:
- Vuoi bene?
Così. Non diceva: «Mi vuol bene» ma per tutti,
semplicemente: «Vuoi bene?». E allora ella le tendeva le
braccia e appena quel batuffoletto le saltava al collo, se
lo stringeva forte forte al seno, rompendo in pianto;
chiamava subito a sé anche Dinuccia; le abbracciava tutt'e
due, con fremente tenerezza, carezzando anche di più la
piccina poc'anzi maltrattata; e godeva di sentirsi
inebbriare da quest'altra gioja pura, che nasceva dal suo
dolore e dalla sua bontà, che nasceva veramente dal suo
sacrifizio, imposto dalla crudeltà della sorte, e ch'ella
era felice, felice di compiere per quelle due creaturine,
unicamente per loro.
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Quella sera, intanto, la mammina era molto gaja.
- Su, Mimì! Ecco, è qua: siamo arrivate!
La bambina era restata a bocca aperta davanti a certe
grandi vetrine abbarbaglianti in capo a via Nazionale.
Tirata dalla mamma, entrò nella bottega, ripetendo
ancora una volta:
- «Le bacchette! Pima le bacchette!»
- Ecco, sì, zitta! - le gridò la madre, a cui s'era
fatto innanzi un commesso di negozio. - Barch... cioè,
vedi? lo fai dire anche a me. Mi dia due paja di...
- «Bacchette!»
- E dàlli! «Calosce» per queste bambine. Le chiama
barchette la mia piccina. Veramente, si potrebbero anche
chiamare così per non usare quella parolaccia
forestiera.
- Soprascarpe -, suggerì asciutto, con aria di
sufficienza il commesso inarcando le ciglia.
- Barchette però sarebbe più carino.
- «Pima a me! Pima a me!» - gridava intanto Mimì,
arrampicatasi sul divano, agitando i piedini.
- Mimì! - la sgridò la mamma, guardandola severamente e
cangiandosi in volto.
Subito Dinuccia notò questo repentino cambiamento, e
assunse, con gli occhi attoniti e serti, quell'aria di
attonimento penoso, che tanto urtava la madre. E nessuna
delle due badò alla gioja di Mimì, a cui
quell'antipatico commesso aveva già provato la prima
«barchetta». Voleva subito subito scendere dal divano
per camminarci, senz'aspettare l'altra.
- Qua, ferma, Mimì! O via a casa! Troppo larga, non
vedi? Qua!
Il commesso, prima d'andare a prendere un altro palo
d'ultima misura, avrebbe voluto provare quelle alla
maggiore; ma Dinuccia si schermì, indicando la
sorellina:
- Prima a lei.
- Stupida, è lo stesso! - le gridò la madre, prendendola
sotto le ascelle e sedendola con mal garbo sul divano.
Intanto, per quietare Mimì, disse al commesso che
gliel'avrebbe calzate lei, quelle, alla maggiore; e che
egli per piacere andasse nel frattempo a prendere il
palo per la piccola.
Dinuccia, calzata, rimase a sedere sul divano; Mimì
invece ne scivolò via lesta, battendo le mani, e si mise
a saltare, a girare su se stessa come una trottolina,
cacciando gridi di gioja; e ora levava un piede, ora
l'altro, per guardarselo. Dal divano, Dinuccia la
guardava, e sorrideva pallidamente. Si rifece seria,
udendo la madre esclamare:
- Quaranta lire? Venti il pajo?
- Fabbrica americana, signora -, rispose il commesso,
opponendo alla maraviglia della compratrice la freddezza
dignitosa di chi conosce il valore della merce che si
vende in bottega. – «Articolo» indistruttibile. Lei lo
può stringere in un pugno, guardi!
- Capisco, ma... scusi, per un piedino così venti lire?
E il commesso:
- Due soli prezzi, signora: per i piccoli, venti lire:
per i grandi, trentacinque. Un po' più lunghe, un po'
più corte, capirà, ciò che conta è la fattura.
- Non me lo sarei mai aspettato! - confessò allora,
afflitta, la mammina - Avevo calcolato, al più al più,
venti lire per tutt'e due.
- Uh, non lo dica nemmeno! - protestò il commesso, quasi
inorridito.
- Guardi, - si provò ad allettarlo la mammina, - dovrei
comperare altra roba: due «loden», pure per le piccine;
due ombrelli.
- Abbiamo tutto.
- Lo so; sono venuta qua apposta. Mi faccia qualche
riduzioncina.
Il commesso alzò le mani, inflessibile:
- Prezzi fissi, signora. Prendere o lasciare.
La mammina gli lanciò uno sguardo torbido, di sdegno.
Facile a dire, lasciare! Come togliere dai piedini a
Mimì le barchette? La solita furia. Avrebbe dovuto prima
contrattare, ecco. Ma poteva mai supporre che gliene
domandassero tanto? E poi, se erano prezzi fissi...
Aveva calcolato di spendere in tutto centoventi lire:
più non poteva
- I «loden» -, disse, - mi faccia vedere. Che prezzo
hanno?
- Ecco, favorisca di qua.
- Dinuccia! Mimì! - chiamò la mammina irritata. - Buona,
sai, Mimì, o ti levo le calosce! Vieni qua. Lasciami
vedere! Non ti vanno troppo larghe anche queste?
Voleva tentare di levargliele per provare se le
riuscisse di trovarne a minor prezzo in qualche altra
bottega. Le veniva ormai di schiaffeggiarlo quel
commesso.
- «Lagghe? No, belle!» - gridò Mimma ribellandosi.
- E lasciami vedere!
- Belle no, belle! tanto belle! - seguitò Mimì,
scappando via.
E si mise a soffiare, gonfiando le gote, e ad agitare i
braccini e a sgambettare, come se fosse in mezzo
all'acqua e vi passasse sicura, con quelle barchette ai
piedi.
La degnò di un sorriso, alla fine, quel commesso di
negozio. Ma non l'avesse mai fatto! Vedendolo ridere
come per compassione, la mammina sentì rimescolarsi
tutto il sangue. Pensò che aveva soltanto
centotrentacinque lire nella borsetta. I «loden»,
quaranta lire l'uno, quaranta le due paja di
soprascarpe; non ne restavano che quindici, poche per
due ombrelli: sì e no, avrebbe potuto comperarne uno, e
d'infima qualità.
Ora, il piacere delle bambine era appunto d'avere un
ombrello per ciascuna, l'ombrello e le barchette. A quei
cappotti impermeabili, grevi, grigi, pelosi, non fecero
alcuna festa: e quando seppero che di ombrelli non se ne
poteva comperar che uno, cominciarono le liti.
Dinuccia sosteneva con ragione che toccava a lei, ch'era
la più grande; ma Mimì non voleva sentirla questa
ragione, poiché un ombrello era stato promesso anche a
lei; e invano la mamma, per metter pace, badava a
ripetere che non sarebbe stato né dell'una né
dell'altra, ma di tutt'e due in comune, dovendo andare a
scuola insieme.
- «Pelò, lo lleggio io!» - protestò Mimì.
- No, io! - si ribellò Dinuccia.
- Un po' l'una, un po' l'altra, - troncò la madre, e
rivolgendosi a Mimì: - Tu non potrai; non saprai
reggerlo -.
- «Sì che lo lleggio!»
- Ma se è più alto di te, non vedi?
E, per fargliene la prova, la mammina glielo pose
accanto. Subito Mimì se lo strinse al petto con tutte e
due le braccia. Questa parve a Dinuccia una prepotenza,
e stese le mani per strapparglielo.
- Vergogna! - gridò la mamma. - Che spettacolo! che
bambine per bene! Qua, a me l'ombrello! Non l'avrà
nessuna delle due.
Per via, benché coi «loden» addosso e le barchette ai
piedi, le due bambine andarono taciturne, imbronciate,
con gli occhietti sfavillanti, fisso il pensiero a
quell'ombrello, per cui la lite si sarebbe certo
riaccesa appena varcata la soglia di casa. La proprietà,
in comune: va bene; ma a chi lo avrebbe affidato, la
mattina appresso, la mamma? Tutto era qui: portarlo
aperto per via, quell'ombrello, sotto la pioggia! E
Dinuccia pensava che toccava a lei, a lei di diritto:
non solo perché la maggiore, ma anche perché... ecco
qua: si poteva dare una prova migliore di quella che
dava lei, in quello stesso momento, di saper reggere
ombrelli per via? E per quella prova, così ben
disimpegnata anche nell'andare, non si meritava adesso
di reggere l'ombrello nuovo? Perché lo aveva comperato
la mamma? per tenerlo chiuso sotto il braccio? Se la
mamma riparava col suo Mimì, perché lasciar lei intanto
con quello vecchio, della serva? Il castigo, se mai,
doveva essere per quella Mimì soltanto, per quella Mimì
prepotentona, che mai e poi mai avrebbe saputo reggere
un ombrello come lei. Eh, avrebbe voluto vederla!
Così pensando, Dinuccia si provava a lanciare
un'occhiatina alla mamma, di sotto l'ombrello, senza
perdere l'equilibrio, per vedere se ella si accorgesse
di quella sua bravura. Ma scorse, invece, più che mai
torbido e aggrondato il volto della mamma; e l'ombrello
tentennò tra le due manine che lo sorreggevano.
Uscita dalla bottega in preda a una rabbiosa
mortificazione, la mammina lottava in quel momento per
espungere dall'animo il più cattivo dei pensieri contro
la sua Dinuccia: un pensiero orribile, ch'ella non
voleva assolutamente le si riflettesse neppure per un
attimo sulla coscienza, dove sarebbe rimasto, al minimo
contatto, come una macchia, come una piaga.
Eppure, a ogni urto anche lieve contro la dura realtà,
in certi momenti, quel pensiero odioso le si
riaffacciava all’improvviso. E il pensiero odioso era
questo: che se lei, Dinuccia, non ci fosse stata (non
che dovesse morire, Dio, no!; ma se non ci fosse stata,
ecco, se non l'avesse avuta), ella, con Mimì soltanto,
ch'era d'indole così gaja e aperta, sempre contenta, con
Mimì soltanto, ella si sarebbe rimaritata. Mimì, senza
dubbio, si sarebbe fatta amare da colui ch'ella avrebbe
scelto per compagno, gli sarebbe subito saltata al
collo, domandando anche a lui, con la solita grazia,
scotendo la testina ricciuta: «vuol bene?». E come non
volerle bene? Dinuccia invece, con quegli occhi, sempre
attoniti e serii... Ecco, se li immaginava, quegli
occhi, rivolti penosamente al patrigno e... no, no, mai!
sentiva che con lei e per lei ella non lo avrebbe mai
fatto, quel passo, non avrebbe potuto farlo.
La guardò, e subito, come le soleva avvenir sempre,
sentì un acuto rimorso e un'angosciosa tenerezza per
quella sua povera piccina. La vide ancora tutta intenta
a dare quella sua prova di bravura e non poté fare a
meno di sorridere. Lei, no; ma avrebbe voluto che
qualcuno per via esclamasse: «Ma brava! Guardate come sa
regger bene l'ombrello, quella pupetta!». L'ombrello
vecchio, poverina... Chi sa che gioja, se le avesse dato
il nuovo! Già: ma l'altra allora? Eh, l'altra... Tutte
vinte? Se aveva fatto male a promettere anche a lei un
ombrello tutto per sé, se non aveva potuto comperarne
due, doveva andarci di mezzo la povera piccina? Mimì non
doveva far capricci, e Dinuccia, che sapeva reggere così
bene l'ombrello, doveva reggere il nuovo e non il
vecchio.
Glielo diede. Ma la piccina non lo accolse con quella
festa ch'ella s'era immaginata. Non perché avesse
indovinato il tristo pensiero della mamma (come avrebbe
potuto indovinarlo?); ma, subito dopo che le aveva
scorto quel volto torbido e aggrondato, aveva sentito un
brivido alla schiena, Dinuccia, e gli occhietti le si
erano inforcati, e s'era messa a pensare che non la sola
Mimì era cattiva, ma anche la mamma cattiva, la mamma
che riparava Mimì e non badava a lei, e la lasciava
sola, con quell'ombrellaccio vecchio della serva, che
sgocciolava e che pesava tanto, ormai, tanto che lei se
ne sentiva tutt'e due i bracciali indolenziti: e non
poteva e non sapeva reggerlo più.
Ora, il nuovo pesava meno, e Dinuccia ringraziò la mamma
soltanto con un sorriso. Parve poco alla mamma e si
rivolse subito a Mimì:
- Tu stai qua sotto con me, buona buona, è vero?
Dinuccia si ripara da sé. Che direbbe la gente vedendola
con quest'ombrellaccio vecchio? «Uh, che poverella!»
direbbe. «È forse la servetta?» E tu non vorresti, è
vero? che si dicesse così della tua sorellina.
Mimì non fiatò: aveva una sua idea. Appena arrivate al
portone di casa, s'affrettò a pregare la mamma:
- «Oa, mamma, io pelle ccale! Lo lleggio io pelle ccale!»
E così entrò in casa, dove si sentiva più sicura, con
l'ombrello in suo potere; e non volle cederlo, salite le
scale, perché la mamma lo riponesse, con la scusa che
Didì lo aveva tenuto tanto tempo per istrada. La lite -
inevitabile - scoppiò, mentre la mamma si svestiva di
là. Dinuccia strappò l'ombrello a Mimì e la fece cadere
per terra con un urtone. Strilli di Mimì; restituzione a
lei dell'ombrello; e Dinuccia castigata senza cena.
Sul tardi però, quando la mamma andò a cercare Dinuccia
che s'era rincantucciata in un angolo dietro l'armadio,
e la trovò che dormiva, comprese perché la piccina non
aveva accolto con festa, per via, l'ombrello nuovo, e
perché poi, contro il solito, lei che come una vecchina
compativa sempre i capricci di Mimì, l'aveva fatta
piangere quella sera: Dinuccia scottava dalla febbre!
La mamma restò un pezzo, sgomenta, a contemplarla; poi
se la tolse in braccio, gridando:
- Oh Dio, no, Dinuccia mia! No, no, no!
La svestì, la mise a letto e le si sedette accanto, con
l'anima vuota e sospesa, come intronata dalla pioggia,
che scrosciava furiosa di fuori.
Piovve tutta quella notte e piovve per sei giorni di
fila quasi senza interruzione.
Il primo pensiero di Mimì, la mattina dopo, allo
svegliarsi fu per l'ombrello, per le barchette e il
cappotto nuovo.
L'ombrello se l'era messo accanto al lettino, e se lo
trovò subito in mano scappò per le barchette e per il
cappotto. Pioveva; e dunque festa! sarebbe andata a
scuola munita di tutto punto, le barchette ai piedi, il
cappotto addosso, e l'ombrello in mano, aperto, sotto
l'acqua!
No? Non si andava a scuola? Perché? Dinuccia era malata?
Che peccato! Pioveva così bene...
Avrebbe voluto chiedere alla mamma, perché non mandava a
scuola lei sola, con la serva. Ma la mamma non le
badava; piangeva. Lo chiese alla serva; ma questa, già
lì lì per uscire in fretta in furia in cerca d'un
medico, nemmeno si voltò per risponderle.
Mimì rimase un pezzo dietro la vetrata della finestra a
guardare la bell'acqua scrosciante, impetuosa; poi andò
a pararsi davanti allo specchio dell'armadio col «loden»
e con le barchette; si tirò sulla testina il Cappuccetto
fin su le ciglia; aprì con molto stento l'ombrello, e si
contemplò beata nello specchio, tutta ristretta nelle
spallucce, coi piedini giunti, ridendo e tremando dei
brividi che le comunicava quella pioggia immaginaria.
Per cinque giorni, ogni mattina, Mimì fece quella prova
davanti allo specchio. E dopo essersi contemplata per
più d'un'ora, a più riprese, toltisi il cappotto e le
barchette, andava a nascondere l'ombrello in un certo
posto che sapeva lei sola. Ah, quell'ombrello era suo,
ormai, tutto suo, suo unicamente, e mai lo avrebbe
ceduto, neppure alla mamma! Che pena, intanto, che tutta
quella pioggia andasse sprecata...
La sera del sesto giorno, Mimì fu condotta dalla serva
nel quartierino accanto, abitato da due vecchie signore,
amiche della mamma, che in quei giorni parecchie volte
aveva veduto per casa, affaccendate tra la camera da
letto e la cucina. Era tanto presa di quei suoi tesori,
che non ci badò; non badava a nulla da sei giorni; ed
era anzi contenta che la mamma fosse tutta intenta alla
sorellina malata e non si curasse affatto di lei, perché
così poteva «fare l'inverno» («l'invenno», diceva lei) a
suo agio e con la massima libertà. Era del resto di così
facile natura, che s'accomodava subito e si sentiva a
posto, ovunque la mettessero: traeva da sé la vita e la
spandeva intorno festosamente, popolando di meraviglie
ogni cantuccio, fosse anche il più nudo e il più oscuro.
Cenò in casa delle vicine, giocò, chiacchierò a lungo
con la serva, saltando di palo in frasca, e finalmente
le si addormentò in grembo.
Si svegliò a notte alta, di soprassalto, sbalordita da
un formidabile fragore, che aveva scosso tutta la casa e
che ora s'allontanava con cupi rimbombi tra lo scroscio
violento della pioggia. La bambina si guardò attorno,
smarrita. Dove era? Quella non era la sua casa; quello
non era il suo lettino... Chiamò la serva due o tre
volte, si liberò della coperta in cui era avvolta e
balzò a sedere sul letto. Era ancora vestita. Guardò il
lettino accanto, intatto, e si raccapezzò: quella era la
camera in cui dormivano le due vecchie signore: v'era
entrata tante volte! Scivolò dal letto; attraversò una
stanza al bujo; trovò la porta aperta, e uscì sul
pianerottolo della scala, atterrita dal fragorio della
pioggia che cadeva sul lucernario, e dal palpitante
bagliore dei lampi. Aperta era anche la porta della sua
casa; e Mimì si cacciò dentro e corse alla camera da
letto, gridando:
- Mamma! mamma!
Una delle due vecchie signore, che se ne stava accanto
al lettuccio della bambina agonizzante, le corse subito
incontro, per fermarla sulla soglia.
- Va', va', piccina mia, - le disse, - la mamma è di là.
- Didì? - domandò allora la bimba sbigottita,
intravedendo al debole chiarore della lampada il viso
cereo della sorellina sul letto.
- Sì, cara - le rispose quella, - il Signore la vuole
per sé. Se ne va in cielo Didì...
- In cielo?
E Mimì uscì, senz'aspettare risposta; si fermò nella
saletta al bujo, un po' perplessa; udì novamente,
attraverso la porta aperta il tremendo fragorio della
pioggia sul lucernario della scala: intravide dalla
finestra a un nuovo palpito di luce il cielo sconvolto,
e scappò via, lungo il corridojo.
Poco dopo, le due vecchie signore che vegliavano
l'agonia di Dinuccia, se la videro venire innanzi con
quell'ombrellone più grosso di lei tra le braccia,
balbettando:
- «L'ombello... a Didì... in cielo... piove.»
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