Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
6. Ignare
Sui bianchi tettucci dalla corsia e disposti uno accanto
all'altro in quella camera remota del collegio piena di luce
e di silenzio, le quattro giovani suore giacevano immobili.
Le cuffiette di tela, semplici, senza una trina né un
nastro, annodate sotto il mento da due cordelline,
disegnavano la rotondità del capo e incorniciavano i pallidi
visi quasi infantili. Aprivano di tanto in tanto gli occhi,
dapprima un po' esitanti alla luce, poi attoniti e
smemorati; li richiudevano poco dopo con lenta stanchezza,
ma ormai senza pena.
Non si curavano più di sapere se, così immobili su quei
tettucci, fossero in attesa della guarigione o della morte.
Erano tutte e quattro ferite e fasciate. Ma di che gravità
fossero le ferite, non sapevano. Stando immobili, non le
sentivano. Pareva a ciascuna di star bene e di poter credere
che non fosse più a ogni modo, per nessuna delle quattro,
caso di morte.
Ma poi, chi sa?
Non erano più sicure di nulla; nemmeno se quella camera
fosse d'un ospedale o dell'infermeria d'un collegio di
suore; né ricordavano come, quando, da chi vi fossero state
portate.
C'era nella loro memoria un abisso: un vero inferno che s
era spalancato loro davanti all'improvviso inghiottendole e
travolgendole; dove tanti demonii avevano fatto scempio c
strazio delle loro carni immacolate. Avevano la vaga
impressione d'aver navigato a lungo; e sentivano ancora
nelle narici, ogni tanto, quel tanfo particolare, alido,
nauseante, che cova nell'interno delle navi; negli orecchi,
gli scricchiolii della carcassa enorme galleggiante, agli
urti possenti e fragorosi del mare; e avevano la visione
confusa d'un porto affaccendato, di grandi alberature non
ben ferme sotto grosse nuvole candenti immote su l'aspro
azzurro delle acque; e meno confuso il ricordo di strani
aspetti, di strane voci; rumori d'argani e di catene.
Ora erano qua. E nel candore e nel silenzio di quella camera
luminosa che dava loro con la freschezza fragrante dei lini
puliti un conforto d'arcana soavità e un senso d'infinita
beatitudine, avevano quasi il dubbio che fosse stato un
incubo orrendo tutto quell'inferno e quel lungo navigare e
quel porto e quegli aspetti strani.
Avevano bisogno di lasciare in quel torpore non solo il
corpo, ma anche la coscienza. Se per qualche movimento
inconsulto, o anche soltanto per tirare un più lungo
sospiro, il corpo aveva una fitta di spasimo, pur essa la
coscienza si sentiva subito trafitta dal ricordo di quanto a
quel loro corpo era stato fatto, caduto in preda alle voglie
infami di gente feroce, nemica di quella fede di cui esse
erano andate a spargere l'esempio nell'isola straniera,
lontana. L'asilo di pace, una sera, era stato preso
d'assalto, invaso e profanato da orde selvagge. Sotto ai
loro occhi s'era compiuta la strage dei ricoverati.
All'orrore delle ferite aperte dal ferro nelle loro carni
rispondeva l'orrore più grande di un'altra ferita
insanabile, per Cui più del corpo la loro anima aveva
sanguinato.
L'ultima a lasciare il letto, quantunque col seno e un
braccio ancora fasciati, fu suor Erminia. Le tre altre
credevano che fossero trattenute nell'infermeria in attesa
della guarigione della compagna, per partire poi tutte
insieme alla volta di Napoli, per il ritiro. Ma non fu così.
Guarita suor Erminia, la Madre Superiora del Collegio ov'erano
state ricoverate e curate, venne ad annunziare che soltanto
suor Erminia sarebbe partita quella sera stessa per Napoli.
Ascoltando tutte e quattro a occhi bassi quest'ordine, suor
Erminia si chiese in cuore, perché lei sola; e ciascuna
delle tre altre, in che la loro sorte potesse essere diversa
da quella della compagna che più di loro aveva stentato a
guarire. Aveva forse bisogno di qualche rimedio che qua non
le si poteva apprestare?
Ma allora perché lasciarla partir sola? E perché rimanevano
loro tre, se erano al tutto guarite?
Lo seppero la mattina dopo, all'alba, quando insieme con una
suora anziana e una vecchia conversa furono fatte salire su
una «giardiniera» traballante e svolazzante di tendine di
juta.
Sotto le ampie cornette oscillanti erano vestite tutte e tre
d'abiti nuovi, ma troppo larghi per il loro corpo già esile
e ora più che mai assottigliato dalle sofferenze.
Avvertivano nel seno, mortificato da anni sotto il modestino,
respirando finalmente all'aperto, come un indurimento e,
nello stesso tempo, uno strano senso di risveglio che le
turbava.
Prima di partire, avevano veduto i vecchi abiti, coi quali
erano arrivate, ferite e morenti, da Candia. Stinti,
strappati, macchiati di sangue, avevano suscitato in loro
quello sgomento e quel ribrezzo che si prova per gli oggetti
appartenuti a qualcuno tragicamente morto. E tanto più
s'erano costernate, in quanto che alle vestigia,
evidentissime lì, d'una violenza terribile, non rispondeva
più in loro, ritornate alla vita, una memoria precisa.
Lasciate addietro le ultime case della città, la vettura si
mise a correre per uno stradone costeggiato di qua e di là
da fitti boschi d'aranci e di limoni.
S'era d'ottobre e pareva ancora piena estate, sebbene di
tratto in tratto, entro quel tepore denso di odori
inebrianti, sorvolasse dal mare che s'intravedeva prossimo
di tra il fitto turbinio di tutti quei fusti d'alberi,
qualche primo brivido di frescura autunnale.
Ma le tre convalescenti non poterono godersi a lungo la
delizia di quell'ora e di quei luoghi. Il traballio della
logora vettura cominciò a cagionar loro un grave disturbo.
Tanto che, alla fine, una, suor Agnese, non potendo più
reggere, chiese per grazia se la vettura non potesse andare
più piano.
La vettura si mise quasi di passo.
Use tutte e tre, ormai da tanti anni, a non curare affatto e
quasi a non sentire più il proprio corpo, a dominarne tutti
i bisogni, a vincerne la stanchezza, provavano ora un
avvilimento e uno smarrimento strano, un'ambascia smaniosa,
per quelle loro sofferenze corporali. La più giovane, ch'era
anche la più gracile, suor Ginevra, chiese a un certo punto
se, andando così di passo la vettura, non potesse provarsi a
seguirla a piedi. Si provò; ma dovette poco dopo rimontare,
perché le gambe non le ressero alla fatica del cammino in
salita.
La suora anziana che le scortava, annunziò, per confortarle,
che poco ormai ci voleva ad arrivare.
La vettura difatti si fermò, poco dopo, davanti al cancello
d'una grande villa solitaria in cima a un poggiolino, cinta
tutt'intorno da un muro. Era la grangia del collegio. La
conversa sonò il campanello e, levandosi su la punta dei
piedi per guardar sopra la banda che copriva la parte
inferiore del cancello, chiamò forte:
- Rosaria!
Rosaria era la moglie del contadino che aveva in custodia la
grangia ove ogni estate erano condotte le Orfanello a
villeggiare.
Invece di Rosaria rispose un grosso cane di guardia con
furibondi latrati.
- Ecco «Bobbo» - disse la suora anziana, sorridendo alla
conversa.
- Bobbo, Bobbo, siamo noi di casa, - aggiunse la conversa e
sonò di nuovo il campanello.
Accorse alla fine la custode, sbracciata, scarmigliata, col
faccione acceso, dorato dal sole, tutto in sudore, due
grandi cerchi d'oro agli orecchi, un fazzoletto rosso
sgargiante sul seno, e il ventre pregno che le lasciava
scoperti, sotto la gonna di baracane tirata su, i fusoli
delle gambe entro le grosse calze turchine di cotone,
sporche di creta.
- Oh suor Sidonia mia, suor Sidonia! - cominciò a strillare
con furiosi gesti di maraviglia e di gioja. - Come va, con
tanta compagnia? Anche voi, donna Mita? Come va? Stavo a
lavare e, mi vede? - aggiunse, indicando il ventre immane. -
Dopo otto anni, suor Sidonia mia! Mah! E queste? Sono tre
suore nuove?
Le tre convalescenti s'erano un poco allontanate, e
guardavano smarrite le vecchie finestre di quella villa,
l'antica cisterna patriarcale, là a principio del lungo
pergolato, di fronte al portoncino verde. Si voltarono, nel
sentirsi indicate dalla custode, e videro la suora anziana e
la conversa parlar piano tra loro; poi la custode prendersi
con un gesto d'orrore la testa tra le mani e voltarsi,
allargando un po' le mani, a guardare verso di loro, con la
bocca aperta e gli occhi pieni di raccapriccio:
- E lo sanno? lo sanno?
Le tre convalescenti si guardarono negli occhi, angosciate.
Quella delle tre, che durante il tragitto non aveva aperto
bocca, suor Leonora, ebbe negli occhi come un guizzo di
follia; si coprì il volto con le mani emise un mugolio sordo
fra un tremore delle spalle e delle braccia.
- Perché? - chiese allora, suor Ginevra, volgendo gli occhi
azzurri infantili all'altra compagna che s'era recata una
mano alle labbra e con gli occhi sbarrati era rimasta come
sospesa davanti a un abisso scoperto all'improvviso.
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Sopravvennero suor Sidonia e la conversa e, poco dopo,
con le chiavi della villa, la custode.
Su per la scala, ove l'aria della campagna stanava mista
col tanfo grasso della corte vicina e con l'umidore
esalante dalla prossima cisterna, suor Leonora afferrò
un braccio alla suora anziana e le chiese piano per sé e
le compagne se fosse vero ciò che le era parso di dover
capire al gesto d'orrore della custode.
Quella socchiuse gli occhi e chinò il capo più volte,
sospirando. Suor Leonora scivolò sul gradino della
scala. Suor Agnese, ritta addossata al muro, socchiuse
gli occhi da cui sgorgarono grosse lagrime. Ignara
ancora restava la più giovane dagli occhi celesti.
Guardava le lagrime silenziose della compagna addossata
al muro, udiva i singhiozzi dell'altra accasciata sullo
scalino, ascoltava il conforto e le esortazioni delle
tre altre; e non ne capiva ancora la ragione.
Aveva quella villa, nella quiete attonita che regnava
tutt'intorno, alcunché di lugubre, con tutti quei fasci
di sole che si allungavano di traverso, simmetricamente,
nei corridoj. Si vedeva in ognuno di quei fasci fervere
lento il polviscolo. Di tratto in tratto, il canto d'un
gallo pareva volesse rompere il fascino di quella quiete
misteriosa; e un altro gallo, che rispondeva da qualche
ala lontana, pareva dicesse che lo stesso fascino di
misteriosa quiete gravava anche lì, e più lontano
ancora.
Fin dove?
Le tre suore, affacciate alle finestre, si perdevano
nella lontananza di quella quiete misteriosa. Non
sapevano dove andare con l'anima, a chi rivolgersi per
conforto, come nascondere ai loro stessi occhi l'onta di
quel martirio.
Era per due di esse in quella lontananza, ma più là,
assai più là, dove lo sguardo si perdeva e l'anima non
ardiva di arrivare, sé in Toscana, più sé in Lombardia,
una casa da tanti anni abbandonata. Picchiare alla porta
di quelle case, per conforto, suor Leonora e suor Agnese
non potevano. Né il vecchio padre, né il fratello, né la
cognata di suor Leonora dovevano sapere; tanto meno poi,
oh Dio, il fratello della cognata! Non dovevano sapere
la vecchia madre né la sorella di suor Agnese in quel
tranquillo borgo sul Po, presso Mantova. Beata suor
Ginevra, che non aveva alcuna idea né di casa né di
famiglia! Sapeva soltanto d'esser nata a Sorrento; non
sapeva da chi; era stata allevata dalle suore in un
ospizio, e s'era fatta suora: era dunque, tutta,
nell'abito che indossava: e la sciagura presente non le
mordeva a sangue le carni offese, coi ricordi d'una vita
estranea, d'estranei affetti, da cui le altre due si
erano con violenza strappate.
L'abito che aveva indosso, rappresentava per suor
Leonora un sacrifizio. La violenza che aveva dovuto fare
a se stessa per serbare intatta, contro l'insidia della
sua propria carne, la sua purezza, era stata resa vana
dalla violenza altrui, brutale; e Dio aveva permesso che
quell'abito, simbolo del sacrifizio, le pesasse ora
addosso come uno scherno; Dio permetteva che in un corpo
offerto a Lui fosse accolto e stesse a maturare un
frutto infame, e sotto quell'abito crescesse la
vergogna, il ribrezzo, l'orrore d'una atroce maternità.
Come poteva Dio permetter questo?
Finché ai loro occhi la castità dell'abito non cominciò
a essere offesa dal progressivo sformarsi del corpo,
stettero insieme tutte e tre, per sentirsi nel cordoglio
meno sperdute dentro quell'ampio rustico casamento dai
lunghi corridoi rintronanti, ove per tante finestre in
fila entravano l'aria salsa e il fragorio continuo del
mare, gli odori sparsi della campagna, il ronzio degli
insetti, il frusciare delle piante.
Scendevano insieme a pregare nella cappelletta; ma
spesso le preghiere erano interrotte dai singhiozzi
quasi rabbiosi di suor Leonora, che scappava via. Le
altre la seguivano e cercavano di calmarla nell'ombra
del lungo percolato davanti alla villa o per i
sentieruoli in mezzo al frutteto, dove al vespro si
raccoglievano tanti uccelli a far sbaldore.
Suor Ginevra aveva trovato 1ì un cantuccio, ove un certo
odore amaro di prugnole e un altro denso e pungente di
mentastro le avevano ridestato vivo il ricordo
dell'ospizio di Sorrento, in cui aveva passato
l'infanzia; e spesso andava lì quasi a covare quel
ricordo, felice di sentirsi accanto la sua dolce
innocenza d'allora Era ancora come stordita dalla
sciagura. Non concepiva adatto l'orrore che ne provavano
le altre due; e le guardava e le spiava negli occhi,
quasi sospesa in una paurosa, ignota attesa, soffrendo
delle fosche, smaniose ambasce dell'una, delle cocenti
lagrime dell'altra.
Rosaria, la custode, qualche volta le raggiungeva e,
senza rendersi conto della urtante impertinenza delle
sue parole, si metteva a parlar loro come a compagne di
sventura, che non dovessero aver più ritegno ormai di
guardare quel suo sconcio ventre e di udire certi
discorsi circa al loro stato comune. Si lamentava di
aver dato via ad altre contadine più poverette di lei,
le camicine, le fasce, le cunette, i bavaglini del
corredo, perché mai più non si sarebbe aspettato di
poterne aver bisogno; e ora non aveva tempo di attendere
a prepararne uno nuovo. Aveva comperato la tela: oh,
rozza tela per le tenere carnucce d'un bimbo; ma i figli
dei poveri, si sa, bisognava che presto imparassero a
sentire le durezze della vita.
Subito suor Ginevra si profferse di ajutarla a cucire
quel corredino. Anche suor Agnese allora le disse che la
avrebbe ajutata. Suor Leonora non ne volle sapere.
Con l'inverno, si chiusero ciascuna in una cameretta tra
le tante che avevano l'uscio lì sul lungo corridojo. Le
finestre davano su l'orto, e di sul muro di cinta si
scorgeva l'azzurro denso del mare, che si congiungeva
con quello tenue e vano del cielo. Ma cielo e mare
perdevano spesso, ora, quella loro diversa azzurrità, si
mescevano sconvolti in fosche brume, e nel silenzio
tetro della villa solitaria durava per giornate intere
su i vetri delle finestre il crepitio della pioggia.
Suor Agnese cuciva e si sforzava di non intenerirsi alla
vista di quelle camicine, di quelle cunette, di quei
bavaglini: non doveva pensare al bimbo che sarebbe nato
da lei. Erano per un altro bimbo quelle camicine, che
sarebbe cresciuto lì. Il suo sarebbe scomparso di furto,
ignudo. E forse non lo avrebbe neppure veduto.
Non doveva intenerirsene: era appunto questo il
martirio: accogliere e maturare nel corpo offerto a Dio
quel frutto infame. Ma era in lei; lei lo teneva in
grembo, oh Dio! e lo nutriva di sé. O Dio! oh Dio! E non
avrebbe potuto, non avrebbe dovuto far nulla per lui?
per riscattarlo dall'infamia da cui nasceva? Forse il
suo latte, forse le sue cure lo avrebbero redento!
Sottratto a lei, allevato in un ospizio, senza amore,
come sarebbe cresciuto, concepito com'era nell'orrore
d'una strage, frutto nefando d'un sacrilegio?
Ma Dio, certo, nella sua infinita misericordia, aveva
disposto che il martirio di lei, nel tempo ch'ella lo
soffriva, giovasse al nascituro, bastasse a mondarlo
della colpa originaria, bastassero a lavarlo per sempre
di quel sangue osceno le lagrime ch'ella ora versava per
l'onta e per il supplizio. Così il suo martirio non
sarebbe stano invano.
L'altra, invece, suor Ginevra, sollevando con le mani
ceree contro il lume della finestra la carnicina or ora
cucita, piegava da un lato la testa, la contemplava e
sorrideva.
Scendevano adesso nella cappelletto in ore diverse,
ciascuna a pregar sola; prendevano il cibo nelle loro
camerette e, quand'erano stanche di cucire e di pregare,
s'affacciavano alla finestra, oppresse già dal peso del
corpo, a guardare l'orto solingo e il mare vicino.
Venne la primavera, e un bel mattino entrò, col sole,
nella vecchia villa, Rosaria, ridente e dimagrita,
reggendo alto un grosso bimbo roseo tra le ruvide mani e
gridando per il corridojo:
- Eccolo qua! È nato! è nato!
Entrò prima nella cella di suor Agnese, che schiuse
appena le labbra a un sorriso di infinita tristezza,
contemplando con gli occhi rossi di pianto il bimbo e
levando come a riparo davanti al seno le mani bianche.
- Coraggio, coraggio, sorella mia! Si fa presto, sa?
Vedrà che si fa presto! Vede com'è bello? Ha gli occhi
del padre. E guardi qua, guardi con quanti capelli m'è
nato!
Corse poi da suor Ginevra e, senz'altro, le posò in
grembo il piccino:
- A lei! Eccolo qua, lo vede che cos'è? Pesa, no? pesa.
Con la cuffietta che gli ha fatto lei; e anche la
camicina, vede?
Suor Ginevra si provò a posare le labbra sul petto roseo
del bimbo, che la madre aveva scoperto, poi a sollevare
su le mani il dolce peso, e con curiosità mista di pena
mirava i movimenti delle pàlpebre del neonato per
adattar gli occhi a resistere alla luce. Eccolo: uno
così, tra poco, sarebbe nato da lei. E non sapeva ancora
come. Uno così!
Rosaria glielo tolse per farlo vedere a suor Leonora; ma
questa, storcendo la faccia, la respinse, le gridò sulle
furie che non voleva vederlo: via! via! via!
S'era spogliata dell'abito. Non scendeva più a pregare.
Passava l'intera giornata a sedere sul letto, inerte,
coi denti serrati e gli occhi a terra in una dura e
truce fissità. La notte le due compagne la intravedevano
dall'uscio delle loro camerette, andare su e giù per il
corridojo rischiarato a fasci dalla luna: tozza, enorme,
con la testa da maschio e i piedi nodi.
Farneticava.
E i tonfi cupi dei passi nella sonorità del lungo
corridojo impaurivano suor Ginevra.
La paura diventò terrore una di quelle notti, allorché,
destandosi di soprassalto, udì certe grida laceranti e
ululi lunghi e mugolai da belva ferita. Volle accorrere;
ma fu trattenuta sull'uscio dalla conversa la quale le
annunziò che, non suor Leonora urlava così, ma l'altra,
l'altra: suor Agnese.
- È l'ora sua. Ora si libera, poverina!
E suor Ginevra rimase atterrita, addossata all'uscio, a
udire quegli urli che non parevano umani e che, partendo
dalla campagna silenziosa, le rappresentavano
spaventosamente il mistero che si compiva di là. Avrebbe
tra poco urlato così anche lei? Come avrebbe fatto,
debole e gracile com’era, a resistere ai dolori che
strappavano quegli urli?
E urli, altri urli, ancora urli, poco dopo l'alba, più
selvaggi, più lunghi, fra un gran tramestio per il
corridojo, le giunsero agli orecchi.
Gelata, allibita, inginocchiata davanti al tettuccio,
col rosario in mano, suor Ginevra ascoltava e tremava
tutta, senza ardire di alzarsi e di picchiare all'uscio
che la conversa aveva chiuso a chiave.
Seppe nel pomeriggio che tutte e due le compagne s'erano
liberate, e che ora riposavano tranquille. Una domanda
angosciosa le affiorò alle labbra, che subito vani nel
silenzio lugubre della villa. Non si sentiva alcun
piccolo vagito. La conversa apri le mani e scosse il
capo mestamente, con gli occhi socchiusi.
Salì, invece, da un albero dell'orto un cinguettio,
nella letizia serena del vespro primaverile.
Tre giorni dopo, sul far della sera, venne la volta di
suor Ginevra.
Toccò allora alle altre due, ormai consapevoli, di
tremare alle grida disperate della piccola compagna;
grida, grida che strappavano altre grida di pietà e di
rivolta, come allo spettacolo d'una spietata atroce
sopraffazione contro un timido inerme, che invano si dia
per vinto.
Tutt'a un tratto, le grida tacquero nella notte. Fu per
alcuni minuti, eterni, un silenzio orribile. Poi si udì
per il corridojo una corsa precipitosa, tra gemiti, e
suono di voci cupe tra fiati affannosi, là nella
colletta in fondo al corridojo. Le due compagne non
seppero resistere più oltre all'angoscia che le
soffocava; scesero dal letto, si buttarono addosso le
prime vesti che vennero loro sotto mano e, vacillanti,
s'avviarono a quella colletta.
Nessuno parlò. La vecchia conversa ricomponeva sul letto
le membra della morta, a cui nel pallido, livido visino
affilato erano rimasti semiaperti i dolci occhi azzurri.
E pareva che in quel pallore la piccola morta sorridesse
d'essersi liberata così
Assalita all'improvviso da un impeto di singhiozzi, suor
Agnese andò a buttarsi in ginocchio accanto al letto. Ma
suor Leonora? volgendo attorno obliquamente gli occhi da
matta, scorse in un angolo un movimento convulso dentro
un lenzuolo insanguinato tutto ravvoltolato per terra.
Con una mossa da belva balzò a quell'angolo, raccattò da
terra una creaturina paonazza, che emise un vagito rôco,
e scappò nella sua cella: vi si chiuse, e con gioja
selvaggia offrì il seno che le scoppiava a quella
creaturina.
La Madre Superiora, accorsa alcune ore dopo dalla città,
dovette stentare a lungo per persuaderla a riaprire
l'uscio. Pareva impazzita; si teneva quella creaturina
stretta al seno e gridava:
- La prendo io! la prendo io! O datemi la mia! Butto via
l'abito! Dio ha voluto troppo, ha voluto troppo, ha
voluto troppo!
Pian piano, dolcemente, quella trovò il verso di
sciogliere in lagrime quel fiero ingorgo di demenza; e
la piccina fu fatta sparire.
Poco dopo, le due compagne superstiti piangevano e
pregavano inginocchiate ai due lati del letto della
piccola morta, che certo aveva riaperto in paradiso i
suoi dolci occhi di cielo.
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