Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
5. Gioventù
Abbandonata tra i guanciali dentro quell'antico seggiolone
di cuojo, che don Buti, il parroco, aveva voluto per forza
mandarle dalla casa parrocchiale - («c'a preuva, madama,
e a vëdrà s' a farà nen 'l miracöl d' fela guarì») - la
linda vecchina inferma, ancora tanto bella con quei candidi
capelli ondulati sotto la cuffia di merletti lini, guardava
i prati verdi che si stendevano davanti alla villa, limitati
qua e là da alte file di esili pioppi.
Tutta Cargiore era in ansia e in pena per la malattia di
lei. I ragazzi raccolti nell'Asilo d'Infanzia, fatto
costruire e mantenuto a sue spese, recitavano, poveri
piccini, mattina e sera, una elaborata preghiera composta da
don Buti per la sua guarigione. Nella farmacia (che era
insieme drogheria e ufficio postale) dell'arcigno monsü
Grattarola tutti ricordavano che madama Mascetti,
nata a Cargiore maritata per forza a un ricco signore di
Torino che se n'era innamorato durante una villeggiatura
estiva lassù, dopo quattro anni, rimasta vedova, aveva
lasciato il bel palazzo della Capitale e se n'era tornata a
Cargiore, per beneficare i suoi compaesani con le vistose
sostanze ereditate dal marito.
Solo monsü Grattarola faceva da contrabbasso a quelle
sviolinate patetiche con certi duri e profondi grugniti, ma
nessuno gli badava. Sosteneva egli solo che la ragione del
ritorno della Mascetti a Cargiore doveva cercarsi
nell'ostilità implacabile dei parenti del marito, i quali le
avevano finanche tolto il figliuolo, per educarlo a modo
loro: il figliuolo che ora, nientemeno, era addetto
d'ambasciata a Vienna. I più vecchi gli opponevano che la
ragione era un'altra, più antica: l'avversione di Velia per
Torino (Velia: la chiamavano così, loro, senz'altro)
dopo le nozze contratte per forza, che erano state cagione
della morte violenta di Martino Prever che s'era ucciso per
lei, povero figliuolo; o piuttosto, per la crudeltà dei
parenti di lei; ed era sepolto a Cargiore. E così si
spiegava la protezione della Mascetti per la famiglia Prever
e specialmente per il giovane Martino, pronipote di
quell'altro. Era in mano dei Prever, ora, quella cara Velia.
E il giovane Martino, mentr'ella se ne stava sul seggiolone
del parroco a guardare i prati attraverso i vetri della
finestra, era di là, nella stanza attigua, a rifarsi un po'
delle veglie durate.
Tranne un lampadina votivo su una mensoletta davanti a un
antico Crocifisso d'avorio, nessun lume ardeva nella camera
dell'inferma arredata con squisita semplicità e rara
gentilezza. Ma il plenilunio la inalbava dolcemente.
Dietro la tenda della finestra, con la fronte appoggiata ai
vetri, anche la infermiera guardava fuori.
- Che luna! - sospirò, a un tratto, nel silenzio. - Pare che
raggiorni!
- Se aprissi un tantino, Marietta? Un tantino! - pregò la
signora Velia, con voce carezzevole. - Non mi potrà far
male.
- E il signor dottore? - domandò Marietta. - Che dirà il
signor dottore? Sa lei che abbiamo già la neve su Roccia Vré?
- Un tantino! - insisté la padrona. - Vedi? respiro così
calma.
Marietta aprì uno spiraglio, dapprima: poi, a poco a poco,
per le insistenze dell'inferma, la mezza imposta.
Ah che incanto! che pace! Pareva che la Luna inondasse di
luminoso silenzio quei prati: d'un silenzio attonito e pur
tutto pieno di fremiti. Erano sottili, acuti fritinnìi di
grilli, risi di rivoli giù per le zane.
Per Marietta, l'incanto di quella notte era tutto lì,
presente; ma alla vecchina, guardando assorta, pareva che
quel silenzio sprofondasse nel tempo, e altre notti pensava,
remote, simili a questa, vegliate dalla Luna; e tutta quella
pace fascinosa assumeva agli occhi di lei quasi un senso
arcano, che la forzava al pianto.
Veniva da lontano, continuo, profondo, come un cupo
ammonimento, il borboglio del Sangone nella valle, e di qua
presso un rumore, di tratto in tratto, che la inferma non
riusciva a spiegarsi.
- Che stride così, Marietta?
- Un contadino, - rispose questa lietamente, affacciata alla
finestra, nell'aria chiara. - Falcia il suo fieno, sotto la
luna. Sta a raffilare la falce.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case del villaggio tutto
sparso a gruppi su quel pianoro tra le Prealpi, giunse
dolcissimo un coro di donne.
- Cantano a Rufinera, - annunziò Marietta.
Ma la inferma aveva reclinato il capo, soffocata
dall'interna commozione. Marietta non se ne accorse: rimase
a contemplare estatica lo spettacolo del plenilunio e ad
ascoltare il canto lontano. A un tratto si scosse, di
soprassalto. La padrona rantolava. Spaventata, richiuse
subito l'imposta; si chinò su l'inferma, le sollevò il capo,
la chiamò più volte, invano; si smarrì, corse a chiamare
ajuto nella stanza accanto.
- Signor Martino, signor Martino!
E Marietta scosse violentemente il giovanotto che stava a
dormire sul canapè troppo piccolo per lui.
- Ah che stupida sono stata! Venga! Venga! Le avrà fatto
male l'aria della notte! - smaniava Marietta, mentre il
giovanotto stentava a riprendere coscienza.
Afferrò il lume che ardeva in quella stanza e rientrò nella
camera dell'inferma, seguita dal signor Martino.
- M'ajuti! M'ajuti! Bisogna rimetterla a letto. Non c'è
voluta stare, ed ecco le conseguenze!
- Zia Velia! zia Velia! - chiamava intanto il giovanotto con
voce grossa, ancora insonnolito.
- Che chiama? non vede che non sente? - gli gridò Marietta,
spazientita. - M'ajuti a rimetterla a letto, e corra per il
medico. Ma si svegli, eh? se no, di qui a che lei va e torna
col medico, la povera signora... ah Dio, non sia mai!
- Muore? - domandò il signor Martino, avvertendo finalmente
il rantolo.
Aiutò l'infermiera a rimettere a letto quell'esile corpo
abbandonato e scappò per il medico, che abitava nella
frazione di Ruadamonte.
- Che luna! - esclamò anche lui, appena fuori.
Meno male; con tutto quel lume, avrebbe potuto correre più
speditamente per i difficili sentieri tra i prati. Ma non se
l'aspettava, Dio santo, d'essere svegliato così, sul più
bello. Povera zia Velia! Tutta la giornata era stata meglio,
proprio meglio. Con le malattie di cuore, però, e a
quell'età, da un momento all'altro... eh, non si sa mai! Se
n'affliggeva tanto, lui, il signor Martino, ma tuttavia non
poteva fare a meno di pensare che da troppo tempo ormai si
studiava di 'non dar mai causa a quella vecchina, che avesse
a lamentarsi di lui, e gli veniva di tirare dal fondo dei
polmoni un respiro di sollievo. Non lo tirava perché, subito
dopo, avrebbe sentito la puntura d'un rimorso. Intanto
pensava al medico che si sarebbe certo seccato di quella
chiamata notturna. Ma che poteva farci lui? Non poteva certo
assumersi la responsabilità di sospendere quelle iniezioni
che tenevano artificialmente in vita l'inferma, ora che il
figlio da Vienna aveva telegrafato l'annunzio della sua
partenza. Chi sa se avrebbe fatto a tempo, però... Meglio,
forse... eh sì, meglio non...
- Auff! - sbuffò, a questo punto, il signor Martino
combattuto, interrompendo le amare riflessioni.
Passava davanti al camposanto. Intravide, per una delle
finestrelle ferrate, aperte lungo il muro di cinta, la tomba
gentilizia della sua famiglia e, accanto, quella della
Mascetti. Correre, correre, affannarsi per sé e per gli
altri, penare, per poi andare a finir lì, e saper dove...
Meglio non saperlo! Meglio non costruirle avanti, quelle
tombe... Bah! Era giovine, lui, e robusto...
- Che bella luna!
E mise un gran sospiro, come per cacciar via tutti i
pensieri.
Tornò alla villa dopo circa due ore, col medico. Marietta
annunziò loro che la malata, appena rimessa a letto, aveva
dato in violente smanie, poi - coi segni - le aveva fatto
comprendere che voleva scrivere qualche cosa.
- Come come? - domandò sorpreso, impuntandosi, il signor
Martino.
- Sì, - riprese Marietta - e ha scritto, e la lettera sta
lì, sotto il guanciale, come ha voluto; poi s'è messa a
delirare... Diceva, non so che c'era la luna... che voleva
scendere in giardino... che a Pian del Viermo cantavano, non
a Rufinera... Stramberie! Poi s'è messa a chiamar lei,
signor Martino...
- Me? - domandò arrossendo, poi impallidendo, il giovanotto.
- Ero andato per il medico io, non gliel'hai detto?
- Gliel'ho detto; ma non ha capito! - seguitò Marietta. -
Strillava: «No, Martino! No! no!» tutta spaventata...
Ora, da un pezzo, sta tranquilla; ma così... Dio! pare
morta...
Il dottor Allais, alto, asciutto, coi balbetti ancora biondi
e i capelli già canuti, tagliati a spazzola, non si scompose
affatto a quella narrazione dell'infermiera: alzò un piede a
una traversa del seggiolone del parroco e si chinò per
affibbiare una stringa del gambale di cuojo rimasta
slacciata nella fretta del vestirsi. Teneva a dimostrare
quella sua rigidezza impassibile. Possedeva anche lui una
villa con un vasto giardino, aveva una simpatica maglietta
che gli aveva recata una buona dote e continuava ad
esercitare la professione, tanto per fare qualche cosa.
Tastò il polso all'inferma; poi, senza dare a veder nulla a
quei due che lo spiavano intentamente, preparò la
siringhetta per una nuova iniezione.
- Potrà tirare fino all'alba, - disse, licenziandosi. -
Verso le cinque, tornerò.
- Ma il figlio dovrebbe arrivare nella mattinata di domani,
- pregò, afflitto, il signor Martino. - Potesse almeno
tirare fino all'arrivo di lui!
Il dottor Allais si strinse nelle spalle.
- Non dipende da me, caro signor Prever.
E andò via.
Subito il signor Martino assalì di domande Marietta intorno
a quella lettera misteriosa. Ma la infermiera non sapeva
leggere, e poté dirgli soltanto che la signora aveva scritto
col lapis dietro una vecchia ricetta del medico, poiché lei
non aveva potuto trovarle altra carta lì nella camera; e che
aveva scritto con stento e che infine aveva chiuso quel
pezzo di carta in una busta del farmacista, da cui lei aveva
tratto alcune ostie e una cartina di medicinale. Messa la
lettera sotto il guanciale, la padrona aveva balbettato:
- Dopo morta.
Il signor Martino restò assorto, stupito, costernato.
Era ben sicuro che il testamento della vecchia conteneva
qualche disposizione in suo favore e in favore della sua
famiglia. Ora questa lettera lo inquietava. Domandò:
- Ha scritto molto?
- Poco, - rispose Marietta. - Un pezzettino di carta,
così... E la mano le tremava tanto!
- Sai la nuova, Marietta? - riprese, dopo aver pensato un
po', il giovanotto. - Corro a chiamare i miei. Hai sentito
che ha detto il medico? -
- Sì, - aggiunse Marietta. - E il signor parroco anche, se
non le dispiace. Vada, vada.
Inizio
pagina
Marietta, che era e si sentiva «una brava figliuola»,
rimasta sola, tentennò amaramente il capo. Non che
stimasse cattivo quel bamboccione del signor Martino e
interessato l'Aletto della famiglia Prever per la sua
padrona; ma... - eh, i dindi, i dindi piacciono a tutti;
e la sua padrona ne aveva di molti e quell'aver pensato
a scrivere qualche cosa in quegli ultimi momenti doveva
per forza suscitar timori o accendere speranze.
N'ebbe la prova, non appena giunsero, tutti ansanti
dalla corsa, i parenti del signor Martino e don Buti.
Più e più volte fu costretta a ripetere tutto ciò che
poteva dire intorno a quella lettera. Pareva che ci
volessero leggere attraverso le sue parole. E che facce
da spiritati! Don Buti pareva incerto se vederci una
minaccia per l'Asilo d'infanzia o una promessa: forse
l'erezione d'un Asilo pei vecchi, o d'un Ospedaletto,
chi sa? o di una cappella: qualche disposizione insomma,
di beneficenza o in favore della santa religione. I
Prever erano addirittura scombussolati, e se la
prendevano con Martino che non s'era trovato presente,
giusto in quel momento!
- Ma se ero corso per il medico! - si scusava il
giovanotto col padre che pareva il più contrariato.
La madre sapeva dominarsi meglio: grassa pallida
placida, dal parlare lento e dal gesto molle, rivolgeva
a Marietta sciocche e inutili domande.
L'inferma accennava di tratto in tratto di riscotersi
dallo stato comatoso. Tutti allora, per un momento,
zitti e intenti, intorno al letto di lei.
Ruppe l'alba, alla fine. Cielo aggrondato, piovoso. Su
per i greppi delle scabre montagne, veli di nebbia
stracciati. Ritornò il medico, che non volle rispondere
nulla, al solito, alle tante interrogazioni dei Prever e
di don Buti, protestando:
- Mi lascino ascoltare.
Fece ancora un iniezione ma dichiarò ch'era proprio
inutile: la morte sarebbe avvenuta da un momento
all'altro per paralisi cardiaca.
Poco dopo la partenza del medico la signora Velia però
si riscosse con un lungo sospiro dal profondo letargo in
cui pareva inabissata: e schiuse gli occhi.
Subito i Prever spinsero al letto il giovine Martino,
suggerendogli sottovoce:
- Chiamala! chiamala!
- Zia Velia! - chiamò il giovanotto.
- Madama Velia! - chiamò contemporaneamente,
dall'altro lato del letto, don Buti
Ma la morente non mostrò di riconoscere né l'uno né
l'altro.
Entrò in quel momento nella camera, inavvertito, un
signore su i cinquant'anni, bassotto, azzimato,
profumato, con le fedine già brizzolate e la calvizie
nascosta appena da pochissimi capelli raffilati con
meschina cura a sommo del capo. Si avanzò fino al letto,
con le scarpe sgrigliolanti, scostò piano con la mano
inguantata il signor Martino, si chinò verso la morente:
- Mamma!
I Prever, don Buti, Marietta si guardarono negli occhi,
scostandosi; poi presero tutti a osservarlo, con un'aria
mista di soggezione e di diffidenza.
La morente fissò gli occhi velati sul figlio e aggrottò
le ciglia; agitò un braccio e nascose il volto,
balbettando con espressione di terrore:
- Ch'a vada via chiel!
- Mamma, sono io, sai! sono io! - disse piano,
sorridendo, il Mascetti, e si chinò di nuovo verso la
morente.
Ma questa raffondò vieppiù il capo, come se volesse
cacciarlo sotto il guanciale. Allora la busta, che vi
stata nascosta, scivolò sul tappeto. I cinque Prender e
don Buti la puntarono rattenendo il fiato, come tanti
cani da caccia. Il figlio non se ne accorse, e si volse,
dolente, per dire:
- Eton mi riconosce.
Vedendo tutti gli occhi fissi 1ì presso i suoi piedi, si
chinò anche lui a guardare, e vide la busta.
- Sarà per lei, - gli disse piano Marietta indicandola.
- La signora però ha detto: «Dopo morta».
Il Mascetti la raccolse, e poiché la madre continuava a
dire soffocata: - Ch'a vada via! ch’a vada via! -
si recò, angustiato, nella camera attigua, seguito poco
dopo da don Buti.
- Povera, povera Madama!
E il parroco cominciò a tessere al figliuolo l'elogio
della madre.
- Grande benefattrice!
Sopraggiunse, con aria smarrita, Prever padre; poi venne
anche Prever figlio, rosso come un gambero, spinto
evidentemente dalla madre e dalle sorelle.
Il Mascetti se ne stava compunto e taciturno; chinava di
tanto in tanto il capo alle parole melate del parroco,
ma pensava intanto tra sé all'accoglienza che gli aveva
fatto la madre dopo un così lungo e precipitoso viaggio
intrapreso per rivederla. - Sì, senza dubbio:
nell'incoscienza, povera vecchina. Era chiaro che lo
aveva scambiato per qualche persona a lei odiosa, lì,
del paese. Ma era pur naturale! Che ricordi aveva egli
della madre? Quasi quasi aveva più notizie del padre,
morto quand'egli aveva appena tre anni, che della madre,
vissuta fino adesso. Del padre gli avevano parlato tanto
i parenti, fin dalla infanzia; mentre la madre era
venuta a ritirarsi lassù, ed era vissuta sempre lontana
da lui. Egli era solito scriverle due, tre volte l'anno,
nelle feste principali, per farle gli augurii; e lei gli
aveva risposto, sì e no, ma sempre con frasi comuni e
brevemente e senz'alcuna effusione di cuore, mai. La
notizia della grave malattia di lei gli era arrivata di
colpo. Mah! doveva avere settantatrè o settantaquattro
anni sua madre: il suo tempo, dunque, lo aveva fatto. Ne
aveva già quasi cinquanta, lui, purtroppo.
Giunsero a un tratto, dalla camera, parole concitate,
poi uno strillo di madama Prever e due altri
strilli simili delle zitellone. Il Mascetti balzò in
piedi:
- Morta?
- Venga, signore! - chiamò Marietta, facendosi
all'uscio, con gli occhi lacrimosi.
Morta, e in quell'atteggiamento di rivolta e di paura
preso all'apparire del figlio. Marietta le aveva pian
piano rimesso sul letto il braccio, che ella aveva
levato per nascondere la faccia; ma nessuno ardiva di
toccarle la testa.
Il Mascetti contemplò un pezzo sua madre, poi si pose
una mano sugli occhi. Non riusciva a piangere, irritato
sordamente dal pianto di quegli altri, per lui affatto
estranei ( ne ignorava finanche i nomi! ), ma che pure
mostravano d'avere una ragione per piangere sua madre,
più di lui che era il figlio e che non pertanto, alla
loro presenza, era stato accolto in quel modo.
Don Buti s'era inginocchiato davanti al letto e recitava
la preghiera dei defunti. Anche i Prever e Marietta si
erano inginocchiati e pregavano con lui, tra i
singhiozzi. Il Mascetti tornò a ritirarsi nell'altra
stanza.
La signora Velia aveva ricevuto i sacramenti tre giorni
avanti. Finita la preghiera, don Buti scappò in chiesa
per far sonare le campane e dar le prime disposizioni
per i solenni funerali del giorno appresso: le signore
Prever si misero a disposizione di Marietta per accudire
al cadavere; il signor Martino fu spedito per i ceri da
accendere attorno al letto funebre, e Prever padre, non
sapendo che fare, si recò di nuovo a raggiungere
nell'altra stanza il Mascetti.
Quella lettera misteriosa gli stava fissa in mente come
un chiodo. «Dopo morta.» Forse il figlio, per
curiosità, l'aveva già aperta. Che stupida, quella
Marietta! Che c'entrava dire al figlio: «Sarà per lei?».
Dall'accoglienza che la moribonda gli aveva fatto si
poteva capir chiaramente che madama Velia non si
aspettava di rivedere il figlio: dunque; nello scrivere
quella lettera, non aveva nient'affatto pensato a lui.
Le stesse riflessioni facevano nella camera della morta
le Prever, e madama anzi non seppe tenersi dal
rimproverare, con garbo, Marietta. E a quella lettera
pensava pure, tra le smanie, il signor Martino, andando
per i ceri, e don Buti correndo dalla chiesa
parrocchiale all'Asilo per far chiudere il portone in
segno di lutto e dare anche lì disposizioni; per il
funerale del giorno seguente.
Solo Il Mascetti pareva se ne fosse dimenticato.
Interrogava il Prever su la vita della madre, su
Cargiore, per venire indirettamente a sapere tra che
gente si trovasse. Gli era nato finanche il dubbio che
quelli fossero lontani parenti materni, di cui egli
ignorasse l'esistenza.
Il Prever si struggeva dentro. Gli diede ragguaglio di
sé, della sua famiglia; gli parlò dell'antica amicizia
di essa per madama, tacendo però dell'amore e del
suicidio dello zio Martino, ed entrò infine a parlargli
anche lui delle grandi benemerenze della defunta, delle
opere di carità, parte compiute, parte promesse da lei,
per concludere che tutta Cargiore era profondamente
addolorata e, nello stesso tempo, in legittima ansia di
conoscere se...
Oh! il Mascetti s'affrettò a rassicurarlo: con tutto il
cuore egli avrebbe adempiuto alle generose promesse
della madre, anche se nessuna disposizione si fosse
trovata nel testamento. Ma non mostrò affatto di
ricordarsi di quella lettera scivolata di sotto il
guanciale. E tutto quel giorno e fino alla metà del
giorno appresso tenne sulla corda quella povera gente.
Don Buti, alla fine, quando già la cassa mortuaria era
arrivata, non seppe tenersi più. Gli si presentò,
seguito dai Prever, tutto cerimonioso e impacciato, con
la scusa di non voler mancare a qualche volontà, a
qualche disposizione della defunta intorno ai funerali o
al seppellimento, espresse probabilmente in quella tal
lettera.
- Se vostra Signoria si ricorda...
- Ah già! - esclamò il Mascetti, cercandosi nelle
tasche.
Se n'era proprio dimenticato! Tutti gli si fecero
attorno, sospesi in un'ansia trepidante. La busta, dopo
lunga ricerca, fu trovata in fondo ad una tasca dei
calzoni. Il Mascetti l'aprì, ne trasse la ricetta di cui
aveva fatto cenno l'infermiera. La scrittura a lapis era
quasi indecifrabile. Ci fu bisogno del concorso di tutti
per l'interpretazione di certe parole smezzate o scritte
scorrettamente in dialetto tra altre italiane. Il
biglietto diceva così:
Chi trova questa carta a l'è pregà d'aprire l secound
tiroir del comò di faccia al mio letto, prendere con le
sue man n fagottin che vi si trova in fondo all'angolo a
destra e d butelo d'souta mia testa nt la cassa.
I Prever, don Buti restarono delusi, storditi, non
sapendo che pensare.
- Un fagottin? - domandò madama Prever. - Che
sarà?
- Andremo a vedere, - propose, timido, don Buti. -
Intanto sono proprio contento che una disposizione ci
sia, come avevo preveduto.
Si recarono tutti nella camera della morta. La vecchina,
parata amorosamente da Marietta, era già deposta nella
bara non ancora chiusa. Il figlio, seguendo le
indicazioni del biglietto, aprì il secondo cassetto del
canterano e cercò nell'angolo a destra.
Non c'era propriamente alcun fagottino: c'era soltanto
l'involto di un pezzo di panno turchino, forato e
bruciacchiato in una parte, come da una palla: c'era un
guscio di noce, alcuni fiori secchi, una ciocchetta di
capelli castani e un pezzettino di carta, su cui erano
scritte queste parole già sbiadite dal tempo: «Notte
di luna! 22 ottobre 1849», e sotto, due nomi,
congiunti da una lineetta: «Velia-Martino».
- S'è ricordata di lui! - scappò, nella sorpresa, al
Prever.
Il Mascetti nel volgersi a guardarlo si accorse che don
Buti faceva cenno a colui di tacere, e volle sapere
allora di chi si fosse ricordata la madre e che
significasse quel ritaglio di stolta così forato.
Quando glielo dissero, non seppe più toccare quegli
oggetti, che appartenevano alla remota gioventù di sua
madre, prima ch'egli nascesse. Si scostò dicendo:
- Facciano loro la sua volontà.
|
|
|
|
|
|
|