Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
4. Pubertà
L'abitino alla marinara non era più per lei: la nonna
avrebbe dovuto capirlo.
Certo, trovare un modo grazioso di vestirla, che non fosse
più da ragazzina e non ancora da grande, non era facile.
Aveva visto jeri la Gianchi: che orrore, poverina!
Impastojata in un sottanone grigio peloso lungo fin quasi
alla noce del piede, non sapeva più come muoverci dentro le
gambe.
Anche lei però, con tutto quel seno in quella giubbetto da
bimba!
Sbuffava e scoteva con stizza la testa.
L'avvertimento della fragrante esuberanza del suo corpo, in
certe ore, la congestionava. L'odore dei suoi capelli densi,
neri, un po' ricciuti e aridi, quando se li scioglieva per
lavarseli; l'odore che le esalava da sotto le braccia nude
quando le alzava per sollevare il soffocante volume di quei
capelli; l'odore della cipria intrisa di sudore, le davano
smanie più di nausea che d'ebbrezza: per le tante cose
segrete e ingombranti che quell'improvvisa e violenta
crescenza le aveva d'un tratto rivelate.
Cose che, certe sere mentre si spogliava per andare a letto,
se ci fissava appena il pensiero o un'immagine le balzava
davanti, dalla rabbia e dallo schifo che n'aveva, avrebbe
scaraventato le scarpette contro l'armadio laccato bianco a
tre luci, dirimpetto, dove si vedeva tutta, così mezza nuda,
con una gamba tirata un po' sconciamente sull'altra. Si
sarebbe presa a morsi, graffiata, a piangere da non finir
più. Poi le veniva da ridere, convulsa, tra le lagrime; e se
pensava d'asciugarsi quelle lagrime, ecco che si buttava a
piangere di nuovo. Forse era una sciocca. Chi sa perché, una
cosa così naturale, le doveva parer tanto curiosa?
Già con quella prontezza che hanno le donne a capire da uno
sguardo che s'è fatto un pensiero su loro, se un uomo la
guardava per via, abbassava subito gli occhi.
Non capiva ancora in che potesse consistere il pensiero che
un uomo può fare su una donna. Turbata con gli occhi bassi,
provava un irritante ribrezzo, rafffigurandosi
nell'incertezza, senza volerlo, qualche intimo segreto del
suo corpo, come se lo conosceva.
Senza più guardare, si sentiva guardata.
E si struggeva d'indovinare che cosa guardassero gli uomini
a preferenza in una donna. Ma questo, forse, l'aveva già
indovinato.
Appena sola, in casa, si lasciava cader di mano i libri di
scuola o i guanti, apposta per chinarsi a raccattarli.
Chinandosi, dalla scollatura si sbirciava il seno. Non aveva
però finito d'intravederselo e d'avvertirne appena il peso,
che s'acchiappava il grosso nodo del fazzoletto nero di seta
sotto il bavero della giubbetta alla marinara e se lo
strappava subito in su, in su, fino agli occhi,
disgustatissima.
Un momento dopo, raccoglieva con l'una e con l'altra mano da
ambo le parti la stoffa di quella giubbetto; se la stirava
in giù, perché le aderisse al busto eretto; andava davanti
allo specchio; si compiaceva anche della promettente curva
dei fianchi:
- Seducentissima signorina!
E scoppiava a ridere.
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Sentì la voce bizzosa della nonna, che la chiamava giù,
dall'hall del villino, per la lezione d'inglese.
La nonna, per farla stizzire, la chiamava al solito
Dreina e non Dreetta come lei voleva esser chiamata.
Bene: sarebbe discesa, quando finalmente alla nonna
sarebbe venuto in mente di chiamarla Dreetta e non
Dreina.
- Dreetta! Dreetta!
- Eccomi, nonna.
- Eh, santo Dio. Fai aspettare il professore.
- Scusami. Ho sentito ora.
D'estate, nel pomeriggio, per ordine della nonna tutte
le finestre del villino erano tenute ermeticamente
chiuse. Dreetta, s'intende, le avrebbe volute tutte
spalancate. Le piaceva tanto, perciò, che il sole
prepotentissimo, in quell'ombra voluta, ch'era quasi
bujo, trovasse pur modo di penetrare.
Frano fremiti e guizzi di luce per tutte le stanze, come
scoppiettii di riso infantile nella severità d'un
silenzio comandato.
Anche lei, Dreetta, era spesso così tutta fremiti e
guizzi, e tante volte come abbagliata, avvolta e rapita
da veri lampi di follia. Subito dopo s'oscurava per il
sospetto segreto che le venissero dalla madre ch'ella
non aveva mai conosciuta e di cui mai nessuno le aveva
parlato. Del padre sapeva soltanto che era morto
giovane; non sapeva come. C'era un mistero, e forse
laido e truce, nella sua nascita e nella fine immatura
dei suoi genitori. Bastava guardare la nonna per
intenderlo: la nonna, in quel suo viso di cartilagine e
in quegli occhi torbidi, su cui le grosse pàlpebre
pareva pesassero, una più e l'altra meno. Sempre vestita
di nero, aggobbita, se lo teneva stretto con tutt’e due
le braccia dentro il petto, quel mistero: le mani sotto
la gola: l'una, a pugno chiuso; l'altra, deformata
dall'artrite su quel pugno. Ma Dreetta non voleva
conoscerlo. (già le pareva di saperlo, dal modo con cui
tanti la guardavano sentendola nominare, e dallo sguardo
che poi si scambiavano tra loro, esclamando quasi senza
volerlo - Ah, è la figlia di... -. E non aggiungevano
altro. Fingeva di non udire. Del resto, c'era adesso per
lei lo zio Zeno, con la zia e le cuginette che venivano
a prendersela quasi ogni giorno e le procuravano ogni
sorta di svaghi. Lo zio avrebbe voluto averla in casa
con sé, visto che zia Tilla, sua moglie, le voleva bene
quasi quanto alle sue figliuole; ma finché la nonna era
in vita, bisognava se ne stésse con lei.
Dreetta era sicura che la nonna, sempre con quel pugno
sotto la gola, non sarebbe mai morta. E questa era una
delle cose che più spesso le accendevano quei lampi di
follia.
Avevano un bel mostrarle le cuginette la camera che le
era già destinata, e come gliel'avrebbero adornata, e
inventar la vita come insieme sempre tutt’e quattro la
avrebbero allora vissuta; se ne compiaceva, diceva a
tutto di sì, si buttava a inventare anche lei; ma in
fondo non si faceva neppure la più lontana illusione che
quel sogno si potesse avverare.
Se mai le fosse avvenuto di potersi liberare, la
liberazione doveva aspettarsela da un caso imprevedibile
lì per lì: un incontro per via, per esempio. Ragion per
cui, andando a passeggio con lo zio e le cuginette, o
recandosi a scuola o ritornandone, era sempre accesa e
come ebbra, in un'ansia fremente che non le faceva
prestare orecchio a quel che le dicevano, intesa a
guardare di qua e di là, con gli occhi lampeggianti e un
sorriso nervoso sulle labbra, come se veramente si
sentisse esposta a quel caso imprevedibile che doveva
coglierla e rapirsela all'improvviso. Era pronta. Nessun
vecchio signore inglese o americano s'invaghiva di lei
fino al punto di venire a chiedere allo zio...
- la sua mano?
- no! che!
la concessione d'adottarla per portarsela via, via
lontano dall'incubo di quella nonna, dalla benevolenza
così ostentatamente pietosa della zia; a Londra, in
America, per poi sposarla colà a un nipote o al figlio
d'un amico?
Questa stramberia del vecchio signore inglese o
americano le era entrata nella testa per non ammettere
che, almeno subito, la liberazione le potesse venire da
un matrimonio. Da quelle torbide sensazioni che le
ingombravano impetuosamente l'animo di vergogna e di
dispetto per le precoci esuberanze del suo corpo, e
anche da come gli uomini la guardavano per via, glien'era
già nata l'idea, come d'una cosa possibile, ma da
arrossirne: eh via, sì! sposare, alla sua età! Per non
arrossirne, ci metteva di mezzo, come a riparo, la
inverosimiglianza di quel caso d'adozione da parte di un
vecchio signore inglese o americano; inglese o americano
perché, dovendo sposare - ah questo sì, sul serio - non
avrebbe sposato che un inglese o un americano, lavato a
sette acque e con un po' di cielo, con un po' di cielo
almeno negli occhi.
Studiava l'inglese per questo.
Curioso che, tenendo così lontana l'idea del matrimonio
per non arrossirne, non avesse finora veduto nella
persona di Mr. Walston, suo professore, vicinissimo
l'inglese che avrebbe potuto sposarla.
Subito diventò di bragia, come se Mr. Walston le stésse
lì davanti per questo; e si sentì raccapricciare da capo
a piedi notando che anche lui, a sua volta, arrossiva.
Eppure sapeva bene che il signor Walston per sua natura
arrossiva di nulla: ne aveva tanto riso come di cosa
ridicolissima in un uomo di così potente corporatura,
quantunque veramente dall'aria bambinesca.
Pareva più enorme, lì in piedi, presso il gracile
tavolinetto dorato del salotto, davanti la finestra,
dove di solito le impartiva la lezione. Tutto vestito
estivamente di grigio chiaro: la camicia celeste, le
scarpe gialle. E sorrideva d'un sorriso vano, scoprendo
nell'apertura della larga bocca i pochi denti che per
una infermità delle gengive gli restavano. Sorrideva,
senza neppur sapere d'avere arrossito nell'alzarsi
all'entrata della sua piccola alunna, lontanissimo
com'era dal pensiero che questa aveva fatto su lui.
Invitato a sedere, prese dal tavolino la grammatica
inglese, guardò di sopra le lenti con gli occhi azzurri
inteneriti l'alunna come a raccomandarsi di non essere
interrotto nella lettura dai soliti irrefrenabili scatti
di riso alla pronunzia di certe parole; e si mise a
leggere, accavalciando una gamba sull'altra.
Ora avvenne che, così grosso com'era, nell'accavalciare
la gamba scoprì sopra la calza bianca di filo, quasi
tutto il polpaccio, con l'elastico tirato della vecchia
giarrettiera color di rosa. Dreetta lo intravide e
subito ne provò schifo: quello schifo che pure attira a
guardare. Notò che la pelle di quel polpaccio era d'un
bianco smorto e che su quella pelle s'arricciolava qua e
là qualche metallico peluzzo rossiccio. Nella penombra
tutto il salotto pareva in un'immobile attesa, come per
fare avvertire di più in più a Dreetta il contrasto tra
la sua strana ansia esasperata da quello schifo, quasi
da un contatto scottante di vergogna, e la placidità
estranea e pensante di quel grosso inglese che leggeva,
col polpaccio scoperto, come un qualunque marito già
sordo a tutte le sensibilità della moglie.
- Present Time: I do not go, io non vado; thou
dost not go, tu non vai; he does not go, egli
non va.
Tutt'a un tratto, Mr. Walston si sentì intronare le
orecchie da un grido e, sollevando gli occhi dal libro,
vide stolzare la sua alunna, come se qualche cosa le
fosse passata per le carni all'improvviso, e
precipitarsi fuori del salotto urlando frenetica col
viso nascosto tra le braccia. Stonato, col volto in
fiamme, si guardava ancora attorno per raccapezzarsi,
quando si vide davanti la vecchia nonna che quasi
ballava, convulsa dallo sdegno, gridando parole
incomprensibili. Tutto poteva immaginarsi il pover'uomo
tranne che il sorriso vano, di smarrimento, nel suo
faccione affocato, potesse in quel momento esser preso
come un sorriso d'impudenza.
Si vide afferrare per il petto da un cameriere accorso
alle grida e cacciare a spintoni fuori della porta, nel
giardino. Ebbe appena il tempo d'alzare il capo a uno
strillo che veniva dall'alto:
- Professore, mi prenda!
Intravide un corpo penzolante dal cornicione del
villino: Dreetta scarmigliata, con gli occhi
lampeggianti di follia, che serrava i denti, per
terrore, e s'agitava come per riprendersi, pentita: poi,
un riso lacerante, che rimaneva un attimo nell'aria,
scia dell'orribile tonfo di quel corpo che s'abbatteva
sfragellandosi ai suoi piedi.
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