Novelle per un anno - 1928 - Il viaggio
3. La mano del malato povero
Una volta sola? Ci sarò stato almeno tre volte! Tre?
Cinque... non so. Perché vi fa tanta impressione l'ospedale?
Non ho casa. Non ho nessuno
E poi, scusate, spendere denaro, ad averne, per un piacere
(lasciamo che io non lo farei mai, perché i piaceri miei non
li compro a denari) ma via, potrei ammetterlo. Non ammetto
dopo il malanno, dopo le sofferenze d'una malattia, per
giunta pagar le medicine, il medico. Del resto, non ne ho
mai avuti per prendermi i così detti piaceri della vita,
come li intendono gli altri: dunque, diritto d'aver gratis
la cura dei malanni che mi dà.
Parecchi, credo; anzi, senza dubbio. Sono la tessera
d'entrata: senza, non m'avrebbero ricevuto. E devo anche
averli buoni, a quanto sembra: intendo, non passeggeri: qua,
non so, al cuore; al fegato, ai reni, non so. Dicono che ho
guasto tutto l'organismo. Sarà vero; ma non me m'importa,
perché dopo tutto, se mai - dico, se questo fosse vero non
sarebbe un gran guaio. Il vero guaio è un altro.
- Quale?
Eh voi, cari amici, volete saper troppo! Al contrario di me
che non voglio saper mai nulla. Se debbo dirvelo io, qual è
il vero guaio, è segno che voi non l'avvertite. E allora
perché dovrei dirvelo io?
Ai medici che m'hanno avuto in cura io non ho mai chiesto di
che male fosse afflitto il mio corpo. So che questo povero
asino che porta l'ho fatto trotter troppo, e per certe vie
che non sarebbe mai venuto in mente a nessuno d'infilare.
Solo m'ha seccato d'esser tenuto dai medici, per questo, in
conto di malato intelligente. La noncuranza da parte mia di
sapere di che male fossi afflitto, è stata presa dai medici
per fiducia nella loro scienza, capite? M'han veduto sempre
obbediente cacciar fuori la lingua a ogni loro richiesta;
gridare: «trentatré-trentatré» quattro, cinque, dieci
volte, sopportando pazientemente il ribrezzo d'una loro
orecchia fredda applicata alle mie terga; abbandonare le
membra, come se non fossero mie, ai palpeggiamenti troppo
confidenziali delle loro mani ben lavate, sì, ma Dio mio
adibite allo schifoso servizio pubblico di tutte le piaghe
umane; e sopportare i picchi sodi delle loro dita a
martello, le punture delle loro siringhette, e ingollarmi
tutte le loro porcherie liquide o in pillole, senza mai
gemere per nausea o per fastidio: «Oh Dio, dottore,
cos'è? È amaro, dottore?» e dunque, chi più intelligente
di me? Un malato che nutra una così cieca abbandonata
fiducia nella scienza medica, dov'essere per forza, a loro
giudizio, intelligentissimo.
Lasciamo questo discorso. Mi fa tanto piacere vedervi
ridere. Buon pro' vi faccia!
Ecco, sarà perché io propriamente non ho mai capito che
gusto ci sia a rivolgere domande agli altri per sapere le
cose come sono. Ve le dicono come le sanno loro, come pajono
a loro. Voi ve ne contentate? Grazie tante! Io voglio
saperle per me, e voglio che entrino in me come a me pajono.
È ben per questo vedere che ormai tutte le cose ci stanno
sopra, sotto intorno, col modo d'essere, il senso, il valore
che da secoli e secoli gli uomini hanno dato ad esse. Così e
così il cielo, così e così le stelle: e il mare e i monti
così e così, e la campagna, la città, le strade, le case...
Dio mio, che ne volete più? Ci opprimono ormai per forza col
fastidio infinito di questa immutabile realtà convenuta e
convenzionale da tutti subita passivamente. Le fracasserei.
Vi dico che sedere su una seggiola è divenuto per me un
supplizio intollerabile. Per alleviarlo un poco,
bisognerebbe per lo meno - permettete? - che la mettessi
così, ecco, per lungo, e mi ci mettessi a cavallo. Tanto per
dire! Ma quanti si sforzano di rompere la crosta di questa
comune rappresentazione delle cose? di sottrarsi
all'orribile noja dei consueti aspetti? di spogliare le cose
delle vecchie apparenze che ormai per abitudine, per
pigrizia di spirito, ponderosamente si sono imposte a tutti?
Eppure è raro che almeno una volta, in un momento felice,
non sia avvenuto a ciascuno di vedere all'improvviso il
mondo, la vita, con occhi nuovi; d'intravedere in una subita
luce un senso nuovo delle cose; d'intuire in un lampo che
relazioni insolite, nuove, impensate, si possono forse
stabilire con esse, sicché la vita acquisti agli occhi
nostri rinfrescati un valore meraviglioso, diverso,
mutevole. Ahimè, si ricasca subito nell'uniformità degli
aspetti consueti, nell'abitudine delle consuete relazioni;
si riaccetta il consueto valore dell'esistenza quotidiana;
il cielo col solito azzurro vi guarda poi la sera con le
solite stelle; il mare v'addormenta col solito brontolio; le
case vi sbadigliano di qua e di là con le finestre delle
solite facciate, e col solito lastricato vi s'allungano
sotto i piedi le vie. E io passo per pazzo perché voglio
vivere là, in quello che per voi è stato un momento, uno
sbarbaglio, un fresco breve stupore di sogno vivo, luminoso;
là, fuori d'ogni traccia solita, d'ogni consuetudine, libero
di tutte le vecchie apparenze, col respiro sempre nuovo e
largo tra cose sempre nuove e vive.
Mi s'è guastato il cuore; mi si sono logorati i polmoni: che
me n'importa? Sarò pazzo ma io vivo N'on ho casa, non ho
stato. Vado all'ospedale? Vi prego di credere che non ci
sono mai andato da me, coi miei piedi: mi ci hanno sempre
trasportato gli altri, in barella privo di sensi. Mi ci sono
ritrovato e mi son subito detto
- Ah, eccoci qua! Ora bisogna cacciar fuori la lingua.
E subito, volenteroso e obbediente, invece di lamentarmi,
l'ho cacciata fuori a ogni richiesta per uscirmene presto.
Che effetto curioso fa la faccia dell'uomo - medico o
infermiere - guardata da sotto in su, stando a giacere su un
letto, che ve la vedete sopra coi due buchi del naso che
vengono fuori e l'arco della bocca che va in su, di qua e di
là, dalla pallottola del mento. E quando questa bocca vi
parla, e vedete sottosopra la chiostra dei denti, la puntina
in mezzo del labbro superiore e il principio del palato!
Anche senza sentire quello che la bocca vi dice, v'assicuro
che si perde il rispetto dell'umanità.
Inizio
pagina
Ma io vi ho promesso di parlarvi della mano d'un malato
povero.
La premessa è stata lunga, ma forse non del tutto
inutile; perché voi almeno così, adesso, non mi
domanderete nulla di quello che vi premerebbe più di
sapere per commuovervi al modo solito, cioè le notizie
di fatto:
a) chi fosse quel malato;
b) perché fosse lì;
c) che male avesse.
Niente, cari miei, di tutto questo. Io non so nulla di
nulla; non mi sono curato di saper nulla, come forse
avrei potuto domandandone notizie agl'infermieri. Io ho
visto solamente la sua mano e non posso parlarvi
d'altro.
Ve ne contentate? E allora, eccomi qua.
Fu nell'ospedale in cui sono stato l'ultima volta. Ma
non fate codesta faccia afflitta, da imbecilli, perché
non vi narro una storia triste. Tra me e l'ospedale -
benché non possa soffrire i medici e la loro scienza -
ho saputo sempre stabilire dolci e delicatissime
relazioni.
Figuratevi che quest'ospedale di cui vi parlo, aveva la
squisita attenzione verso i suoi ricoverati d impedire
che l'uno vedesse la faccia dell’altro, mediante un
scaraventino a una sola banda, o piuttosto, un telaio a
cui con puntine si fissava ai quattro angoli una tendina
di mussola cambiata ogni settimana, lavata, stirata e
sempre candida. Certi giorni, tra tutto quel bianco,
pareva di stare in una nuvola, e, con la benefica
illusione della febbre, di veleggiare nell'azzurro
ch'entrava dalle vetrate dei finestroni.
Ogni lettino, nella lunga corsia luminosa, aerata, aveva
accanto, a destra, il riparo d'un di quei telai, che non
arrivava oltre l'altezza del guanciale. Sicché io del
malato che mi stava a sinistra veramente non potevo
veder altro che la mano, quand'egli tirava il braccio
fuori dalle coperte e l'abbandonava sul lettino. Mi misi
a contemplare con curiosità amorosa questa mano, e da
essa a poco a poco mi feci narrare la favola che vi
dirò.
Me la narrò coi cenni, s'intende, forse incoscienti, che
di tanto in tanto faceva; con gli atteggiamenti in cui
s'abbandonava, macra, ingiallita, su la bianca coperta,
ora sul dorso, con la palma in su e le dita un po'
aperte e appena contratte, in atto di totale remissione
alla sorte che l'inchiodava come a una croce su quel
letto; ora serrando il pugno, o per un fitto spasimo
improvviso o per un moto d'ira e d'impazienza, a cui
succedeva sempre un rilassamento di mortale stanchezza.
Compresi ch'era la mano d'un malato povero, perché,
quantunque accuratamente lavata come l'igiene negli
ospedali prescrive, serbava tuttavia nella gialla
magrezza un che di sudicio, indetersibile; che non è
sudicio propriamente nella mano dei poveri, ma quasi la
patina della miseria che nessun'acqua mai porterà via.
Si scorgeva questa patina nelle nocche aguzze e un po'
scabre delle dita; nelle pieghe interne cartilaginose
delle falangi, che facevano pensare al collo della
tartaruga; nei segni incisi sulla palma che sono, come
si dice il suggello della morte nella mano dell'uomo.
E allora mi diedi a immaginare a che mestiere fosse
addetta quella mano.
Non certo a un rude mestiere, perché era gracile e fina,
quasi femminea, per nulla deformata o attrappita, se non
forse un po' nell'indice che appariva soverchiamente
tenace nell'ultima falange, e nel pollice un po' troppo
ripiegati! in dentro, e dal nodo alla giuntura
eccessivamente sviluppato.
Notai che spesso questo pollice s'assoggettava da sé,
come per abitudine, alla pressura della punta
dell'indice, quasi che il malato inconsciamente con
quella pressura si richiamasse a una realtà lontana e la
toccasse lì, su quel pollice così premuto; la realtà
della sua esistenza, da sano. Forse una bottega
impregnata dal tanfo particolare delle stoffe nuove,
disposte in pezze, con ordine, le une su le altre negli
scaffali e su panche e nelle vetrine; un banco di
vendita; una tavola da tagliatore con sé distesa una
stoffa segnata e un palo di grosse cesoje sopra; un
gattone bigio sotto quella tavola; i lavoratori seduti
in fila di qua e di là, intenti a imbastire, a passare a
macchina, e lui tra questi. Non gli piaceva, forse,
questa realtà; forse egli non era tutto in quel suo
mestiere; ma il suo mestiere era pur lì in quelle due
dita, in quel pollice che da sé ormai dopo tant'anni,
per abitudine, s'assoggettava alla pressura dell'indice.
E qua, adesso, per lui era una più triste realtà il
vuoto e l'ozio doloroso di quella corsia d'ospedale, la
malattia, l'attesa stanca e piena d'angoscia, chi sa,
forse della morte.
Sì: senza dubbio, quella era la mano d'un sarto.
Da un altro cenno di essa compresi poi che quel sarto
povero doveva esser padre da poco, aveva certo un
bambino.
Levava di tanto in tanto sotto le coperte un ginocchio.
La mano, dapprima inerte, si alzava con le dita
tremolanti e quasi vagava su quel ginocchio levato, in
una carezza intorno, che non era certo rivolta al
ginocchio.
A chi poteva esser rivolta quella carezza?
Forse gli arrivava lì al ginocchio, la testa del suo
bambino, e lì quella mano soleva carezzare i capellucci
freschi e morbidi come la seta, di quella testolina.
Certo, gli occhi del malato mentre la mano illusa,
vagellante, accennava sul ginocchio la carezza, stavano
chiusi, vedevano sotto le pàlpebre la testolina, e le
palpebre si gonfiavano di lagrime calde, che
traboccavano alla fine sul volto ch'io non vedevo. Ecco,
difatti, la mano interrompeva la vaga carezza, spariva
dietro il telaio, dopo aver sollevato la rimboccatura
del lenzuolo. E, poco dopo, quella rimboccatura era
rimessa in sesto e bagnata in un punto, dalle lagrime.
Dunque, aspettate: sarto e padre d'un bambino. Ora
vedrete che la storia si complica un poco. Ma niente:
son sempre i cenni e gli atteggiamenti di quella mano.
Una mattina, io mi riscossi tardi da uno dei letarghi
profondi, di piombo, che sogliono seguire ai più forti
accessi di quel male, ch'è forse il più grave tra i
tanti di cui soffro.
Aprendo gli occhi, vidi attorno al letto del mio vicino
molta gente, uomini, donne, forse parenti. In prima
pensai che fosse morto. No. Nessuno piangeva, nessuno si
lamentava. Parlavano anzi col malato e tra loro
festosamente, quantunque a bassa voce per non disturbare
gli altri malati.
Non era giorno di visita. Come e perché, dunque, era
stata ammessa tutta quella gente fino al letto del
malato?
Non udivo, né volevo udire le loro parole. Anche la loro
vista m'era grave agli occhi, nello stordimento
lasciatomi dal lungo letargo. Socchiusi le palpebre.
Il corpo d'una vecchia grassa, che mi voltava le spalle,
presso il paraventino, specialmente il suo sedere enorme
e la sua gonna rigonfia, tutta a fitte piegoline e a
quadretti rossi e neri, m'ingombrava, mi pesava come un
incubo intollerabile. Non mi pareva l'ora che tutti se
n'andassero. Tra le pàlpebre socchiuse mi parve
d'intravedere la figura alta d'un prete; non ci feci
caso. Forse ricaddi, anzi certamente ricaddi per lungo
tempo nel letargo. I quadretti rossi e neri di quella
gonna mi tesero come una rete, una grata di prigione con
sbarre di fuoco e sbarre d ombra, e quelle di fuoco mi
bruciavano gli occhi. Quando li riaprii, attorno al
letto di quel malato non c'era più nessuno.
Cercai la sua mano. Attorno all'anulare, un cerchietto
d'oro: una fede. Ah, ecco, sposino. Le nozze!
Quella gente era venuta per farlo sposare.
- Povera mano, tu casi gialla, così macra, con quel
segno d'amore? Eh no! Di morte. Su un letto d'ospedale,
non si sposa che in previsione della morte.
Dunque, il male era inguaribile. Si: me l'aveva detto
chiaramente la mano, troppo incerta nel tatto, nei
movimenti. Con che lenta tristezza, ora, faceva girar
col pollice quell'anellino troppo largo attorno
all'anulare!
E certo gli occhi guardavano lontano, pur fissi in quel
cerchietto d'oro Cosi vicino; e la mente forse pensava:
- Quest'anellino... Che vuol dire? Sto per sciogliermi
da tutto, e m'ha voluto legare. A chi mi lega? per
quanto? Oggi me l'hanno messo al dito; domani forse
verranno a levarmelo.
La mano s'alzò e si tese ferma davanti al volto. Più
davvicino volle esser guardata con quell'anellino d'un
giorno, che avrebbe potuto dir tante cose e una sola ne
diceva, triste, tanto triste.
Ma forse poi pensò che, sì, qualche cosa pure
quell'anellino legava: legava il suo nome alla vita del
suo figliuolo. Gli era nato prima delle nozze, quel
figliuolo, e non aveva nome; ora l'avrebbe avuto. Gli
levava dunque un rimorso quell'anellino.
Tornò col pollice ad accarezzarselo; poi la mano,
stanca, ricadde sul letto.
La mattina dopo, non la vidi più la indovinai appena da
una piega del lenzuolo steso su tutto il letto a riparo
da certe mosche che sentono la morte da un miglio
lontano.
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