Novelle per un anno - 1928 - Candelora
14. Nell'albergo è morto un tale
Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso
della città. Tre ordini di finestre tutte uguali, le
ringhierrine ai davanzali, le vetrate e le persiane grigie,
chiuse, aperte, semiaperte, accostate.
La facciata è brutta e poco promettente. Ma se non ci fosse,
chi sa che effetto curioso farebbero queste cento cinquanta
scatole, cinquanta per cinquanta le une sulle altre, e la
gente che vi si muove dentro; a guardarla da fuori.
L'albergo, tuttavia, è decente e molto comodo: ascensore,
numerosi camerieri, svelti e ben disciplinati, buoni letti,
buon trattamento nella sala da pranzo, servizio
d'automobile. Qualche avventore (piú d'uno) si lamenta di
pagar troppo; tutti però alla fine riconoscono che in altri
alberghi, se si spende meno, si sta peggio e non si ha il
vantaggio, che si vuole, d'alloggiare nel centro della
città. Delle lagnanze sui prezzi il proprietario può dunque
non curarsi e rispondere ai malcontenti che vadano pure
altrove. L'albergo è sempre pieno d'avventori e parecchi,
all'arrivo del piroscafo ogni mattina e dei treni durante il
giorno, veramente se ne vanno altrove, non perché vogliano,
ma perché non vi trovano posto.
Sono per la maggior parte commessi viaggiatori, uomini
d'affari, gente della provincia che viene a sbrigare in
città qualche faccenda, o per liti giudiziarie o per
consulto in caso di malattia: avventori di passaggio,
insomma, che non durano di piú di tre o quattro giorni;
moltissimi arrivano la sera per ripartire il giorno dopo.
Molte valige; pochi bauli.
Un gran traffico, un continuo andirivieni, dunque, dalla
mattina alle quattro fin dopo la mezzanotte. Il maggiordomo
ci perde la testa. In un momento, tutto pieno; un momento
dopo, tre, quattro, cinque camere vuote: parte il numero 15
del primo piano, il numero 32 del secondo, il 2, il 20, il
45 del terzo; e intanto due nuovi avventori si sono or ora
rimandati. Chi arriva tardi è facile che trovi sgombra la
camera migliore al primo piano; mentre chi è arrivato un
momento prima ha dovuto contentarsi del numero 51 del terzo.
(Cinquanta, le camere, per ogni piano; ma ogni piano ha il
numero 51, perché in tutti e tre manca il 17: dal 16 si
salta al 18: e chi alloggia al numero 18 è sicuro di non
aver la disgrazia con sé.)
Ci sono i vecchi clienti che chiamano per nome i camerieri,
con la soddisfazione di non esser per essi come tutti gli
altri, il numero della stanza che occupano: gente senza casa
propria, gente che viaggia tutto l'anno, con la valigia
sempre in mano, gente che sta bene ovunque, pronta a tutte
le evenienze e sicura di sé.
In quasi tutti gli altri è un'impazienza smaniosa o un'aria
smarrita o una costernazione accigliata. Non sono assenti
soltanto dal loro paese, dalla loro casa; sono anche assenti
da sé. Fuori dalle proprie abitudini, lontani dagli aspetti
e dagli oggetti consueti, in cui giornalmente vedono e
toccano la realtà solita e meschina della propria esistenza,
ora non si ritrovano piú; quasi non si conoscono piú perché
tutto è come arrestato in loro, e sospeso in un vuoto che
non sanno come riempire, nel quale ciascuno teme possano da
un istante all'altro avvistarglisi aspetti di cose
sconosciute o sorgergli pensieri, desiderii nuovi, da un
nonnulla; strane curiosità che gli facciano vedere e toccare
una realtà diversa, misteriosa, non soltanto attorno a lui,
ma anche in lui stesso.
Svegliati troppo presto dai rumori dell'albergo e della via
sottostante, si buttano a sbrigare in gran fretta i loro
negozii. Trovano tutte le porte ancora chiuse: l'avvocato
scende in istudio fra un'ora; il medico comincia a ricevere
alle nove e mezzo. Poi, sbrigate le faccende, storditi,
annojati, stanchi, tornano a chiudersi nella loro stanza con
l'incubo delle due o tre ore che avanzano alla partenza del
treno; passeggiano, sbuffano, guardano il letto che non li
invita a sdrajarsi; le poltrone, il canapè che non li
invitano a sedere; la finestra che non li invita ad
affacciarsi. Com'è strano quel letto! Che forma curiosa ha
quel canapè! E quello specchio lí, che orrore! - Tutt'a un
tratto, si sovvengono d'una commissione dimenticata: la
macchinetta per la barba, le giarrettiere per la moglie, il
collarino per il cane; suonano il campanello per domandare
al cameriere indirizzi e informazioni.
- Un collarino, con la targhetta cosí e cosí, da farci
incidere il nome.
- Del cane?
- No, mio, e l'indirizzo della casa.
Ne sentono di tutti i colori i camerieri. Tutta la vita
passa di là, la vita senza requie, mossa da tante vicende,
sospinta da tanti bisogni. C'è giú, per esempio, al numero
12 del secondo piano, una povera vecchia signora in
gramaglie che vuol sapere da tutti se per mare si soffre
o non si soffre. Deve andare in America, e non ha
viaggiato mai. È arrivata jersera, cadente, sorretta di qua
da un figliuolo, di là da una figliuola, anch'essi in
gramaglie.
Specialmente il lunedí sera, alle ore sei, il proprietario
vorrebbe che al bureau si sapesse con precisione di
quante camere si può disporre. Arriva il piroscafo da
Genova, con la gente che rimpatria dalle Americhe, e
contemporaneamente, dall'interno, il treno diretto piú
affollato di viaggiatori.
Jersera, alle sei, si sono presentati al bureau piú
di quindici forestieri. Se ne son potuti accogliere quattro
soltanto, in due sole camere: questa povera signora in
gramaglie col figliuolo e la figliuola, al numero 12 del
secondo piano; e, al numero 13 accanto, un signore sbarcato
dal piroscafo di Genova.
Al bureau il maggiordomo ha segnato nel registro:
Signor Persico Giovanni, con madre e sorella provenienti
da Vittoria.
Signor Funardi Rosario, intraprenditore, proveniente da
New York.
Quella vecchia signora in gramaglie ha dovuto staccarsi con
dolore da un'altra famigliuola, composta anch'essa di tre
persone, con la quale aveva viaggiato in treno e da cui
aveva avuto l'indirizzo dell'albergo. Tanto piú se n'è
doluta, quando ha saputo ch'essa avrebbe potuto alloggiare
nella camera accanto, se il numero 13, un minuto prima,
proprio un minuto prima, non fosse stato assegnato a quel
signor Funardi, intraprenditore, proveniente da New York.
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Vedendo la vecchia madre piangere aggrappata al collo
della signora sua compagna di viaggio, jersera il
figliuolo si volle provare a rivolgere al signor Funardi
la preghiera di cedere a quell'altra famigliuola la
stanza. Lo pregò in inglese, perché anche lui, il
giovanotto, è un americano, ritornato insieme con la
sorella dagli Stati Uniti da appena una quarantina di
giorni, per una disgrazia, per la morte d'un fratello
che manteneva in Sicilia la vecchia madre. Ora questa
piange; ha pianto e ha sofferto tanto, lungo tutto il
viaggio in treno, che è stato in sessantasei anni il suo
primo viaggio: s'è staccata con strazio dalla casa dov'è
nata e invecchiata, dalla tomba recente del figliuolo
con cui era rimasta sola tant'anni, dagli oggetti piú
cari, dai ricordi del paese natale, e vedendosi sul
punto di staccarsi per sempre anche dalla Sicilia,
s'aggrappa a tutto, a tutti: ecco, anche a quella
signora con cui ha viaggiato. Se dunque il signor
Funardi volesse...
No. Il signor Funardi non ha voluto. Ha risposto di no,
col capo, senz'altro, dopo aver ascoltato la preghiera
del giovane in inglese: un no da bravo americano,
con le dense ciglia aggrottate nella faccia tumida,
giallastra, irta di barba incipiente; e se n'è salito in
ascensore al numero 13 del secondo piano.
Per quanto il figliuolo e la figliuola abbiano
insistito, non c'è stato verso d'indurre la vecchia
madre a servirsi anche lei dell'ascensore. Ogni congegno
meccanico le incute spavento, terrore. E pensare che ora
deve andare in America, a New York! Passare tanto mare,
l'Oceano... I figliuoli la esortano a star tranquilla,
che per mare non si soffre; ma lei non si fida; ha
sofferto tanto in treno! E domanda a tutti, ogni cinque
minuti, se è vero che per mare non si soffre.
I camerieri, le cameriere, i facchini, questa mattina,
per levarsela d'addosso, si sono intesi di darle il
consiglio di rivolgersi al signore della stanza accanto
sbarcato or ora dal piroscafo di Genova, di ritorno
dall'America. Ecco, lui ch'è stato tanti e tanti giorni
per mare, che ha passato l'Oceano, lui sí, e nessuno
meglio di lui, le potrà dire se per mare si soffre o non
si soffre.
Ebbene, dall'alba - poiché i figliuoli sono usciti a
ritirare i bagagli dalla stazione e si sono messi in
giro per alcune compere - dall'alba la vecchia signora
schiude l'uscio pian piano, di cinque minuti in cinque
minuti, e sporge il capo timidamente a guardar l'uscio
della stanza accanto, per domandare all'uomo che ha
passato l'Oceano se per mare si soffre o non si soffre.
Nella prima luce livida, soffusa dal finestrone in fondo
allo squallido corridojo, ha veduto due lunghe file di
scarpe, di qua e di là. Innanzi a ogni uscio, un pajo.
Ha veduto di tratto in tratto crescere sempre piú i
vuoti nelle due file; ha sorpreso piú d'un braccio
stendersi fuori di questo o di quell'uscio a ritirare il
pajo di scarpe che vi stava davanti. Ora tutte le paja
sono state ritirate. Solo quelle dell'uscio accanto,
giusto quelle dell'uomo che ha passato l'Oceano e da cui
ella ha tanta smania di sapere se per mare non si
soffre, eccole ancora lí.
Le nove. Sono passate le nove; sono passate le nove e
mezzo; sono passate le dieci: quelle scarpe, ancora lí,
sempre lí. Sole, l'unico pajo rimasto in tutto il
corridojo, dietro quell'uscio solo, lí accanto, ancora
chiuso.
Tanto rumore s'è fatto per quel corridojo, tanta gente è
passata, camerieri, cameriere, facchini; tutti o quasi
tutti i forestieri sono usciti dalle loro stanze; tanti
vi sono rientrati; tutti i campanelli hanno squillato,
seguitano di tratto in tratto a squillare, e non cessa
un momento il sordo ronzio dell'ascensore, sú e giú, da
questo a quel piano, al pianterreno; chi va, chi viene;
e quel signore non si sveglia ancora. Sono già vicine le
undici: quel pajo di scarpe è ancora lí, davanti
all'uscio. Lí.
La vecchia signora non può piú reggere; vede passare un
cameriere; lo ferma; gl'indica quelle scarpe:
- Ma come? dorme ancora?
- Eh, - fa il cameriere, alzando le spalle, - si vede
che sarà stanco... Ha viaggiato tanto!
E se ne va.
La vecchia signora fa un gesto, come per dire: - Uhm!
- e ritira il capo dall'uscio. Poco dopo lo riapre e
sporge il capo di nuovo a riguardare con strano sgomento
quelle scarpe lí.
Deve aver viaggiato molto, davvero, quell'uomo; devono
aver fatto davvero tanto e tanto cammino quelle scarpe:
son due povere scarpacce enormi, sformate, scalcagnate,
con gli elastici, ai due lati, slabbrati, crepati: chi
sa quanta fatica, quali stenti, quanta stanchezza, per
quante vie...
Quasi quasi la vecchia signora ha la tentazione di
picchiar con le nocche delle dita a quell'uscio. Torna a
ritirarsi in camera. I figli tardano a rientrare in
albergo. La smania le cresce di punto in punto. Chi sa
se sono andati, come le hanno promesso, a guardare il
mare, se è tranquillo?
Ma già, come si può vedere da terra, se il mare è
tranquillo? il mare lontano, il mare che non finisce
mai, l'Oceano... Le diranno che è tranquillo. Come
credere a loro? Lui solo, il signore della stanza
accanto, potrebbe dirle la verità. Tende l'orecchio;
appoggia l'orecchio alla parete, se le riesca
d'avvertire di là qualche rumore. Niente. Silenzio. Ma è
già quasi mezzogiorno: possibile che dorma ancora?
Ecco: suona la campana del pranzo. Da tutti gli usci sul
corridojo escono i signori che si recano giú alla sala
da mangiare. Ella si riaffaccia all'uscio a osservare se
facciano impressione a qualcuno quelle scarpe ancora lí.
No: ecco; a nessuno; tutti vanno via, senza farci caso.
Viene un cameriere a chiamarla: i figliuoli sono giú,
arrivati or ora; la aspettano in sala da pranzo. E la
vecchia signora scende col cameriere.
Ora nel corridojo non c'è piú nessuno; tutte le stanze
sono vuote: il pajo di scarpe resta in attesa, nella
solitudine, nel silenzio, dietro quell'uscio sempre
chiuso.
Pajono in gastigo.
Fatte per camminarci, lasciate lí disutili, cosí logore
dopo aver tanto servito, pare che si vergognino e
chiedano pietosamente d'esser tolte di lí o ritirate
alla fine.
Al ritorno dal pranzo, dopo circa un'ora, tutti i
forestieri si fermano finalmente, per l'indicazione
piena di stupore e di paura della vecchia signora, a
osservarle con curiosità. Si fa il nome dell'americano,
arrivato jersera. Chi l'ha veduto? È sbarcato dal
piroscafo di Genova. Forse la notte scorsa non ha
dormito... Forse ha sofferto per mare... Viene
dall'America... Se ha sofferto per mare, traversando
l'Oceano, chi sa quante notti avrà passato insonni...
Vorrà rifarsi, dormendo un giorno intero. Possibile? in
mezzo a tanto frastuono... È già il tocco...
E la ressa cresce attorno a quel pajo di scarpe innanzi
all'uscio chiuso. Ma tutti istintivamente, se ne tengono
discosti, in semicerchio. Un cameriere corre a chiamare
il maggiordomo; questi manda a chiamare il proprietario,
e tutti e due, prima l'uno, poi l'altro, picchiano
all'uscio. Nessuno risponde. Si provano ad aprir
l'uscio. È chiuso di dentro. Picchiano piú forte, piú
forte. Silenzio ancora. Non c'è piú dubbio. Bisogna
correr subito ad avvertire la questura: per fortuna, c'è
un ufficio qua a due passi. Viene un delegato, con due
guardie e un fabbro: l'uscio è forzato; le guardie
impediscono l'entrata ai curiosi, che fanno impeto;
entrano il delegato e il proprietario dell'albergo.
L'uomo che ha passato l'Oceano è morto, in un letto
d'albergo, la prima notte che ha toccato terra. È morto
dormendo, con una mano sotto la guancia, come un
bambino. Forse di sincope.
Tanti vivi, tutti questi che la vita senza requie aduna
qui per un giorno, mossi dalle piú opposte vicende,
sospinti dai piú diversi bisogni, fanno ressa innanzi a
una celletta d'alveare, ove una vita d'improvviso s'è
arrestata. La nuova s'è sparsa in tutto l'albergo.
Accorrono di sú, di giú; vogliono vedere, vogliono
sapere, chi è morto, com'è morto...
- Non si entra!
C'è dentro il pretore e un medico necroscopo. Dalla
fessura dell'uscio, allo spigolo - ecco, ecco -
s'intravede il cadavere sul letto - ecco la faccia...
uh, come bianca; con una mano sotto la guancia, pare che
dorma... come un bambino... Chi è? come si chiama? Non
si sa nulla. Si sa soltanto che torna dall'America, da
New York. Dov'era diretto? Da chi era aspettato? Non si
sa nulla. Nessuna indicazione è venuta fuori dalle
carte, che gli si sono trovate nelle tasche e nella
valigia. Intraprenditore - ma di che? Nel portafogli,
solo sessantacinque lire, e poche monete spicciole in
una borsetta nel taschino del panciotto. Una delle
guardie viene a posare sulla lastra di bardiglio del
cassettone quelle povere scarpe scalcagnate che non
cammineranno piú.
A poco a poco, per liberarsi dalla calca, tutti
cominciano a sfollare, rientrano nelle loro stanze, sú
al terzo piano, giú al primo; altri se ne vanno per i
loro affari, ripresi dalle loro brighe.
Solo la vecchia signora, che voleva sapere se per mare
non si soffre, rimane lí, innanzi all'uscio, non ostante
la violenza che le fanno i due figliuoli; rimane lí a
piangere atterrita per quell'uomo che è morto dopo aver
passato l'Oceano, che anch'ella or ora dovrà passare.
Giú, tra le bestemmie e le imprecazioni dei vetturini e
dei facchini che entrano ed escono di continuo, hanno
chiuso in segno di lutto il portone dell'albergo,
lasciando aperto soltanto lo sportello.
- Chiuso? Perché chiuso?
- Mah! Niente. Nell'albergo è morto un tale...
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