Novelle per un anno - 1928 - Candelora
13. La carriola

Quand'ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che
mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un
momento gli occhi d'addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr'occhi, che non è nulla; che
stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo
breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è
tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel
massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo,
tremando, la voluttà d'una divina, cosciente follia, che per
un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla
avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse
scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e
non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo
finito. Forse m'acchiapperebbero, mi legherebbero e mi
trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto
fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia
vittima.
Sono affidati a me la vita, l'onore, la libertà, gli averi
di gente innumerevole che m'assedia dalla mattina alla sera
per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza;
d'altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati:
ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come
dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d'esser tenuti a
freno di continuo dalla mia autorità severa, dall'esempio
costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a
tutti i miei obblighi, uno piú serio dell'altro, di marito,
di padre, di cittadino, di professore di diritto,
d'avvocato. Guaj, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche
giorno, non mi sento piú sicuro. Sono costernato e inquieto.
Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda
con tali occhi e in questi occhi è cosí chiaro il terrore,
che temo qualcuno possa da un momento all'altro
accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell'atto ch'io
compio può essere stimato e apprezzato solamente da quei
pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d'un tratto
s'è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.
Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero
recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire
la stanchezza che m'opprime, il peso enorme di tutti i
doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere
minimamente al bisogno di un po' di distrazione, che la mia
mente affaticata di tanto in tanto reclama. L'unica che mi
possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per
una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a
un'altra nuova.
M'ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune
carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata
nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso
il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo
nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi
vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della
grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo,
non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me
quella che prestavo alla difficoltà che m'occupava, senza
che per questo, intanto, mi s'avvistasse di piú lo
spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli
occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla:
restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione
vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito
mi s'era quasi alienato dai sensi, in una lontananza
infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia
che non gli pareva sua, il brulichío d'una vita diversa, non
sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma
là, in quell'infinita lontananza; d'una vita remota, che
forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli
alitava il ricordo indistinto non d'atti, non d'aspetti, ma
quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di
non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei
fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichío,
insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano,
donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era
nata; nella quale esso, lo spirito, allora sí, ah, tutto
intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non
per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me
n'accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella
vita che non era nata. Dico forse, perché, quando mi destai,
tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già
prossimo all'arrivo, mi ritrovai d'un tratto in tutt'altro
animo, con un senso d'atroce afa della vita, in un tetro,
plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú
consuete m'apparvero come vôtati di ogni senso, eppure, per
i miei occhi, d'una gravezza crudele, insopportabile.
Con quest'animo scesi alla stazione, montai sulla mia
automobile che m'attendeva all'uscita, e m'avviai per
ritornare a casa.
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo
innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di
bronzo, con la targa ovale, d'ottone, su cui è inciso il mio
nome, preceduto dai miei titoli e seguito da' miei attributi
scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da
fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e
per non riconoscerla come mia.
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Spaventosamente d'un tratto mi s'impose la certezza, che
l'uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di
cuojo sotto il braccio, l'uomo che abitava là in quella
casa, non ero io, non ero stato mai io. Conobbi d'un
tratto d'essere stato sempre come assente da quella
casa, dalla vita di quell'uomo, non solo, ma veramente e
propriamente da ogni vita. Io non avevo mai vissuto; non
ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che
potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia.
Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso
improvvisamente m'appariva, cosí vestita, cosí messa sú,
mi parve estranea a me; come se altri me l'avesse
imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in
una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da
cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei
quali ora, improvvisamente, il mio spirito s'accorgeva
di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto
cosí, quell'uomo che figurava me? chi lo aveva voluto
cosí? chi cosí lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva
muovere e parlare cosí? chi gli aveva imposto tutti quei
doveri uno piú gravoso e odioso dell'altro?
Commendatore, professore, avvocato, quell'uomo che tutti
cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui
tutti volevan l'opera, il consiglio, l'assistenza, che
tutti si disputavano senza mai dargli un momento di
requie, un momento di respiro - ero io? io?
propriamente? ma quando mai? E che m'importava di tutte
le brighe in cui quell'uomo stava affogato dalla mattina
alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la
considerazione di cui godeva, commendatore, professore,
avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano
venuti dall'assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei
doveri, dell'esercizio della sua professione?
Ed erano lí, dietro quella porta che recava su la targa
ovale d'ottone il mio nome, erano lí una donna e quattro
ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio
ch'era il mio stesso, ma che in loro non potevo
tollerare, quell'uomo insoffribile che dovevo esser io,
e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico.
Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io,
veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con
spaventosa certezza) quell'uomo insoffribile che stava
davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di
chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di
quell'uomo, di quell'uomo che il mio spirito, in quel
momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la
sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato,
dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe,
con tutti quei doveri e gli onori e il rispetto e la
ricchezza, e anche la moglie, sí, fors'anche la
moglie...
Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.
No. Non li sentii miei. Ma attraverso un sentimento
strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano
fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che
avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio
consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento
e col senso d'atroce afa col quale m'ero destato in
treno, mi sentii rientrare in quell'uomo insoffribile
che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e
rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di
quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può
vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la
subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina.
Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano,
s'affannano per farsi, come dicono, uno stato, per
raggiungere una forma; raggiuntala, credono d'aver
conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.
Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono
a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno
raggiunta; non si conoscono per morti e credono d'esser
vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si
è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i
casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se
possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra
vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la
vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e
morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sé
una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque vedere e
conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è
morire.
Il mio caso è anche peggiore. Io vedo non ciò che di me
è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma
che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in
questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c'è
stata mai. Mi hanno preso come una materia qualunque,
hanno preso un cervello, un'anima, muscoli, nervi,
carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro,
perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero
a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo. E grido,
l'anima mia grida dentro questa forma morta che mai non
è stata mia: - Ma come? io, questo? io, cosí? ma quando
mai? - E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono
io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in
cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare.
Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da
brighe di cui non m'importa nulla, fatta segno d'una
considerazione di cui non so che farmi; forma che è
questi doveri, queste brighe, questa considerazione,
fuori di me, sopra di me; cose vuote, cose morte che mi
pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi
fanno piú respirare.
Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non
fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci
tiene.
Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche
senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti
compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione
per te. E come spire e tentacoli t'avviluppano le
conseguenze delle tue azioni. E ti grava attorno come
un'aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per
quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non
prevedute, ti sei assunta. E come puoi piú liberarti?
Come potrei io nella prigione di questa forma non mia,
ma che rappresenta me quale sono per tutti, quale tutti
mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e
muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in
una forma che sento morta, ma che deve sussistere per
gli altri, per tutti quelli che l'hanno messa sú e la
vogliono cosí e non altrimenti? Dev'essere questa, per
forza. Serve cosí, a mia moglie, ai miei figli, alla
società, cioè ai signori studenti universitarii della
facoltà di legge, ai signori clienti che mi hanno
affidato la vita, l'onore, la libertà, gli averi. Serve
cosí, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e
levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per
un attimo solo, ogni giorno, con l'atto che compio nel
massimo segreto, cogliendo con trepidazione e
circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno
mi veda.
Ecco. Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per
casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli
occhi già appannati dalla vecchiaja.
Tra me e lei non c'erano mai stati buoni rapporti.
Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che
non permetteva si facessero rumori per casa; s'era messa
però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja;
tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei
ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú in
giardino, aveva preso da un pezzo il partito di
rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire
sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe. Tra tante
carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura.
Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi,
come per dire:
- Bravo, sí, caro: lavora; non ti muovere di lí, perché
è sicuro che, finché stai lí a lavorare, nessuno entrerà
qui a disturbare il mio sonno.
Cosí pensava certamente la povera bestia. La tentazione
di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici
giorni or sono, all'improvviso, nel vedermi guardato
cosí.
Non le faccio male; non le faccio nulla. Appena posso,
appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi
alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché
nessuno s'accorga che la mia sapienza temuta e ambita,
la mia sapienza formidabile di professore di diritto e
d'avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre,
si siano per poco staccate dal trono di questo
seggiolone; e in punta di piedi mi reco all'uscio a
spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga;
chiudo l'uscio a chiave, per un momentino solo; gli
occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla
voluttà che sto per concedermi, d'esser pazzo, d'esser
pazzo per un attimo solo, d'uscire per un attimo solo
dalla prigione di questa forma morta, di distruggere,
d'annientare per un attimo solo, beffardamente, questa
sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia;
corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano,
con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le
faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto
o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti,
reggendola per quelle di dietro.
Questo è tutto. Non faccio altro. Corro subito a
riaprire l'uscio adagio adagio, senza il minimo
cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto
a ricevere un nuovo cliente, con l'austera dignità di
prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza
formidabile.
Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come
basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati
dal terrore. Vorrei farle intendere - ripeto - che non è
nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi cosí.
Comprende, la bestia, la terribilità dell'atto che
compio.
Non sarebbe nulla, se per ischerzo glielo facesse uno
dei miei ragazzi. Ma sa ch'io non posso scherzare; non
le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento
solo; e séguita maledettamente a guardarmi, atterrita.
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