Novelle per un anno - 1928 - Candelora
12. Mentre il cuore soffriva
Cominciarono le dita della mano sinistra. Prima, il mignolo
che, come il piú piccolo, era anche il piú irrequieto, e
sempre era stato un tormento per il povero languido anulare
che aveva la sventura di stargli vicino; ma un po' anche per
le altre tre dita.
Buffo di forma, con l'ultima falangetta attaccata male,
storta in dentro, dura, quasi inflessibile, pareva un dito
col torcicollo fisso.
Ma di questo difetto non s'era mai afflitto. Anzi se n'era
sempre servito per non lasciare in pace un momento i suoi
compagni di mano e, quasi se ne gloriasse, spesso anche si
levava ritto, come per dire a tutti:
- Ecco, vedete? sono cosí!
Invece di nascondere per pudore quella falangetta storpia
sotto il polpastrello dell'anulare, gliela imponeva
prepotente sul dorso o, costringendolo a star sú, in una
posizione incomodissima, si allungava a imporla sul medio o
su l'indice, o andava con l'unghietta sbilenca a stuzzicar
l'unghiona dura del pollice tozzo.
Ma questo, alle volte, seccato e stanco, gli s'opponeva con
violenza, saltandogli addosso su la prima falange, e lo
teneva sotto premendolo con l'ajuto delle tre altre dita fin
quasi a stracollarlo.
Non si dava per vinto.
Cosí premuto, grattava al pollice il polpaccio come per
dirgli:
- Vedi? Posso muovermi! Stai peggio tu che io.
E difatti il pollice, preso come in una morsa, presto lo
lasciava andare.
Quel giorno però erano tutti d'accordo.
Che quel mignolo buffo fosse cosí dispettoso e prepotente e
non si stésse quieto un momento, piaceva anzi alle altre
quattro dita, che avevano una gran paura d'intorpidirsi
nello smemorato abbandono in cui da circa una settimana
tutto il corpo era lasciato.
Non solamente le dita delle mani, ma anche quelle dei piedi,
imprigionate, e i piedi tutt'interi e le gambe e, sú sú, il
busto, le spalle, le braccia, il collo e, nella testa, le
guance, le labbra, le pinne del naso, gli occhi, le
sopracciglia, la fronte, avvertivano confusamente in
quell'abbandono cosí a lungo protratto una minaccia oscura e
paurosa, a cui per proprio conto cercavano di sottrarsi.
Da piú giorni la vita s'era come alienata da loro per
concentrarsi cupamente in una profonda, misteriosa intimità,
dalla quale erano esclusi, tenuti estranei e come lontani,
quasi non dovesse affatto riguardarli la decisione che in
quell'intimità profonda e misteriosa nascostamente si
maturava.
Eran lasciati lí da piú giorni, su un seggiolone di Vienna
presso la finestra, in attesa che la decisione fosse matura.
E in quell'attesa essi, non sapendo che fare, per non
intorpidirsi nell'abbandono, giocavano per conto loro.
Giocavano veramente come pazzi.
Bisognava veder le gambe come ballavano, ora l'una ora
l'altra, ora tutt'e due insieme, con la punta dei piedi a
terra e il tallone sospeso per modo che il tendine
brandisse! come poi, stanche di quel giuoco, s'allungavano
per farne un altro, che consisteva in un aprirsi e chiudersi
ritmato, prima col piede sinistro sul destro, e poi col
destro sul sinistro, per star sotto una volta per uno, senza
soperchierie! E anche le scarpe col loro cigolío prendevano
parte a quel giuoco.
Ma piú di tutti giocavano le mani, ora intrecciando le dita,
ora infrontandole per le punte e movendole cosí a leva, per
modo che prima si stirassero fino a combaciare l'un dito con
l'altro e poi si staccassero molleggiando. Oppure giocavan
separatamente l'una e l'altra mano; ma, quasi sempre, ciò
che faceva l'una, l'altra rifaceva, se la destra un
tamburellío su la gamba destra, lo stesso tamburellío la
sinistra su la gamba sinistra, come se non potesse farne a
meno; un frullo o uno schiocco la destra, lo stesso frullo o
lo stesso schiocco, poco dopo, la sinistra; oppure, sempre
per giuoco, l'una stringeva le dita dell'altra e viceversa,
o gliele pizzicava per poi carezzargliele con uno strofinío
delicato, lento lento; o si metteva a grattare dove non
c'era prurito, cosí che il dito grattato si ribellava con
uno scatto violento e avveniva allora come una zuffa tra le
due mani, uno stropicciamento convulso, troncato alla fine
con l'afferrarsi l'una e l'altra e tenersi per un pezzo
strette strette imprigionate. Poi l'una, ecco, si levava o
per andare a stirare il lobo d'uno degli orecchi, o nella
bocca il labbro inferiore, o la borsa gonfia sotto l'occhio,
o per grattare senza bisogno il mento irto di barba non
rifatta da parecchi giorni.
Piú pietosi di tutti erano gli occhi, le sopracciglia, la
fronte. Avrebbero voluto giocare anch'essi; ma dalla cupa
tensione dello spirito erano tenuti attoniti - gli occhi - o
in una dura e truce fissità; le sopracciglia, aggrottate; la
fronte, contratta.
Gli occhi potevano guardare e non vedere. Se appena appena
vedevano, eran subito distratti dalla cosa veduta e
condannati a volgersi altrove senza attenzione. Ma essi, con
la coda, senza parere, seguivano il giuoco delle gambe o
delle mani; suggerivano a queste, di sfuggita, di prendere,
per esempio, dal tavolinetto presso il seggiolone il
tagliacarte, per cominciare con esso un altro giuoco. E le
mani non se lo lasciavano dire due volte: cominciavano quel
giuoco, sotto sotto, quasi di nascosto, per divertimento
degli occhi, facendo girare e rigirare in tutti i versi quel
tagliacarte.
Talvolta sospendevano il giuoco per richiamare a loro
l'attenzione dello spirito con un mezzo violento: facendosi
male. Il terribile mignolo della mano sinistra ficcava la
falangetta sbilenca in uno dei forellini del piano del
seggiolone di Vienna e, non potendo piú tirarsi fuori,
obbligava l'uomo a piegarsi tutto da un lato per trovare il
verso d'estrarlo senza scorticature e senza sciupare il
piano del seggiolone. Subito il pollice e poi tutt'e cinque
le dita dell'altra mano si davano a compensarlo con
carezzine e strofinamenti amorosi del male che s'era fatto
per il bene di tutti. Tal'altra il pollice e l'indice della
mano destra pizzicavano la gamba per fare avvertire a
quell'uomo che - se aveva il cuore che gli soffriva dentro -
aveva pure quella gamba e sensibilissima anch'essa, cioè
capacissima di soffrire come gamba, d'un pizzicotto; di
soffrire, ecco, quel bruciorino fitto... piú fitto... piú
fitto... No? non voleva avvertirlo? E allora, niente!
L'indice stropicciava la gamba come per cancellarle la
sofferenza inutilmente inflitta; poi tutt'e due le mani la
prendevano e la accavalciavan su l'altra perché si spassasse
un poco a dondolare il piede.
Oh guarda! Nello specchio dell'armadio, disposto ad angolo
dall'altra parte della finestra, appariva e spariva la punta
di quel piede dondolante, con una virgola di luce su la
mascheretta di coppale.
Altro giuoco. Gli occhi aggrottati lo seguivano, aspettavano
fissi all'angolo dello specchio, che apparisse la punta del
piede; ma pur fingevano di non accorgersene, sapendo che se
avessero minimamente mostrato di farvi attenzione, l'uomo
tutt'assorto nel suo intimo dolore, con uno sbuffo avrebbe
fatto finir quel dondolío e prendere al corpo un'altra
positura.
Chi sa! Forse non sarebbe stato male...
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Appoggiando il gomito sul bracciuolo destro del
seggiolone e allungando un po' il collo, tutta la testa
si sarebbe mostrata nello specchio; e sarebbe bastato
questo, cioè la vista della propria faccia, per far
balzare in piedi, sdegnato e feroce, quell'uomo.
Quasi quasi... No, via, non conveniva. Meglio seguitare
a giocare, non stuzzicare la fiera volontà nemica,
penetrata nella profonda, misteriosa intimità, ove la
decisione oscura e paurosa si maturava. C'era il rischio
che questa volontà, vedendo lo squallore della faccia
stralunata, il capo calvo, quelle borse gonfie sotto gli
occhi, quella barba non rifatta da tanti giorni,
improvvisamente opponesse alla violenza un'altra
violenza. Non conveniva.
Ma ormai la tentazione di quello specchio era troppo
forte; non piú per il corpo, adesso, ma per quella
volontà nemica, la quale, ecco, costringeva gli occhi a
fissarlo biecamente.
Maledetto il piede, che dapprima, dondolandosi, vi s'era
riflesso! Ma gli occhi, piuttosto... maledetti gli occhi
che lo avevano scorto!
Ora, ecco... - (no no! il corpo reluttava) - ma la
volontà nemica lo costringeva a levarsi dal seggiolone e
a presentarsi là, davanti a se stesso, nello specchio.
Eccolo!
Quanto disprezzo, quant'odio addensava quella volontà
nemica negli occhi! Con quale maligna voluttà scopriva
in quella povera faccia i guasti irrimediabili del
tempo, le lente, sgraziate alterazioni dei tratti, la
pelle sulle tempie, attorno agli zigomi, lisa e
ingiallita, gli affossamenti, le rigonfiature, la
calvizie umiliante, la meschinità ridicola e affliggente
di quei pochi capelli superstiti, raffilati quasi a uno
a uno sul cranio lucido, piú roseo della fronte tutta
secata di aspre rughe.
E la faccia, che non poteva non riconoscer veri quei
guasti, ma che tuttavia per l'addietro era usa a
presentarsi innanzi allo specchio pietosamente nel modo
piú favorevole, ora, quasi non comprendendo il perché di
quell'esame cosí minuzioso, cosí acuto e spietato,
restava come mortificata e attonita davanti a se stessa,
come rassegata in una smorfia frigida, tra di schifo e
di compassione. Ma gli occhi, ecco, si provavano a far
notare (non per iscusa però, non per opporsi
all'accertamento, del resto ben noto, di quei guasti),
ma cosí, quasi per proprio conto, si provavano a far
notare che quelle borse gonfie, intanto, no, ecco, non
ci sarebbero state, avrebbero potuto non esserci, o non
essere almeno cosí pronunziate, se quattro notti -
quattro notti - non fossero passate insonni, tra
violente smanie e vaneggiamenti. E poi, quella barba
cresciuta... Ma perché?
Ecco, una mano si levava adunca ad afferrar le guance
flaccide e irsute.
Perché? perché tant'odio contro quell'aspetto di povero
malato? Soffriva? di che soffriva?
All'improvviso, un tremor convulso partiva dalle viscere
contratte, e gli occhi - quegli occhi - si riempivano di
lagrime.
Sú, via, le mani, subito, subito in cerca d'un
fazzoletto... in questa... no, nell'altra tasca...
nemmeno? Le chiavi, allora... il mazzetto di chiavi per
aprire il primo cassetto del canterano, ov'erano i
fazzoletti... subito!
Oh! Là... - il fazzoletto, sí - la mano ne pigliava uno,
tra i tanti riposti là, - ma lo pigliava quasi
meccanicamente, andando a tasto tra gli altri capi di
biancheria, mentre gli occhi, in fondo al cassetto, in
un angolo... sí, la piccola rivoltella... (Con
questa, sí...) Come se ne stava quieta, là nascosta,
col suo manichino d'osso, liscio, bianco, emergente
dalla custodia di feltro grigio...
L'altra mano, quasi di nascosto, si levava a richiudere
il cassetto per impedire agli occhi di seguitare a
fissar quella cosa lí, piccola come un giocattolo, da
lasciar per ora nel cassetto, cosí come stava, quieta e
nascosta.
Il mazzetto di chiavi rimaneva appeso alla toppa e
ciondolante.
Dalla finestra sul giardino entrava la dolce frescura
della sera imminente. La pietà improvvisa, onde quelle
lagrime erano sgorgate, ne provava un refrigerio
ineffabile. I polmoni, oppressi dall'angoscia,
s'allargavano in lunghi sospiri, il naso sorsava le
ultime lagrime. E l'uomo ritornava a sedere sul
seggiolone, col fazzoletto su gli occhi. Stava un pezzo
cosí; poi abbandonava le mani su le gambe, e la
sinistra, ecco, s'avvicinava alla destra che teneva il
fazzoletto, ne prendeva un lembo e timidamente, come per
riprendere il giuoco, col pollice e l'indice si metteva
a scorrerlo fino alla punta.
- Passiamo il tempo cosí, - pareva dicesse quella mano,
- ma sarebbe ora veramente d'andare a cena; almeno a
cena, poiché oggi, a mezzogiorno, non s'è desinato...
Prima d'andare a cena, però...
E la mano, levandosi di nuovo, ma non piú adunca,
riafferrava le guance per grattar l'ispidume dei peli
rinascenti.
- Che barbaccia! Bisognerebbe rifarla per non far
voltare la gente, entrando nella trattoria...
Cosa strana! Anche la mente pareva scherzasse per
proprio conto; vagolava, parlava tra sé di cose aliene,
senza nesso tra loro; seguiva immagini note, che si
presentavano, non richiamate affatto; aeree ma precise,
fuori della coscienza; e dava suggerimenti, pur sicura
di non essere ascoltata.
A un tratto, però, avveniva come dianzi, per la
tentazione dello specchio: la volontà nemica, come in
agguato d'ogni moto istintivo, d'ogni suggerimento che
tendesse ad avversarla, lo ghermiva di sorpresa, lo
faceva suo per ritorcerlo subito contro il corpo.
La barba, sí. Presto presto. E poi un bagno...
- Un bagno? come? di sera? perché?
Perché sí. Pulito, da capo a piedi. E cambiato tutto:
maglia, mutande, calzini, camicia... tutto. Bisognava
che, dopo, il corpo fosse trovato pulito.
Intanto, la barba, subito!
Contrariamente al loro primo desiderio, le mani si
sentivano ora messe a servizio della volontà nemica per
un atto che, da normale e consueto che era, diventava
un'impresa oscura, decisiva e quasi solenne.
Sul cassettone era il pennello, la scatoletta della
pasta di sapone, il rasojo... Ma bisognava prima versar
l'acqua nella catinella, prendere 1'accappatojo... Non
sapevano piú con precisione le mani quel che bisognasse
far prima. Prima l'accappatojo, sí...
Nel tondo specchietto a bilico, tirato innanzi sul piano
di marmo del cassettone, appariva di tra gli sgonfii del
candido accappatojo l'ispida faccia. Dio, come
stravolta! quasi aguzzata tutta negli occhi attoniti,
truci: irriconoscibile. Ed ecco, le mani, impaurite da
quegli occhi, allungavano le dita tremolanti al
pennello, scoperchiavano la scatoletta della pasta di
sapone; ne prendevano una ditata, la inserivano tra i
peli del pennello bagnato; cominciavano a insaponar le
guance, il mento, la gola...
Godevano altre volte gli occhi e gli orecchi nel vedere
e nell'udire il bollichío e il friggío della spuma,
fresca, bianchissima, crescente morbida in volute
bambagiose su le guance, sul mento; e le dita si
compiacevano di quel godimento degli occhi e degli
orecchi, e s'indugiavano con voluttà nel far gonfiare la
saponata con altre volute piú boffici e dense.
Ma ora, no. Ora tremavano; e i polpastrelli avevano
quasi perduto il tatto. Tremavano d'armarsi del rasojo,
cosí non piú sicure com'erano di sé; guidate, come
sarebbero tra poco, da quegli occhi spaventosi.
Il petto ansava; il cuore stesso, che pur soffriva in sé
ed era la causa di tutto, batteva ora in tumulto; solo
un sottil filo di respiro entrava, quasi fischiando,
acuto, per una delle nari, dilatata. Le mani aprivano il
rasojo.
Per fortuna, il corpo, aderendo al cassettone, avvertiva
a un tratto su la bocca dello stomaco una pressione
dolorosa. Era il mazzetto di chiavi rimasto appeso lí
alla toppa del primo cassetto.
La mano destra, allora, quasi di sua iniziativa, o
piuttosto, obbedendo a un istintivo moto di ribrezzo per
l'arma volgarissima già impugnata, posava il rasojo sul
marmo del cassettone e, invece di estrarre la chiave
incomoda dalla toppa, tirava un po' fuori il cassetto,
ne cavava la rivoltella e la poneva sul piano di marmo,
discosta.
Era questo un venire a patti con la volontà nemica.
Posando la rivoltella sul cassettone, la mano diceva a
quella volontà:
- Ecco, c'è questa per te Non hai detto con questa?
E lasciami dunque rifar la barba in pace!
L'ànsito del petto cessava, la mano non piú tremante,
riprendeva svelta e quasi con gioja il pennello, giacché
la spuma s'era ormai tutta rappresa, frigida, tra i
peli.
Allontanato il pericolo, alleggerito il respiro, le dita
lavoravano con voluttà insieme col pennello a far
ricrescere la saponata; poi, con la massima sicurezza,
riprendevano il rasojo, lo passavano su la guancia
destra, a tratti netti; su la sinistra; e infine,
senz'ombra d'esitazione, su la gola, tornando come prima
a compiacersi del godimento che gli orecchi prendevano
del fitto raschío.
Gli occhi, a poco a poco, avevano perduto l'espressione
truce, ma s'erano ora, quasi subito, velati d'una enorme
stanchezza, dietro alla quale lo sguardo smarrito
esprimeva una bontà pietosa, quasi infantile, lontana.
Si chiudevano da sé, quegli occhi di bimbo. E la
stanchezza repentinamente invadeva, appesantiva tutte le
membra. La volontà però aveva un ultimo guizzo sinistro,
e prima che il corpo, cosí all'improvviso vuoto di
forze, cascante, si trascinasse fino alla poltrona a piè
del letto, imponeva alla mano di prendere con sé la
rivoltella per posarla lí a piè del letto stesso,
accanto alla poltrona; come a dire che concedeva, sí, al
corpo un po' di riposo, ma che intanto non dimenticava
il patto.
L'ultimo barlume del giorno smoriva squallido, umido,
alla finestra; l'ombra, poi man mano il bujo, la tenebra
entravano nella camera, e il rettangolo della finestra
ora vaneggiava men nero, prossimo e lontanissimo, punto
da un infinito formicolío di stelle.
Il corpo, tutto il corpo dormiva ora col capo appoggiato
ai piedi del letto, un braccio proteso verso la piccola
rivoltella.
Senza avvertire il freddo della notte, ch'entrava dalla
finestra aperta, dormí quel corpo nell'incomoda positura
fino a che il barlume primo del nuovo giorno, piú
squallido, piú umido dell'ultimo del giorno precedente,
non diradò appena appena con un brulichío indistinto
l'ombra nel vano di quella finestra.
Ma non si svegliarono le membra; il primo a svegliarsi
fu il cuore, róso da un tormento che il corpo non
sapeva. Si svegliò per avvertire una vacuità
spaventevole, sospesa nella sua tetraggine, e un senso
d'afrezza cruda, atroce, ch'emanava quasi da una realtà
non vissuta e ov'era impossibile vivere. Ecco, bisognava
approfittare di quest'attimo, che il corpo indolenzito
era ancora invaso dal torpore del sonno. Sí, sí, ecco,
la volontà poteva piombare su quella mano ancora inerte
sul letto, farle impugnare la rivoltella... Subito!
Estratta dal fodero, cosí, qua, un attimo, in bocca, sí,
qua, qua... con gli occhi chiusi... cosí... - ah, quel
grilletto, come duro!... sú, forza... ec...co... sí...
Nel corpo traboccato pesantemente a terra, dopo il
rimbombo, le dita delle mani, cedendo lo sforzo violento
nel quale s'erano serrate, e riaprendosi, già morte,
lentissimamente da sé, con quel mignolo sbilenco della
sinistra innanzi a tutte, pareva chiedessero:
- E perché?
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