Novelle per un anno - 1928 - Candelora
11. Servitù
Due volte la mammina aveva sporto il capo dall'uscio a
raccomandare alla Dolly di non parlar troppo, di non
agitarsi tanto, ché altrimenti la febbre le sarebbe
cresciuta.
- Parli sempre tu... giuochi tu sola...
La Dolly, sostenuta da una pila di guanciali, sedeva sul
lettino in compagnia di tutte le sue bambole belle. E due
volte, scotendo la testina per cacciar via dagli occhi i
riccioli d'oro scappati nel calore del giuoco di sotto la
cuffietta di raso celeste, aveva risposto alla mamma:
- No, io sola; giuoca anche Nenè...
Nenè era la figliuola della nurse.
Ma finora, per dir la verità, Nenè non aveva mai aperto
bocca. Tutt'e due le volte, invece, aveva guardato quasi
atterrita la signora che sporgeva il capo dall'uscio; e il
cricchio della maniglia, il cigolío dell'uscio schiuso, lo
sporgersi di quel capo, la voce della mamma di Dolly, erano
stati per lei un fracasso, un crollo, uno scompiglio. Perché
era come in un sogno Nenè da due ore, sospesa, quasi
angosciata nel dubbio che non fosse vero ciò che pur si
vedeva attorno e toccava.
L'abituccio color cece, di due anni fa, le segava il collo,
le segava le ascelle, le opprimeva le spallucce; il nastrino
di seta color di rosa, un po' stinto, attorno al capo le
s'allentava a mano a mano e cedeva al goffo rizzarsi ispido
e compatto dei capelli neri ancor zuppi d'acqua (poiché era
stata lavata tutta con insolita cura): non sentiva nulla,
non avvertiva nulla, incantata, abbagliata dal lusso di
quella cameretta di bimba, imbottita di raso azzurro. E
lievemente, senza saperlo, con la manina tozza, gonfia per
la manica troppo stretta e corta che le serrava il braccio
come un salsicciotto, palpava la coperta cosí liscia, cosí
morbida del lettino, mentre tutta occhi e con la boccuccia
aperta seguiva il chiacchierío fitto, volubile della
padroncina malata.
Sentiva bene la Dolly che il giuoco realmente lo faceva Nenè,
quantunque finora non avesse aperto bocca. Con la sua
maraviglia intenta e muta dava un'anima nuova a quelle sette
bambole sedute sul lettino come damine in visita, e un nuovo
piacere, a lei, nel farle muovere e parlare. Da tanto tempo,
infatti, quelle sette bambole per Dolly quasi non vivevano
piú: erano pezzi di legno, testine di cera o di porcellana,
occhi di vetro, capelli di stoppa. Ma ora riavevano anima,
un anima nuova, e rivivevano una nuova vita maravigliosa
anche per lei, quale ella non avrebbe mai immaginato di dar
loro, un'anima, una vita che prendevano qualità appunto
dalla maraviglia di Nenè, ch'era maraviglia di servetta. Le
faceva perciò parlare come signorone del gran mondo, piene
di capriccio e di moine, press'a poco come parlavano le
amiche di mammà.
Ecco: questa era la contessina Lulú che guidava da sé la sua
auto, fumava sigarette col bocchino dorato e gridava
sempre, agitando in aria un dito minacciosamente:
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Chi era Moringhi? Un mago? Chi sa! Forse un amico di mammà
anche lui, un amico di tutte le amiche di mammà; ma il nome,
a quel grido, si rappresentava a Nenè come quello d'un mago,
poiché la Dolly diceva che era amico specialmente di
quell'altra bambola lí, di Mistress Betsy.
- All right, thank you!
No, no, senza ridere! Parlava
sempre inglese; Mistress Betsy. Con mammà, con tutti. E
andava sempre a cavallo - op! op! - mica a sedere però: con
le gambe aperte, cosí… come i maschiacci, brutta scostumata!
E spesso cadeva; e una volta, alla caccia della volpe, s'era
ferita qua allo zigomo, ecco. Oh, le stava bene, brutta
americanaccia! Mostrava a tutti le sue ferite di
cavallerizza, al petto, alle spalle, anche alle gambe; e
quando stringeva la mano faceva male.
- All right! Thank you!
E quest'altra? Ah quest'altra qui,
che ridere! Roba, roba proprio da morir dal ridere! Donna
Mariú, questa: Sempre malata. - «Oh Dio qua, oh Dio là...» -
«La mia povera testa! il mio povero cuore!» - «Vi prego,
Moringhi, siate buono! Moringhi, non mi fate male: non posso
piú ridere, Moringhi! La mia povera testa! il mio povero
cuore!» - Ma mica un cuore cosí... Un cuore col q
e staccato: qu-ore. Moringhi diceva cosí. Roba
da morir dal ridere, un cuore col q!
Nenè non capiva nulla.
Poteva esser vero per lei che quella bambola lí fumasse e
quell'altra andasse a cavallo. Davvero allo zigomo, quello
sgraffietto... Ma se avevano finanche le mutandine coi
merletti e i fiocchettini di seta e anche le calze di seta
con le giarrettiere di velluto e le fibbie dorate e le
scarpine di coppale, potevano anche veramente andare a
cavallo, fumare, parlare quel linguaggio incomprensibile.
Qualunque prodigio poteva esser vero in quella cameretta lí,
anche i cavallini veri, cavallini vivi, piccoli piccoli,
potevano sbucar fuori da un momento all'altro e mettersi a
caracollare sú per le campagne lontane lontane di quel
tappeto azzurro vellutato, con quelle damine in groppa dai
veli svolazzanti.
Affascinata da quella visione, Nenè stentava a credere, o
veramente non riusciva ancora a capire che, stanca alla fine
del giuoco, la Dolly stésse ora per regalarle una di quelle
bambole e non sapesse ancor quale.
- No, questa no, - diceva la Dolly. - Questa ha il braccino
malato e deve stare a letto con me. Ecco... ti do... ti do
quest'altra, invece, Mistress Betsy... Ma no, neanche... Ti
scappa via, Mistress Betsy: tanto cattiva è! Scostumata... E
poi, parla sempre in inglese, e non la capiresti. Ti do
quest'altra allora. Si chiama Mimí. Ma tu devi chiamarla
sempre signora Marchesina. Marchesina è, sai? La marchesina
Mimí. Esigente... ah, esigente! Bisogna che trovi il bagno
pronto ogni mattina, e poi la colazione di cioccolato e
biscottini, e poi... e poi... non mangia niente, sai? non
mangia altro che palline d'argento... quelle che si comprano
dove le compra mammà, dal farmacista Baker di fronte al
Grand Hôtel. Ti do Mimí, sí. Ecco, prendila. Per davvero te
la do, sí... per sempre... prendila, ti dico... Aspetta, che
le do un bacio... Ecco, te la puoi portar via.
Nenè guardava sbalordita e piú che mai sospesa e angosciata.
S'era levata in piedi alle insistenze di Dolly; ma restava
lí, senza poter alzare la mano, quasi sul punto di piangere.
Entrò nella cameretta la signora, seguita dalla nurse,
ch'era rimasta dopo il baliatico a servire in quella casa di
signori. Anche la mamma, vestita cosí bene, da nurse,
con la cuffietta in capo e il grembiule bianco ricamato,
accanto alla signora, apparve in quel punto a Nenè come
trasfigurata nel lume di quella casa, come infusa
nell'azzurro d'una meravigliosa lontananza.
Che diceva? Diceva di no a Dolly, che non doveva darle la
bambola. Non doveva dargliela prima di tutto perché troppo
bella, troppo ben vestita, anche calzata e coi guanti e col
cappello, ma figurarsi! una bambola cosí fina a Nenè! E poi,
che se ne farebbe Nenè? È mammina di casa, Nenè: deve
attendere a servire il babbo, e non ha tempo di giocare, ché
guaj se il babbo non trova tutto pronto, la sera.
Il babbo? dove? Le sembrava tanto lontano ormai, a
Nenè, quel suo babbo cattivo, che rincasava sempre ubriaco e
scontento, e per nulla la batteva e l'afferrava pei capelli
o le scaraventava addosso ciò che gli capitava prima sotto
mano, gridandole:
- E non potevi morir tu, invece?
Lei, già, invece del fratellino che la madre aveva lasciato
poppante per andare a bàlia. Una vicina s'era incaricata
d'allevarlo per poche lire al mese; e lei, Nenè, avrebbe
dovuto fargli da mammina. Ma il fatto è che il fratellino,
un giorno, era morto in braccio a lei: morto; e lei che non
lo sapeva, aveva per un pezzo seguitato a portarselo in
braccio: freddo freddo, bianco bianco, e zitto e duro... Da
allora il babbo era diventato cattivo, cosí cattivo che la
mamma non aveva voluto piú star con lui ed era rimasta a
servire in quella casa, o piuttosto, a farvi la signora,
come diceva il babbo e come ora veramente pareva anche a
Nenè. Certo, la mamma parlava ora e guardava e sorrideva e
gestiva come una signora, come la mamma di Dolly appunto, e
a lei non pareva piú la sua mamma.
- Ma, no, via, signorina! Ma le pare? Ma neanche per sogno!
Una bambola cosí bella a questa mia povera Nenè!
Ma ecco, la signora le prendeva un braccino, poi le posava
sul petto la bambola, quella Marchesina Mimí, e poi
sulla bambola le ripiegava il braccino perché la reggesse
forte.
- Grulla, e non si ringrazia nemmeno? Sú, come si
dice?
Nulla. Non poteva dir nulla, Nenè. E non osava nemmeno
guardare quella bambola marchesina contro il suo petto,
sotto il suo braccino.
Se n'andò via come intronata, gli occhi sbarrati senza
sguardo, la boccuccia aperta, e coi capelli che le si
rizzavano sotto il nastro color di rosa, quanto piú la madre
cercava d'assettarglieli sul capo. Scese le scale,
attraversò tante vie e si ridusse alla catapecchia, ove
abitava col padre, senza veder nulla, senza sentir nulla,
quasi alienata d'ogni senso di vita.
Le viveva invece lí sul petto, stretta sotto il braccio,
quella bambola meravigliosa; d'una vita incomprensibile
però, quale le sbarbagliava ancora nella mente attraverso il
chiacchierío fitto e volubile della padroncina malata. Oh
Dio, se quella bambola parlava col linguaggio che le aveva
messo in bocca la Dolly, come avrebbe fatto lei a
comprenderla?
- Moringhi, Moringhi, se scappi ti raggiungo!
Ah, Moringhi, certo, non sarebbe venuto lí, nella
catapecchia a trovare la marchesina Mimí, e nessuna delle
amiche sarebbe venuta. E le sigarette col bocchino dorato? e
le palline d'argento profumate? e i cavallini veri, i
cavallini vivi, piccoli piccoli?
Non le s'affacciava neppur per ombra alla mente che avrebbe
potuto giocarci, con quella bambola. Servirla, sí, avrebbe
potuto servirla; ma come, se non sapeva nemmeno parlarle? se
non capiva nulla della vita a cui la bambola era avvezza?
Entrata nel bugigattolino ov'era la sua cuccia con una
seggiola spagliata e una panchetta che le serviva da
tavolino per far le aste e le vocali quand'ancora andava a
scuola, si guardò attorno smarrita, avvilita, non per sé ma
per la damina che portava in braccio. Non osava ancora
guardarla.
Certo, per sé, la marchesina Mimí, aveva gli occhi di vetro
e non vedeva. Ma vedeva lei, Nenè, ora, la miseria brutta di
quel suo bugigattolino con gli occhi della marchesina Mimí
abituati al lusso della cameretta da cui veniva. Finché lei
non la guardava, la marchesina Mimí, ancora stretta sotto il
suo braccio, non vedeva nulla. Avrebbe veduto però, appena
lei si fosse risolta a guardarla. Ebbene, bisognava che
vedesse fin da principio il meno peggio possibile.
Pensò che nella cassetta dei panni sotto la cuccia c'era un
grembiulino azzurro, smesso dalla Dolly e regalato dalla
signora alla bàlia per lei: era stato lavato, rilavato tante
volte; s'era stinto; aveva piú d'uno strappo; ma veniva di
là; era stato della Dolly, e forse la marchesina Mimí lo
avrebbe riconosciuto.
Senza posarla, senza guardarla, Nenè si chinò; trasse da
quella cassetta il grembiulino e lo stese su la panca come
un tappeto, badando che gli strappi, almeno i piú grossi,
non venissero in mostra sul piano. Ecco, per il momento
poteva metterla a sedere lí, sul pulito di quel grembiule
vecchio, ma fino.
La pose a sedere pian piano, con mani tremanti per paura di
farle male e di sciuparle l'abito; e finalmente osò
guardarla. Un sentimento misto di pietà e d'adorazione
espressero le manine rimaste innanzi al petto aperte, in un
gesto d'incertezza angustiosa. E a poco a poco si piegò su
le ginocchia, guardando negli occhi la bambola. Ahimè, la
vita maravigliosa, di cui la Dolly nella sua cameretta la
aveva fatta vivere, qua s'era come spenta. La bambola le
stava davanti, come se non vedesse nulla, in attesa ch'ella
facesse qualche cosa per lei, per ridarle vita, la sua vita
perduta, di gran signora. Ma come? che cosa? le mancava
tutto. La Dolly le aveva detto ch'erano avvezze a cambiarsi
d'abito piú volte al giorno le sue bambole, e che quella
marchesina Mimí poi aveva anche tante vestaglie una piú
bella dell'altra, rosse, gialle, viola, a fiorellini, a
ombrellini giapponesi... Possibile che ora stésse vestita
sempre cosí, sempre con quel cappellino in capo, con quelle
scarpine ai piedi, con quei braccialettini al polso, e
quella catenella al collo da cui pendeva il ventaglino? Ah,
com'era bello quel ventaglino di piume, ventaglino vero, che
faceva un po' di vento davvero, poco poco, quanto poteva
bastare a quella piccola marchesina Mimí...
Inizio
pagina
Ah, là, sí, in casa di Dolly, con tutte le cose adatte,
il lettuccio di legno bianco e gli altri mobiletti e il
ricco corredo, là sí sarebbe stata felice lei di servire
quella bambola marchesina. Ma qua? Come non aveva
pensato la Dolly che avrebbe dovuto anche darle almeno
almeno il lettuccio e un po' di corredo, non per far piú
ricco e compiuto il dono, ma perché la bambola non
avesse a soffrire, e perché lei, Nenè, avesse modo di
servirla? Come poteva cosí, senza nulla? Al piú al piú,
col fiato e col dito, o con la punta d'una pezzuola,
avrebbe potuto ripulirle le scarpettine di coppale.
Nient'altro.
Quasi quasi era meglio ritornare da Dolly, con la
bambola, e dirle:
- O mi dài da farla vivere com'è avvezza, o te la
tieni.
Chi sa! Forse Dolly le avrebbe dato tutto...
Un lungo, grosso grosso sospiro sollevò il petto di Nenè
accosciata lí davanti alla panchetta. Volse il capo, e
in un momento, di nuovo abbagliata, vide in un angolo
lercio del bugigattolino la cameretta della marchesina
Mimí. Cameretta? un gran camerone, col tappeto azzurro
vellutato, lí per terra, e il lettino di legno bianco,
col parato a padiglione di seta celeste, e di là
l'armadietto a specchio, le sedioline dorate, la
specchiera; e vide sé, vestita bene come la mamma, tutta
intenta a servire quella sua padroncina esigente e
capricciosa; a prevenirne tutti i desiderii, per non
farsi sgridare, ché certo, per quanto ella facesse, la
marchesina Mimí, lí sola con lei, benché circondata da
tutti i suoi agi, da tutto il suo lusso, sarebbe stata a
malincuore, senza piú visite d'amiche, né di Moringhi,
né passeggiate a cavallo. E, per sfogarsi, certo
l'avrebbe comandata a bacchetta.
- Pronto il bagno?
- Ecco, un momentino, signora Marchesina...
- Ma il mio bagno dev'esser pronto subito, appena
mi alzo! Che fate? Datemi adesso il mio cioccolato e i
biscottini! La mia vestaglia, subito!
- Quale, signora Marchesina? Quella rossa? quella
gialla? quella con gli ombrellini giapponesi?
- No, quella viola! Non lo sapete?
- Subito, signora Marchesina, eccola qua.
Vedeva, con gli occhi sbarrati, quel suo sogno là in
quell'angolo incantato, Nenè, e parlava sola cosí da un
pezzo, forte e imperiosa per conto della marchesina Mimí,
umile e inchinevole per sé, da servetta amorosa che
compatisce i capricci della padroncina tiranna;
allorché, tutt'a un tratto, con un brivido di terrore
alla schiena, vide una manaccia scabra, enorme,
allungarsi sul suo capo e ghermire la bambola su la
panchetta.
Insaccò la testa; poi, allibita, arrischiò di su la
spalluccia, con la coda dell'occhio, uno sguardo.
Suo padre, dietro a lei, con un ghigno su le labbra
ispide, guatava la bambola fragile in quella sua
manaccia scabra e scrollava il capo, ripetendo:
- Ah, sí? ah, sí?
Con l'anima oppressa d'angoscia, gli vide levare l'altra
mano, afferrare con due dita la falda del cappellino
alla bambola, dare uno strappo violento.
Soffocò un gemito involontario.
Insieme col cappellino se n'era venuta la testa. E
quella testa col cappellino e il busto decapitato, due
strazii orribili, informi, volarono via per la finestra
presso il tetto, accompagnati da un calcio e da una
esclamazione rabbiosa:
- Sú, in piedi! Non voglio signore, io, per
casa!
«HO TANTE COSE DA DIRVI...»
La lettera, in un bel foglietto volgarissimo, di suprema
eleganza provinciale, color di rosa e filettato d'oro,
finiva cosí:
«…se parlo d'ansia, tu puoi ben dire: ma sei vecchio,
sei, povero il mio Giorgio! Ed è vero, sono vecchio, sí;
ma dêi pensare, Momolina, che fin da ragazzo io t'ho
amata, e quanto! Dicevi d'amarmi anche tu, allora! Venne
la bufera - proprio la bufera - e mi ti
portò via. Quanti mai anni sono passati? Vent'otto... Ma
come si fa che son rimasto sempre lo stesso? Dico
meglio: il mio cuore! Non dovresti perciò farmi
aspettare piú a lungo la risposta. Sai? Io verrò a te
domani. Hai avuto circa un mese per riflettere. Mi devi
dire domani o sí o no. Ma dev'essere sí Momolina! Non
far crollare il bel castello che ho edificato in questo
mese, il bel castello dove tu sarai regina e tutte le
mie speranze ancora giovani ti serviranno come ancelle
amorose...»
La signora Moma s'accorse che quest'ultima frase, cosí
poetica, era stata aggiunta, appiccicata dopo scritta la
lettera. Il signor Giorgio, o non aveva voluto sprecare
il bel foglietto color di rosa, filettato d'oro; o non
aveva voluto sobbarcarsi alla fatica di rifar di nuovo,
chi sa con quanto stento, in bella copia la lettera, con
tutti quegli svolazzi in fine d'ogni parola; e, con
molta industria allora, aveva costretto la poetica
frase, sovvenutagli tardi, forse nel rileggere la
lettera prima di chiuderla nella busta, a capir tutta,
di minutissimo carattere, nel poco spazio che avanzava
nel rigo dopo il tu sarai regina.
L'appiccicatura, saltando agli occhi evidente, rendeva
piú che mai goffe quelle speranze ancora giovani che
dovevano servirla come ancelle amorose. E, ottenne
questo bell'effetto: che la signora Moma, sbuffando,
buttò via la lettera, senza leggerne le ultime righe.
- Oh Dio, viene domani? Ma come non capisce, cretino,
che non voglio saperne?
E, ancora col cappello in capo, pestò un piede e alzò la
mano guantata a un vivacissimo gesto di fastidio e di
stizza.
Con quel cappello in capo la signora Moma stava, si può
dire, da un anno e quattro mesi. Non se lo levava che
per qualche mezz'oretta, per qualche oretta al giorno;
se lo ripiantava di furia in capo, e via di nuovo, fuori
di casa.
La cacciava via cosí, sempre in giro di qua e di là, una
smania, non sapeva di che, una smania che le si
esasperava in corpo sopra tutto alla vista dei mobili
della casa e specialmente alla vista del magnifico
salone di ricevimento, con quelle ricche tende e quelle
portiere di damasco, quei quadri antichi e moderni alle
pareti e quel gran pianoforte a coda del marito e quei
leggii che parevano di chiesa, innanzi ai quali sedevano
con gli strumenti ad arco i colleghi del marito e anche
Alda, la sua bella figliuola, adesso lontana lontana,
anche lei col suo violino.
Da un anno e quattro mesi era vedova la signora Moma:
dell'illustre maestro Aldo Sorave. La lettera ricevuta
quella mattina nella quale quel signor Giorgio la
chiamava Momolina, le aveva per poco ridestato il
ricordo del suo paesello nativo, di quel ferrigno borgo
montano, tutto cinto di faggi, di querci e di castagni,
ove un giorno il giovane maestro Sorave, sbattuto da chi
sa quale tempesta, era venuto a rifugiarsi, genio
incompreso, con un libretto da musicare, La bufera.
Ella era veramente Momolina, allora. Sedici anni, rosea
e fresca, bellina, grassottella e placida placida. Ma
s'era innamorata anche lei del giovane maestro Sorave.
Se n'era innamorata forse perché tutte le ragazze del
paese se n'erano innamorate. Non aveva mai però compreso
bene perché egli fra tante avesse scelto lei, proprio
lei, che certo gli s'era mostrata meno accesa di tutte
le altre; tanto che innanzi a lui non aveva saputo se
non arrossire e balbettare; e, forzata a dirgli qualche
cosa, gli aveva dichiarato candidamente di non capir
nulla, lei, né di musica, né di poesia, né d'alcun'altra
arte.
Ebbene, appunto perciò, forse, il maestro Aldo Sorave se
l'era sposata. Pur non di meno ella credeva, era
sicurissima d'aver condiviso per vent'otto anni la vita
del marito, dapprima tempestosa, zingaresca, in viaggi
affannosi da un paese all'altro, con la lingua fuori
come una povera cagnetta dietro l'ansia smaniosa di lui
che voleva a ogni costo raggiungere la mèta; poi - nata
la figliuola - un'altra vita, non mai placida veramente,
ma certo meno irrequieta, quella che seguiva ai ritorni
di lui dopo i trionfi o d'un giro di concerti o d'una
stagione musicale diretta in questa o in quella città;
finché, conquistata solidamente con la fama l'agiatezza,
egli non s'era stabilito a Roma. Qua la figliuola era
cresciuta, bionda e bellissima, in mezzo all'inebriante
fulgore d'arte di cui era circondato il marito. Ma un
bel giorno, chi sa come, chi sa perché, rovesciando
tutti i disegni ambiziosi del padre, s'era invaghita
d'un giornalista, brutto e quasi vecchio; aveva voluto
sposarlo, e se n'era andata in America, a Buenos Aires,
dove al marito era stata offerta la direzione d'un
grande giornale italiano. Tre mesi appena dopo quelle
nozze, il padre, che aveva negato fino all'ultimo il
consenso e non aveva voluto rivedere la figliuola
neanche prima della partenza per l'America, era morto di
crepacuore.
Un gran dolore, sí, oh un gran dolore per la signora
Moma l'allontanamento di quell'unica figliuola; e la piú
grande delle sciagure era stata poi per lei la morte del
marito. Ma - ecco - che proprio proprio, con
quell'allontanamento e con questa morte, fosse tutto
finito, come se ella non fosse rimasta lí, come se non
fosse rimasta la casa, tal quale, per l'agiatezza in cui
la aveva lasciata il marito, la signora Moma non
riusciva ancora a capacitarsi.
Certo, la vita d'un tempo, quella fervida vita, cosí
bruscamente interrotta, le feste d'arte, le
conversazioni, la corte delle splendide signore attorno
al vecchio maestro illustre, piccoletto e capelluto,
dagli occhi selvaggi sotto le folte ciglia spioventi
come appariva dal ritratto a olio appeso alla parete del
salone; la corte degli elegantissimi giovanotti attorno
alla figliuola; non era piú possibile ormai: questo, sí,
la signora Moma lo comprendeva bene. Ma una vita quale
ormai poteva essere nelle mutate condizioni, le tante e
tante amiche, i tanti e tanti amici d'allora potevano
bene ricondurla lí, nella casa rimasta tal quale, in
quel magnifico salone, attorno a lei che v'era restata
sola e vi s'aggirava come sperduta.
E col cappello in capo, dalla mattina alla sera,
angosciata, esasperata, la signora Moma correva in cerca
degli antichi frequentatori della casa, dall'uno
all'altro, senza requie.
Dapprima era stata accolta con una certa cordialità;
molti la avevano commiserata per la doppia sventura;
qualcuno le aveva anche promesso che sarebbe venuto a
trovarla. Ma che!
Non era mai piú venuto nessuno. E a poco a poco la
signora Moma era divenuta quasi aggressiva.
- Birbante! birbante! Avevate promesso che sareste
venuto...
- Signora mia, creda, non ho potuto.
- Verrete oggi? Fatemi il piacere, venite! Ho tante cose
da dirvi... Dalle quattro alle sei. Ci conto.
- Oggi no, mi dispiace, signora, non potrei. Spero
domani.
- No! Domani certo. V'aspetto, badate! Dalle quattro
alle sei. Ho tante cose da dirvi...
E dalle quattro alle sei la signora Moma stava ad
aspettare in casa la visita. Credeva veramente d'aver
tante cose da dire, e ripeteva a tutti, dopo gl'inviti
sempre piú pressanti, quella frase.
Passavano le quattro, passavano le cinque, passavano le
sei; l'impazienza, la smania, l'angoscia,
l'esasperazione della signora Moma crescevano; sbuffava,
balzando in piedi; andava sú e giú per il salone;
s'affacciava ora a questa ora a quella finestra a
guardare se l'aspettato venisse; e, pur certa ormai che
non sarebbe piú venuto, scoccate le sei, si costringeva,
divorata dalla rabbia, ad aspettare ancora dieci minuti,
un quarto d'ora, e ancora un altro quarto, e finanche
un'ora! Alla fine, si ripiantava il cappello in capo, e
via di nuovo per le strade, furiosa, imprecando al
maleducato.
Non s'accorgeva nemmeno che ora amici e conoscenti, per
non farsi aggredire avvistandola da lontano,
scantonavano, si nascondevano e, quand'erano
acchiappati, le porgevano la mano voltando la faccia, e
scappavano via, senza darle il tempo di finir la solita
frase:
- Domani, eh? V'aspetto domani. Dalle quattro alle sei.
Ho tante cose da dirvi...
Ricordava, la poveretta, d'essersi mostrata sempre
affabile e cordiale, con le amiche, con gli amici,
ammiratrici del marito, corteggiatori della figliuola.
Amiche, amici, le sedevano accanto, allora, durante le
riunioni, le rivolgevano anche la parola, la salutavano
con aria complimentosa e deferente, entrando nel salone
e uscendone. Inchini, complimenti, sorrisi... Ella udiva
paziente tutta quella musica, tutte quelle dispute
d'arte; qualche volta le era avvenuto di rispondere con
un cenno del capo o con un sorriso a qualcuno che nel
calore della discussione le aveva rivolto lo sguardo...
No, no, proprio no, non riusciva a capacitarsi ancora
perché, allontanatasi la figliuola, morto il marito,
tutti l'avessero abbandonata cosí, come se ella avesse
commesso qualche indegnità; tutti avessero cosí
disertato la bella casa dove quei preziosi oggetti
d'arte erano rimasti attorno a lei come sospesi in una
immobilità silenziosa e quasi solenne.
Erano suoi, tutti e assolutamente suoi, ora, quei mobili
e la casa; ella era la signora e la padrona di tutto;
eppure... eppure da una smania orribile si sentiva
presa, guardando, o, piuttosto, sentendosi guardata come
un'estranea, lí, da tutti quegli oggetti che non le
dicevano nulla, che non le sapevano dir nulla, perché
avevano tutti un ricordo vivo ancora, o del marito o
della figliuola; e per lei, nessuno.
Se alzava gli occhi a guardare, per esempio, un quadro
del salone, sapeva ch'era antico, come no? sapeva ch'era
di pregio; ma che cosa rappresentasse quel quadro,
perché fosse bello, veramente non avrebbe saputo dire
neanche a se stessa; e se guardava il pianoforte... eh,
in verità non poteva altro che guardarlo... non
s'arrischiava nemmeno a scoprirne la tastiera, perché il
marito, prima di morire, le aveva espressamente
raccomandato che non lo lasciasse piú toccare a nessuno.
Quanto a toccarlo lei, neppur ci pensava, perché lei, la
musica... - sí, c'era vissuta sempre in mezzo - ma
neanche le note, il do dal re aveva
imparato mai a distinguere.
Non le viveva, ecco, non poteva piú viverle attorno,
quella casa. Per riprendere a vivere bisognava
assolutamente che un po' dell'antica vita, quella degli
altri, quella della figliuola e del marito, tornasse a
muoversi in essa.
Altra vita, lí, una sua vita, non era possibile;
perché in realtà lei, la signora Moma (ditelo piano, per
carità, se non volete esser troppo crudeli, voi che
adesso la chiamate «una terribile seccatrice»), la
signora Moma, lí, nella sua casa, non aveva mai avuto
una vita sua e quasi non c'era mai stata.
Questo ella, naturalmente, non poteva intenderlo: lo
avvertiva solo come una smania che le si esacerbava
sempre piú e la cacciava fuori senza requie, incaponita
a richiamare, a ricondurre attorno a sé quella vita,
nell'angoscia smaniosa di sentirsela mancare e sfuggire,
senza saper perché.
Il giorno appresso - s'intende - accolse a modo d'un
cane quel povero signor Giorgio Fantini, suo
compaesanello innamorato di vent'otto anni fa, che pure
con la sua profferta di nozze intendeva di richiamare e
di ricondurre lei piuttosto a quell'unica vita ch'ella
veramente avrebbe potuto vivere, là nel ferrigno borgo
montano tra i boschi di faggi, di querci e di castagni;
modesta vita tranquilla, dai giorni semplici, uguali,
dove non avveniva mai nulla ch'ella non potesse capire,
dove in ogni cosa nota avrebbe potuto sentire e toccare
la realtà sicura della propria esistenza.
E non era poi tanto vecchio quel signor Giorgio Fantini;
ed era anche un bell'uomo, molto piú bello certamente di
quel piccoletto e capelluto maestro-bufera Aldo Sorave;
ed era anche ricco, padrone di molte terre e di molte
case, e non privo d'una certa coltura antica e sana, se
poteva leggere nel loro testo latino e senz'ajuto di
traduzione le Georgiche di Virgilio.
Già non si fece neppur trovare in casa la signora Moma.
Quando, dopo circa due ore, rincasò tutta accaldata e
sbuffante, piú che mai invelenita dalla stizza contro
tutti quegli ingrati e maleducati che la sfuggivano e le
mancavano di parola, lo investí malamente, là nel
salone, senza neppur levarsi il cappello, sollevando
soltanto la veletta per fargli scorgere bene, negli
occhi, la sua collera e il fermo proposito di respingere
quella proposta che le pareva quasi un insulto, anzi una
tracotanza.
- Ma chi v'ha detto di venire, caro Fantini? Io non ve
l'ho detto! Non v'ho neppure risposto! Ma sí, scusate:
vi pare sul serio che sia una cosa possibile? Ma basta
che vi guardiate un po' attorno, caro Fantini! Vedete?
Questa è la mia casa... Credete proprio possibile ch'io,
alla mia età, rinunzii ormai a ciò che per tanti anni ha
formato la mia vita? Via, via... Un po' di
riflessione... Avreste dovuto riflettere un po' prima,
veramente... Basta; non ne parliamo piú. Qua la mano,
caro Fantini, senza rancore, e restiamo buoni amici.
Non ebbe il coraggio d'insistere il signor Giorgio
Fantini; guardò in giro quel solenne salone dov'ella
diceva d'aver la sua vita, e poco dopo uscí con lei che
per un momento, a causa di lui, aveva dovuto
interrompere la sua quotidiana inesorabile ricerca.
E la vide per via, nella tristezza brumosa della sera
decembrina, fermarsi tre o quattro volte in mezzo a una
fiumana di gente ad aggredire questo e quello; e
s'accorse che quei signori aggrediti le porgevano la
mano voltando la faccia; e ogni volta con una strana
voce rabbiosa di pianto le udí ripetere quella sua
solita frase:
- Ma avevate promesso di farvi vedere! Venite! venite!
Dalle quattro alle sei. Ho tante cose da dirvi...
Inizio pagina