Novelle per un anno - 1928 - Candelora
10. Zuccarello distinto melodista
Sapevamo che Perazzetti, dopo avere sposato quella donna dal
cane, non tanto per ridere, quanto per guardarsi dal
pericolo di prender moglie sul serio, s'era dato da un
pezzo, per non so quale connessione, allo studio della
filosofia.
Quali effetti un tale studio dovesse produrre in un cervello
come il suo, era facile a noi tutti immaginare. Ma ce ne
volle lui stesso rappresentare uno, l'altra sera,
raccontandoci a suo modo la seguente avventura.
- Ero, - cominciò a dire, guardandosi al solito le
unghie, - ero, amici miei, in uno di quei momenti, purtroppo
non rari, in cui la ragione (ne ho, per disgrazia, ancora un
poco), sicura d'aver raggiunto alla fine quell'«assoluto»
che tutti affannosamente, senza saperlo, andiamo cercando
nella vita...
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- Io, no, |
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- Io, no, |
lo interrompemmo a coro. |
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- Io, no, |
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- Bestie, se vi dico senza saperlo! La
ragione, del resto, s'accorge a un tratto di tenere
vittoriosamente stretto in pugno un codino, capite? invece
dell'assoluto; un codino di parrucca, quel tal codino di
parrucca, a cui s'aggrappava l'ineffabile barone di
Münchhausen per tirarsi fuori dello stagno, nel quale era
caduto.
Protestammo che, se seguitava a parlare cosí difficile, non
gli avremmo piú dato ascolto, e allora Perazzetti ci spiegò,
paziente, con gli occhi chiusi e le mani avanti:
- Ecco qua. Prima o poi, il fine che ci siamo
proposto, a cui tendono tutti i nostri affetti, tutti i
nostri pensieri, e che ha perciò acquistato per noi il
valore intrinseco della nostra stessa vita, un valore
assoluto, capite?; appena raggiunto, o anche prima d'essere
raggiunto, ci si scopre vano.
- Come? perché vano?
- Ma perché ci accorgiamo, santo Dio, che, come questo fine,
qualunque altro avremmo potuto proporcene, che sarebbe stato
vano lo stesso. Perché l'assoluto, cari miei, quell'assoluto
in cui soltanto potrebbe quietarsi il nostro spirito, non si
raggiunge mai.
- Ragion per cui è da imbecilli andarlo cercando, -
osservò uno di noi.
- Bravo! Quel che dico io, - approvò Perazzetti. - Ma
lasciatemi dire, per favore. Ogni principio è difficile; poi
viene il bello. Ecco: la vita nostra corre protesa tutta
verso quel fine, nel quale s'illude di poter toccare e
sentire la propria realtà. Crolla o svanisce quel fine,
crolla e svanisce all'improvviso con esso la nostra realtà,
o, piuttosto, l'illusione della nostra realtà. E allora (che
è, che non è) privi d'un tratto della realtà che
c'immaginavamo di poter finalmente toccare, ci vediamo
vaneggiare nel vuoto e a ogni canto di strada possiamo veder
passare la follia e, come niente, metterci a conversare con
essa (che potrebbe anche essere l'ombra del nostro stesso
corpo) e domandarle, per esempio, con molta buona grazia e
delicatezza:
- Chi piú ombra, o cara, di noi due?
State a sentire. Ero dunque in uno di questi deliziosi
momenti, con in mano il codino della mia ragione.
Quasi senza accorgermene, passavo, di sera, per una delle
vie piú popolose della nostra città. Mi pareva che la gente,
tutta quanta impazzita come me, andasse in tumulto, e che i
campanelli dei tram, le trombe delle automobili chiamassero
ajuto, allorché, per caso, m'avvenne di posare lo sguardo su
una tabella tra le due finestre ferrate d'un sotterraneo.
Dalle grate di queste finestre s'intravedevano giú un banco
di méscita di lacca verde e luccicante di specchi, una
diecina di tavolini di marmo, attorno a cui stavano seduti
molti avventori, uomini, donne; poi, un armonium, ecc. Su
quella tabella due arrabbiatissime lampade elettriche
scaraventavano friggendo un violento sbarbaglio livido su un
manifesto rosso, che recava a grossi caratteri la scritta:
IL SIGNOR ZUCCARELLO
distinto melodista
Ebbene, davanti a questo nome, con tanta rabbia folgorato da
quelle due lampade, io mi fermai con la certezza acquistata
lí per lí che questo signor Zuccarello, il quale si
qualificava da sé con dolce probità distinto melodista,
doveva aver raggiunto l'assoluto, e dunque, senza meno,
essere un dio.
- Un dio?
Se ci riflettete bene, non può di conseguenza non essere un
dio chi abbia raggiunto l'assoluto.
Un nostro pernicioso errore è questo: immaginarci che, per
diventare un dio, bisogni attingere con straordinarii mezzi
altezze inaccessibili.
No, amici miei. Niente fuori di noi, nessun'altezza. Coi
mezzi piú comuni e piú semplici, un punto dentro di noi, il
punto giusto, preciso, dove s'inserisca quel seme
piccolissimo, che a mano a mano da sé sviluppandosi diverrà
un mondo.
Tutto è qui. Saper trovare in noi questo punto giusto per
inserirvi il piccolo seme divino che è in tutti e che ci
farà padroni d'un mondo.
Nessuno lo trova, perché lo andiamo cercando fuori, in
quell'errore che debba essere altissimo e che ci vogliano
mezzi straordinarii. Abbagliati da vane illusioni, aberrati
da ambiziose e stravaganti speranze, distratti o anche
pervertiti da desiderii artificiosi, quel niente, quel
puntino infinitesimale, che è la cosa piú comune e piú
semplice del mondo, ci sfugge e non riusciamo mai a
scoprirlo.
Ma ecco qua questo signor Zuccarello.
- «La dolcezza stessa del suo nome, - io mi diedi a pensare,
- l'avrà portato un bel giorno a cantare, cosí,
naturalmente, come fanno gli uccellini. S'è trovata in gola
una discreta vocetta, e gli è bastata per distinguersi
senza sforzo dagli altri. Un falso dio si sarebbe proclamato
senz'altro: celebre melodista. Lui, no. Al signor
Zuccarello, dio vero del suo mondo qual è, quale può essere,
quale deve essere, basta proclamarsi distinto melodista.
Tanto e non piú. Cioè, quanto basta per esser lui, e non un
altro.»
Assolutamente bisognava ch'io lo vedessi, gli parlassi
quella sera stessa. La sua vista, una conversazione con lui,
mi avrebbero senza dubbio rimesso a posto lo spirito, ridato
la calma e la fiducia nella vita.
Entrai dunque in quel caffè-concerto sotterraneo.
Si doveva andare piú giú della sala col banco di méscita che
s'intravedeva dalla via. Piú giú di molto. Ma in fondo non
mi dispiacque l'idea che dovessi andare a conoscere
sottoterra l'uomo che aveva raggiunto l'assoluto. Mi parve
anzi giustissimo, e che non potesse essere altrimenti.
- Quanto, il biglietto? - domandai allo sportellino.
- Sedie o poltrone?
- Ci sono anche poltrone?
- Poltrone, sissignore. Tre lire, compreso l'ingresso e, a
scelta, anche una consumazione.
Titubante, guardai il bigliettajo, come per domandargli:
- Tutto questo, col signor Zuccarello?
Dio sa che cosa il bigliettajo arguí dalla mia aria
smarrita, perché evidentemente il signor Zuccarello era per
lui un numero come un altro del programma, e:
- Prezzi normali, - soggiunse, come per tenersi fermo a un
dato di fatto nell'incertezza penosa, in cui quel mio strano
modo di guardarlo lo teneva sospeso.
- Bene bene, - dissi per tranquillarlo.
Diedi le tre lire, presi il biglietto e scesi due lunghe
rampe di scala.
Scendendo, avvertii subito che la terra si vendicava della
violazione del suo grembo.
Che questo grembo fosse squarciato per il riposo cieco e
muto dei morti, la terra lo poteva tollerare; ma che fosse
aperto, e cosí oscenamente, ad archi scosciati, e la cecità
fosse rischiarata con tanta sfacciataggine da due grosse
lampade, e il silenzio cosí profanamente offeso da canti
sguajati, strimpellii di strumenti, acciottolío di
stoviglie, risa sconce e applausi, questo no, questo non lo
poteva tollerare.
Ed ecco la sua vendetta: non ostanti gli sforzi del
proprietario, la luce elettrica e la musica e gli specchi,
quel caffè-concerto aveva il rigido squallore d'una tomba.
Confesso che mi sarebbe piaciuto molto trovar laggiú, nelle
poltrone e nelle sedie, serii e composti, con la loro brava
consumazione davanti, intatta, velata di polvere e con
qualche ragnetto natante, una moltitudine di morti, venuti
per vie sotterranee a quel loro caffè-concerto, con gli
abiti neri, lustri d'umido, spiegazzati e chiazzati qua e là
da bianche gromme di muffa.
Trovai di peggio. Morti in anticamera, aspiranti morti,
pochissimi e oppressi d'una disperata tristezza. Ogni stato
incerto è peggiore d'ogni cattivo stato certo. Si recavano
alle labbra la tazza di caffè, lo sciop di birra, il
bicchiere di menta, col gesto di chi pensa:
- Poiché è ancora necessario ch'io lo beva...
E nessuno guardava verso il piccolo palcoscenico, dove una
scheletrica stella italiana miagolava, prima levando
le braccia come per tentare d'aggrapparsi a un acuto che non
riusciva a prendere, poi abbassando le mani con grazia
squacquerata.
La voce di questa canzonettista e il rombo dell'orchestrina
facevano una violenza orribile, d'indegno stordimento, alla
tragica, sconsolata solitudine di quelle poche mummie di
avventori.
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Zitto zitto, in punta di piedi m'appressai a un
cameriere e gli presentai il biglietto per avere
indicato il mio posto.
- Ma segga dove vuole, - mi rispose il cameriere. - Vede
che non c'è nessuno?
- Già, possibile? È cosí ogni sera?
- Sú per giú...
- Dunque il signor Zuccarello non richiama gente?
- Chi?
- Il signor Zuccarello.
Il cameriere guardò nel programma.
- Ah, già, - disse. - Nossignore, chi vuole che
richiami?
Avvilito, presi posto in una poltrona.
La stella italiana, inchinandosi a vuoto tre o
quattro volte, si ritirò tra le quinte; l'orchestrina
tacque; un silenzio sepolcrale si fece nel caffè
sotterraneo.
Mi sorse allora come in un lampo di follia la tentazione
di mettermi a battere fragorosamente le mani, per
rompere, per fracassare quel silenzio, per far balzare
in piedi atterriti quei pochi, taciturni, oppressi
avventori, aspiranti morti. Mi avrebbero preso per
pazzo? Ma che ero io? A restare lí ancora per poco, in
quel vuoto sotterraneo, in quel silenzio di morte, non
sarei impazzito davvero?
Soffocato, m'alzai rumorosamente, con una smania
esasperata di parlar forte, di gridare, di pigliarmela
con qualcuno. E, come il cameriere mi s'appressò per
domandarmi:
- Che cosa ordina il signore?
- Niente, - gli risposi ad alta voce. - Non
ordino niente! Lei ha detto che il signor Zuccarello non
richiama nessuno? Sappia intanto, che ha richiamato me!
Avvenne quel che avevo immaginato. Tutti, anche i
sonatori dell'orchestrina, si voltarono sbalorditi a
guardarmi; parecchi si levarono da sedere; il cameriere,
quasi basito, mormorò:
- Ma io non ho mica inteso d'offenderla, signore...
- No, no, - seguitai con sdegno e con ira. -
Tanto perché lei lo sappia! E lo dica al suo direttore o
al signor proprietario del caffè, che fa di queste belle
speculazioni, impiantare qua, in un sotterraneo, un
caffè per fare impazzire i suoi avventori!
Un signore, a questo punto, mi si fece incontro,
turbato, pallidissimo. Lo fissai, per fermarlo a una
certa distanza, e lo interpellai altezzosamente:
- Lei è il proprietario?
- Il proprietario, a servirla.
- Ah, bravo! La prego di dirmi, se lei,
scritturando il signor Zuccarello, gli aveva detto che
il suo nome sarebbe apparso sú, nella via, in quella
tabella folgorata da due lampade elettriche!
Il proprietario mi guardò inebetito, balbettò:
- Io... nella tabella... il signor Zuccarello?...
sissignore... è l'uso...
- Ah, è l'uso? - dissi, con un sorriso di
trionfo. - E il signor Zuccarello dunque lo sapeva? Lo
sapeva e s'è qualificato da sé distinto melodista?
- Sissignore, da sé. Ma io non capisco...
- Lo vedo bene, - gridai, - lo vedo bene che lei
non capisce nulla! Scusi, che cosa c'è lassú?
Indicai, cosí dicendo, in alto, nella parete di fronte
al palcoscenico, un riflettore per illuminare gli
artisti alla ribalta.
All'improvvisa diversione, tutti nella sala scoppiarono
a ridere e alzarono il capo a guardare dove io indicavo
con fiero cipiglio. Piú che mai sconcertato, il
proprietario, guardò anche lui, rispose:
- Un riflettore...
- Ah, è un riflettore? E lei non pensa d'accenderlo per
illuminare alla ribalta un artista come il signor
Zuccarello? un artista che si qualifica da sé
distinto melodista, pur sapendo che il suo nome sarà
esposto sú, nella via, in quella tabella sfolgorante di
luce?
Un nuovo scoppio di risa accolse queste mie parole. Il
proprietario ne fu scosso; il primo sbalordimento si
cangiò in irritazione; forse gli balenò il sospetto
ch'io fossi pagato dal signor Zuccarello per fare quella
parte; si scrollò irosamente e disse:
- Ma io non debbo dar conto a lei, se accendo o non
accendo...
- No no, scusi, scusi, - lo interruppi subito, facendomi
manieroso, - lei deve rispettare in me un avventore
attirato come una farfalletta dal lume di quella sua
tabella nella via, un avventore che ha avuto fiducia nel
signor Zuccarello e se ne promette una gioja, che lei
non può neanche immaginarsi!
- Ma questo... - si provò a interrompermi a sua volta il
proprietario.
Non gli diedi tempo:
- Questo anche per suo tornaconto! Caro signore, qua
siamo in un sotterraneo, lei lo sa bene; anzi in una
catacomba! Dia ordine, via, che s'accenda il riflettore,
e faccia un'altra cosa, sempre per suo tornaconto:
inviti tutti gli avventori, che stanno a sbadigliare
nella sala di sopra, a scendere qua, a sentire il signor
Zuccarello! Gratis, non importa per una sera! È una vera
indegnità che un distinto melodista come lui
debba cantare alle sedie!
Tutte quelle mummie d'avventori, già richiamate alla
vita, a questa mia inattesa proposta batterono
festosamente le mani, approvando a coro; il proprietario
mi guardò ancora per un momento accigliato e perplesso,
poi sorrise anche lui, aprí le braccia, s'inchinò e
corse sú a dare gli ordini.
Poco dopo, la sala era quasi piena, rumorosa, ansiosa
per la promessa d'un godimento insperato. Il riflettore
di contro al palcoscenico cominciò a sfriggere,
sbarbagliando, s'accese; l'orchestrina attaccò il
preludio della prima romanza, e il signor Zuccarello in
marsina, cravatta bianca, guanti bianchi, si fece
avanti, raggiante, accolto da uno strepitoso applauso.
Ah, miei cari amici, se l'aveste veduto! Piuttosto
piccolino, con una faccia che pareva intagliata in un
saponetto da barbiere, color di rosa, con un che di
caprigno nei capelli fitti, ricci e neri, e anche nella
voce, quando cominciò a belare, appassionatamente.
Per me, la maggior prova, la prova piú lampante che non
m'ero affatto ingannato sul suo conto, fu questa: che
non si sforzò per nulla. Tanto e non piú, cosí nella
voce come nei gesti e nei sorrisi. Dava quel che poteva,
e perfettamente sapeva quanto poteva dare. Nelle pause,
cacciava fuori la lingua, sorridendo, per umettarsi le
labbra, e graziosamente, con due dita, si tirava i
polsini di sotto le maniche.
Perfetto!
Ma naturalmente nessuno degli spettatori riusciva a
rendersi conto di quella perfezione. Sentivo che tutti
tenevano la loro disillusione sospesa in una
aspettativa, che si volgeva dubbiosa da me a lui, da lui
a me. Per fortuna, un buon acuto finale, smorzato con
arte, rialzò, sostenne le sorti; io mi affrettai ad
applaudire con entusiasmo, tutti applaudirono con me, e
il signor Zuccarello venne fuori due o tre volte a
ringraziare, inchinandosi con una mano sul petto.
Ma voi capite, amici miei, che a me non importava tanto,
quella sera, di salvare il signor Zuccarello, quanto di
salvare «l'assoluto». Ne avevo proprio bisogno! E lo
salvai, non ostante tutto; voglio dire, non ostante che
il signor Zuccarello, dopo lo spettacolo, mi venne
incontro adiratissimo, quasi con le mani in faccia, a
domandarmi conto e ragione di quanto avevo fatto, del
pericolo a cui lo avevo esposto d'un fiasco clamoroso e
anche di fargli perdere la scrittura per
l'inqualificabile soperchieria usata al proprietario del
caffè.
Stentai non poco a calmarlo, ma alla fine ci riuscii;
non solo, ma riuscii anche a farmelo amico. Lo condussi
con me per piú d'un'ora per le vie già deserte, e lo
feci entrare in un caffè notturno, perché seguitasse,
bevendo una tazza di birra, a parlarmi di sé, della sua
vita, delle sue speranze, dei suoi desiderii.
Vi figurate che m'abbia detto cose straordinarie? Siete
veramente imbecilli! Mi disse le cose piú ovvie, piú
comuni, piú semplici del mondo, quali poteva dirle uno
che aveva saputo trovare in sé il punto giusto, il
puntino infinitesimale, dove aveva inserito il seme che
l'aveva fatto un dio modesto, padrone del suo piccolo
mondo. Era contento e soddisfatto di tutto, anche di
cantare alle sedie in quel lugubre caffè sotterraneo.
Perché in quell'equilibrio perfetto che solamente può
dare la piena soddisfazione di sé, egli aveva capito che
a lui conveniva d'essere un piccolo dio provinciale, di
condurre cioè nei paeselli di provincia la sua modesta
divinità; e gli bastava perciò di poter dire, per
accrescere colà il suo prestigio, d'aver cantato a Roma,
in un caffè-concerto di Roma; quale, non importava.
La prova maggiore della sua divinità mi fu data però da
un'ombra, che, appena usciti dal caffè sotterraneo,
prese a seguirci a distanza per piú d'un'ora lungo le
vie deserte; l'ombra d'una donna miserabile, che potei
distinguere bene quando, schiudendo timidamente la porta
a vetri del caffè notturno, strisciò dentro, dieci
minuti dopo ch'eravamo entrati noi, e andò a
rincantucciarsi in un angolo in fondo, vestita di un
abito nero, inverdito e sfrittellato, con un cappellino
frusto, guarnito di una piuma piangente da un lato; su
le spalle curve, una vecchia mantiglia sfrangiata; ai
piedi, un pajo di scarpacce da uomo.
Avevo notato che, andando via, egli di tanto in tanto,
pian piano e come di nascosto, si voltava a lanciare
indietro un' occhiata inquieta.
- Ma sí, lo so! - avrei voluto dirgli, per levarlo da
quella inquietudine. - Lo so ed è giusto che sia cosí:
non credere che m'offenda il fatto che tu tenga cosí a
distanza tua moglie e che ella sia cosí miserablle.
Ero sicuro che lui la teneva ancora con sé, non solo per
farsi servire da lei, come da una schiava, ma anche per
misurare da lei il cammino che aveva saputo percorrere;
e parimenti ero sicuro che ella, senza muovere un
lamento, faceva di tutto per tener lui come un damerino.
Dite di no? Lasciatemi ripetere, amici, che siete
veramente imbecilli. Sappiate che dopo aver accompagnato
fino al portone dell'alberguccio il signor Zuccarello,
nel ritornare indietro, io m'ebbi, nel bujo fitto della
strada, un profondissimo inchino da quell'ombra. E non
potei fare a meno di considerare che era giusto che ella
s'inchinasse a me cosí, perché lo voleva in lei quello
stesso iddio, a cui io or ora avevo reso omaggio.
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